“Adua del lampionaio” su Anobii
Adua Balzo è una bambina come tante. Vive in un piccolo paese dell’entroterra abruzzese con la sua famiglia: la madre Vitina, il padre Biagio (il lampionaio del paese), la sorella maggiore, Nilde, e quattro fratellini più piccoli. Il terremoto del 1915 nella Marsica e i lutti familiari sconvolgeranno la quiete della famiglia di Adua e del paese intero e, come se non bastasse, la guerra aggiungerà patimento al patimento. I costi e i danni di tali eventi si riverseranno tra la gente che perderà ogni cosa, ma non la dignità. Drammi storici e naturali, malattia mentale, omosessualità, colpi di scena, personaggi eccentrici, macchinazioni interiori e forza si fondono in un affresco di vita comune. Le esistenze scorrono, cambiano, si incrociano e finiscono. Ognuno si perde in se stesso nel tentativo di superare le avversità. Si cerca di sopravvivere con le unghie e con i denti. Adua – diventata donna – resiste, combatte, spera, cade e si rialza, cura le sue ferite e quelle degli altri, impara a farsi forza e a reagire, ma il peso che grava sulle sue spalle diventa sempre più difficile da sollevare e la spinge verso il buio.
La recensione di Effe Elle
Storia breve, commovente, di gente vera, i saldi Marsicani d’Abruzzo, di poche parole e tanti fatti, pronti a rimboccarsi le maniche contro le avversità
Le tragedie non arrivano all’improvviso. Quelle collettive sono annunciate da segni premonitori, in questo romanzo. Le individuali, da un senso d’inquietudine addosso. Che bella storia, fa’ niente ch’è triste. Breve, commovente, vera e di gente vera. Gli Abruzzesi si proteggono con una corteccia esteriore, ma dentro sono teneri. Tenaci e concreti, di poche parole e tanti fatti, pronti a rimboccarsi le maniche per affrontare la vita, la terra, il mare o la montagna, che a volte premiano, più spesso sorprendono, nel bene e soprattutto nel male. In rare e drammatiche circostanze sconvolgono, ma la gente d’Abruzzo si rialza sempre, pronta a riprendere, sperando nel meglio, sapendo che prima o poi si dovrà affrontare un’altra parentesi crudele dell’esistenza.
Prendete gli Aquilani, straziati dal sisma del 2008. Anche i Marsicani (come l’autrice di questo romanzo), colpiti ma non piegati dal terremoto del 1915. Sono soprattutto donne in queste pagine, come Adua, la ragazza del titolo; Nilde, la sorella maggiore; Vitina, la mamma forte e paziente; Nellina, la vicina, madre di Vittore, il ragazzo che fa studiare perché quello con la testa ci sa fare più che con le mani. Per il marito sono due braccia in meno, ma lei s’impone, si fa rispettare, tanto lavoreranno gli altri figli maschi.
Famiglie numerose quelle dei Marsicani d’inizio Novecento (come altrove), per quanto ogni nidiata sia segnata da soggetti meno forti, robusti, vitali. Uno dei sei fratelli e sorelle di Nilde e di Adua è una croce, per quanto la mamma gli voglia bene ancora più teneramente, con tanto riserbo. Antonio, il quartogenito di Vita e di Biagio Balzo (il lampionaio del paesino), non si regge bene in piedi e va accompagnato dappertutto. Cammina a stento, non può correre, certe volte si assenta, con gli occhi persi nel vuoto. Non piange mai.
Giacomo, il primogenito di Roberto e Nellina, è nato con una gamba più corta dell’altra, ma tutto il resto funziona bene. Pazienza, non farà il servizio di leva lontano dai monti della Marsica, resterà sempre con loro.
È un romanzo al femminile, di donne forti, modellate nella creta della fantasia dell’autrice e rese coriacee, indistruttibili (non immortali, purtroppo) dalla cottura a fuoco della sua caratterizzazione. Come Nellina e Pinuccia.
Nella, orfana di madre morta di parto nel darla alla luce, sposa per amore un brav’uomo ed è madre di quattro maschi (una femmina le manca). Guardandosi attorno, si ritiene tutto sommato abbastanza fortunata. Nonostante il vantaggio minimo della propria condizione, la miseria è dovunque e lei non si tira indietro nell’aiutare chi è in difficoltà. Alleva i figli insegnando a non essere egoisti: “un giorno l’aiuto potrebbe servire a voi”.
È ben voluta, la sua forza è nota ai paesani. Se qualcuno è malato, chiama Nellina. Se una donna deve partorire, la levatrice si porta dietro Nellina. Se capita qualche incidente, cercano Nellina. A volte le chiedono anche di vestire i morti, perché non le fa impressione. Sa tutto di tutti, è sempre a disposizione e mai per ricompense in denaro, al massimo uova fresche, qualche patata, tozzi di pane.
Aiuta per vocazione e ci aiuta a vedere il mondo di allora con i nostri occhi, attraverso quelli dell’autrice.
Pinuccia è scappata dal Napoletano, perché la volevano arrestare. Filtrava erbe di guarigione, le ha somministrate alla figlia del maresciallo e la ragazza è morta. Se l’è “data” ed ha smesso di preparare beveroni, non di leggere la mano e sentenziare. Sembra una vera fattucchiera, con le sopracciglia folte e sporgenti, il tuppo sciatto di capelli neri e grigi in testa. Porta lunghe gonne lise sgargianti, camicette piene di pizzi e colletti ricamati come i centrini sotto le foto di famiglia dei morti. Le mani sono cariche di anelli strani e al collo catene e lacci reggono ogni specie di ciondolo. Spicca tra i Marsicani e le paesane, che vestono invece sobri indumenti scuri, monocolore. Gira con due cesti di vimini pieni di sostanze miracolose, a suo dire. Le unghie sono nere di sporco e addosso odora di fiori marci e polvere stantia, un’essenza di sua creazione, per allontanare gli spiriti maligni.
Ripete sempre a Vitina di stare attenta a Nilde, che si porta “il demonio appresso”.
Il terremoto? Strani fenomeni naturali lo avevano preceduto il 13 gennaio del 1915: l’aria e l’acqua del pozzo caldi invece che gelidi, gli animali inquieti, i cani irrefrenabili. Quel giorno sono fissate le nozze della diciannovenne Nilde con Umberto. La scossa, tremenda, arriva mentre escono dalla chiesetta.
Felice Laudadio
La recensione su Anobii




