“Inventario segreto dell’Avana” su SoloLibri
Inventario segreto dell’Avana di Abilio Estévez
Arkadia, 2026 – Un saggio in prosa, un libro di viaggio (interiore) al netto dei clichè, una folla di racconti, un’elegia cubana senza l’enfasi, un’autobiografia e l’autobiografia di La Habana, articolata per stazioni di ricordi, luoghi, architetture, climi e di uomini e donne memorabili, cioè degni di memoria.
Se abiti su un’isola sai che non esistono alternative al mare: il mare è il carceriere e la sola via di fuga. Per quanto favorito da una veduta mozzafiato, il lungomare Malecòn non è il solo affaccio sull’Oceano dell’Avana. L’Avana galleggia, il mare si percepisce prima ancora di vederlo. Una specie di immanenza detta il tempo dell’attesa e quello delle scelte. Le donne più anziane dicono che i gemiti notturni che si levano dal mare appartengono al diavolo che passeggia sulla battigia. Altre che sono invece anime di annegati. Gemono perché non hanno pace, o perché non trovano un modo diverso per passare la notte. Quando raccontano le habaneras aforizzano in maniera naturale, senza altro intento che dire la loro. Non è retorica, e nemmeno leggenda: il mare dell’Avana è qualcosa di indicibile. Un indicibile declinato in arancio verde blu rosso (persino): qualcosa che non si dimentica, una presenza. Il motore immobile dello strano romanzo (?) di Abilio Estévez Inventario segreto dell’Avana (Arkadia 2026, abbagliante traduzione di Alessandro Gianetti).
All’Avana ho sempre avuto paura del mare. E poiché all’Avana quasi tutte le strade portano al mare, quasi tutte le strade mi portano alla paura. Credo che l’Avana non si possa comprendere senza il mare e senza la paura […] Più che in qualsiasi altro luogo che io conosca, il mare dell’Avana assume il carattere di fortuna, e di male necessario. L’Avana possiede dunque, per me, una certa aria di fragilità e di tristezza. Di paura. Una città che guarda il mare con tanta insistenza, con tanta inquietudine, non deve sentirsi solo indifesa, ma anche triste e molto, molto intimorita. Il mare, il meraviglioso, caldo mare dell’Avana […] è anche il mare della paura e delle promesse lontane, o per dirla in altro modo, della fuga.
Già da questo inserto si intuisce come Inventario segreto dell’Avana sia uno e molteplice. Un saggio in prosa. Un libro di viaggio (interiore) al netto dei clichè. Una folla di racconti. Un’elegia cubana senza l’enfasi. Un’autobiografia e l’autobiografia di La Habana. Articolata per stazioni di ricordi. E di luoghi. E architetture. Climi. Di uomini e donne memorabili, cioè degni di memoria. Eternati tra il presente storico e la storia di una città-archetipo. Raggiante e sotterraneo coagulo di antinomie, all’incrocio fra l’altrove e la geografia consueta. Il futuro e il suo svilimento in un’attesa godotiana.
All’Avana si aspetta. Cosa? Tutto. Niente. Qualsiasi cosa. La vera occupazione è aspettare. Non so come siano le altre attese, i diversi modi di aspettare che possono esistere nel mondo. Ma l’attesa che conosco, quella dell’Avana, ha una forte componente di rassegnazione. C’è qualcosa nell’attesa che annulla la volontà. Che spoglia la volontà di qualsiasi altra passione che non sia quella di mantenersi in agguato nell’immobilità. “Mi siedo ad aspettare” si dice spesso. Quindi l’attesa implica passività. Annulla l’ostinazione, la tenacia, l’interesse a trasformare il destino, o come si voglia chiamare quella cosa che aspettiamo e che si trova nel futuro, o in nessun luogo, se non nella nostra speranza.
Inventario segreto dell’Avana è anche un “romanzo di idee”. E citazioni da storie – storiche -, da libri – frammenti, poesie -. A non finire. Un testo umile negli intenti e raggiante nella prosa. Il romanzo sentimentale di una La Habana ulteriore a quella delle tappe per turisti. L’Avana dei suoi tanti angoli nascosti, per esempio. E di altrettanti quartieri periferici. L’Avana di personaggi-simbolo senza volerlo e saperlo. Fisionomie interiori di una capitale che è quasi una morgana, una visione galleggiante sul mare, e sul mare del tempo. Attraverso una narrazione prossima alla poesia, Abilio Estévez restituisce insomma l’anima plurale dell’Avana. Assalita da una luce impietosa eppure a suo modo oscura, sfuggente. Quanto meno allo sguardo ordinario dei chi la vede dalla superficie. La Habana di luci e di ombre. Luogo attrattivo di una Cuba incomprensibile e fascinosa forse a sua volta, evocata dalle espressioni di poeti e scrittori di ogni tempo, di ogni genere e di ogni latitudine: Ernest Hemingway, Graham Green, Garcia Lorca, Cabrera Infante, José Lezama Lima, Virgilio Piñera, e ne ho citati pochi.
Verso le nove di sera, minuto più, minuto meno, avviene l’oscuramento. Non importa se è stato annunciato o meno. Per quanto sia stato annunciato, ti coglie sempre di sorpresa. Interrompe inevitabilmente un’azione che, se non è troppo importante per il mondo lo è per te. Composto da diverse fasi, un oscuramento è, all’inizio, una brusca sensazione che, anche se dura molto poco, è come se ti facessero cadere in un lungo vuoto, come se ti spogliassero di ogni materialità; secondi diffusi e inspiegabili in cui tutto, compreso te stesso, si dissolve nella più brutale impalpabilità.
[…]
Tutti i gay che si dilettavano con quel miscuglio di repressione e tolleranza che era l’Avana alla fine degli anni Trenta ricordavano sempre con nostalgia Domingo Pachà, come il summum della virilità e della grazia. Virgilio Piñera, che lo conosceva e naturalmente lo ricordava con assiduità e piacere, lo descriveva come un altissimo mulatto (come si dice a Cuba dei bianchi che non lo sono), con verdastri occhi a mandorla, poco più che ventenne, di corporatura robusta […] e un viso in cui si mescolava ogni etnia: aveva tratti africani, cinesi, europei, e indiani, il che era perfettamente logico se era vero che proveniva (la sua vita era, ovviamente un mistero) dal famoso quartiere di Jesùs Marìa […] La fama di questo giovane risiedeva, tuttavia, nelle incredibili proporzioni della sua natura. Non c’era colonna più grande nella città delle colonne.
I diversi ricorsi al testo di Estévez sono voluti. Ripresi apposta per dimostrare la policromia descrittiva di cui si giova il libro. Un libro difforme da tutto ciò che è possibile aspettarsi da un libro concentrato su una città. Zero cartoline, niente retorica, tanti e differenti intrecci con la vita vera, presente e passata. Si tratta in ultima analisi di una lettura eccellente, capace di radiografare La Habana per quanto inaccessibile, per quanto esule dalla stereotipia possa essere. Non un’impresa di poco conto.
Mario Bonanno
La recensione su SoloLibri




