Marco Di Tillo con “Dodici giugno” su L’Unione Sarda

da: L'Unione Sarda
L’Unione Sarda
20 dicembre 2014

Esce “Dodici giugno”: tre uomini uccisi allo stesso modo, un caso tra Roma e Cagliari. Giallo fra sacro e profano. Una nuova indagine per l’ispettore Sangermano

Il primo cadavere è già servito a pagina 14: un giovane seminarista trovato morto nel Pontificio Seminario Romano. È il 12 giugno 2013. Panico e paura di scandali in Vaticano. Ma l’indagine si ricollega ad altri due casi, due uomini giustiziati tempo prima, a distanza esatta di vent’anni: nel 1973 e nel 1993, sempre lo stesso giorno di giugno: cambia l’arma del delitto, resta uguale un particolare inquietante: tutti i morti hanno l’anulare reciso. Un nuovo rompicapo per l’ispettore Marcello Sangermano e la sua squadra dell’Uocs, unità di polizia operativa per i crimini seriali. Una indagine che si sposta dalla Capitale, a Viterbo e Cagliari, con un risvolto inaspettato. Poco si può aggiungere per non rovinare il prezioso gioco di incastri narrativi temporali e geografici, fulminanti dialoghi, personaggi ritratti con veloci pennellate che con abilità Marco Di Tillo regala ai lettori in questa seconda avventura poliziesca dell’ispettore Marcello Sangermano, Dodici giugno (Arkadia editore, pag. 252, euro 16), che arriva dopo Destini di sangue . Nel passato c’è la chiave per risolvere il crimine, nella pazienza riflessiva e nell’intuito di Sangermano il modo investigativo per arrivarci. Ecco il valore aggiunto di un godibile noir che si legge tutto d’un fiato: Di Tillo ha inventato un poliziotto che non assomiglia ai tanti, tra ispettori e commissari, di cui abbonda la letteratura gialla: Sangermano è un laico consacrato, vive in parrocchia, ha un occhio per i giovani con vite difficili, lui stesso ha il peso di un antico dolore ma una fede che lo sorregge. Niente di spirituale, «semmai è un po’ psicologo» azzarda Di Tillo che ha una laurea in Psicologia, «è uno alla Maigret, uno che cerca di entrare nella testa dell’assassino». E comunque Sangermano, «in cui coabitano il poliziotto e il sacerdote, due categorie prese di mira negli ultimi tempi» e la sua squadra diventano personaggi sanguigni, li senti veri. Sarà perché, alla fine, confessa l’autore (che ama i gialli islandesi di Indridason e scandinavi di Wallander e Mankell), «Sangermano un po’ mi assomiglia e tutti quelli che compaiono nel romanzo sono modellati su miei amici o persone che ho conosciuto. Come il prete che somiglia molto al mio parroco, così per i nomi e i luoghi legati a qualcosa di visto o conosciuto». La Sardegna ha un ruolo cruciale. «Ci vengo da 40 anni, fin da quando in vacanza la percorrevo con la Vespa. Quello che mi colpì e succede ancora oggi è la differenza che c’è fra la città e e la campagna, due mondi che si scontrano. La provincia italiana è l’unica cosa vera rimasta in questo Paese. E la Sardegna, con quei personaggi duri dell’entroterra, è perfetta per una storia gialla». Così Di Tillo si è molto documentato: «Sella Del Diavolo, il Poetto, poi ho chiesto ai cagliaritani dove stavano i casotti: la scena del ritrovamento del cadavere sulla spiaggia mi è venuta a così». Curioso che il libro si chiuda col Padre nostro in sardo: «Anni fa l’ho trovato in una chiesa in Israele, dove la preghiera era scritta in tutte le lingue del mondo. Mi sono incuriosito, ho scattato una foto. Sangermano allora non era ancora nella mia testa. Mi sono ricordato di questo particolare ed è finito nel libro». Come un segno divino, o più semplicemente, un indizio buono per l’indagine.

(Sergio Naitza)


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