Fratello minore su minima&moralia

Finché la storia non si rimetta in moto: su Fratello minore di Stefano Zangrando

 

Dopo l’esperimento più compiutamente romanzesco di Amateurs (2016, edizioni alpha beta) lo scrittore altoatesino e traduttore Stefano Zangrando, con Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B. (2018, Arkadia editore, collana Senza Rotta) dona ai lettori curiosi e insoddisfatti d’Italia un testo finalmente e finemente inclassificabile, un testo europeo più che italiano (per tradizione di riferimento), caratterizzato da una forma singolarmente stratificata in cui convergono generi e registri eterogenei: biopic, autofiction, divagazione fantastica, scrittura scenica, critica letteraria, e persino traduzione.
Anche in quest’ultima opera ritroviamo, come in tutti i romanzi di Zangrando, Berlino, sua città elettiva, capitale dello spirito, della vera cultura e dunque della vera vita, nell’accezione che potrebbe essere quella di un Alain Badiou (“Che cos’è una vita vera? È questa l’unica domanda della filosofia. E dunque, se vi si trova la corruzione della gioventù, non è affatto in nome del denaro, dei piaceri o del potere, ma per mostrare alla gioventù che esiste qualcosa di superiore a tutto questo: la vera vita. Qualcosa che vale la pena, per la quale vale la pena vivere, e che si lascia di molto alle spalle il denaro, i piaceri e il potere”. Alain Badiou, La vera vita. Appello alla corruzione dei giovani, Ponte alle Grazie, 2016).
Berlino, in questo testo in particolare, rappresenta lo scenario decisivo di una svolta storica di portata globale e le cui conseguenze e implicazioni continuano, piaccia o no, ad incidere, a vari livelli, sul nostro presente difficile (e perfino in quella ipertrofica macchina fabulatoria che è l’immaginario contemporaneo: penso alla recente serie TV Counterpart). Il racconto è infatti quello di un viaggio nel tempo, per quanto di un tempo a noi assai vicino. Qui, come nei più coinvolgenti e convincenti viaggi nel tempo, non si precipita in una dimensione reificata e circoscritta che funge da passato o da futuro, ma il racconto stesso, nel suo svolgersi ondivago, opera un fecondo cortocircuito tra il passato evocato e il presente del testo, ossia il nostro. Un testo che nasce proprio da un confronto personalissimo, appassionato, dell’autore Zangrando con un altro autore, Peter Brasch, poeta, regista, drammaturgo e narratore, fratello minore dell’allora (e comunque non qui da noi) più famoso Thomas Brasch; entrambi alcolisti e morti a distanza di pochi mesi nel 2001. Una serie di circostanze, al principio casuali, mettono l’inquieto Wanderer Zangrando sulle tracce dell’altrettanto inquieto Peter Brasch: le comuni amicizie berlinesi creano un ponte che attraversa i tempi e legano il vivo al morto, in una sintonia affettiva, un’affinità che si fa sempre più profonda man mano che la ricerca procede. La storia del morto, per come l’ha ri-vissuta il vivo che si mette sulle sue tracce, consta di due fasi drammaticamente distinte ma significativamente intrecciate: la prima, quella della sua formazione e delle sue prime incerte ma già personalissime prove letterarie negli anni della DDR e, la seconda, quella della sua sofferta maturità, negli anni della Germania post-89. Il vivo, con un racconto intermittente e stranito, libero e inquieto come il suo soggetto, ci narra la vicenda di un uomo che vivo lo è stato fin troppo, e il cui eccesso di vitalità lo ha reso un imperdonabile agli occhi di un Grande Altro dalla duplice forma. Peter Brasch, per come ce lo fa vedere Zangrando, è difatti un uomo in conflitto permanente con i suoi due tempi.
Il primo tempo potremmo definirlo come il tempo della libertà negata, nei fatti se non nei discorsi, in nome della giustizia, e coincide appunto con la giovinezza dello scrittore: per ironia crudele della Storia, Peter Brasch è stato il figlio di un importante funzionario comunista salito ai vertici dello Stato ma, nonostante ciò, anzi forse proprio in virtù di questa paternità ingombrante, fin dal principio si muove rischiosamente come un corpo estraneo all’interno dell’ambiente assegnatogli in sorte. Sregolato e insofferente, appassionato e irrisolto, fa le prime decisive esperienze etiche ed erotiche nell’atmosfera uniformante tipica di quegli anni, nei quali vige pressoché incontrastata la linea generale che pretende il sacrificio della libertà dei singoli per la salvaguardia di un socialismo che del suo ideale ha già bruciato tutto. Scrivere testi teatrali, poesie e racconti, disegnare perfino, non significano per questo autentico irregolare fragili o contorte vie di fuga o di rimozione del deprimente status quo, ma semmai una forma di ritiro dal presente opprimente e, al tempo stesso, di rilancio della speranza: in altri termini rappresentano una risorsa spirituale residua che gli consente di continuare a credere nell’utopia comunista al di là della castrazione che impone la sua temporanea e assai contraddittoria attuazione. È una speranza che condivide con gli amici più stretti, come dimostra il discorso di Marion nella suggestiva seconda parte, strutturata e animata come una commedia:
“L’ho detto, quelli come noi le cose volevano cambiarle dall’interno. Non eravamo neanche nei movimenti per i diritti civili, non eravamo i dissidenti sotto i riflettori dell’ovest. Eravamo un’opposizione interna, diffusa, che puntava a liberarsi del vecchiume senza gettarsi nelle braccia del mercato. E siamo quelli che la storia ufficiale ha voluto dimenticare. E ora fanno di tutto per cancellare le ultime tracce della nostra presenza” (pp. 121-122).
Il secondo tempo che viene narrato è un tempo con cui il poeta e drammaturgo Brasch entra ugualmente in netta contrapposizione (una contrapposizione da cui uscirà infine annientato) ed è quello immediatamente successivo, seguito al fatidico ’89, una fase dunque di segno apparentemente opposto: potrei definirlo come il tempo della giustizia negata in nome della libertà o, più esattamente, della giustizia annunciata e promessa in nome di una libertà che è solo del mercato e dei consumatori, e dunque a ben vedere, di una libertà che vale solo per chi può permettersi l’accesso ai beni del mercato stesso, con tutto ciò che questo presuppone e implica. Una libertà, aggiungerei, che si presenta come l’unica possibile e desiderabile, ma la cui consistenza si svela agli occhi profetici del poeta, e di pochi altri suoi sodali, come più fittizia che effettuale.
Secondo me, il valore di Fratello minore per il nostro presente letterario, al di là della questione della sua riuscita estetica, sta nell’aver posto in dialettica quei due tempi con un terzo tempo, il nostro: un tempo, cioè, che grazie alla mediazione affettiva di chi narra, non viene subìto, ma riletto in modo da restituire un senso (nell’accezione anche vettoriale del termine) al movimento storico che include le fasi precedenti.
Il fatto stesso che questo libro sia stato scritto nei nostri anni, e non prima, ha un senso per me imprescindibile. Non è un libro che poteva essere scritto prima. È veramente un libro contemporaneo perché pone la questione decisiva su quel movimento di cui dicevo. Il terzo tempo, per come emerge da queste pagine affettuose e lucide, è difatti il tempo che svela ciò che i due tempi precedenti rimuovevano, a dispetto di quanto percepito e sostenuto da eretici autentici, tra cui appunto lo stesso Peter Brasch: nel primo tempo è stata l’idea di comunismo a finire soppressa e superata (nel senso di una caricatura della Aufhebung hegeliana) dallo Stato comunista che avrebbe dovuto darle corpo e sostanza; nel secondo tempo è stato invece il libero mercato che, sopprimendo l’illiberale Stato socialista, installava di fatto una libertà senza vera giustizia, e dunque una libertà come puro simulacro di sé stessa. La lucidità impressionante del Brasch minore affiora nel conio di due neologismi fonicamente sgradevoli (in italiano come, credo, in tedesco) ma in sé illuminanti, con cui si può sintetizzare, meglio di quanto sia stato in grado di fare io, lo spirito di quelli che ho definito i due tempi: dittatria e democratura (“se la Germania Est era una dittatria, dirai fra un paio d’anni in un’intervista, quella di oggi è una democratura” (p. 21).
Il terzo tempo emerge in questo testo atipico come un tempo, come dicevo, di svelamento, nel senso di una sofferta quanto necessaria messa a fuoco di tutta una condizione storica. Mi piace immaginare questo testo come appartenente a una costellazione di opere (non solo letterarie) acutamente contemporanee che ci portano a scorgere nel caos indecifrabile del nostro presente la figura cifrata di una società più libera e giusta tutta da sognare prima ancora che da re-inventare dalle fondamenta. Abbiamo bisogno di questo come di mille altri Peter Brasch, resistenti e marginali, generosi e affamati di vera vita, per imparare a rileggere la confusione e l’estrema incertezza oggi imperanti come i segni paradossali di un sempre più esteso riconoscimento di ciò che ne è davvero stato della libertà in Europa e nell’Occidente tutto. Si tratta di un riconoscimento che costa e costerà caro senza dubbio, all’intellettuale come all’uomo della strada. Riconoscere infatti che la libertà che faceva da tessuto connettivo alla nostra forma di vita consista in una caricatura della vera libertà non può non far implodere le infinite contraddizioni che si sono accumulate all’interno come ai confini dell’Impero; è un riconoscimento che sembra estendersi gradualmente a tutti i livelli del corpo sociale, appunto, per quanto, per lo più, in forma involuta e frammentaria, e che sembra produrre un notevole smarrimento di identità singole e collettive da cui derivano tutta una serie di fenomeni regressivi e inquietanti che sono ormai all’ordine del giorno e sotto gli occhi di chiunque abbia occhi per vedere. A mio avviso però si tratta di un riconoscimento che implica probabilmente anche un primo passo verso una consapevolezza più lucida di come l’attuale modo di produzione renda impossibile ogni vera libertà per ognuno e ogni autentica giustizia per tutti. Un passo che dunque può essere letto come presupposto necessario per una possibile ripartenza, punto di un nuovo inizio. La storia insomma si è rimessa in movimento; un acuto marginale come Peter Brasch lo aveva già presentito in anni in cui sembrava ormai impossibile ogni movimento ulteriore verso un avvenire differente: “[…] si può vivere in un presente ugualmente oppresso da un passato distruttivo e da un futuro incombente, un futuro che invece di aprirsi costringe gli uomini a un’attesa perenne: finché la storia non si rimetta in moto” (p. 167).

Gianluca Gigliozzi


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