“Lava” su TELLUS folio
Patrizio Nissirio
Lava
Da Venezia a Napoli, precisamente a Torre del Greco, si trova a muoversi il commissario di polizia Aurelio Di Giannantonio, romano di origine, trasferitosi a Venezia per amore, un uomo di poche parole, ma di fine osservazione. Nel viaggio in treno cerca qualche dettaglio che lo riporti a uno sconosciuto benefattore che a Torre del Greco gli ha lasciato casa e terre nel testamento. Ma è tutto inutile, quel nome non appartiene alla sua vita. Vuole incontrare il notaio, vedere di che cosa si tratta, risolvere rapidamente e tornare a Venezia dove ha lasciato la compagna un po’ preoccupata, soprattutto perché conosce il carattere di lui, che interviene dovunque, se individua una illegalità. Nei vicoli di Torre del Greco ha tutti gli occhi addosso: dovunque si sposti per cercare un posto per mangiare o per dormire già sanno chi è, perché tutti si conoscono lì o sono imparentati, e le voci corrono insieme alla curiosità. Un anziano calzolaio è sempre di vedetta sulla porta del suo laboratorio puzzolente, due sorelle conosciute in trattoria lo aiutano a trovare la casa isolata dell’eredità, felici di collaborare con un commissario venuto da fuori. Piano piano il suo soggiorno si protrae, perché, da commissario di polizia, non può rimanere indifferente davanti al manifesto su cui compaiono i volti di due sorelline scomparse sulla strada di casa. Come non può non farsi domande sugli strani movimenti nel piazzale dell’albergo, che lui, insonne, ha visto dal terrazzo nel cuore della notte. Nonostante quella sia una zona non di sua competenza, la sua etica professionale non gli permette di tornare a Venezia senza avere contribuito a fare chiarezza. Non è solo, ma presto si guadagna la fiducia dell’ispettore del commissariato di Torre del Greco, De Sanctis. Patrizio Nissirio ci porta in una storia dove l’omertà e il sospetto sono ovunque, dove la criminalità prolifera e i criminali stranieri fanno affari con i boss locali con ogni forma di illecito, dove la vita ha perso valore. Chi è il responsabile di un omicidio e ha deturpato la faccia del morto coll’acido? Che cosa ha ascoltato nel segreto confessionale Don Pasquale, che è morto poco dopo? Davvero un uomo si è impiccato o qualcuno lo ha tolto di mezzo? Perché non esiste traccia da nessuna parte dietro un nome di donna? Che cos’è “qualcosa che ha a che vedere con dei congelatori” e viene consegnato di nascosto? Chi sfrutta “la disperazione di chi ha bisogno di soldi” insozzando anche la propria professione? Addirittura il commissario finisce per rivolgersi, contro le regole, a un fuorilegge esperto d’informatica per andare avanti nelle ricerche, e questo gli pesa, deve essere solo una parentesi: “Ma sono un poliziotto, e quindi questa vicenda segna l’ultima volta in cui ho violato e violerò le regole che mi sono dato tanto tempo fa e che non ho fatto altro che disprezzare in queste ultime settimane. Da oggi torneremo a essere un funzionario di polizia e un delinquente. Simpatico e con competenze per me fantascientifiche, ma pur sempre un delinquente”. Del resto “come potevano due poliziotti di buona volontà sperare di vincere? Il nemico non aveva neanche contorni afferrabili, era un garbuglio di serpenti a sonagli: se sfuggivi a un morso alla gola, un altro rettile ti azzannava la mano”. Lo sa bene il commissario Di Giannantonio che ha visto troppo ed è diventato un ostacolo per la criminalità. In gita sul Vesuvio, “Il primo colpo fu al torace, poi un ginocchio. Poi ovunque. Scendeva a balzi sulle rocce sempre più in basso, verso la porta dell’inferno. Non pensava, ma con le mani cercava istintivamente un appiglio. Per un istante vide una fumarola, poi la vista si annebbiò per un colpo alla tempia, e per il vapore che lo circondava”. Un commissario “che era venuto in paese da fuori e per poco non ci aveva lasciato la pelle. E nel frattempo, suo malgrado, aveva scoperchiato diverse anfore piene di serpenti. Molti ne sarebbero stati contenti, alcuni, come dappertutto, sarebbero stati infastiditi, preferendo il non detto e il non saputo a una verità violenta”. Eppure, nonostante tutto, lui aveva cominciato a sentirsi a casa, come se quei luoghi lo avessero accolto. Ma in mezzo a tanti pericoli è riuscito a risolvere il suo problema personale, a capire la ragione dell’eredità? Ha mai visto quella casa in vita sua? Che fine hanno fatto le due sorelline e altri bambini scomparsi negli anni? Patrizio Nissirio tiene incollati fino all’ultima pagina, tutto legando con abilità, fino a disperdere la nebbia e le stratificazioni del tempo e riportare alla memoria del commissario Di Giannantonio una frase sussurrata a lui, ragazzino, da un uomo neppure parente, lo stesso del testamento. “Se avessi un figlio, mi piacerebbe che fossi tu”. Lì si trova la risposta all’eredità e alla scomparsa dei bambini. La bellezza del golfo di Napoli, l’immagine della penisola Sorrentina, di Capri, il profumo di mare, il cielo luminoso, il buon cibo, i rapidi e cordiali rapporti umani, la calda accoglienza del sud, contrastano con la violenza della storia, quasi a volerla mitigare.
Marisa Cecchetti
La recensione su TELLUS folio




