Il conciaossa
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Si era addormentato tardi ascoltando i suoi amati radiodrammi, forse a mezzanotte, forse all’una del mattino, il tempo da sprecare o dimenticare non era comunque mai abbastanza, e più che il contenuto delle storie, a catturarlo nel sonno era solo la voce rassicurante dell’attore che le raccontava.
La radio era ancora accesa. Trasmetteva uno standard jazz americano. Un timbro di donna che sembrava piangesse col suo canto si diffondeva nella stanza. Per qualche istante Michele era rimasto immobile a fissare al buio la parete davanti a sé, uno schermo nero accompagnato da una colonna sonora triste dove vacillava l’ombra di un corpo che detestava, ma che si piegava ad assecondare ogni suo bisogno.
Erano le tre e un quarto del mattino. Aveva faticato a sollevare la schiena intorpidita. Stentava ancora a tenere gli occhi aperti, ma sapeva bene che il sonno era andato, e che era inutile tornare disteso. Tamburellava con ritmo le dita delle mani sulle cosce, convinto di poter riattivare in questo modo la circolazione sanguigna.
Quindi si era deciso ad allungare il braccio flaccido in direzione del comodino, aveva spento la radio e acceso l’abat-jour. Tentava di concentrarsi, per entrare in sintonia col turbamento che lo agitava.
Nell’aria avvertiva ancora l’aroma del ragù, ma al senso di nausea che risaliva dallo stomaco per il pesante lavoro dei succhi gastrici ancora impegnati a digerire il troppo cibo ingerito la sera prima, il suo cervello opponeva compiaciuto il gusto provato a cucinare e divorare la sua cena.
Il ragù lo aveva preparato rigorosamente alla bolognese, con la pancetta di qualità e la salsiccia comprata da Tore e un goccio di latte per ammorbidire il macinato, facendo cuocere il sugo a fiamma bassa per oltre tre ore. Era avanzata della pasta, per abitudine faceva sempre porzioni abbondanti, e ora poteva alzarsi e terminarla, non tanto per fame ma per gola, e anche per placare quel senso d’insoddisfazione che la notte si apriva come una voragine.
C’era, però, anche un’altra sensazione, che lui amava chiamare preveggenza ma che era perlopiù istinto. Lo inchiodava ora come un cane che sente l’avvicinarsi di un estraneo, e che prima di abbaiare tende le orecchie e s’immobilizza in uno stato d’allerta.




