“I padri si saltano” e “Le due vite di Andrii Rosliuk” su La poesia e lo spirito
“Di padri (e madri) in figli” – Tanti libri in un un’unica riflessione
Di padri (e madri) in figli
di Giovanni Agnoloni
Mi trovo in un momento incredibilmente pieno di lavoro, tra scrittura e traduzioni, per cui sono molto indietro con le recensioni, ma sul finire di maggio sono riuscito a trovare uno scampolo di tempo per una riflessione che abbraccia diversi libri. Il tema che li attraversa tutti è quello dei padri (ma anche delle madri), da intendersi in senso ampio come le fonti, le origini, i riferimenti. Un argomento che mi tocca nel personale, non solo perché è al centro del mio nuovo romanzo La prossima notte, ma perché ho “lavorato” per anni su questi due poli psichici, energetici e spirituali in sede terapeutica e meditativa. Per di più, l’attività di traduzione letteraria e lo studio della chitarra classica mi portano sempre a dover cercare la vibrazione precisa, la miglior timbrica, il percorso espressivo che poi si fa “storia” e che, da un’idea originaria, conduce a un esito (dal quale poi si potrà risalire alla sorgente).
Tra i libri che hanno accompagnato i recenti sviluppi di questo mio percorso, alcuni sono stati particolarmente efficaci. Comincio da uno che la parola padri ce l’ha nel titolo: I padri si saltano di Stefano Zangrando (Arkadia Editore, 2025), romanzo su una ricerca commissionata al protagonista – un insegnante trentino di nome Diego Verun – da un ex DJ, attualmente residente su un’imbarcazione nel porto di Cagliari, che si fa chiamare “Magra Sorte”, ma il cui vero nome è Eritreo Scheinwindl. Quest’ultimo, essendo affetto da una non meglio precisata malattia autoimmune che lo sta facendo “svanire”, lo incarica di scrivere la sua autobiografia, e lo fa contattandolo online durante i mesi del lockdown pandemico, che Diego vive (male) insieme alla sua famiglia, venata da tensioni interne. La vicenda di Magra Sorte s’intreccia con molteplici strati di ricordi legati alle generazioni dei nonni e dei bisnonni – tra l’altro, lui ha ereditato gli occhi a mandorla da un soldato kirghizo dell’esercito austro-ungarico che aveva avuto un’avventura con la sua bisnonna durante la prima guerra mondiale, tratto genetico che ha saltato la generazione di suo padre (da qui il titolo) –. Vengono così rivelandosi (in un dialogo tra passato e presente, nel quale si proiettano anche episodi della relativamente recente residenza di Diego a Berlino, dove si era già imbattuto in Eritreo) grovigli di vicissitudini legate al tempo di quella lontana guerra, ma anche a tentativi di costruzione di fortunate attività commerciali e a più o meno “irrituali” relazioni sentimental-erotiche. Quello che più mi ha toccato di questo libro, però, è la nitida ricercatezza dello stile, capace di restituire con trasparenza molteplici luoghi; di modo che questo percorso a ritroso nel tempo, che si associa allo smarrimento di un improvvisato investigatore della memoria, finisce per spalmarsi idealmente su tutta la cartina d’Italia e d’Europa, alludendo forse al fatto che ricercare il filo di un discorso personale implica necessariamente il viaggiare, lo spostarsi. Che poi è un altro modo per dire che l’uscire dal sé a cui siamo abituati (e dunque l’affrontare il rischio dell’assenza, cioè il modo in cui spesso percepiamo lo svuotamento dell’ego) è l’unico modo per accedere al vero Sé, dunque alla dimensione della vera presenza.
Un’idea consonante – e la stessa proiezione geografica di ampio respiro – anima il romanzo L’infinito non basta di Saverio Simonelli (Edizioni Città Nuova, 2025), pure caratterizzato da una trama composita, che si sviluppa tra il 1823 e il 1865, dove Herman Grimm, figlio di uno dei fratelli Grimm, noti autori di fiabe (Jacob e Wilhelm, appunto il genitore di Herman), decide di raccontare la vita del grande compositore e pianista ungherese Franz (Ferenc) Liszt, scendendo nel mistero di una vita segnata fin dalla prima giovinezza dal suo padre (in senso artistico) Ludwig van Beethoven e da una crescente devozione all’arte musicale, ma anche da un anelito vitalistico che accomuna il musicista magiaro a un giovane di grande talento – figlio di un poeta (Wilhelm Werner) – di nome Ludwig (in onore del grande Maestro), che Liszt conosce quando è ancora piccolo, e che col tempo allaccia un’amicizia (dapprima epistolare) anche con Herman. Nella trama, intessuta di numerosi eventi della storia europea di quel periodo – penso ai moti risorgimentali del 1848 e alla Grande carestia in Irlanda (1845-1849) –, intervengono altri protagonisti della letteratura e dell’arte in genere del XIX secolo, tra cui lo scrittore Hans Christian Andersen e il compositore Richard Wagner. Insomma, è un racconto corale attraversato tutto da un’anima squisitamente musicale e da uno spirito di contemplazione estetica (e spesso estatica) dei luoghi, che si nutre direttamente della loro natura – come nella parte ambientata intorno a Sligo, in Irlanda – e della loro arte – come nei capitoli conclusivi ambientati a Roma –. Leggendo queste pagine, ho avuto la sensazione che la mia ricerca di senso strettamente connessa al Viaggio giungesse a un nuovo livello di consapevolezza, mostrandomi “da dove veniamo” e al contempo aprendo squarci di Eterno nutriti da vertiginose intuizioni musicali, restituite attraverso una scrittura rotonda e suadente.
Il risvolto materno del tema delle origini – anche considerando l’ambientazione tarantina, vicina ai luoghi di provenienza di parte della mia famiglia, appunto dal lato di mia madre – emerge invece dall’ottimo romanzo di Daniela Stallo Mezzanotte meno un quarto (Coda di volpe, 2026), che ha al centro la vicenda (ricostruita attraverso un percorso a ritroso nella memoria) di una donna posta davanti a un dilemma con al centro la sua salute, e che per questo si trova di fatto costretta ad abortire. Tema spinosissimo, nel quale di per sé qui non voglio entrare, ma che mi interessa soprattutto per il vulnus che crea nell’animo della protagonista, reso dall’autrice con mano decisa e capace di riprodurre – e di far sentire – le sfumature più corrosive dei suoi stati d’animo con una mirabile attenzione per i dettagli d’ambiente – privato come anche paesaggistico – segnati dall’impronta di quell’esperienza non meno che dall’inquinamento delle acciaierie di Taranto (già oggetto di un precedente romanzo di Daniela Stallo, Winday).
Il lato paterno e quello materno, e così il tema della presenza e dell’assenza, tornano poi entrambi in Sedici mesi di Fabio Andina (Rubbettino, 2024), sulla storia vera di suo nonno Giuseppe Vaglio, arrestato dalle SS nella provincia di Varese nel marzo del 1944 e deportato a Mauthausen in seguito a una soffiata sulle sue attività di passeur di ebrei, partigiani e disertori in fuga verso la Svizzera. Da quell’incubo riuscirà – appunto, dopo sedici mesi – ad allontanarsi, al momento della ritirata degli aguzzini nazisti, iniziando un drammatico ma esaltante viaggio di ritorno verso casa. Ma, al di là dell’esperienza della prigionia e della fuga, il romanzo vive dei ricordi, delle attese e dei sofferti silenzi di Giuseppe e di sua moglie, costretti a restare separati così a lungo. La narrazione, ricca di risonanze d’ambiente che mi hanno fatto pensare alle opere di Mario Rigoni Stern, vive anche qui di dettagli, di specifiche note inerenti a piccoli momenti della quotidianità sventrata di chi è rimasto, in un luogo che – anche per la sua forte connotazione rurale e naturalistica – si erge quasi ad archetipo della Sorgente alla quale fare ritorno.
La famiglia è poi al centro di un interessante libro di sport di Filippo Radogna e Rossella Montemurro, Una famiglia di campioni – I fratelli D’Onofrio, leggenda lucana del karate (Altrimedia, 2025). I due autori, entrambi giornalisti, penetrano in un altro spicchio d’Italia attraverso una brillante vicenda umana e agonistica, con protagonista un’intera casata di lottatori di karate (Francesco, Terryana, Giusy e Karol Maria D’Onofrio), formati dal padre Vincenzo e giunti a notevolissimi risultati sul piano nazionale e internazionale, e il cui percorso – frutto anche di momenti di prova a livello extra-sportivo – viene restituito con viva passione. Poiché credo che lo sport sia un prezioso modo di conoscere se stessi mediante il sano confronto con l’altro, trovo che questo testo (anche corredato di una nutrita selezione di foto) costituisca una preziosa testimonianza, anche perché tratta di una disciplina da molti considerata “minore”, ma che ha una nobilissima tradizione.
Sempre in ambito sportivo, e parlando di un rapporto con i padri da intendere più in senso di “numi tutelari” (con i correlati eventi di riferimento), ho letto di recente un’ottima raccolta di scritti del giornalista e storico dello sport Andrea Pongetti, Più di una gara. Undici indimenticabili storie di sport marchigiano (Millesettecentonovantasette Edizioni, 2026), oltre a due suoi contributi alle raccolte antologiche Racconti umbri e marchigiani (AA.VV., ed. Historica, 2023) e Viaggiare nel mondo diviso (a cura di Marco Severini, ed. Ronzani, 2022 – dove ho anche trovato un interessante contributo della Professoressa Ilaria Serra, che nel marzo 2025, insieme al marito Emanuele Pettener, mi ha ospitato alla Florida Atlantic University, inerente alla storia della famiglia di artisti circensi di origini trevigiane degli Zoppè, trasferitasi negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale e tuttora titolare di un noto circo che tiene spettacoli caratterizzati da un filo conduttore narrativo). Il Leitmotiv di tutte le riflessioni di Andrea Pongetti è quello della memoria, personale e collettiva, radicata nella sua regione, le Marche, e che da qui si apre a raggiera su tutto il territorio italiano e anche ad altri ambiti tematici, come quello del cinema (con la commedia di Sergio Martino, interpretata da Gigi Sammarchi e Andrea Roncato, Mezzo destro mezzo sinistro, del 1985, che ha al centro l’immaginaria squadra di calcio della Marchigiana) e quello della storia dell’emigrazione: e qui spicca in particolare l’affascinante vicenda del calciatore nato a Senigallia Renato Cesarini, raccontata in Viaggiare nel mondo diviso, sospesa tra il nostro paese (dove militò nella Juventus) e l’Argentina (e altre parti dell’America Latina). In Più di una gara vengono invece richiamati eventi, situazioni e personaggi relativi a discipline diverse dal calcio (pur toccato attraverso la piccola epopea dell’Ascoli del presidente Costantino Rozzi negli anni ’80), come il basket (con la Scavolini Pesaro campione d’Italia nel 1988), il tennistavolo senigalliese, la boxe (con Patrizio Kalambay), l’automobilismo (con Luigi Fagioli, campione della Mille Miglia) e la pallavolo (con la squadra del Falconara). In tutti questi ritratti, Pongetti dà prova di una mano letteraria, propria della grande tradizione del giornalismo sportivo italiano.
In continuità e per affinità di temi e qualità di scrittura, ho anche molto apprezzato il libro di un altro ottimo giornalista e storico dello sport, il fiorentino Gabriele Fredianelli (del quale in passato ho recensito un libro sulla scherma), ovvero Un’altra squadra, un’altra Firenze (Sarnus, 2023), che racconta la storia della seconda squadra di calcio della città, la Rondinella, nata nel 1946 e recentemente fusasi con la compagine del mio quartiere, il Ponte a Greve, e che dunque sento particolarmente vicina. La mano di Fredianelli è sempre scorrevole e al contempo profonda, e capace (come del resto quella di Pongetti) di trasportare nel tempo e nello spazio, e soprattutto di farci rendere conto che tanto il vicino quanto il lontano (anche quando li consideriamo da un punto di vista temporale) sono universi altri che meritano tutta la nostra attenzione, arrivando a farcire delle loro risonanze quotidianità così diverse eppur simili alla nostra.
Il tema della paternità intesa come “origini” – ma poetiche, in questo caso – è poi al centro del saggio di Sara Bini La via della poesia (Nulla Die, 2026), dove l’autrice toscana (eccellente poetessa, come da me già evidenziato qui e qui) tratteggia un percorso attraverso numerosi testi della tradizione letteraria, tale da suggerire ai lettori qualcosa di più di una mera esperienza intellettuale: una via, anzi la Via – intesa come il Tao, che vuol dire proprio questo, come ben sottolinea Rodolfo Carone nella sua prefazione – per scendere nel profondo, nei territori dell’anima, e lì auspicabilmente trovare la scintilla dell’ispirazione o comunque un’epifania capace di (contribuire a) dare una direzione alla nostra esistenza. L’autrice suggerisce anche degli “esercizi” di attenzione, lettura e scrittura, in particolare partendo da citazioni di molteplici scrittori, poeti, musicisti e artisti in genere (dico solo che la più bella per me è una, altamente filosofica, del lottatore e attore Bruce Lee, tanto per tornare alle arti marziali); ma tutto questo non con l’intento di fornire una sorta di “corso”, bensì di trasmettere degli spunti capaci di condurci là dove lei – che lo racconta – si trovò fin dalle sue prime esperienze poetiche: ovvero, dove il mondo si rivela un tessuto le cui increspature significano, e così incidono sul nostro vissuto.
Il peso del vivere è anche al centro della tragica storia – ma raccontata con mano lieve e capace di trasmettere, nonostante tutto, un senso di conforto – de Le due vite di Andrii Rosliuk di Olivia Crosio (Arkadia, 2026), che scende nel dramma personale e familiare di un brillante giovane musicista e informatico ucraino, che parte per l’Italia (e in specie Milano) con la madre a seguito di un grave problema di salute, sullo sfondo di una situazione economica e sociale già molto difficile nel loro paese. Di questo bellissimo romanzo ho apprezzato in modo particolare la totale carenza di enfasi e melodrammaticità, insomma l’understatement adottato come modalità narrativa ed espressiva capace di restituire il sapore di un’esistenza. Qui è soprattutto la madre del ragazzo, Nataliia, a spiccare, tanto da divenire, nella sua tridimensionale verità, una sorta di archetipo calato nelle cose e nella lotta per (r)esistere. E lo stile di Olivia Crosio, oltre che per una perfetta padronanza delle sfumature della lingua italiana – frutto anche della sua arte di traduttrice letteraria –, si connota per quella “leggerezza profonda” (già da me evidenziata in relazione ad altri suoi romanzi, v. qui e qui) che racchiude in sé le indispensabili doti di sopportazione dei (e reazione ai) saliscendi dell’esistenza.
Questo stesso tema (il peso della vita con le sue difficoltà), proiettato su uno scenario storico non meno tragico, è al centro di Anni di pietra di Diego Zandel (Voland, 2026), dove lo scrittore – anche lui, da me già recensito qui – fa visita, in compagnia con la sua seconda moglie Alessandra, all’isola greca di Kos, che aveva frequentato fin dagli anni ’60 insieme alla sua prima consorte (di origini elleniche) Anna. Durante questo nuovo soggiorno, va in visita alla tomba di Manolis Fourtounis, poeta comunista perseguitato dai vari regimi avvicendatisi al potere in Grecia (con poche pause) a partire dalla fine della seconda guerra mondiale fino all’avvento della democrazia negli anni ’70, e rimasto pressoché costantemente in carcere (e più volte torturato) come prigioniero politico, dato che il Partito Comunista greco (il KKE) era stato messo fuori legge. L’indagine, che procede per conversazioni con gli abitanti dell’isola che l’hanno conosciuto, si traduce in un’alternanza di intensi momenti di dialogo che si svolgono nel presente e di capitoli (proiezioni narrative di quei colloqui) ambientati nel passato – a partire dall’occupazione italiana delle isole dell’Egeo (il Dodecaneso) protrattasi dal 1912 al 1947 e tradottasi (dal 1936, quando il buon governatore Mario Lago fu sostituito da Cesare Maria De Vecchi) in svariate angherie nei confronti della popolazione locale, tra cui il divieto di parlare la lingua greca; per poi passare alla violenta occupazione tedesca dopo l’8 settembre 1943, e infine alle dure vicissitudini politiche greche tra gli anni ‘50 e ‘60 (mai approfondite abbastanza, come denuncia l’autore, perché in genere si parla solo dei regime dei Colonnelli, a partire dal 1967 e fino al 1974) –. Così la Storia, da oggetto di un’indagine, acquista la tridimensionalità della vita vera e diventa materia palpitante, e la pietra della lapide iniziale si specchia nelle rocce della resistenza ellenica durante la guerra e nei decenni a seguire. Sono questi ultimi, appunto, a essere stati chiamati “anni di pietra”, proprio per la loro durezza. Qui, dunque, siamo davanti a una particolare declinazione del termine padri, che si gioca sul confronto con il passato, sì, ma anche sulla tragica ironia di assistere a tanta oppressione e violenza nella terra che anticamente insegnò (letteralmente) la democrazia al mondo. E il libro, tutto incentrato sulla vicenda personale del poeta Fourtounis, si conclude con una vibrante selezione di suoi versi, carichi della tragicità e, nonostante tutto, della bellezza (anche in campo affettivo) della sua vita.
Uno sfondo ottocentesco ha invece l’originale e avvincente giallo (e romanzo storico) dell’autore fiorentino Sergio Calamandrei L’oppio di Firenze capitale (Angelo Pontecorboli Editore, 2025), che racconta la storia di Sabatino Arturi, giovane quasi venticinquenne nella Firenze da poco (siamo nel 1866) capitale del Regno d’Italia, e già soldato dell’esercito sabaudo. Sabatino, nel fermento e nei malumori legati al trasferimento in Toscana dell’intera classe dirigente piemontese e ai correlati lavori di rifacimento della città, cerca (inutilmente, se non come amico) di conquistare le attenzioni di Silvia, ragazza dalla mentalità evoluta e che ha in mente altri obiettivi, per poi però invaghirsi di una bellissima inglese, Kate, dai costumi molto “castigati”. Il tutto, sullo sfondo di alcuni piccoli intrallazzi in cui si è lasciato coinvolgere per racimolare un po’ di soldi, e di uno scenario di traffici internazionali, legati al mercato dell’oppio, che si proiettano sulla città. L’aspetto più convincente di questo piacevole romanzo, oltre alla fluidità dello stile, è proprio la ricostruzione dell’ambiente e dei costumi della Firenze del tempo, della quale l’autore è un grande esperto (nonché raccoglitore di bellissime immagini sulla sua pagina “Firenze Capitale”).
Tanta storia, e tanta apertura sui mondi orientali – anche se visti e percepiti dal punto di osservazione e di esperienza di un viaggiatore nostrano, in partenza dalla Campania – sono anche al cuore dell’ottimo diario di viaggio Tutta la polvere dell’India di Antonio di Vico (Ediciclo, 2025), che racconta il suo avventuroso cammino di 1800 km qualche anno fa in India, da Dharamsala (nel Nord) a Mumbai (nella parte centro-meridionale del subcontinente indiano), che lo porta a uscire dalle comodità e dalle pigrizie della vita tecnologizzata dell’oggi in un momento delicato (dopo la perdita della madre) e di ricostruzione di sé, attraverso un’esperienza capace di metterlo a confronto con tutte le percezioni e le asperità possibili, ma anche con ineffabili momenti di epifania e di compassione, osservandosi nello specchio dei luoghi e dei volti delle persone incontrate lungo la strada, spesso incredibilmente generose nonostante la grande povertà. È un ritorno alla fonte della percezione, una riduzione ai minimi termini dei fardelli della contemporaneità per riportarsi al livello-terra, dove emerge la Vita in tutte le sue valenze. Lo stile dell’autore, coerentemente con questa visione, è semplice ma carico di un’intensità emotiva e di un nitore percettivo pregevoli, quasi come una raccolta di foto (e ce ne sono di molto belle, in fondo al volume) senza fronzoli eppur dense di colore e, direi quasi, di odore e sapore.
Il tema delle fonti e della paternità, ma stavolta in senso letterario e linguistico, è poi al centro dell’originale romanzo di uno dei più importanti scrittori italiani contemporanei, Antonio Moresco, scritto per la collana “Pennisole” dell’editore Hopefulmosnter, diretta da Dario Voltolini. Parlo de I due, opera spassosa e particolarissima nel raccontare in toni “estremi”, e a tratti istrionici e paradossali, il rapporto tra un autore e un suo (bisbetico) traduttore. Tema che, per il lavoro che faccio (anche se non per affinità di caratteraccio con quell’ipotetico traduttore), mi è quanto mai vicino. Il testo, scritto da Moresco pensando (simpaticamente) al suo traduttore francese, si caratterizza per volute iperboli “volgari”, che sono quasi più un esercizio di stile – con una verve à la Cecco Angiolieri, mi verrebbe da dire –, e imbocca la strada dell’assurdo e del nonsense per raccontare la ricerca di unità e di senso in quella che è una delle professioni più delicate in ambito culturale, troppo spesso confinata entro i limiti di un mero “artigianato”, mentre è impastata di arte e di vita, anche con tutte le sue sporcizie e bassezze “materiche”, e rischia a più riprese di convertirsi in una ricerca ossessiva, perdendo così un equilibrio sottilissimo. Attraverso questa sorta di filastrocca intellettuale, Moresco ce lo fa capire in tono semiserio, ma in realtà, dietro quel velo grottesco, profondamente consapevole.
Sempre a proposito di ambiti e generi purtroppo (in Italia) spesso relegati in un contesto a sé – quasi una “riserva indiana” –, voglio ora soffermarmi su un recente lavoro (anche se parte di una ricerca narrativa che procede da anni, v. L’Impero restaurato, che nel 2014 vinse il Premio Urania) di uno dei fondatori del movimento connettivista (qui un mio articolo sul tema di qualche anno fa). Parlo di Earth-bound. Saga dell’Impero Connettivo (Vol. 1) di Sandro Battisti (D Editore, 2025). Lo possiamo considerare il prequel di tutta questa saga ideata dall’autore romano, che ha al proprio centro l’idea di un impero che domina lo spaziotempo, controllando dalle profondità del cosmo le sorti di molteplici sistemi di potere, tra cui l’Impero romano. Situato sulla linea di confine tra storia, fantascienza e misticismo, questo libro, come tutti capitoli della saga, si connota per un fascino plurisemantico, che dietro ogni parola, scelta con precisione evocativa quasi “sensitiva”, lascia intuire un ampio ventaglio – direi quasi (per attinenza) un “multiverso” – di possibilità. A dimostrazione di come “fantascienza”, proprio come (lo si è visto prima) “sport”, non sia una parolaccia in ambito letterario, anzi!
Vorrei però concludere questo articolo – anche perché sto per partire per la Sicilia, per varie presentazioni dei miei libri – con il toccante libro La mafia non deve fermarvi (Rizzoli, 2023) di Rosaria Costa, moglie di Vito Schifani, uno dei membri della scorta del giudice Giovanni Falcone, morto il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci, quando il loro bambino aveva appena quattro mesi. Si tratta di un’opera (auto)biografica scritta con mano sensibile e capace di rendere tanto gli aspetti più belli della sua giovinezza quanto quelli più strazianti di quel drammatico periodo. E poi, nella parte finale, offre una prospettiva di vita nuova, in cui l’autrice racconta l’incontro col suo nuovo marito, con il quale avrebbe in seguito abitato in Toscana e in Liguria. È una bellissima storia, capace di riportare alla fonte di una vicenda personale sconvolgente, per poi da lì ripartire (il libro, infatti, nasce come una sorta di confessione la cui esigenza era maturata in lei in sede psicoterapeutica). È perciò veicolo di un messaggio potente e fondamentale, che ci insegna a reagire e ad andare sempre avanti con coraggio, entusiasmo e determinazione.
Giovanni Agnoloni
Le recensioni su La poesia e lo spirito




