“Le due vite di Andrii Rosliuk” su Tellusfolio
Le due vite di Andrii Rosliuk
Andare avanti e indietro dall’Ucraina a Milano per Nataliia ormai è un’abitudine: l’ha fatto nel maggio del 2022 durante la guerra, quando è fuggita da Dnipro col figlio perché lui si potesse curare in Italia; lo ha fatto nel luglio 2023 quando è tornata a trovarlo durante le vacanze; arriva di nuovo a dicembre dello stesso anno, in pullman insieme a mogli, madri, anziani e anche giovanissimi. Il viaggio dura due giorni.
Un romanzo che non teme la verità, quello di Olivia Crosio, con una storia di persone reali che hanno la vita sconvolta dall’invasione delle forze russe e da una malattia.
Andrii ama la chitarra, il suo vicino la batteria. Negli anni del liceo hanno cercato altri musicisti e creato un gruppo musicale. “Iniziano a pubblicare la loro musica sui social, ma molto presto vengono chiamati a suonare in tutta l’Ucraina. Scrivono loro musica e testi, gli viene facile, hanno menti creative che sfornano idee a raffica. Registrano i loro dischi in uno studio”. Nel 2014 il gruppo si scioglie.
Lui, che è un ingegnere termofisico, si trasforma in un software engineer: “Dopo cinque anni di università e un anno in azienda come ingegnere termofisico, Andrii, che abita già da solo, è venuto a cena per annunciare che quel lavoro lo annoia e non lo vuole più fare”.
Quando gli viene diagnosticata una leucemia che necessita di speciali cure chemioterapiche, non si lascia abbattere, del resto “la tristezza non è cosa per i Rosliuk, la considerano una perdita di tempo, uno stato d’animo in cui è inutile indugiare. Loro la tristezza la provano, e poi decidono che è ora di smettere di provarla”.
“Nataliia è insegnante nella sua scuola – dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica ottenuta nel 1991, il suo posto nella fabbrica di componenti per missili aerospaziali in cui lavorava come ingegnere elettronico […] a Dnipro non era più così sicuro”. Da giovane studentessa a Odessa ha frequentato le discoteche dove si ballava sulle canzoni di Al Bano e Romina, Celentano, Toto Cutugno… e ne ricorda le parole.
In Ucraina gli ospedali sotto attacco mancano di sicurezza e di terapie, perciò i medici hanno inoltrato richieste in Europa perché accolgano i loro malati. Anche Andreii è nella lista, così inizia la sua seconda vita, quella di Milano, tra l’ospedale e un piccolo ambiente a disposizione. Riceve molta attenzione, conosce la professionalità del personale medico, la disponibilità e la condivisione degli altri malati.
La madre, che vede il figlio diventare magro come un fil di ferro, quasi scomparso dentro i pantaloni della tuta, si rincuora quando lo vede mangiare: “Per una madre, che sia russa, ucraina, nera, pellerossa, italiana o anche solo un’orsa, vedere che il figlio ha appetito è sempre rincuorante”. Ma quei momenti di ritrovato appetito non bastano, come non saranno risolutive le cure.
Madre e figlio condividono spazi, dolore e speranza. Il caos e le strade di Milano dapprima spaventano la donna: “Gli ucraini nella pianura sconfinata si sentono a loro agio, è il loro mare, con orizzonti verdi e infiniti”. Non conosce l’italiano, ma lei si fa capire con frasi delle canzoni su cui ballava da ragazza; impara a orientarsi nella città per andare in ospedale; sa creare legami, sempre positiva, vivace, creativa, instancabile.
Andreii capisce bene che tutta quell’energia, quel darsi da fare, quel cercare contatti umani, sono un modo per sopportare il dolore. Sa anche che se non fosse in ospedale a Milano, lui dovrebbe essere in guerra nel suo paese. Non c’è una apertura alla gioia, per Nataliia: “So che non sei felice di questo, ma se torno in Ucraina da uomo guarito dovrò andare in guerra. Cosa preferisci?”
Non è facile rispondere. “Nataliia pensa a Putin e le viene voglia di chiudergli le mani intorno al collo e stringere, stringere fino a farlo diventare blu”. Nel loro viaggio verso il confine polacco hanno visto la distruzione: “Che follia, che follia”, continua a ripetere Andrii, ogni volta che fuori dal finestrino sfilano macerie fumanti, ambulanze con il loro ululato disperato o carri armati distrutti”.
L’energia e la positività della madre sono di sostegno al figlio, ma anche lui lo è per Nataliia, che soppesa ogni sua parola, che si attacca a ogni spiraglio di luce: “Quindi suo figlio continua a fare progetti, che sono il sale della vita. Un progetto è un ponte lanciato nel futuro e lei ha un grande bisogno di crederci, nel futuro”. Lui ha scoperto quanto è bella l’Italia e vorrebbe restare.
È una lotta per la vita combattuta insieme, madre e figlio, quasi come una seconda fase prenatale, nella consapevolezza di avere davanti due strade parallele, quella della guarigione e quella della morte. I sogni turbano Nataliia, li teme perché crede che siano premonitori, come il sogno di quelle pantofole bianche che nella cultura ucraina si mettono ai piedi dei morti. Anche l’età di Andreii crea turbamento, infatti nella antica credenza ortodossa l’età della morte di Cristo è critica: se a una persona deve capitare qualcosa di brutto, capita in quel momento.
Andreii sente diminuire le speranze, ha bisogno di prendere atto del suo stato da solo, di fare i conti con la sua vita, non è facile prenderne congedo: “Torna a casa”, le dice lui un giorno, brusco. Non vedi che restando qui mi costringi a farmi carico anche della tua angoscia? Lo sento, sai, che spii ogni mio respiro?”
Hanno ricevuto amore e amicizia in un percorso difficile, in una terra straniera non si sono sentiti soli. “Immagina,” dice lui alla sua amica Olona,” che ti si avvicinino solo quelli che hanno intenzione di aiutarti, offrirti qualcosa, farti un favore senza volere niente in cambio. Nessuno che si sfoga con te dei propri problemi perché sanno che tu ne hai uno molto più grande”.
Sanno che i medici hanno fatto tutto il possibile. E sono stati vicini, madre e figlio, come mai lo erano stati. “Dottore, mia vita dura, mia vita bellissima”, saluta Nataliia con uno sguardo lucido, a testa alta. “Grazie”.
Marisa Cecchetti
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