La terza notte con il gatto

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Canela Spritz
Che avevo fatto per meritare tutto questo?
Seduta a terra su un cuscinetto rosso mi guardavo attorno con gli occhi sbarrati. Canela Spritz stava di fronte a noi e parlava, o almeno, io vedevo la sua bocca muoversi. Non capivo bene cosa dicesse, ero troppo impegnata a osservare i miei sette compagni di laboratorio. Una specie di gruppo scout, pensavo, un branco di lupetti.
Sembravamo tutti alunni volenterosissimi di imparare, anche se un pochino spaventati, anzi a dire il vero sembravamo proprio allucinati, in fin dei conti nessuno aveva chiaro cosa sarebbe accaduto o quale fosse la procedura. Canela raccontava la sua esperienza, ma non da psicologa, come sosteneva con orgoglio. Lei ce la voleva raccontare in diretta, così come le accadeva da vent’anni circa. Non era neppure detto che le accadesse oggi, lì, con noi. Non si sentiva bene, era stata sul punto di svenire senza capirne il perché, ma stava già meglio ed era pronta a continuare la sessione, anche se non era facile.
No, non era facile con un pubblico davanti, potevo capirla benissimo, ma se fossimo stati tutti in sintonia lei ci sarebbe riuscita e non sarebbe stata sommersa dal senso del pudore.
Ci avrebbe insegnato e spiegato. Ci avrebbe aiutato a capire, senza ostinazione e accanimento ma con precisa determinazione e dovizia di particolari, del resto era un laboratorio pratico non un seminario accademico. Ce l’avevamo tutti chiaro, o no?




