“La bambina impazzita” su Les fleurs du mal blog
LES FLEURS DU MAL BLOG
La bambina impazzita di Viviana Viviani, Arkadia. A cura di Alessandra Micheli
Ve lo ricordate il fanciullino del buon Pascoli?
In quei tempi in cui si doveva crescere in fretta, adattarsi alle responsabilità enormi di una società che cercava se stessa, l’unica salvezza era tornare indietro nel tempo, agli albori di un infanzia che osservava il mondo con stupore, meraviglia colorandolo con la fantasia.
Erano tempi in cui la semplicità di quei giochi diventava una sorta di ritorno all’età dell’oro, lontano dai dolori e dalla necessità di diventare cittadini.
Da quel momento il simbolo del bambino, dell’innocenza negli occhi è diventato la valvola di sfogo di ogni epoca, di ogni rifiuto a una socializzazione che sacrificava la follia alla serietà di un mondo sempre più tecnocratico, sempre più tecnologico.
Fino a oggi.
Ha un interpretazione diversa questo simbolo direte voi?
Oh si mio lettore.
Vedete all’epoca di Pascoli e poi successivamente, il fanciullino non era altro che una sorta di elemento positivo e romantico in seno a un essere che si sentiva sempre meno uomo e sempre più animale sociale.
Pubblicità
Impostazioni sulla privacy
Era uno sfogo che però non oltrepassava mai del tutto i limiti imposti dalle regole sociali.
Sognava, guardava la natura, si rivolgeva a una sorta di edulcorazione di una banalità che il moderno considerava con disprezzo.
Ma oltre ai limiti imposti dalla “decenza” o meglio dalla decenza moraleggiante non andava.
E poi ci siamo noi oggi.
Oggi non viviamo più nell’era industriale quanto nella post industriale.
La ricchezza non è materiale ma dettata da complicati giri finanziari.
Non si producono più beni quanto possibilità di investimenti.
E non siamo più nella modernità.
Ma nella post modernità dove la tecnologia sembra quasi avere un anima, sembra diventare una sorta di complessa divinità a cui rivolgersi.
Pubblicità
Impostazioni sulla privacy
E persino il fanciullino non è certo quel bimbo che scorrazza sui prati, quanto un prodotto di un costante rifiuto della nostra complicata anima.
Noi che abbiamo raggiunto tutto, che non sappiamo più cosa sognare, che stiamo persino indagando la possibilità di dimensioni parallele ci sentiamo vuoti e quasi soli.
E cosi che la Viviani immagina lo stesso archetipo ma distorto, cosi come appare distorto il nostro di mondo e persino la fantasia.
Una bambina impazzita, una scheggia che vaga senza una meta toccando a volte con rispetto a volte con violenza ogni parte dell’io della poetessa.
Infanzia e adolescenza, i primi amori e persino la vita che le scorre davanti o accanto, quella piccola scheggia fatta di ombre e luce osserva, dileggia e racconta quei piccoli flash di esistenza.
Eppure inizia tutto con un atteggiamento nostalgico
capelli infiniti e quanta luce nel sorriso
la gonna corta
il rimmel nero
non sembrava triste mia madre quando non c’ero
Ed è vero.
La presenza prima era una sorta di filo che ci legava la passato e che dal passato poteva arrivare nel presente.
Oggi l’assenza è persino nella presenza, in questi tempi in cui non si guardano più i dettagli ma si corre, cosi come corre la bambina impazzita della Viviani per prendere ogni sorso di esistenza affinché possa essere non più ombra ma realtà
mi sento tra gli adulti un moscerino
tra gli altri bimbi ancor di meno
ma d’improvviso alta grande e fiera
sono nell’ombra lunga della sera
Siamo davvero destinati a essere immensi solo grazie alla nostra ombra?
A quegli impulsi un tempo sublimati in impegno sociale, civile e artistico?
Il viaggio continua tra l’amore del post moderno, semplice ma importante pixel sulla pagina vuota di uno schermo, in cui è importante esserci senza
navigare nelle vene delle tue braccia
ne attraverso fiumi
camminando sulle tue vertebre
Tutto apparenza, tutto una corsa sotto un torrido cielo estivo.
Tutto senza poesia oppure è la poesia sublimata in carnalità animalesca.
La bambina impazzita osserva, commenta tagliente eppure sogna, ecco si sa ancora osgnare un sentimento che unisca carne e spirito.
il mio amore impacciato lo porterò a correre
su un tappeto a forma di infinito che diventi troppo stanco per scrivere di niente e sentirsi intelligente
il mio amore eccessivo griderà il suo torto in una stanza nel deserto fino a che non avrà voce per chiamarti senza motivo
Che società emerge oggi da quel fanciullino impazzito?
Se prima era una società chiusa, restia a raccontarsi, a raccontare i suoi lati meno nobili seppellendo ogni ipocrisia e ogni bisogno anche oscuro sotto un tappeto elegante accanto alla porta oggi siamo pornografia pura, come esposizione senza alcuno pudore di noi stessi, delle emozioni e dei nostri più intimi desideri
Socchiudi te ne prego quel tuo cuore spalancato
che gli si vede tutto
è osceno e pornografico
il mio si veste di sobrio
conserva il suo mistero
ha un battito discreto
non vuole troppo traffico
se non gli
fai paura dentro ha una fessura
per un amore spiffero
Ecco che la bambina si rivela per ciò che è.
Impazzita perché controcorrente, impazzita perché viaggia senza regole verso la ricerca di una stanza tutta per se, come la Wolf capace di diventare il suo rifugio in questo oggi cacofonico che sta perdendo pezzi di se stesso
lo specchio mostrando al contrario le lettere sopra il gilè
mi dice ch’è tutto illusorio io sono l’opposto di me
Ed ecco il perché della silloge, scoprirsi in questo post-moderno che sembra uscito quasi da un romanzo di fantascienza, dove l’ombra non è altro che l’opposto del viso che riflettiamo al sole.
Non è più la parte nascosta, l’impulso che deriva dalle scorie delle esperienze ma il nostro vero volto, quello dietro alla faccia baciata dal sole.
Ecco cos’è il mondo, uno specchio distorto in cui cerchiamo disperatamente di trovarci.
Una piuma di nebbia
sullo sguardo
sfuma il contorno
e come fosse già un ricordo rende vaga l’esistenza le toglie qualche ruga
in dissolvenza
e cerco nello sfondo indefinito
l’incompleta creazione di questo mondo a bassa definizione.
Alessandra Micheli
La recensione su Les fleurs du mal blog




