Gianni Marilotti e “Il conte di Saracino” su L’Unione Sarda

da: L'Unione Sarda
L’Unione Sarda
22 novembre 2014

L’ultimo romanzo di Gianni Marilotti tra misteriose profezie e denuncia sociale. La ribellione del conte. Una storia ambientata nel cuore della Barbagia

Inizia come un giallo e finisce come una fiaba. “Il conte di Saracino” ha del romanzo il respiro, della fiaba moderna il tono lieve e l’architettura. Ma sono il contenuto, i personaggi e il messaggio – elementi cardine delle funzioni classiche e care a Vladimr Propp, utilizzate con maestria dall’autore Gianni Marilotti – la vera forza della narrazione che alterna mistero e colpi di scena, complotti e attentati e una vera e propria caccia all’uomo. In un mix di sorprese saggiamente calibrate, proposte con una scrittura sicura e piacevole, Marilotti prende per mano il lettore e lo porta a spasso sul Monte della Libertà, luogo (immaginario o reale ha poca importanza) dove nasce e si sviluppa la denuncia del personaggio guida. In un tempo indefinito («…una fresca giornata di maggio», concede l’autore), nel cuore della Barbagia, Peppe Tolu scompare. È l’inizio del racconto, ma già racchiude il destino della storia. Tolu, che mai prima d’allora aveva fatto parlare di sé per fatti insoliti o stravaganze degne di essere ricordate dalla piccola comunità di Nuxenti, lascia ai compaesani un messaggio d’addio, definendosi egli stesso ex cittadino e preconizzando la fine del villaggio. Dov’è andato, soprattutto perché Peppe Tolu è scomparso? Marilotti invita il lettore a mettersi sulle tracce del negoziante inghiottito dal mistero. È stato forse travolto dai debiti? I compaesani lo cercano anche perché risentiti: per l’inaspettata decisione di lasciare il paese ma anche per sapere da Peppe su maccu la ragione del tono sferzante usato nel manifesto d’addio nei confronti del paese. Due donne (Memena, avversaria del protagonista, l’altra – Mangedda – bruxia vittima di pregiudizi) entrano in scena accanto a vari altri personaggi compreso Pietro, figlio del fuggiasco, il forestale, l’ex amico che diventa acceso antagonista, il senegalese e i suoi fratelli. Poi la montagna e le sue erbe, vero “tesoro” che Peppe (conte di Saracino) tenta di salvare. Il giallo sublima in fiaba quando l’autore rivela la vera natura e l’obiettivo del personaggio. Peppe Tolu è un uomo in fuga non da se stesso ma dall’ignoranza, dalla cecità di chi non vede quanto la natura può donare se difesa e trasformata in opportunità. Peppe scappa da Nuxenti perché non vuole più essere cittadino di una comunità che assiste insensibile all’agonia del paese (fuga di abitanti, identità smarrita, ricchezze naturali non utilizzate con intelligenza) ma nello stesso tempo si propone come testimone e simbolo di una possibilità di riscatto, che lui indica aprendo prospettive di sviluppo insperate. Perché i suoi compaesani lo capiscano dovrà superare diverse e dure prove. Dovrà adattarsi a una nuova vita, aprirsi a un nuovo amore (impensabile all’inizio della storia) con una donna straordinaria, destinata a diventare sorprendente co-protagonista del romanzo. Quando il lettore pregusta il finale, ecco il colpo d’ala. È l’apoteosi, il tocco che trasfigura i personaggi guida in simboli e modelli. Esattamente come succede nelle belle fiabe per lettori senza età.

(Pietro Picciau)


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