“Le carte del re” su Sardinews

da: Sardinews
Sardinews
Anno XV – maggio 2014

Il Settecento e il mito di Giovanni Maria Angioy nel romanzo “Le carte del re” di Pietro Picciau

 

Ci sono romanzi storici che riescono a restituirci la passione per i fatti del passato utilizzando il mezzo della finzione letteraria; è il caso del libro di Pietro Picciau Le carte del Re, edito da Arkadia nella collana “Eclypse” (pagine 240, €16). Picciau, giornalista all’Unione Sarda, già autore di opere teatrali e di alcuni romanzi, si cimenta in questo caso con uno dei momenti più celebrati, e controversi, della storia della Sardegna di fine Settecento, un frangente in cui forte fu il contatto con quanto accadeva in Europa. Il suo è un racconto che vive nella storia, utilizzando al meglio le potenzialità della scrittura letteraria. Perché la grande storia c’è tutta, quella vera del triennio rivoluzionario sardo, della cacciata dei piemontesi e dell’effimero tentativo dei sardi di conquistarsi un’autonomia sulla base del vento rivoluzionario francese, conoscendo invece con quindici anni di anticipo la Restaurazione. Il protagonista, Julien de Barras, è un giovane parigino, di professione ladro, che si trova a vivere in piano il 1789 a Parigi. È in carcere, alla Bastiglia, il giorno della celebre presa. La fuga che gli viene resa possibile dal caos è un ottimo viatico verso la sua nuova vita da spia offertagli dalla polizia segreta della Rivoluzione. Finalmente, a fine agosto 1792, gli viene assegnata la prima vera missione, destinazione Sardegna e Cagliari in particolare. Il suo compito è di osservare nell’isola come, e in che modo, si stessero affermando possibili moti rivoluzionari sull’esempio transalpino in previsione di un possibile sbarco: una sentinella col compito di controllare chi simpatizzava per la Francia repubblicana, con un occhio di riguardo per personaggi come Giovanni Maria Angioy. È questo il compito che gli assegna il console francese Guys appena giunto nel capoluogo sardo.

Per farcelo rivivere Picciau descrive con penna felice la Cagliari di fine Settecento, riuscendo a far emergere la freschezza dei suoi vicoli con una narrazione che non annoia mai il lettore. La sarda rivoluzione, con le sue pagine epiche ma anche i tanti errori, i tradimenti, il sangue delle illusioni e dello scontro tra pragmatisti e idealisti, le donne sensuali, i generosi ex corsari maltesi anche loro votati alla causa della cospirazione come Delbac, scorre veloce nelle pagine del libro. I protagonisti di quegli anni centrali della storia isolana ci sono tutti: il vicerè Balbiano, Pitzolo, Vincenzo Sulis. Le gesta del 28 aprile sono narrate con buon ritmo e al lettore sembra, in effetti, di ripercorrere le concitate ore di quella che oggi stancamente, dopo gli esplosivi esordi di fine anni Novanta, si celebra come “Sa Die de Sa Sardigna”.

In questo contesto De Barras informa i suoi connazionali di tutte le fasi convulse che stanno caratterizzando i giorni concitati della “Sarda Rivoluzione”, senza esimersi però dal chiedersi se «i sardi, quelli che conoscevo e quelli che avevo osservato, si erano meritati la libertà». Angioy si erge come protagonista degli eventi, lucido ma anche travolto dagli avvenimenti come quando le beghe di campanile tra Cagliari e Sassari indeboliscono fortemente la coesione degli isolani. Egli capisce bene che il popolo deve avere coscienza che non possono essere i nobili trasformisti a guidare il sommovimento nell’Isola, pena la perdita della possibilità di migliorare le proprie condizioni. E De Barras si domanda, di fronte ad un Angioy che vedeva aumentare quotidianamente il suo profilo di leader rivoluzionario, se egli «avrebbe mantenuto lo stesso sangue freddo che dimostrava di possedere in quel momento». Il suo viaggio dal Sud al Nord della Sardegna è l’itinerario di un leader rivoluzionario in pectore, accolto da folle adoranti affascinanti dal suo invito a non inchinarsi ai potenti. Quella di Angioy però, come sostiene De Barras, non voleva certo essere una rivoluzione sanguinaria ispirata ai principi del Terrore, quanto un moto di affrancamento e di liberazione capace di risvegliare le coscienze dei sardi, ad iniziare dalle classi più umili, e di stimolare le migliori intelligenze. La pace fra francesi e piemontesi fece però tramontare ogni illusione dei cambiamenti, così l’Alternos Angioy scoprì improvvisamente di essere considerato «un ribelle sia dagli Stamenti che dal Vicerè». La fine della possibilità di innescare un sommovimento con il beneplacito francese è tratteggiata da Picciau con dialoghi quasi teatrali e restituisce bene i desideri, vani, di riconquistare l’Isola alla causa della libertà e dell’emancipazione sociale.

Angioy, sconfitto, vive un lungo esilio francese che ne avrebbe fiaccato il morale e il fisico, mentre i suoi seguaci e sostenitori, tra cui lo stesso De Barras, sono perseguitati, sprigionati e torturati anche dopo molti anni da chi voleva vendicarsi contro coloro che «avevano cercato di opporsi alla monarchia e alla tirannia dei baroni». In realtà dietro quella persecuzione c’era qualcosa di più forte, documenti scottanti che spaventano i potenti e che avrebbero potuto dare nuova linfa al moto rivoluzionario. E che giocheranno un ruolo sino alla fine all’interno di un romanzo che ha l’indubbio merito di farci rivivere tramite il racconto letterario le pagine emozionanti di un pezzo importante della nostra storia di sardi.

(Gianluca Scroccu)


Arkadia Editore

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