L’apoteosi di Pio Pacifico

«Dattelo anche a Pio la palla, che già lo sapete che non fa male a una mosca, ohi ohi», implorava signora Cesarina dalla finestra di casa al pianterreno della piazza Solferino, nel quartiere Marina di Cagliari.
La sua, più che un’esortazione era un tentativo disperato di scuotere dall’apatia suo figlio, che come ogni giorno assisteva, da solo, seduto nell’ultimo gradino del sagrato, alla interminabile partitella di pallone tra ragazzi del quartiere.
Pio abitava con il padre Tarcisio e la madre Cesarina in un piccolo appartamento che dava sulla piazza, riconoscibile rispetto alle altre abitazioni per le due finestre con le grate antifurto e i muri scrostati.
In quegli anni di boom economico buona parte dei cagliaritani, come tutti gli italiani, aspirava a futuri miglioramenti. Nessuna aspettativa invece si parava all’orizzonte della famiglia Pacifico, in ciò perfettamente allineata ai ritmi indolenti del quartiere che si spandeva in uno dei colli di fronte al porto.
L’unica prospettiva di avanzamento era riposta nella futura pensione di Tarcisio Pacifico, il capofamiglia, che avrebbe permesso di sommare la nuova modesta entrata mensile allo stipendio da custode, che percepiva per la guardiania della sede della “Società operaia” nella zona di via Sonnino.
Il quartiere Marina mostrava ancora, in quella metà degli anni Sessanta, le piaghe dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale, certificate da intere viuzze di case diroccate.
I genitori di Pio erano stati bambini nel ventennio. Avevano vissuto quotidianamente la propaganda fascista inneggiante a un’Italia nuova e padrona del Mediterraneo. Come tutti i ragazzi di allora avevano coltivato sogni fantasiosi di un mondo migliore, ma la guerra e i bombardamenti degli angloamericani, avevano provveduto a disintegrare le loro aspettative. Finito il conflitto si erano accontentati, negli anni a venire, di una dimensione modesta e senza ambizioni.
Nello stesso modo avevano cresciuto Pio, educandolo a ignorare le illusioni di un futuro migliore, che sono «Le trappole peggiori della vita» gli diceva continuamente Cesarina.




