“La nebbia sale dalla terra” su Libroguerriero
“La nebbia sale dalla terra” di Antonella Presutti (Arkadia/Sidekar)
Sul comodino della Rambaldi
Antonella Presutti – Campobasso – docente di lettere, si occupa di cultura e ricerca letteraria ed è presidente della Fondazione Molise Cultura con cui promuove festival, mostre e convegni.
Ha finora pubblicato: Stabat Mater, Nevica poco e male e Il rianimatore e dal suo La nebbia sale dalla terra è stato tratto lo spettacolo omonimo con Paolo Benvegnù e Miro Sassolini.
Tra la nebbia di un piovoso autunno, che evoca odore di fumo e castagne, l’autrice, affascinata dalla scrittura di Lina Pietravalle, decide di cercare il vecchio casino della Cipressina, dove Lina ha trascorso i suoi migliori anni. Un tempo chiamavano casini tutte le case di campagna appartenenti a famiglie benestanti legate alle vacanze estive e alla caccia e in Molise ne restano molte a testimoniare i fasti di quelle ricche famiglie.
Al padre, Lina riconosce lo sguardo sulla terra di Molise, quell’amore straziante e malinconico che percorre le sue parole. A stare qui, al sole che abbaglia nell’ultimo guizzo dietro le montagne oltre il Trigno, ciò che è racconto e memoria si fa vita. Alcune case hanno bisogno di presenza per essere animate, diversamente restano in una fissità composta, immanente; altre, invece, hanno una loro vita, fatta di guizzi e bagliori, racconti e parole, che continua in assenza di tutti e tutto.”
Un posto per ricchi, sospeso tra passato e presente, dove tutto inizia e tutto finisce.
Una storia ricca di personaggi e raccontata da più punti di vista.
“I crolli si sono portati via le strutture laterali. Il vento, la pioggia, la neve allargano le crepe giorno dopo giorno, mese dopo mese. In ogni racconto Lina ha pagato il suo debito con il padre rispetto a questo luogo. “E guardandomi le mani riconosco la foga di mio padre nella sua foga oratoria nuda, rigorosa, precisa e il sentimento ascetico di quelle mani venate di azzurro ch’egli scagliava in alto e poi batteva giù a ribadire il pensiero già espresso. Amato e odiato, i suoi pensieri, le sue idee erano gli unici a segnare l’ora in questo paese scalzo e disadorno, immalinconito dalla solitudine e irretito dal disinganno. I governi passavano senza ricordare neppure l’espressione geografica di questo angolo d’Italia sconosciuto”.
La Cipressina si affaccia sulla valle del Trigno lungo una strada franosa tutta curve che divide i borghi di Salcito e Bagnoli e Antonella Presutti ne narra la storia.
Per l’inaugurazione della Cipressina, a suo tempo, fecero le cose in grande tra musiche balli e canti. Un’ossessione per tutti quelli che ci hanno abitato, dove il giardino, nonostante abbandono e incuria, accerchia ancora rigoglioso quelle stanze sventrate con le carte da parati strappate.
Tra gioie, dolori, lutti e segreti, l’autrice riporta in vita Lina Pietravalle e racconta di Don Ferdinando, Donna Rosa, Isabella, Annetta, Michele e gli altri. Le cose viste dal punto di vista di ognuno, dette in faccia dopo molto tempo. Donna Rosa rigida e respingente che ha sopportato tutti i tradimenti di Don Ferdinando e i figli illegittimi avuti da attricette e donne di servizio. Di alcuni nati sapeva e di altri no, e si vergogna ancora per quel figlio che fa il garzone dal fornaio per pochi spiccioli. Donna Rosa che non va sulla sua tomba del marito, che ha relegato in un angolo nascosto del cimitero. Abituata alle sue prolungate assenze da vivo, non lo perdona nemmeno da morto. E gli altri uomini di famiglia che si comportavano come lui. E Lina giornalista e scrittrice volitiva con la sua vita avventurosa e il rapporto con quella casa che erroneamente pensava di non amare…
Il lento declino di tutto, dopo la morte di Don Ferdinando, a partire da quel giardino a cui teneva tanto. Voci e storie che si rincorrono. Una casa di campagna che preserva ricordi e verità nascoste. Un racconto di tutti i personaggi che si sono aggirati per quelle stanze. Una casa che ha accolto tante morti e tante ragioni di vita, che, leggendo, ci riporta, alle case della nostra infanzia e alle nostre storie di vita vissuta.
Paola Rambaldi
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