La stamberga del lettore recensisce “La sposa di Tutankhamon”

da: La stamberga dei lettori
La stamberga dei lettori
11 dicembre 2012

 

I Contenuti
Akhetaton, la città che il faraone eretico ha costruito nel deserto, avvolge ogni cosa nella sua placida tranquillità. E mentre il paese precipita lentamente nella guerra e nei disordini, i partigiani del nuovo dio Aton si contrappongono ai sacerdoti della vecchia religione. Nessuno però sembra rendersi conto di ciò che accade. Neanche Ankhesenaton, la giovane figlia del faraone, divenuta sposa reale, che assiste allo sgretolamento del sogno di suo padre, alle insidie che si annidano a corte, alle lotte di potere. Trascinata, suo malgrado, all’interno della mischia, Ankhsenaton, divenuta moglie del giovane Tutankhamon, percepisce tutta l’impotenza della sua posizione e di coloro che un tempo considerava amici e parenti. Morto il faraone, diverrà con il suo giovane marito, l’ago della bilancia di una contesa senza quartiere, il cui premio sarà l’Egitto.

La Recensione di Pythia
“La sposa di Tutankhamon” è ambientato in uno dei periodi della storia dell’Antico Egitto più affascinanti ma anche meno conosciuti e più fraintesi. Il re Amenofi IV-Akenaton è noto come colui che introdusse la rovoluzione monoteista, una sorta di dittatore che sconvolse non solo la religione ma anche la politica del suo tempo, provocando scontento in tutta la popolazione. In realtà le cose andarono diversamente, chi risentì di questo cambiamento furono per lo più i sacerdoti di Amon che si videro privati dei loro privilegi. La versione che ci presenta Musio si avvicina alla versione del “dittatore”, anche se comunque lo fa con garbo e senza nessun intento di critica, anzi.
L’autrice ci offre un acquerello di quel particolare periodo storico: proprio come in un acquerello si distingue un’immagine nel suo insieme, ma con meno precisione di leggono i dettagli, allo stesso modo il romanzo tratteggia un Egitto vivo e concreto, che non viene appesantito dalle minuzie cui ci aveva abituati Christian Jacq anni orsono. Ne esce un ritratto piacevole e fresco, che fa da sfondo a una storia di passione e tradimenti.
La giovane Ankhesepaaton vive nella convinzione che il suo mondo sia l’oasi dorata di Akhetaton, la nuova capitale fatta erigere dal padre in nome del nuovo dio Aton; feste, lusso, benessere, genitori amorevoli, rendono la sua vita un paradiso. Ben presto la fanciulla però si renderà conto che la vita è ben altro, non solo al di fuori dei confini del palazzo reale, ma anche all’interno delle sue stesse mura. Un giorno ricevela visita di un dio a lei sconosciuto, Horus, che le affida un incarico che potrebbe costarle la vita: riportare in auge e sostenere il vecchio credo politeista. La piccola non capisce del tutto cosa il dio le stia chiedendo, ma con grande fede ubbidisce e di nascosto comincia a pregarlo, in attesa dei segni del cambiamento annunciatole. Gli anni passano, le vicende si susseguono non sempre felici – e non anticipo nulla di più – finché in un momento particolarmente doloroso Ankhesepaaton si rivolge a Horus con astio, come una bimba capricciosa: il dio non ci sta e le nega il suo appoggio ora e in futuro, che le predice sarà difficile, per poi sparire dalla sua vita e dal romanzo. In questo ho trovato una grande debolezza del racconto, un’escamotage che avrebbe potuto essere gestito in altro modo: certo non è un difetto tale da rovinare la storia, ma ha comunque il suo peso.
Del giovane Tutankhamon, Musio ci restituisce una versione diversa da quella del fantoccio in mano dei grandi sacerdoti: nonostante l’età, è un principe forte e deciso, che non accetta facilmente i compromessi. Il suo amore per Ankhesepaaton è sincero, forse meno di quello che, come re, dovrebbe mostrare per la sua terra – che dubitiamo senta davvero sua.
I protagonisti storici, Akenaton e Tutankhamon, vengono relegati sullo sfondo dalle rispettive donne, Nefertiti e Ankhesepaaton, che ci vengono mostrate in una veste inaspettata: decise, risolute, sembrano essere loro a tenere le redini del comando. È un punto di vista insolito ma efficace e credibile.
I personaggi secondari, seppur tratteggiati velocemente, riescono interessanti e vivaci – forse solo Horemheb appare e scompare tanto velocemente da sembrare una marionetta, nonostante ricopra un ruolo importante nelle vicene narrate.
Qualche imprecisione (il parto all’occidentale, sul letto, per esempio: nell’Antico Egitto si usava partorire accovacciate), troppi termini in egiziano antico che non trovano spiegazione in nota o in un glossario, una forse eccessiva tendenza alla riflessione personale della protagonista, non pesano comunque sul giudizio complessivo: il romanzo è piacevole e ben scritto, tanto che ho preferito centellinarlo e gustarmelo pagina per pagina.

(Voto 4 stelle)

La Recensione di Tancredi
Tutankhamon, il faraone bambino, è certamente una delle personalità storiche più note, usate e  abusate per i più disparati scopi, un personaggio sul quale si proietta sempre una solida ombra di  mistero e incertezza, come la pesante maschera dorata che di lui la storia ci ha conservato e  tramandato. Dalla leggenda della sua maledizione è stato scritto di tutto e di più. Dunque un romanzo  storico che ne voglia parlare distinguendosi si ritrova una strada in salita, e quanto più ardua è  l’impresa, tanto più forte sarà la sorpresa della sua riuscita. Questo è il caso di La sposa di  Tutankhamon, che sceglie il singolare punto di vista della sua altrettanto giovane moglie,  protagonista di un destino certo non più benevole del suo. Una scelta audace, apprezzabile, un’opera  che intrattenendo e appassionando la lettura restituisce dignità storica a un personaggio  dimenticato, spesso sottovalutato, tuttora dimenticato, sepolto tra le sabbie del deserto.
Colpisce subito la nitidezza del ritratto della giovanissima Ankhesepaaton, terza figlia di  Akhenaton, il faraone artefice del nuovo culto monoteista di Aton, e la celeberrima Nefertiti. Dalla  sua prima giovinezza emerge il profilo di una spesso annoiata giovane nobile, una ragazzina persa  nella vastità del palazzo reale, sballottata dagli appuntamenti di una vita mondana e impegnata nella  solitaria ricerca e definizione di se stessa. Con abilità l’autrice già a questo punto introduce  l’elemento della religione, del culto, che nella storia di Ankhesepaaton e Tutankhamon ricopre un  ruolo fondamentale. Proprio nella sua sentita devozione verso gli antichi dèi, Horus su tutti, in  contrapposizione al nuovo culto imposto dal padre la ragazza cerca e trova una propria dimensione, un  proprio linguaggio, ma soprattutto il proprio destino. Un filo diretto unisce infatti Horus e  Ankhesepaaton, i sogni rivelatori che hanno un gusto arcaico e che ben rispecchia la mentalità  onirica e il sentimento irrazionale nell’età antica. Se fino ad adesso il suo sentimento religioso è  colorato dell’inquietudine e della ribellione adolescenziale, in futuro assumerà una sfumatura più  grave, configurandosi come il compromesso necessario con la corte di Tebe che legittima il potere del  nuovo faraone Tutankhamon, in cambio del rinnegamento di Akhenaton e di tutto il passato della  protagonista.
Altra scelta apprezzabile, la sfumatura data al rapporto tra i due giovani sposi e regnanti. Il loro  incontro avviene nella prima adolescenza: piuttosto che cadere in un banale colpo di fulmine, la  giovane Ankhesepaaton rimane atterrita dalla sua conoscenza, in preda a un sentimento senza nome che  si compone di spinte contrastanti, com’è tipico dell’adolescenza. I due giovani si cercano, si  sfuggono, si ignorano, si punzecchiano. Si ritrovano sposati ancor prima di conoscere se stessi, ma  alla fine l’amore verrà, impetuoso, travolgendo tutto, facedosi più forte di qualsiasi altra cosa.  Scelta singolare dell’autrice, il far leva proprio sulla giovinezza dei due e sulla forza del loro  sentimento, che ha la prorità persino sul destino delle Due Terre. Tutankhamon è forte, intelligente,  maturo, l’emblema del regnante precoce, geniale, eppure non sente di appartenere alla terra che è  chiamato a regnare, non, almeno, più di quanto si senta di appartenere all’amore della sua breve  vita. Ciò è ancor più vero per la protagonista, che in una vita in cui perdite, abbandoni, sacrifici  e lutti si affollano subisce il suo potere come un peso, peraltro sempre precario, pronto sempre a  scivolare via tra i continui intrighi di palazzo. Una scelta narrativa che premia, perché infonde  vitalità e densità alla caratterizzazione dei due personaggi, soffia via la polvere dei secoli e  restituisce un ritratto diverso, ma indubbiamente vivo e coerente.
La sposa di Tutankhamon si rivela dunque un romanzo solido, coinvolgente, stimolante, un  romanzo vivo, che parla e chiede di essere ascoltato. La forza è anche data dalla cura  dell’ambientazione, che cerca di mediare tra particolare e universale, tra dettaglio e resa  dell’insieme, sostenuta da una scrittura adeguata, un lessico ricco che si traduce in descrizioni  vivide che non appesantiscono mai la pagina. La galleria di personaggi secondari non è da meno,  seppur con qualche differenza al suo interno: molto forte è il profilo di Nefertiti, per certi versi  estremizzato. Più sfuggente quello del suo sposo, Akhenaton: eppure si tratta di un unicum nella  storia egizia al pari di Tutankhamon, un faraone ambizioso e idealista, più poeta che politico,  figurarsi militare, ma del suo sogno si vede solo la fine e le sue nefaste conseguenze. Gli altri –  la sorella di Ankhesepaaton, traditrice, il manipolatore Ay, padre di Nefertiti e poi successore di  Tutankhamon, l’oscuro Horemheb, irriducibile antagonista – si riducono alle mere funzioni che sono  chiamati a svolgere nella trama, talvolta comparendo a salti anche piuttosto lunghi.
Il risultato, comunque, non cambia: La sposa di Tutankhamon è una storia che non era ancora  stata raccontata, che si fa leggere e ripaga il tempo concessole.


Arkadia Editore

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