Voci & Parole

Un breve estratto dal primo capitolo del nuovo romanzo di Pietro Picciau, "Il principe di Algeri"

PROLOGO

Vienna, 8 giugno 1815 

Il principe di Talleyrand si guardò di nuovo allo specchio e sorrise. Era soddisfatto. E orgoglioso. Aveva ottenuto quel che voleva e l’indomani avrebbe assistito all’atto finale del suo capolavoro diplomatico.
Mentre saliva i gradini della scala blu del castello di Schönbrunn il camaleonte, come Talleyrand veniva chiamato a Parigi, stava pensando alle facce severe mostrate nel novembre dell’anno prima dal visconte Castlereagh e dal duca di Wellington, prima che questi lasciasse la vita comoda di Vienna per apprestarsi a combattere il redivivo Napoleone Bonaparte. Il sostituto del duca, il conte di Clancarty, si era mostrato non meno inflessibile ma alla fine, l’eloquenza di Talleyrand unita ai sontuosi ricevimenti offerti dall’imperatore Francesco I d’Austria, avevano creato le condizioni ideali perché tutto giungesse a compimento.
Anche lo scaltro principe di Metternich e il suo delegato barone Wessenberg avevano convenuto che in fin dei conti, le richieste di aderire al principio della legittimità della sovranità, non avrebbero contrastato con le attese delle delegazioni.
Essere poi riuscito a evitare il pericolo che il congresso riunito a Vienna diventasse un assalto all’arma bianca contro la Francia, ne aveva accresciuto il prestigio di scaltro negoziatore. Successo personale che gli era stato riconosciuto, pur con garbata riluttanza, anche dal cancelliere prussiano principe Karl August von Hardenberg e dal suo diplomatico, lo studioso Wilhelm von Humboldt. In quanto alla commissione russa, composta dal ministro degli esteri conte Karl Vasil’evic Nesselrode ma di fatto condotta dallo zar Alessandro I, fu costretta ad accettare il fatto compiuto. Cioè che lui, Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, principe di Bene- vento, già al servizio di Luigi XVI e vescovo di Autun ai tempi della rivoluzione del 1789, poi deputato rivoluzionario, consigliere del tiranno Napoleone e adesso ministro degli esteri del re Luigi XVIII, aveva fatto passare con riconosciuta abilità l’idea che rimettere sui loro troni i governanti europei spodestati dall’imperatore corso avrebbe portato vantaggi per tutti.
Prima della firma dei trattati che avrebbero ridisegnato i confini dell’Europa, attesa il giorno dopo nel palazzo di Ballhausplatz, il camaleonte avrebbe brindato con gli altri delegati nella splendida sala degli specchi, dove di lì a poco sarebbe cominciato il ballo di fine congresso.

Superata la soglia della sala, il ministro si aggiustò la marsina nera con i bottoni luccicanti e salutò con un inchino appena accennato alcuni aristocratici che discutevano davanti al camino. Due attempati diplomatici prussiani gli cedettero il passo quasi al centro della sala. Qui la sua immagine, e quella di altri delegati russi e inglesi di cui non ricordava il nome, venne riflessa da grandi cristalli, creando una curiosa illusione di moltiplicazione delle figure. Le pareti candide con le tende in velluto rosso e gli stucchi dorati gli apparvero una degna e luminosa cornice per la fine delle discussioni avviate l’autunno prima.
Il ricevimento fu lungo e piacevole. Nobili e uomini di Stato lo sfruttarono per affinare intese e rinsaldare alleanze. Ma ormai il tempo degli accordi ufficiali era scaduto. I trattati che sarebbero stati sottoscritti con i ministri di Austria, Russia, Inghilterra e Prussia, le potenze vincitrici di Napoleone, avrebbero stabilito quanto il camaleonte e il principe austriaco Klemens von Metternich avevano contributo a sancire con invidiata abilità: la repressione delle spinte borghesi che aspiravano a un rinnovamento politico e sociale, il ritorno al potere delle dinastie regnanti con le vecchie autorità nobiliari, la definizione per gli Stati di nuovi confini territoriali.
Per la sua Francia il ministro Talleyrand era certo di aver evitato il peggio.


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