“I giardini di Leverkusen” su L’Unione Sarda

“I giardini di Leverkusen”, quarto appuntamento domani, con la collana dell’Unione Sarda

L’estate tedesca del giovane sardo

Emigrazione, pregiudizi e lavoro nel romanzo di Ilario Carta

Quarto appuntamento con “La calda estate di carta”. Il libro scelto dall’Unione Sarda porta i suoi lettori in Germania con il libro di Ilario Carta, “I giardini di Leverkusen”, una sorta di romanzo di formazione. Il titolo è uno dei magnifici sette, inseriti nella collana estiva, legata alla “Biblioteca dell’identità”. Ha aperto la serie di incontri in edicola (il libro è acquistabile a 4,80 più il prezzo del giornale) Cristina Caboni, seguita da Milena Agus e Gesuino Némus. Dopo Carta, sarà la volta di Francesco Abate, firma del giornale; chiudono Alex Deplano e Daniela Frigau.

Giugno 1972. Antero Congéra, 15 anni, parte dal molo di Cagliari per raggiungere il padre in Germania. La scuola è finita e le vacanze estive le passerà in fabbrica a lavorare. Si intitola “I giardini di Leverkusen”, quest’opera di Ilario Carta che con una formula desueta si potrebbe definire un romanzo di formazione. I dolori del giovane Antero cominciano già dal traghetto. Sulla sontuosa nave Tirrenia viene subito sospettato da un arcigno controllore di essere scappato da casa. Ma no, il documento d’identità parla chiaro: valido per l’espatrio. Orfano di madre, allevato dalla zia Assunta, il ragazzo è si ingenuo ma non sprovveduto. Studente liceale al convitto Pertusola, lascia il suo paese, San Rocco, accompagnato da una raffica di raccomandazioni. Non mollare mai la valigia (appesantita da pecorino, pane fatto in casa e cannonau), non parlare con gli sconosciuti, non fidarti di nessuno, non sbagliare il binario.

sacrifici. Il genitore ha tanto faticato per mantenere il rampollo. Ha fatto raccoglitore di fragole, ha posato le traversine sulle linee ferroviarie e infine è stato assunto alla Rote Fabrik, nei pressi di Colonia, Alta Renania, bacino della Ruhr. Ed è molto grato ai tedeschi per la paga sicura e il posto fisso. Entusiasmo non condiviso dal figliolo che si professa ateo e comunista e trova che l’alloggio destinato agli operai sia una sorta di letamaio. Per arrivare sin lì ha fatto un lungo viaggio, circa 22 ore, e alla stazione avvolta dalla nebbia quasi non riconosce il commosso Bachisio in quel tipo con la camicia bianca e il borsalino grigio. Il dormitorio ha il tetto di lamiera e i materassi sporchi. L’acqua solo a certe ore. La delusione di Antero è un pochino mitigata dalla divisa blu che gli viene consegnata e lo fa immediatamente sentire un vero operaio. In fondo, per qualche mese a spostare bidoni prenderà la strabiliante cifra di un milione e centomila lire.

fabbrica. Dodici ore alla catena di montaggio, reparto verniciatura, malevolmente sorvegliato da Heinrich, consumatore compulsivo di cioccolata e caffellatte. E il tempo libero non sa come passarlo, in questa landa fredda e troppo ordinata. Prati rasati, tetti in ardesia, strade pulite. Per fortuna fa amicizia con Evaristo, coetaneo scafato con i jeans Levi’s e la mascagna, che lo porta al centro commerciale Baunhof, mecca del divertimento locale frequentata da emigrati e autoctoni. Polacchi, slavi spagnoli, greci. Sardi come Placido Murredda, ex allevatore che ha abbandonati gli abiti di velluto per indossare camicie fantasia o Peppino Muscau, capraro barbaricino che non esce mai.

carattere fiero. Ilario Carta dota il suo protagonista di un carattere piuttosto fiero. Conscio della sua cultura e soprattutto del fatto che a ottobre tornerà a scuola e ai pranzi di zia Assunta, Antero tenta di politicizzare i suoi compagni, li sprona a opporsi al padrone, a rivendicare i loro diritti. Nessuno gli dà retta, anzi suo padre si addolora di tanta irriconoscenza. Nel frattempo si innamora di una bellissima bionda Rebecca e a lei dedica ogni pensiero. E anche una buona parte dello stipendio. Non parla tedesco, il maccarone, e non lega con i colleghi. Tranne che con Peta, il custode che ama l’Italia e gli parla di arte e musica.

pregiudizi. Assorbito dai suoi sogni, l’adolescente metallurgico s’infila in qualche situazione pericolosa. E siccome è un tipo riflessivo scopre di avere dei pregiudizi nei confronti degli altri. Dei turchi, per esempio, nonostante apprezzi il kebab e la compagnia di Orantes, musulmano cortese.

“I giardini di Leverkusen”, ha una genesi autobiografica. Memore della sua personale esperienza in terra teutonica, l’autore rivela di aver voluto scrivere «una storia che vuole dare dignità alla moltitudine eroica degli emigrati italiani che negli anni ’60, senza cellulare, Internet, voli low cost, hanno cercato di fare crescere i figli in modo più o meno normale». Raccontata, con brio, attraverso le avventure del ragazzino che diventa grande.

Alessandra Menesini


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28 Novembre 2018
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