Voci & Parole

Marguerite Duras e Yann Andrea. Un racconto di Romina Casagrande da Ammatula#3

MARGUERITE DURAS E YANN ANDREA

 

“È la cosa più bella che ho scritto. 

È il mio più bel film. Lei è magnifico. 

Deve rimanere così, come quello sguardo perso, 

quello sguardo che non sa niente 

e però io so qualcosa 

e la chiamo l’uomo atlantico, 

lei è questo, d’ora in poi. 

Sono io che glielo dico. Deve credermi.”

MD

Lui è un giovane studente di filosofia. Siede nelle prime file del cinema Lux. Compostamente attende. I capelli lunghi fino alle spalle, moustache alla Marcel Proust, è bello. Un fascino da poeta. Da bohémienne, in quella malinconia che risale dalle labbra serrate nell’attesa sospesa, fino allo sguardo scuro.

Improvvisamente piega il volto, alla ricerca di qualcosa. Qualcosa che ha lasciato sulla poltroncina rossa. Qualcosa di prezioso. Che vuole essere certo di non aver perso. Lo ha portato con sé. Tenendolo stretto in grembo per tutto il viaggio fino al cinema di Caen. E lo ha poggiato accanto, quando si è seduto nella sala ancora vuota. Ma è nervoso. E, si sa, è così facile confondersi. Perdere. Dimenticare. In mezzo a quella folla, a tutti quei pensieri. 

Il libro è lì. Lo sfiora. Prende un respiro. Ed è allora che la vede. Scende la gradinata accompagnata da due uomini molto più alti, più giovani, di lei. Indossa la sua famosa gonna pied de poule, gli stivaletti Weston e il gilet Cerutti, regalatole da Stéphane Tchagaldjieff, il produttore del film, di cui lei è regista e sceneggiatrice. Gli anni le segnano il viso. Sono cicatrici che lui quasi non scorge. Sono gli occhi, i suoi occhi, la scintilla che per un istante ha invaso il suo sorriso, a lasciarlo senza fiato. Senza parole. E tutto si ferma, mentre il cuore batte una rincorsa. È da quando ha scoperto per caso il suo Le petits chevaux de Tarquinia, abbandonato da un’amica nell’appartamento che condivide con un altro studente, che le sue parole gli sono restate impresse dentro, nella carne, fino a farne materia di sogni. E di incubi. Di lei ha letto tutto. Da quel giorno ha abbandonato ogni altro libro, Hegel, Spinoza, Kant, per le sue storie, i suoi articoli. 

Le luci si spengono. Il silenzio si confonde con il buio. Fino a quando i titoli di India Song scorrono sullo schermo. La prima, per lei, la grande scrittrice. La sua prova di regista.

Lo studente attende. È timido. Ma trova il coraggio, al termine della proiezione, di avvicinarsi a lei. Le porge il libro che ha portato con sé, quello che temeva di aver perso, Détruire, dit-elle. Lei imprime la pagina con una dedica. Sorride. È a suo agio. Qualcosa succede. Il ragazzo malinconico le chiede se può scriverle. Forse indirizzando le missive all’editore…

“No, scriva a me, 5 rue Saint Benoit”, gli risponde, sorridendo ancora. Ma già distratta da un’altra mano che si tende, da un altro libro da autografare.

Inizia così, quasi per gioco, la storia d’amore e di passione tra Yann Andréa e Marguerite Duras, una delle scrittrici più celebri di Francia. Odiata o amata, non è donna da mezze misure lei, che raggiunge negli anni ’80, durante la relazione con Yann, il successo mondiale. Vincitore del premio Goncourt, milioni di copie e traduzioni in oltre dieci Paesi, il suo L’Amant, che raccoglie i ricordi della giovinezza trascorsa nell’Indocina francese degli anni ‘30, diventa in pochi mesi un fenomeno di massa. Suscita scandalo, curiosità morbosa, la storia autobiografica della ragazza quindicenne e del suo maturo amante cinese, interpretato sul grande schermo, nella trasposizione cinematografica del 1992, dal bellissimo Tony Leung. Il vero amante, a guardare le foto conservate nella Casa Azzurra dove il ricchissimo rampollo della famiglia Thuy Le abitò, non possiede nulla di quel fascino scuro e misterioso. Le fotografie in seppia ci presentano invece un giovane uomo, dal volto allungato e il naso camuso, ma una luce vivace negli occhi. L’operazione commerciale non piacque alla Duras. I suoi amanti non sono belli, ma carichi di una passionalità devastante, che da sola basta a informare di sé, di bellezza, ogni pagina. La magica bacchetta dell’Arte che tutto trasfigura, rivestendo la realtà di ogni mancanza! Arte e vita, gioco letterario e sofferenza dell’anima, sono elementi che si combinano e intrecciano con caparbia indissolubilità per tutta l’esistenza della Duras. E da cui non si salverà neppure l’amore con Yann, l’ultimo di una vita che mal sopporta i limiti e che ha come regola nient’altro che i capricci e i vizi di un’emotività esasperata e gli echi di una sofferenza mai del tutto guarita. 

Non convenzionale, esagerata, complicata, a volte crudele, sarà anche la loro relazione, segnata dalla profonda differenza di età – hanno rispettivamente ventitre e sessantuno anni quando si incontrano la prima volta alla proiezione di India Song– dall’abuso di alcol, dall’omosessualità di lui. Ma è questo l’ultimo amore, l’uomo con cui condividerà carriera, arte e vita per vent’anni. L’uomo che la sosterrà nei dolorosi tentativi di disintossicazione, amante, segretario, compagno, a volte semplice ombra, figurante dell’artista.  

Ed è soprattutto la storia di due solitudini, della loro incapacità di vivere separati, pur nella difficoltà straziante, nell’impossibilità, di vivere insieme. “Yann, la preuve est établie maintenat, la double preuve: On ne peut pas vivre ensemble. On ne peut pas se séparet”, gli scriverà lei in una delle tante lettere ora conservate nell’archivio del figlio Jean Mascolo.

Ma chi è Yann Andréa, il giovane studente che da quel lontano incontro nel cinema di Caen, una sera del 1975, per cinque anni le invierà le sue lettere, missive alle quali lei non risponderà mai, ma che conserverà tra le sue carte, intatte, fino al fatidico febbraio del 1980?

Yann Lemèe, questo il suo vero nome, nasce il 24 dicembre a Guingamp, in Bretagna, dove la sua famiglia si è rifugiata, scappando da Parigi allo scoppio della guerra. Ha undici anni nel 1963, quando i genitori si separano. Una rottura dolorosa, segnata a breve dalla scoperta omosessualità. “Vous sentiez isolè?”, gli domanderà Roland Barthes a proposito dei motivi che lo portarono a intraprendere la relazione epistolare, fino al 1980 univoca, con Marguerite Duras. “”Bien plus que ca”, risponderà lui, “seul. Mais ca je la sais despuius l’age de cinq ou six ans.” Una solitudine che lo avvicina a Marguerite. 

All’inizio di febbraio, cinque anni più tardi, il miracolo. Lei gli risponde, per la prima volta. Gli racconta della sua solitudine – diversa, ma così simile a quella di Yann – del momento di malattia, del troppo alcol. Ma ora sta bene, dice. Ora va meglio. “Ho scritto questo testo, Aurelia Steiner, per lei. Non la conosco. Leggo tutte le sue lettere. Le conservo. Sto meglio. Voglio riempire il mio tempo così: fare dei film. Sarò meno sola”. 

Sono anni spezzati questi, per Marguerite, che vede scomparire gli amici più cari. Robert Antelm, l’ex marito, il confidente, il compagno di una vita, dal quale non l’hanno allontanata neppure la separazione né la nuova relazione di lui e il figlio avuto con la sua nuova compagna, Solange Leprince, viene operato alla carotide nel 1983 e resta semiparalizzato. Marguerite non andrà a trovarlo in ospedale né parteciperà ai funerali, avvenuti nel 1990. Non ne sarà capace. Come tutti i suoi amori, anche questo è stravagante, sopra le righe. “Avevo un amante, quando mi sono sposata con Robert Antelm”, dirà in un’intervista del 1983. “Una storia passionale, molto fisica. E la guerra è arrivata. Da un giorno all’altro ho deciso di sposarmi. Senza provare alcuna forma particolare di amore, per Robert Antelm. Ho lasciato tutto e mi sono sposata. Lui non sapeva nulla. È stata una delle cose più insensate che abbia commesso. Ma era la cosa giusta. La più giusta. Terribile, ma giusta.”. 

È una donna matura, quella che parla. Una donna che guarda la sua vita con un senso di desolazione, ma una caparbietà, una tenacia ad amare, che non si spegneranno mai. 

Yann la ammira, prova per lei una venerazione totale. 

Risponde alla prima lettera di lei il 6 febbraio, poche ore dopo averla ricevuta. “Ricomincio a scriverle, più volte al giorno, divento pazzo, bevo molto whisky.”.

Ha lasciato il suo vecchio appartamento, ora vive solo, in una camera ammobiliata. Ha portato con sé soltanto qualche libro chiuso in una valigia di metallo. Le lettere si infittiscono. Biglietti. Stralci di vita. E poi, è un giorno del luglio 1980, le telefona a Trouville, al suo appartamento sulla costa normanna.

“Chiamo. Dico: sono Yann. Lei parla. A lungo. Ho paura di non avere abbastanza denaro per pagare la telefonata. Sono alla posta centrale di Caen. Non posso dirle di smettere di parlare. Lei dimentica la durata del tempo. Dice: venga a Trouville, non è lontano da Caen, berremo un bicchiere insieme”.

Yann prende l’autobus per Trouville. Ha solo un ombrello con sé. Ma non piove. Si ferma davanti all’albergo, l’hotel des Roches Noires, una facciata severa, imponente. Non sa quale sia l’appartamento. Entra in una cabina telefonica, chiama. Lei gli dà un nuovo appuntamento. “Ci vediamo tra due ore, se vuole, sto lavorando, è difficile, non riesco a uscirne.” Yann richiama due ore più tardi, Marguerite rimanda ancora. “Mi richiami verso le sette e compri una bottiglia di vino rosso, rue des Brains”, dice indicandogli la drogheria. La migliore, secondo lei. Yann compra il bordeaux. Entra nella hall dell’albergo. Primo piano, come gli ha detto lei, “in fondo, a destra della grande specchiera. Busso alla porta. Lei apre la porta. Sorride. Mi abbraccia. Dice: sa, c’è un campanello. Se si bussa non si sente niente”.

La porta si richiude alle loro spalle. Yann e Marguerite parlano del lavoro di lei, del suo impegno settimanale per Libération. Il vino è pessimo, ma le parole scorrono leggere nell’appartamento dove, anni prima, Proust trascorreva le vacanze. Yann rimane frastornato da quel lusso, dai lampadari di cristallo, dalle luci del porto di Le Havre che si rincorrono sull’oceano mentre, appoggiati alla ringhiera del grande balcone, guardano le navi in lontananza. È notte. Troppo tardi per lui, che è arrivato con soltanto un ombrello, un inutile ombrello. “Lei dice: non vorrà pagare una camera d’albergo, del resto sono tutti al completo, la camera di mio figlio è vuota, lui non c’è più, ci può dormire”.

Trascorrono la notte così, tra le luci di Le Havre e le note di La vie en rose di Edith Piaf . “Lei è stonato a un punto da non crederci, le insegnerò”. Trascorre così la notte, che li cambierà per sempre. Un po’ gioco un po’sogno, preludio di una storia in cui, senza accorgersene e senza difese, si getteranno a capofitto, nel turbinio vorticoso del vino che scorre, dei cristalli della hall. Del silenzio. Delle parole dette, scritte. Nel tempo di un’intera estate ricordata nel titolo di un romanzo di Marguerite, L’ete 80. E poi è di nuovo autunno, con Trouville deserta, i turisti che se ne vanno e lasciano le spiagge silenziose, battute solo dal vento.

La fine di un’estate che vede entrambi cambiati. Lo studente ventitreenne, che aveva avuto il coraggio di domandare un autografo, sarà d’ora in poi Yann Andréa, come lo chiama lei, sostituendo quel Lamée, che ricorda tanto la pronuncia di l’amant, con il nome della madre. Suona meglio, è un nome che non si può dimenticare, dice. Anche lei aveva eliminato il cognome del padre, Donnadieu, sostituendolo con Duras, il nome del villaggio dove suo padre si trasferì. “Abbiamo tutti e due falsi nomi che diventano veri perché sono stati scelti e scritti da lei”. Yann Andréa, un po’ reale, un po’creazione, entrerà nella finzione letteraria dove sarà il giovane, affascinante uomo di “Occhi blu capelli neri”, mentre lei resterà sempre la giovane donna dalla pelle chiara in un’estate di sole. 

Yann batte a macchina le parole che lei gli detta. Non è bravo lui, che si sente sempre inadeguato, che usa soltanto due dita e teme di essere troppo lento per registrare ogni pensiero. Eppure scrivono, scrivono insieme nella stanza scura delle Roches Noires, nella casa di Neauphle-Le-Chateau, il ritiro dai mobili chiari vicino a un lago che d’inverno si ghiaccia, o rinchiusi nell’appartamento di Parigi. “Lei mi inventa, lei ci crede, mi dà un nome, mi dà un’immagine”, scriverà Yann. “Non vedo più la differenza tra i libri che scrive e questa storia, questa storia tra lei e me. Lei dice: non c’è niente da capire, la smetta, non faccia il bambino.” Ma in quei sogni anche lei ci crede. Anche lei ne ha bisogno. Si danno appuntamento in un bar vicino alla stazione. È truccata, il volto coperto da un fondotinta spesso, esagerato, labbra accese di un rosso vivo. E per Yann è di nuovo la ragazzina che sta attraversando il fiume sul traghetto, la lunga schiena nuda rivolta alla macchina nera del cinese che, nascosto dietro i vetri scuri, la sta guardando. 

La stessa schiena che Yann accarezza e strofina la sera, quando lei si immerge nell’acqua. La stessa pelle morbida, battuta dalla pioggia dei monsoni. E ritrova, in quella magrezza scavata dall’incedere degli anni, la bambina che non ha in fondo mai smesso di essere. Ma non è soltanto questo, Marguerite. Dietro la sua sensibilità esasperata, il suo bisogno straziante di amare e di essere amata, c’è una donna che ha paura. 

Lei inventa il suo nome, gli dà una casa, gli insegna a guidare e da quel giorno si farà portare da lui soltanto, ai magazzini, a vedere le luci di Le Havre, per le strade di Parigi, di notte, fino allo sfinimento, a guardare la Senna, un fiume docile e nero che le ricorda il suo Mekong. Lei che gli indica le strade, che lo vuole solo per sé, lei che, segnata da una madre che ha preferito i figli maschi a lei, vuole essere amata, che vuole sentirsi “la preferita”. Lei che lo con la sua lucidità, a volte atroce, lo soverchia.

“Lei dice: mi ama? Non rispondo. Non posso. Lei dice: se non fossi Duras, non mi avrebbe neppure mai guardata. Non rispondo. Non posso. Lei dice: non sono io che lei ama, è Duras, quello che scrivo.”

Un giorno di ottobre, la rottura. Lei mette le poche cose di lui nelle valigie e le getta dalla finestra. Dice che non lo sopporta più. Che è impossibile. Un uomo venuto dal nulla. Che sa di nulla. Forse resta con lei solo per il denaro, questo uomo ignorante di tutto. Poco più che un estraneo.

Ma è questo nulla che pericolosamente la affascina. Questo non essere eroe. Il suo saper piangere. La sua solitudine.

Lui se ne va. Trova nelle valigie il disco di Vilard che ascoltavano insieme. Ritorna. “La si mette alla porta e lei ritorna, non ha nessuna dignità”. Si abbracciano. Lui resta. E insieme scrivono alcuni passi di “L’Amant”, nella primavera del 1984. Lei parla, racconta, detta. Lui batte sulla macchina da scrivere nera del tempo della guerra.

E in quel libro, è come se Marguerite Duras riversasse tutta la sua passione. È una corrente senza più argini. È la passione mai apertamente raccontata, incestuosa, per il fratello più piccolo, quel Paul la cui morte, avvenuta nel 1942, non smetterà mai di piangere. È la sofferenza del sentirsi diversa e non accettata da una madre troppo forte. “Mia madre è stata per noi una grande pianura dove abbiamo camminato a lungo senza coglierne la misura. Non la vedo per niente circondata da quell’alone di dolcezza e sollecitudine che si accompagna a ricordi di questo tipo.”

È la scoperta del suo corpo, del desiderio, che sarà al centro, sempre, della sua idea dell’amore. È nel desiderio, nell’istante in cui il bisogno si riflette negli occhi dell’altro, che lei si sente davvero amata. “La preferita”. E a quell’istante, prepotente, totalizzante, non vuole rinunciare. La fa sentire viva, dissipando le nebbie di strade grigie, come quelle piene degli odori del mercato che filtrano dalle finestre serrate dell’appartamento in cui si incontrava con il suo amante cinese. L’urgenza dell’amore asciuga le piogge e lo squallore dell’infanzia trascorsa nel piccolo villaggio di Sadec, come le ombre di una vita, la cui crudezza non ha mai smesso di ferirla. Di affascinarla.

Ma è un desiderio, fisico, carnale, che Marguerite non vede riflesso negli occhi di Yann. E che può essere vissuto, sfiorato, soltanto attraverso la trasfigurazione della loro essenza in un altro tempo. Un passato che scorre e si confonde, come le acque limacciose del Mekong, o della Senna non ha importanza, insieme con i battiti di un presente che schiaccia, che soffoca. Li intrappola entrambi.

Lui si allontana, continua a vedere i suoi amanti. E a Marguerite non bastano più le storie che ha creato per loro. I suoi libri. I fotogrammi dei suoi film che si riempiono del volto di lui, dei suoi occhi. Dell’isolamento cui lo vorrebbe costringere. “Non se ne vada. Tanto ritornerà. Vive con una donna eccezionale, molto intelligente, e non fa nulla, è alloggiato e nutrito gratis. Tutti vorrebbero essere al suo posto”.

Diventa brutale, a volte crudele. Gli rinfaccia il suo non essere nulla, senza di lei. Lo mette a disagio nelle poche occasioni pubbliche cui gli concede di accompagnarla. 

Ma Yann scopre la verità delle parole di Marguerite, parole che non mentono mai. E che diventano sue. “Non riusciamo a stare insieme, è impossibile, e tuttavia non possiamo fare altrimenti: piacerci ancora di più”.

Yann tenta di spezzare le regole assurde di un sentimento che non ammette definizioni e che li imbriglia, che li lascia impotenti. 

Allora è lei, Marguerite, non più Duras, a chiedergli di tonare. E di restare.

Yann, restons encore ensemble. Cette chambre est a toi. Je ne peux pas supporter l’idée de notre séparation. Je crois que ce serait faux. Meme si le désir n’est plus là, notre séparation serait un malheur. J’ai dormi prés de toi cette nuit sans le moindre désir, c’était trés reposant. Tu ne t’es pas réveillé.

Yann torna. Sempre. Nonostante le liti, le urla, il suo bisogno di evadere e di trovare un’identità, nell’incapacità stessa di rinunciare a lei, alla sua scrittura, alle sue parole. “Sono sempre tornato, sono qui con te, accanto a te in questa prossimità intollerabile e necessaria, in questo legame che si fa e si disfa ogni momento, in questo legame che s’inventa ogni giorno.”

Si reinventano, come Marguerite reinventa la sua concezione dell’amore. Si convince, deve credere, che possa esistere un amore diverso. La gente ama, vive storie d’amore spesso senza essere capace di amare, dice. E allora cerca altro, cerca l’oblio dell’alcol. Ma si accorge, a un certo punto, una notte, che “l’amore è entrato come un filo di luce nell’oscurità”. La storia d’amore è diventata amore. È forse questo? Sarebbe sufficiente? Una semplice continuità dell’anima, un intendersi, un emozionarsi ancora, non più di fronte alla magia della scrittura, ma nella crudezza di un nuovo libro, in cui lei rientri con tutta la sua follia, il suo viso distrutto, gli anni che segnano la carne e la infiacchiscono mentre lui potrà restare com’è, “to visage lisse, ton age, ton oisivetè, ta brutalité terrible, ton angélisme fabuleux”. Ma è sempre la sua disperata urgenza di vivere, di amare. Inarrestabile. Che tutto divora. L’ansia di non sentirsi più abbandonata. Dalla madre, da un amante. 

Marguerite non ha antidoto per la frustrazione dirompente che attraversa, lacera, la sua relazione con Yann.

Neppure la letteratura, neppure la scrittura, suo rifugio da sempre, sua necessità, sembrano bastare più.

 Yann, comme vous pouvez le voir je ne tiens plus, je suis dans une incertitude terrible, je voudrais etre au moins sure d’une seule certitude, celle-ci: que tu ne m’aimes plus, que tu ne me désires plus, que c’est fini. Je voudrais que tu me l’ecrives, que tu me le signes comme une déclaration de police, un constat judiciaire. La littérature n’a plus rien à voir ici. Le manque d’aimer c’est une chose différente, c’est un appel à aimer, tu fais toujours cette erreur, ce n’est pas ne pas pouvoir aimer, c’est ne pas truver à aimer. Tu voi, c’est l’opposé. Ne confonds plus.

Marguerite sembra non comprendere la difficoltà di Yann a gestire questo amore senza definizioni che, semplicemente, si vive. E che è ormai diventato il centro, l’essenza, di ogni cosa, per lui.

Duras, la scrittrice, può forse nascondersi agli occhi del mondo. All’amica e giornalista Michéle Manceaux, che le fa notare la differenza di età, risponde che non importa. “Je n’y ai jamais pensé, l’age ne compte pas”. Ma non può nascondersi a Yann. Come lei ha intravisto qualcosa, in quello studente timido, di cui neppure lui ha consapevolezza, così Yann sa che, malgrado la ferocia delle sue passioni, sotto la cenere lasciata dal suo divorare il mondo, c’è una donna fragile, che ha paura. Paura di tutto, come ricorderà lui. Paura di non riuscire più a scrivere, paura della vita. E della morte.  Lei gli chiede: “Crede che morirò stasera?” Lui trova qualcosa da dire. “Finché lei parla di morte non sta morendo. Su, allora, mi dica sto per morire e non morirà.”. Lei lo guarda, è stupefatta: non è male come trovata. È più calma. E poi tutto ricomincia. 

Marguerite trascina Yann in un eterno presente. È come se gli anni, per lei, non passassero. Se fosse ancora intrappolata nella sua infanzia selvaggia, nelle foreste che teme, ma che vorrebbe penetrare. “Je suis encore dans cette famille, c’est là que j’habite à l’exclusiond de tout outre lieu. C’est dans son aridité, sa terrible dureté, sa malfaisance que je suis les plus profondément asurrée de moi-meme, au plus profond de ma certitude essentielle, à savoir que plus tard j’écrirai.

Ma le età scorrono. E quando lo sguardo sfugge verso il suo riflesso allo specchio, ciò che vede la sconvolge.

“É un viso lacerato da rughe nette e profonde, con la pelle screpolata. Non ha ceduto come certi volti dai lineamenti minuti, ha mantenuto gli stessi contorni, ma la materia di cui è fatto è andata distrutta. Ho un volto distrutto.”

Allora è Yann a prendersi cura di lei. Osserva il suo corpo addormentato, nella poltrona rossa davanti alla tv. Teme che cada. Il desiderio di proteggerla, la tenerezza disarmata che si mischia a una sensibilità atroce, è forse ciò che lei ha intravisto di lui. É ciò che li unisce ora. Fino alla fine. 

Quando non ci sono più parole né pagine da scrivere.

“Sono Duras. Duras è finita. Non scrivo più”.

Quando le parole dette lasciano un vuoto che solo la spontaneità del gesto può riempire. 

“Sei nel tuo letto, rue Saint Benoit, n.5, mi tieni la mano, il braccio, stringi forte fino al mattino, non c’è nessuno che veda questo, solo tu, solo io.”

Lei gli chiede di perdonarla. Ma non c’è bisogno di perdono. Yann sa che la follia che hanno vissuto insieme appartiene a entrambi. Li ha dannati e salvati. 

Marguerite muore una domenica mattina. È il 3 marzo 1996.

Yann dà l’annuncio. Organizza i funerali. Accompagna la bara fino a quel punto, nel cimitero di Mont-Parnasse, che le sarebbe piaciuto, tra Sartre e Beauvoir.

Poi, lascia l’appartamento di rue Saint Benoit. Il giovane studente arrivato con un ombrello, un inutile ombrello in un giorno di sole, raccoglie le poche cose in due borse e si rinchiude nella stanza di 25 metri quadri che lei gli aveva regalato, sul lato opposto della via.

Marguerite lascia a Yann non il vuoto di un’assenza, né la distanza del corpo e dell’anima che avverte chi non ha ancora risposte all’essenza di Dio.

È ancora una volta, invece, presenza, devastante. Di ricordi, di immagini. Yann smette di lavarsi, di uscire. Un giovane cinese gli porta il vino e le sigarette. La stanza si riempie di bottiglie vuote e di buio. Si abbandona al ricordo di Marguerite. Incapace di tornare a Mont-Parnasse, di leggere il suo nome su una pietra bianca.  Per due anni.

Poi, un giorno di luglio, una mattina carica dello stesso sole della loro eté 80, Yann trova la forza di essere ancora una volta l’uomo creato da Marguerite. Telefona alla madre, piangendo. Si fa venire a prendere. A salvare. È ingrassato di venti chili, si vergogna di fronte al mondo. Ma le parole di lei muovono sempre i suoi pensieri e le sue mani. Ancora una volta, Yann le segue e le fa sue.

“Lo faccia, Yann, provi, sia semplice, non cerchi letteratura, cose false, no, sia vero, resti com’è, come l’ho fotografata ne L’uomo atlantico, cammini come le ho detto di fare nella hall delle Roches Noires, lo faccia, poiché non può fare assolutamente niente per tutta la vita, dica la verità e andrà da sé. Si sbarazzi della sua timidezza, di questa sensibilità atroce che le impedisce di fare alcunché.”

Inizia così il pellegrinaggio nei luoghi che sono stati suoi: Duras, il villaggio dove visse il padre e a cui lei volle rubare il nome; l’appartamento scuro di rue Saint Benoit, che fa pitturare di bianco, perché ci sia luce. E scrive. Questa volta non è lei a dettare. Oppure sì. Sono i ricordi di una storia che è tutte le storie del mondo. 

Ma non c’è più distanza. Né la formalità imbarazzata, orgogliosa, di quel “Lei” che si sono scambiati per tutta la vita. È un eterno, perfetto presente. Yann e Marguerite non si difendono più. Per la prima volta, Marguerite non è più Duras.

A Yann sembra ancora di sentirla. “Tu dici: la smetta, con questo ritornello. Lei sa che non si sa niente, non si sa quello che si scrive, non si sa quello che si fa, se ci amiamo, se mi ama, se lei mi ama, me lo dica ancora, mi ama? Mi risponda.”

E allora quella risposta, che è stata sempre, riecheggia di infinito.

Ti rispondo così: più di qualsiasi cosa al mondo. Ancora di più. 

 

 

Questo racconto di Romina Casagrande è contenuto nel numero 3 della rivista Ammatula.


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