Pietro Picciau su L’Unione Sarda

Da L'Unione Sarda

L’Unione Sarda
4 aprile 2018

La Sardegna degli intrighi tra barbareschi, spie e ladre

C’è un rapimento e uno in preparazione che se fosse andato a segno avrebbe cambiato il destino della Sardegna. Da un parte (siamo nel 1816) in catene c’è l’agente segreto francese Julien de Barras messo ai ferri in uno dei bagni penali d’Algeri e destinato alla schiavitù, dall’altra c’è l’illustre…
Oltre non si può dire a chi da oggi vorrà acquistare il superlativo romanzo “Il principe d’Algeri” (Arkadia editore). La penna è quella di Pietro Picciau (ex giornalista de L’Unione Sarda), autore che senza proclami (è nel suo carattere) ha costruito una robusta carriera letteraria ma soprattutto una capacità narrativa rara, meritevole di una definitiva ribalta nazionale.
Siamo al terzo passo della trilogia della Restaurazione. Facciamo il punto.
«Sì. Se con “Le carte del re” ho raccontato la parabola politica e umana del giudice Giommaria Angioy tra il 1793 e il 1808, con “Il marchese di Palabanda” il tentativo di rivolta antipiemontese del 1812, con questo romanzo chiudo quel periodo facendo muovere i personaggi su tre scenari: il colera, la fuga a Napoli del viceré Carlo Felice e il tentativo di mettere fine alla tratta barbaresca degli schiavi dopo il Congresso di Vienna del 1815».
Siamo abituati a una narrazione della Sardegna spesso avulsa dagli eventi internazionali. Qui è al centro di intrighi, interessi commerciali e culturali mondiali. Perché questa scelta?
«Non ho mai creduto a una completa marginalità della Sardegna né sotto i Re Cattolici e gli Asburgo di Spagna e né, tantomeno, dopo il 1720 sotto i Savoia. La Storia è fatta anche di piccoli fatti, di contatti e di scambi, di idee, scontri e alleanze tra donne e uomini che viaggiano e si incontrano. Immaginiamo il porto di Cagliari nei secoli passati: era punteggiato di vascelli provenienti o in partenza per i porti di mezza Europa. I personaggi dei miei romanzi si muovono in quel clima».
Dalla “Recluta di Aden” e “Operazione Babilonia” in poi al centro dei suoi libri c’è sempre l’intreccio spionistico seppur coniugato in epoche diverse. Perché?
«Mi affascina l’intelligenza che sta dietro le mosse degli uomini. L’agire umano è frutto di istinto e saggezza ma in certi ambiti occorre muoversi con calcolo e conoscenza. Da qui l’azione degli specialisti dell’intrigo romanzesco».
Qual è il ruolo attuale del romanzo storico?
«Offrire ancora chiavi di lettura di pagine o periodi più o meno oscuri del passato».
Perché decidere di affrontare l’epoca a cavallo tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento?
«È stata una stagione ricca di personaggi avventurosi e tragici – da Vincenzo Sulis a Gerolamo Pitzolo, da Angioy al terribile giudice Valentino fino agli eroi di Palabanda – ma anche di speranze e velleità finite nel sangue. Tuffarsi in quegli anni è come riappropriarsi della nostra memoria storica».
Esiste una forte analogia tra quel periodo storico e l’attuale?
«Oggi come allora fatichiamo a stabilire un rapporto di pari dignità con chi ci comanda. Forse perché, come in quegli anni, non siamo uniti come dovremmo essere».
Quali sono i due protagonisti-guida letterari?
«L’ex ladro parigino Julien de Barras e l’ex pirata maltese Delbac, già presenti nei due libri precedenti. Tutto ruota attorno alla loro azione».
È un romanzo corale, quindi ci sono anche figure minori, come il viceré Carlo Felice. O è meglio dire Carlo Feroce?
«Di Carlo Felice sono stati espressi giudizi severi sulle sue qualità umane e sulla durezza del suo sistema giudiziario e carcerario. Certo non ha lasciato un gran ricordo nella memoria dei sardi. Io lo raffiguro come personaggio dedito più ai piaceri e al disimpegno che alla riflessione e alla fatica del governare».
Il rapporto con lo schiavismo arabo. Nel libro emerge una forte complicità con alcuni sardi. La Storia ci ha raccontato questo o è una licenza?
«La Sardegna ha vissuto fino alla metà dell’800 con la paura delle scorrerie saracene. Chi finiva schiavo tornava a casa soltanto dopo aver pagato un riscatto. Il romanzo, con qualche licenza, affronta il complesso rapporto di complicità che esisteva tra rapitori, informatori rinnegati e chi, a fatica, cercava di riportare a casa gli infelici che finivano nei terribili bagni di Algeri».

Francesco Abate


Arkadia Editore

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