“Le donne di Balthus” su Gli sComunicati

da: Gli sComunicati
Gli sComunicati
24 febbraio 2016

Le donne di Balthus

 

I destini di tre donne, si intersecano in questa storia che trascende – in alcuni tratti – la realtà. Tre destini che si incontrano, e una trama che si dipana intorno a un mistero, sulle tracce di un celebre quadro di Balthus: “La chambre”. Un disegno, ritrovato all’interno di una vecchia abitazione, “La casa color glicine” come la chiama la protagonista – Selene – che è anche il personaggio più intrigante di questa storia. Nella “Casa color glicine”, ormai abbandonata da molto tempo, anni addietro era morta una bimba in circostanze misteriose. La trama si espande fra misteri, intrighi, cenni che a tratti sembrano valicare il mondo reale. Ma attenzione, non è prettamente un romanzo giallo, né rosa. Forse più un noir a tinte glicine e con qualche pennellata di rosa. Selene – la protagonista del romanzo – è una donna dai mille colori e dalle poliedriche sfaccettature. Vive, con la famiglia, in un ambiente che le sta stretto: un villaggio dimenticato da Dio in Sardegna, il cui nome – “S’Inserru” – dice tutto: tradotto significa “La prigione”. La scoperta di un misterioso disegno all’interno della casa abbandonata, è la scintilla che mette in moto una serie incredibile di accadimenti, che coinvolgono via via, più persone. La trama del libro è avvincente, coinvolge col suo ritmo serrato, quasi – a tratti – spinto all’eccesso. Ma è ciò che porta il lettore ad andare avanti nella lettura, alla ricerca della soluzione di un enigma descritto in maniera tale da svelare, di pagina in pagina, quel tanto che basta a desiderare di risolverlo. Valentina Neri ha pubblicato Le donne di Balthus (Arkadia) per ciò che le hanno trasmesso le opere del maestro Balthasar Klossowski de Rola (1908-2001) e, a quindici anni dalla sua scomparsa, è stato ristampato in suo tributo. Lo scorso venerdì 29 gennaio, è stata ospite della libreria Ibs+Libraccio (via Nazionale 254/255), dove ha dialogato del romanzo insieme al critico Filippo La Porta e a Calogero Pirrera di “Artribune”.


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