“I giorni pari” su La voce di New York
“I giorni pari”: un romanzo sulla memoria che parla al nostro presente
Il libro di Maria Caterina Prezioso attraversa l’Italia del fascismo, della persecuzione ebraica e della guerra, sullo sfondo di una geografia che va dalla costa tirrenica a Roma
Roma è sicuramente la città più bella, complessa e criticata dai suoi abitanti d’Italia. Un patrimonio di ricchezze storiche e ambientali spesso sconosciuto agli stessi romani e a quel mondo di visitatori che contribuiscono a soffocarla. Uno dei suoi quartieri più interessanti è distante dal centro storico. Un anno fa, per caso, di sera mi sono trovato a percorrere le strade intasate di Città Giardino. Oggi, mi ha riportato in quello piccolo mondo periferico — uno dei più belli e meno conosciuti della capitale — lo splendido romanzo di Maria Caterina Prezioso.
I giorni pari è un lungo viaggio che finisce in questo quartiere residenziale, oggi ricco di servizi, trasformato in un luogo di “divertimento” alcolico. Ha inizio, e per gran parte la storia si svolge, in un’Italia povera, geograficamente nemmeno tanto distante da qui. Un’Italia devastata dal fascismo, dal nazismo, dalle leggi razziali, dalla persecuzione degli ebrei. Vi ho ritrovato molti dei luoghi e dei personaggi che hanno fatto parte della mia vita professionale.
Come giovanissimo aspirante cronista del quotidiano romano Paese Sera, alle mie prime uscite ero presente con il collega e amico Tommaso Tommasi il giorno in cui Giulio Andreotti — già consumato politico — tagliò il nastro tricolore per inaugurare, nel febbraio 1958, la strada statale Flacca. La “litoranea di Ulisse”, costruita sulle tracce di quel percorso che 2.200 anni fa fu voluto dal censore Valerio Flacco, è non solo una delle strade più belle della costa tirrenica, ma aprì all’Italia e al resto del mondo una delle parti più depresse e isolate della penisola, tra Lazio e Campania.
Belzebù — l’etichetta affibbiata all’uomo politico più discusso del dopoguerra, e anche uno dei più colti, abili e informati — era entrato giovane nel quarto governo De Gasperi e fu eletto nel 1948 alla Camera dei deputati per la circoscrizione Roma-Latina-Viterbo-Frosinone. La sua roccaforte è anche il grande palcoscenico della “Ballata” su cui l’autrice spazia per far emergere orrori e speranze della nostra relativamente recente storia. Memoria e identità si intrecciano in una narrazione che vuole mantenere viva la lotta per la sopravvivenza durante il periodo della guerra e l’occupazione nazista. Le storie d’amore dei protagonisti si intrecciano come forza di guarigione e speranza. Fascismo e nazismo e la tormentata storia degli ebrei italiani sono sullo sfondo di una narrativa che vuole essere di speranza per un futuro che oggi appare, purtroppo, tragicamente simile a quel passato.
«Una mattina dei primi di maggio del 1948, erano passati tre anni, arrivò in paese un uomo che chiese di incontrarmi. Lo aveva portato Italo via mare da Gaeta… Al suo fianco c’era una donna molto bella. Gli occhi di Rodolfo brillavano finalmente felici. “Sara, prima di andare te la volevo presentare. Lei è Ada Sereni. Ada ha coordinato in questi anni l’immigrazione clandestina ebraica verso Israele.” La donna mi abbracciò come fossimo sorelle. Ci sedemmo a guardare il mare. “Sì, Sara, le partenze per Israele sono cominciate da aprile dello scorso anno. Alcune navi partono dal molo di Gaeta, altre dall’altra estremità del golfo, verso Gianola. Abbiamo dovuto fare molta attenzione, gli inglesi sono contrari ovviamente, ma presto, molto presto, è questione di giorni, forse solo di ore, diventeremo una Nazione e non potranno più opporsi.”»
In uno dei miei primi viaggi in Israele feci visita a un kibbutz a nord di San Giovanni d’Acri, per incontrare Ada Sereni, una delle donne più importanti della storia di quel paese. Suo marito, Ezio Sereni — uno dei fondatori del kibbutz Givat Brenner — era morto a Dachau, ucciso dai tedeschi dopo essere stato paracadutato dagli inglesi dietro le linee nemiche. Ada fu agente segreto israeliana molto attiva in Italia, e si era persino parlato di lei come possibile capo del Mossad. Ebbe un ruolo fondamentale nel convincere De Gasperi e lo stesso Andreotti ad aiutare gli ebrei in fuga dall’Europa, attraverso il ponte-Italia, verso la Palestina. Grazie alle sue amicizie italiane riuscì a catturare e trasportare in Palestina una nave piena di armi che sarebbero servite nella guerra contro gli arabi che portò alla creazione di Israele. Dei suoi incontri con i leader italiani di allora, e delle operazioni che gestiva in lungo e in largo per la nostra penisola, ho raccontato molto in Mossad base Italia.
La voce narrante nel romanzo di Prezioso ci porta attraverso una società italiana che non distingueva tra ebrei e cristiani. L’antisemitismo storico dei papi non sempre incideva nel mondo di allora. Il percorso tocca nomi spesso conosciuti a pochi, come quello dell’ebreo capo del Forlanini — il sanatorio a Monteverde per anni dedicato ai malati di tubercolosi. Francesco Gentile era di Sperlonga: il giurista con origini ebraiche vi fu nascosto dai genitori per non cadere nella macina fascista. Herbert Kappler, tenente colonnello delle SS tedesche e boia delle Fosse Ardeatine, fu mandato al castello di Gaeta per espiare l’ergastolo. L’ex carcere militare non è distante dal promontorio di Gianola, nel parco Riviera d’Ulisse, dove alla fine della guerra c’era un campo di profughi ebrei e una base operativa del Mossad.
Era un Mossad ben diverso da quello operativo di oggi — lunga mano di una società che appariva proiettata verso un mondo più onesto e ospitale di quello che, purtroppo, racconteranno i nostri nipoti.
Ada Serini
La recensione su La voce di New York




