Luoghi Letterari Sardegna 2

Senorbì, estate 1994
Avevo quattordici anni quando capii, senza che nessuno me lo dicesse, che Senorbì non era soltanto il paese in cui erano nati e cresciuti i miei genitori, ma il centro silenzioso di un’inquietudine più antica, qualcosa che veniva dalla terra stessa e che noi da bambini, con la nostra incoscienza e inconsapevolezza fatta di biglie, merende e biciclette storte, percepivamo solo come un’eco lontana, senza comprenderla davvero fino in fondo.
Io, a dire il vero, in quel paese ci ero solo nato: i miei genitori si erano trasferiti nel continente poco dopo la mia nascita e, da quel momento in poi, ci avevamo fatto ritorno solo d’estate, prima con regolarità e poi ad anni alterni. Lì probabilmente avevo imparato a camminare, lì sicuramente avevo percorso il numero maggiore di chilometri in bicicletta, lì certamente avevo appreso il senso profondo di appartenenza, di sentirsi parte di un luogo, di lasciare che lo spazio diventasse qualcosa che sedimenta invenzioni, che produce immagini profonde, che lascia un segno indelebile nel modo in cui raccontiamo storie o ne sentiamo l’eco sin dove risuona ogni cosa dentro di noi.




