Addiopizzo su “L’indice dei libri del mese” di febbraio

da: L'indice dei libri del mese
L’indice dei libri del mese
febbraio 2015

Addiopizzo. Sette ragazzi e un pub

 

La storia del comitato Addiopizzo è una storia di indubbio successo. L’esperienza di un ristretto nucleo di ragazzi, iniziata nel 2004 a Palermo, si è infatti progressivamente strutturata, diventando un modello apprezzato dentro e fuori la Sicilia. L’intuizione è nota: applicare i principi del consumo critico al campo del racket delle estorsioni. Un’antimafia dal basso, dunque, che propone di combattere un’antica piaga economica e sociale ricorrendo alle più moderne pratiche di partecipazione sociale e politica, quelle che si esplicano nell’arena del mercato. Questa storia Pico Di Trapani e Nino Vaccaro raccontano in un volume, frutto di un ampio lavoro di ricerca basato sulla consultazione di documenti e articoli di stampa (alcuni riprodotti integralmente nel volume), su interviste agli attivisti, sull’osservazione partecipante. Il libro non è l’unico “prodotto” di questa attività di ricerca. Rispetto ad altri articoli di taglio più scientifico, esso è destinato (come affermano chiaramente gli stessi autori) al largo pubblico. In effetti, sebbene qui e là ci sia qualche rimando bibliografico alla letteratura scientifica sulla mafia e sull’antimafia, sia riportato qualche brano d’intervista e, soprattutto nelle conclusioni, l’intento analitico risulti evidente, il testo rimane una narrazione delle vicende più rilevanti che hanno segnato la vita del comitato nei sui dieci anni di attività. Il volume si apre con una sintetica ricostruzione delle diverse fasi storiche dell’antimafia siciliana, un quadro d’insieme che i lettori digiuni dell’argomento troveranno certamente utile. Descritto il lungo percorso nel quale l’esperienza del comitato si inscrive, gli autori raccontano quando, come, dove e perché scoppia la scintilla che produrrà la “rivoluzione dei consumi” antipizzo. Anche in questo caso le vicende sono note: sette ragazze e ragazzi sui trent’anni ipotizzano di aprire un pub e, nel fantasticare su cosa li attenderà, irrompe l’ipotesi (che a loro pare ineluttabile) di una richiesta estorsiva. Da qui nasce la decisione di tappezzare nottetempo la città con cinquecento manifestini adesivi listati a lutto sui quali era riportato l’ormai leggendario slogan: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Rispetto a quel che da mille fonti si sa di questo episodio (ma lo stesso si può dire di altre vicende narrate nel libro), il valore aggiunto che il volume offre al lettore è costituito da alcune testimonianze dei protagonisti raccolte di prima mano dagli autori. Dopo una prima fase di attività svolta nel completo anonimato, il comitato pubblica un artigianale sito web e comincia la sua campagna di mobilitazione che metterà insieme, nel giro di qualche anno, oltre undicimila consumatori critici e quasi mille commercianti. Grazie all’intermediazione e all’attività organizzativa, i commercianti selezionati e i cittadini-consumatori istituiscono un patto contro il pizzo: i primi si impegnano a non sottostare alle richieste estorsive e rendere pubblica questa scelta; i secondi orientano le loro scelte di acquisto privilegiando i negozi “pizzo free”. Si realizza così, e l’episodio del commerciante Caccamo riportato dagli autori ne è un esempio lampante, un rovesciamento della prassi abituale: se un commerciante denuncia gli estorsori, i cittadini-consumatori non lo isolano (condannandolo così al fallimento), ma anzi, con i loro consumi, lo sostengono. Insomma, l’idea è buona, i ragazzi sono pieni di entusiasmo e di energie, le istituzioni (magistratura, forze dell’ordine, prefettura) li sostengono, la scuola gli consente di realizzare i loro progetti educativi, la città nel complesso accoglie bene la novità che promette di incidere su una delle sue piaghe ataviche. Il mix funziona così bene che il gruppo cresce, amplia le attività e raggiunge (o contribuisce a far raggiungere) obiettivi insperati. Tra questi, la nascita nel 2007, della prima associazione antiracket a Palermo che sarà un punto di arrivo e di ripartenza per l’azione antipizzo. A questo proposito, gli autori molto opportunamente documentano il ruolo svolto da Tano Grasso, storico leader dell’antiracket in Italia, per la buona riuscita dell’operazione. Un ulteriore elemento di novità, ben sottolineato dagli autori, è la decisione assunta dal comitato di costituirsi parte civile nei processi agli estorsori. Una decisione che, oltre alle finalità simboliche (tutti i cittadini sono danneggiati dal pizzo), permette al comitato di ottenere (dai mafiosi) risarcimenti monetari non trascurabili. Da Addiopizzo gemmano poi altre esperienze, come “Addiopizzo junior”, composta da giovani e giovanissimi studenti, e “Addiopizzo travel”, che diventa un vero tour operator. Consolidando la prospettiva del consumo critico, il comitato crea anche un marchio per quei prodotti certificati “pizzo free”, venduti attraverso i normali canali commerciali e disponibili in uno specifico emporio nel centro di Palermo. Addiopizzo diventa, dunque, un attore centrale nella vita sociale, culturale ed economica di Palermo. La riprova di tale centralità è data dalla frequenza con la quale i commercianti che hanno problemi col racket preferiscono rivolgersi agli attivisti prima ancora che alle istituzioni. Un ruolo che gli permette di organizzare, annualmente, la fiera del consumo critico antipizzo che catalizza l’attenzione dell’intera città su un argomento storicamente tenuto nell’ombra. La rapida e inattesa crescita porta tuttavia con sé non poche difficoltà e, com’è normale che accada, incomprensioni sulla linea da seguire. Sebbene in qualche passaggio la trattazione appare fin troppo enfatica e in sintonia con il movimento (si legge ad esempio che “Addiopizzo ha certamente rivoluzionato la storia siciliana”), i due autori danno conto dei conflitti interni che condurranno a spaccature e defezioni da parte di numerosi attivisti. Le divergenze più importanti si registrano a proposito della posizione che il comitato assume rispetto alla sfera politica. Da un lato, c’è chi sostiene che Addiopizzo deve limitare la propria azione al campo dell’antiracket e portarla avanti seguendo l’intuizione del consumo critico; dall’altro’ c’è chi pensa che il comitato debba sollecitare, pungolare, chieder conto ai politici, specie quelli locali. Tra le due linee, alla fine risulterà vincente la seconda. Pur rimanendo fuori dalla diretta contesa politica ed elettorale, gli attivisti si impegneranno nell’organizzazione di confronti pubblici sul tema del pizzo tra i candidati sindaco della città di Palermo e prenderanno posizione nel dibattito politico cittadino. L’apertura del fronte politico si rivelerà, nel complesso, frustrante. Tale esito può essere inteso come un (comprensibile) limite dell’azione del gruppo di attivisti. Malgrado ciò, anche grazie ad alcuni fattori di contesto analiticamente discussi nelle conclusioni, è indubbio che in questi dieci anni Addiopizzo abbia raggiunto rilevanti obiettivi nella lotta sociale, economica, culturale e politica contro il pizzo.

(Vittorio Mete)


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