“Onora il figlio” su Retroguardia.net
Roberta Poggio, “Onora il figlio”
Con Onora il figlio di Roberta Poggio la casa editrice Arkadia propone l’esplorazione di un genere abbastanza inconsueto: una sorta di ibrido in cui l’autrice intreccia sullo sfondo della narrazione istanze di approfondimento psicologico e dilemmi etici, delineando in primo piano una trama che amalgama con misura tocchi di paranormale e pennellate di narrativa sociale.
L’autrice stessa racconta l’origine remota della storia: “Un giorno, davanti al municipio di un paese in Sardegna, ho notato una traccia in trachite sul pavimento: segnava l’ingombro di una chiesa demolita. Mi sono chiesta quanto potesse essere stato doloroso per una comunità perdere un simbolo così importante. Da lì ho immaginato un conflitto, le sue conseguenze e i personaggi che ne sarebbero scaturiti”.
Ed è proprio la tormentata vicenda della demolizione di una chiesa storica ubicata nel centro dell’immaginario paese sardo di Follero, voluta fortemente da alcuni paesani e da altri altrettanto energicamente combattuta, che occupa la parte più consistente della storia.
Nel 2011, nello stesso giorno, muoiono due cugine che hanno lo stesso nome, Caterina, e lo stesso cognome, Rambaldi. Una vive di lavori precari, sempre in bilico tra stabilità e insicurezze, con padre che ha abbandonato presto la famiglia. L’altra è una giornalista d’inchiesta, che tenta di esorcizzare, con un’instancabile attivismo lavorativo, il dramma della grave malattia mentale del figlio. Contemporaneamente, viene arrestato un giovane politico dal promettente avvenire, Pietro Demani, che così sconta una insensata fedeltà al ministro di riferimento ed una imprudente acquiescenza ad un sistema di potere corrotto, sul quale indagava proprio Caterina Rambaldi.
Molti anni prima, nel 1969, la piccola comunità di Follero si divide sulla proposta di demolizione della Chiesa di Santa Croce. Le due fazioni sono capeggiate dall’imprenditore Gariotti, che intende abbatterla per costruirvi il nuovo municipio, e dall’altro Nicola, un contadino che nella strenua opposizione al progetto intravede la possibilità di un difficile riscatto sociale. A Gariotti si affianca l’architetto Rambaldi, insieme ad altri personaggi, tra cui il fratello scultore Francesco e l’ostetrica del paese Beatrice.
Un ulteriore salto temporale a ritroso, fino al 1929, quando il paese assiste troppo passivamente ad una serie di episodi di emarginazione, che indirettamente daranno origine ad una tragedia: la morte del figlio di un bracciante agricolo. Da allora, pare aleggiare sul paese la terribile maledizione scagliata dal padre verso i colpevoli, “gli avi e gli eredi”, e la chiesa “che ha perso la compassione del prossimo” e che “verrà demolita dalle fondamenta”.
La storia si dipana su questi passaggi essenziali, a loro volta appoggiati su una trama fittissima di episodi, disegnando così una struttura assai complessa che Roberta Poggio padroneggia con sicurezza. In un romanzo in cui lo sviluppo narrativo è essenziale, essendo finalizzato ad una morale implicita (ma neanche troppo), l’autrice non risparmia però la cura di particolari modalità espressive, che ne intarsiano la scrittura, come questa vivace rappresentazione di un tribunale: “a Genova, il tribunale è un covo di loden verde bosco. Asserragliati nel panno più che infeltrito o esposti allo sfarfallio di colletto e fodera, ciascuno interpreta a modo suo quell’uniforme.” Ma ciò che può conta è l’idea, che pervade tutto il libro, che se nell’avvicendarsi delle generazioni può tramandarsi qualcosa che ignoriamo, le scorie delle colpe dei padri non devono condizionarci, perché “i legami di sangue non sono catene dolorose”. Anzi, come un anziano sacerdote, padre Renato, ricorda ad una delle due Caterine: “onora il padre e le madre, questo ci insegna Dio. Ma il rispetto deve essere reciproco. Sforziamoci di onorare i genitori nonostante i loro sbagli. Ma ricorda che onorarli significa anche realizzare il progetto per il quale Dio, tramite loro, ci ha messo al mondo. Onora il padre e la madre, dunque, ma non sacrificarti per loro. E onora anche il figlio.”
Luigi Preziosi
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