“La firma del re” su Mangialibri
La firma del re
Reggia di Stupinigi, settembre 1852. Seduto alla sua scrivania di noce, Vittorio Emanuele II legge a voce alta i documenti consegnatigli dall’intendente generale di Sardegna: le carte contengono accuse di concussione e abuso d’ufficio mosse al sindaco del paesino sardo di Tresnuraghes. Il re ad un tratto si ferma, impugna la penna d’oca e, con un gesto deciso e sicuro, firma il decreto, inaugurando, nel silenzio della maestosa Palazzina di Caccia, l’inizio di una nuova epoca di equità e giustizia anche per le province più lontane del suo regno… Tresnuraghes, agosto 1838. Il feretro di donna Minnia Sulas, preceduto dalla Croce parrocchiale, avanza lentamente verso la chiesa di San Giorgio, mentre la folla si apre rispettosa al suo passaggio. Lo seguono le Confraternite di Santa Croce e del Rosario. Accanto alla cassa, c’è la guardia d’onore con le candele accese. I servitori depongono la bara nella grande impalcatura funebre, corredata da un drappellone di velluto nero su cui è ricamato il motto “Obbedienza al Re”. Nella chiesa è presente tutto il villaggio, ma il funerale cela tutta l’ipocrisia ed il calcolo interessato della comunità. Tra i fedeli si notano Angelo Maria Piredda, studente beneficato dalla defunta, e suo fratello Giovanni Antonio Piredda, i cui occhi registrano accuratamente tutto ciò che vedono. In prima fila sono seduti Giovanna Rosa, la nipote prediletta di donna Minnia, col volto impassibile coperto dal velo nero e un fazzoletto immacolato nella mano destra, e il marito, avvocato Andrea Marongiu, preoccupato unicamente della successione. Poco distante c’è donna Peppa, sorella minore della defunta, insieme alla sorella maggiore Vittoria. Nelle retrovie della navata c’è il figlio di quest’ultima, altro nipote di donna Minnia, Antonio Michele Cugurra, pieno di livorosa invidia verso l’avvocato, accanto alla propria moglie. Vicino all’ingresso laterale vi è invece il giovane don Battista De Schreiber, dallo sguardo freddo e calcolatore, che appartiene ad un ramo laterale della famiglia ed è arrivato da Genova pochi mesi prima…
Muroni scrive nell’introduzione che, attraverso protagonisti realmente esistiti intrecciati a personaggi immaginari, ha voluto “dar voce a fatti storici documentati e situazioni verosimili, cercando di restituire la complessità di un’epoca di transizione”. La storia prende l’avvio dalla morte della nobildonna più autorevole del paese di Tresnuraghes, evento che praticamente coincide con l’arrivo in paese di un affascinante “straniero”, don Battista De Schreiber, che si fa strada nella comunità fino a diventarne il sindaco, riuscendo, con l’astuzia e con l’inganno, uniti alla più assoluta mancanza di scrupoli, a controllare tutto e tutti nel giro di pochi mesi, con il pretesto di voler portare ordine laddove regnava il caos. Don Battista si rende colpevole di corruzione, ricatto, peculato, usurpazione di proprietà, estorsione, falso in atto pubblico e molti altri reati, tutti commessi sotto l’apparenza ingannevole di voler generosamente e disinteressatamente aiutare i compaesani, in realtà con l’unico scopo reale di soddisfare un’insaziabile sete di potere. Muroni descrive molto bene e in modo particolareggiato le manovre e le manipolazioni del personaggio, anche se a volte indugia un po’ troppo nella descrizione della “tela del ragno” tessuta da lui. Sicuramente troviamo una maggiore verve nella parte centrale del romanzo, in cui la trama vira efficacemente sul giallo à la Arthur Conan Doyle grazie all’entrata in scena del giovane Giovanni Antonio Piredda, al servizio di don Battista in qualità di segretario. Questa sequenza rappresenta il vero punto di svolta della situazione, in quanto segna l’”inizio della fine” del protagonista, come capiamo dalla descrizione della rivolta del mulino. Dice il Piredda: “Non godo della vostra caduta, eccellenza. La vostra caduta è la caduta di un’idea in cui, per un po’, ho creduto anch’io. L’ idea che l’intelligenza da sola bastasse a governare il mondo, senza il cuore”. Ed è proprio la sua la voce che, come alter ego dell’autore, racconta tutta la storia con la sua “morale”: “Ma Giovanni Antonio Piredda aveva appena iniziato a vivere, custode di una memoria che sarebbe diventata monito per le generazioni future”. La firma del re è l’atto decisivo e giustizia è fatta anche nei confronti delle classi dirigenti, di cui De Schreiber è un esponente, ma questo è solo l’inizio per i tresnuraghesi: “Ora che lui non c’era più, si apriva davanti a loro un baratro nuovo, vertiginoso e sconosciuto: la libertà. E la libertà, scoprirono in quel pomeriggio ventoso dove il maestrale fischiava tra i vicoli vuoti, fa paura quanto la prigionia, perché la libertà non offre scuse, non offre colpevoli a cui addossare i propri fallimenti”. Finale dostoevskjiano che riscatta i punti deboli di certe lungaggini e ridondanze che troviamo qua e là.
Simona Ajmone
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