“Il conciaossa” su Il Manifesto
Se Pasolini ci ha insegnato a conoscerla e Walter Siti a non compatirla perché oggi l’ideologia egemone è la sua, nulla ci vieta di guardare alla borgata senza troppo disincanto. Nella sua desolazione, infatti, si può forse celare qualche luce, o questo almeno è ciò che sembra ricordarci Paola Musa, autrice al suo sesto lavoro romanzesco di una serie dedicata ai vizi capitali.
Il conciaossa (Arkadia, pp. 140, euro 15) si apre nel pieno di una notte di fine estate in un lotto fra i tanti non lontani dalla piazza dello spaccio del quartiere. Qui, in un piccolo appartamento sudicio e disordinato, si risveglia in stato di allerta Michele Miluzzi. Il suo è un presentimento: Michele ha imparato ad ascoltare certi «segni» che annunciano l’imminenza di una retata, e il modo che ha per avvisare il vicinato è quello di mettersi a frigger peperoni: piaccia o no, l’odore si sente. Cucinare è la sua attività principale in una quotidianità misera e solitaria, placa la sua ansia di insignificanza e la difficoltà di una recita sociale che, nel tentativo di procurargli lo sguardo altrui, non lo dispensa dall’altrui disgusto.
MICHELE INFATTI È OBESO, e il suo aspetto tutt’altro che gradevole; a poco vale che dentro un corpo tanto repellente abiti un’anima sensibile e delicata. Matilde, la vedova che abita nel palazzo di fronte a lui e che egli spia con mal riuscita discrezione, ne scansa i sospiri d’amore, presa com’è a condursi in un’esistenza tutt’altro che clemente. Giovanna, la vicina ansiosa col marito ex-carcerato e il figlio adolescente a rischio di deriva, ne è altrettanto respinta, pur reggendone la presenza finché si tratta di farsi fare i tarocchi. Matilde e Giovanna sono solo le prime di una galleria di personaggi disegnati con perizia, esplorati nelle proprie fatiche e debolezze, mentre si snoda la storia che porta Michele a offrire cornetti e caffè anche al brigadiere di turno, e di qui a mettersi nei guai per una confidenza di troppo su un grosso malavitoso che potrebbe nascondersi nei paraggi.
Incontriamo così gli spacciatori padre e figlio, l’ex criminale convertito e fattosi parrucchiere o il sacerdote impegnato che organizza attività ricreative, e intanto scopriamo che Michele, oltre a sfogarsi nell’ingordigia, è anche un «conciaossa» che riassesta i malanni, dote osteopatica ante litteram che ha ereditato dal nonno, mentre il lascito della madre gli ha permesso la cucina Scavolini che ne ospita le liturgie culinarie.
LA «MALA VITA», DUNQUE, certo, poiché è questo che fa trama. Ma, a fronte del senso di resa diffusa che segna gli abitanti, il romanzo sa indugiare su varie forme della grazia. Non solo l’animo tenero di Michele, che a sprazzi torna a intravedere l’origine della propria pena, ma anche l’abnegazione di Matilde o l’innocenza timida del piccolo Mattia, promessa del violino. E anche se la solitudine resta una condanna, poiché nella borgata non c’è redenzione, sempre può ritornare una domenica in cui tutto ha l’aroma bello di una tregua.
Stefano Zangrando
La recensione su Il Manifesto




