“Il conciaossa” su La Gazzetta dello Spettacolo
Il conciaossa, di Paola Musa
Una chiacchierata con la scrittrice Paola Musa in occasione del suo nuovo prodotto letterario, dal titolo “Il Conciaossa”.
Un nuovo libro per Paola Musa, “Il conciaossa”, un piccolo ritratto di una Roma legata a Pasolini. Un incontro ricco, quello avuto con la scrittrice, un sesto capitolo…
Libri e letteratura
Benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Paola Musa. Il tuo nuovo libro, sesto capitolo della serie sui vizi capitali, “Il conciaossa, per Arkadia editore, è nelle librerie dallo scorso febbraio. Cosa dire riguardo a questo progetto basato sul ritratto di una Roma Pasoliniana ricca di solitudini senza alcun nome, sfumature e ombre, con tanto di cinematografico al suo interno?
«Bentrovati, e grazie per questa piacevole chiacchierata. Come hai anticipato, “Il conciaossa” è il sesto capitolo di una serie dedicata ai vizi capitali. Si tratta di un progetto organico iniziato nel 2019 con “L’ora meridiana”, in cui ogni vizio viene tradotto in una trama contemporanea. Ho affrontato l’argomento con generi narrativi differenti, seguendo solo il fil rouge di certe debolezze umane in rapporto alla società che cambia. Non c’è uno sguardo moralistico nelle mie storie, i “vizi” sono solo un pretesto per rivelare costanti psicologiche, quasi malattie dello spirito, all’interno di precisi processi sociali. Ne “Il conciaossa” tratto il tema della gola, non come eccesso alimentare, ma come dispositivo esistenziale in una borgata romana dove il protagonista vive, e accade. È un modo per parlare di senso di appartenenza, di solitudine di bisogno di visibilità, in cui l’ambiente non funge da semplice sfondo ma è lo spazio della marginalità senza speranza dove tuttavia si spera, si sogna, si ama. È qui che Michele Miluzzi può muoversi, agire, o subire. E lo fa spesso attraverso il cibo. Per quanta riguarda le descrizioni, parlerei più di una borgata post-Pasoliniana: è giusto rimasto qualche residuo di quella vitalità popolana che descriveva il poeta, ne è un’eco lo stesso protagonista, ma non lo sa. E sì, il libro ha qualcosa di cinematografico, anche di teatrale. Così almeno mi hanno riferito alcuni lettori».
Cosa ti regala la scrittura, quali buone sensazioni?
«La scrittura rappresenta uno strumento per capire il mondo e me stessa nella società, anche attraverso la rappresentazione di mondi e realtà non vissuti in prima persona. A volte è divertente, a volte però anche doloroso. Ci vuole molta onestà quando si usano le parole».
Chi, o cosa, guida i tuoi scritti?
«Scrivo da quando ero bambina. Perché si scrive? Non so. È un bisogno. Significa, forse, anche che una sola vita, la nostra, non ci basta».
Chi è Paola e cosa sogni di poter realizzare?
«Sono una persona semplice, riflessiva. Non sono più giovanissima, per cui non rincorro chissà quali sogni. Già scrivere in sé è già costruire un sogno, ma con tanta disciplina. Solo per quello che costa quella disciplina, ogni tanto, si spera, questo sì, in un riconoscimento».
Guardando al tuo futuro artistico cosa possiamo aspettarci, al di là di un ultimo libro, il settimo, che possa concludere i vizi capitali?
«Sto iniziando a lavorare sull’ultimo vizio, l’ira. Tema quanto mai spinoso e attuale. L’ho lasciato per ultimo perché per me è quello che caratterizza più di tutti la società attuale ed è trasversale, colpisce tutti. Col senno di poi, aggiungerei un altro vizio, per completare quello dell’avarizia, che nel nostro tempo si è trasformato in avidità (le grandi ricchezze in mano di pochi). Ma credo che mi fermerò all’ira. Ho anche altri progetti nel cassetto e vorrei riprenderli una volta terminato questo ciclo».
Alessia Giallonardo
L’intervista su La Gazzetta dello Spettacolo




