“La laguna del disincanto” su Mondospettacolo
Massimiliano Scudeletti: una penna tra ombre e verità | INTERVISTA
Massimiliano Scudeletti è uno scrittore e documentarista italiano noto per la sua capacità di intrecciare le complessità della realtà con una narrazione avvincente. Con una vasta esperienza nei documentari e reportage di viaggio, Scudeletti ha sviluppato un occhio critico per le ambiguità del mondo, riflettendo queste tematiche nei suoi thriller psicologici. Nel suo romanzo “La laguna del disincanto”, Scudeletti esplora il lato oscuro della società moderna attraverso il personaggio di Alessandro, un uomo costretto a confrontarsi con il proprio passato in un contesto di oscure cospirazioni. Le sue opere, ambientate in iconiche città italiane come Venezia e Firenze, offrono una prospettiva nuova e sorprendente su luoghi spesso stereotipati, arricchendo la narrazione con un profondo rispetto per le verità scomode e complesse.
In “La laguna del disincanto”, il protagonista Alessandro è costretto a confrontarsi con il suo passato e con oscure cospirazioni. Cosa l’ha ispirata a creare un personaggio così tormentato e complesso?
La laguna del disincanto nasce dalla visione di un mondo che ha perso il canto, la capacità di meravigliarsi. Un presente spietato, oscuro, dove antiche credenze si mescolano alle forme iper-moderne dello sfruttamento. Per aggirarsi in questo vuoto morale avevo bisogno di un personaggio che non fosse un tipico investigatore né, tantomeno, un eroe. Alessandro è un uomo che ha già conosciuto il buio, conscio del rischio morale che corre. Come un “malato recidivo”, si riavvicina a un terrore già conosciuto e per questo ancora più spaventoso.
Nel romanzo questo ritorno nell’oscurità avviene attraverso i bambini degli altri: è un po’ come se Hans e Gretel (Alessandro) si ritrovassero di nuovo davanti alla casetta di marzapane tenendo per mano i loro nipoti. Non sono mai veramente fuggiti, Alessandro non si è mai veramente salvato, ma proteggendo loro, è costretto a guardare finalmente le proprie ferite.
Il Suo romanzo affronta temi difficili come il lato oscuro di Internet e l’infanzia violata. Quali sfide ha incontrato nel trattare questi argomenti e come ha mantenuto l’equilibrio tra sensibilità e narrazione?
Il romanzo non affronta il lato oscuro di Internet come tema, ma come condizione. Il vero orrore non è ciò che accade nel buio della rete, ma il fatto che quel buio sia perfettamente integrato nel funzionamento del mondo visibile. Non c’è frattura tra superficie e abisso: c’è continuità.
La sfida, nello scrivere, è stata evitare due trappole ugualmente pericolose: l’orrore spettacolarizzato e l’orrore moralizzato. L’infanzia violata non viene mai usata come leva emotiva, perché sarebbe una seconda violenza. Viene invece trattata come ciò che mette in crisi ogni narrazione adulta: progresso, controllo, sicurezza.
Mi sono dovuto addentrare in un mondo così corrotto che spesso allontanavo lo schermo, maturando un rispetto enorme per chi contrasta giornalmente la pedopornografia. Ho pensato che facesse parte del patto con il lettore raccontare verità e non approssimazioni, ma oggi non lo rifarei.
Lei ha una vasta esperienza nella realizzazione di documentari e reportage di viaggio. In che modo queste esperienze hanno influenzato il Suo approccio alla scrittura di thriller psicologici come “La laguna del disincanto”?
Il documentario mi ha insegnato una cosa fondamentale: la realtà è sempre più ambigua di quanto immaginiamo. Nei reportage non esiste una verità unica, ma una stratificazione di punti di vista, silenzi, omissioni.
Questo approccio si riflette nella struttura del romanzo, che procede per accumulo e disallineamento, più che per spiegazione. Come nel documentario, anche nella scrittura cerco di lasciare spazio all’osservazione, al dettaglio apparentemente marginale, che spesso è quello che rivela di più. Sostanzialmente poi la Laguna è esattamente questo: un viaggio, una caduta a spirale verso l’attrazione di un buco nero. Il riferimento per eccellenza di questo romanzo è “cuore di tenebra” di Conrad, al posto dell’Africa, il Dark Web.
La Sua opera è ambientata in luoghi iconici come Firenze, Bologna e Venezia, ma li presenta sotto una luce diversa. Come descriverebbe il ruolo dell’ambientazione nel Suo romanzo e quanto è importante per lo sviluppo della trama?
Parlare di città che sono state descritte in migliaia di libri è stata una sfida. Queste città, in particolare Venezia e Firenze, si sono tramutate nei “non -luoghi” di cui parla Marc Augè, e infatti girando per i loro meraviglioso centri storici troviamo negozi e un’atmosfera che è la stessa dei duty free degli aeroporti. Una sorta di palcoscenico dove si replica giornalmente l’immagine stereotipata che si disfa verso sera; io ho voluto raccontare la stanza degli attrezzisti, gli angoli in ombra dove ancora ci si può incantare, vivere un’avventura. la Firenze cinese, la Venezia di Porto Marghera schiacciata tra la bellezza monumentale e l’inquinamento, tutte bellezze lontane dall’immagine da cartolina che normalmente si racconta e dall’uso consolatorio delle città d’arte.
Con la sua esperienza nel campo della cultura tradizionale cinese e della scolarizzazione degli adulti immigrati, come crede che questi interessi abbiano arricchito la Sua scrittura e la Sua visione del mondo nei suoi romanzi?
Il confronto con altre culture, e in particolare con la cultura tradizionale cinese, mi ha insegnato a diffidare delle narrazioni lineari. L’idea occidentale di causa-effetto non è l’unica possibile, e questo ha influenzato profondamente la struttura dei miei romanzi. Ripeto spesso che nei rotoli calligrafici il vuoto ha la stessa importanza dei segni tracciati.
Il lavoro con gli adulti immigrati, invece, mi ha messo di fronte a una realtà in cui il linguaggio non è mai dato per scontato. Raccontare, per molti di loro, significa reinventare se stessi in una lingua che non li ha ancora accolti. Questo ha reso la mia scrittura più attenta alle fratture, alle sospensioni, a ciò che resta non detto. La laguna del disincanto nasce anche da lì: dal tentativo di dare forma narrativa a ciò che sfugge alle categorie consuete.
Sara Morandi
L’intervista su Mondospettacolo




