“L’apoteosi di Pio Pacifico” su SoloLibri
L’apoteosi di Pio Pacifico di Ilario Carta
Arkadia, 2026 – Un cinquantenne cagliaritano, tranquillo e remissivo, collezionista irriducibile di albume e figurine dei calciatori Panini, passione trasformata nel focus della trama di un piacevole romanzo popolare.
Ilario Carta: se non è sardo, sono eschimese. Infatti, vive a Cagliari (è nato, boomer, in un paesino dell’interno, Ballao), l’autore del romanzo L’apoteosi di Pio Pacifico (maggio 2026, collana “Eclypse”, 168 pagine), per l’editore di casa Arkadia.
Non è il primo titolo dell’ex dipendente della Regione Sardegna, funzionario delle politiche sociali. Laureato in materie letterarie, ha pubblicato per il marchio di viale Bonaria quattro testi precedenti di narrativa, a cominciare dal più volte ristampato I giardini di Leverkusen (2015), esordio che ha meritato il Premio Osilo 2017, come migliore romanzo sardo dell’anno (nel 2024 è uscito il sequel, Japanischer Garten).
Nome e soprattutto sardissimo cognome non fanno una grinza, al contrario del Pio accostato al preesistente e irrevocabile Pacifico, a pesare come macigni, da un padre che pure non aveva alcun obbligo parentale da rispettare. Sottotraccia, mamma Cesarina non ha mai perdonato al marito Tarcisio l’aver condannato l’innocente figlio unico allo scherno perenne. Canzonature insolenti, accompagnate da grasse risate tra bambini, sottintese invece da adulto, ma ugualmente mai risparmiate.
Nel romanzo, Pio ha superato i cinquant’anni. È cresciuto nel quartiere cagliaritano Marina, ragazzino d’indole remissiva – mica poteva smentire l’anagrafe – pur essendo fisicamente più sviluppato dei compagni di giochi in strada e con due manone impressionanti. Si limitava ad assistere, seduto sull’ultimo gradino del sagrato, da solo. Mai che lo coinvolgessero nelle interminabili partite a pallone in piazza Solferino. Tutti più piccoli di età, ma con il fuoco addosso, Paride spirritteddu, Lollo cardanca, Chicco martininca, Franchino scoau ricorrevano a lui per fare numero, solo quando messi spalle al muro da pesanti assenze. Anche lui aveva un soprannome, Piisceddu, ma laddove esibire balentia significava sopravvivere anche tra bambini e adolescenti, non faceva mai ricorso alla sua forza, crescendo all’ombra della propria ombra, sempre tranquillo e pronto ad accettare le scelte di altri.
Dove Pio li superava tutti, però, era nel riconoscere i calciatori delle figurine Panini. Li individuava tutti, nomi, cognomi, squadra di appartenenza, luogo d’origine, età, da un solo ciuffo di capelli, da una porzione di spalla, da una nuvola nell’immagine. Non sbagliava mai, era diventato un’attrazione da circo. I grandi si divertivano a mostrargliene una, coprendola con un’altra, lasciando intravedere appena un minimo particolare. In una frazione di secondo lui rispondeva con sicurezza. Un vero genio, più si diffondeva la nomea nella Marina, più gli proponevano visi e nomi impossibili, di calciatori sconosciuti militanti in squadre di serie B, apparsi fugacemente per un solo anno negli album delle figurine. Senza alcun tentennamento, azzeccava. Ovviamente si dedicava ai calciatori più che allo studio. In casa poi non avevano il televisore e ogni sera stendeva l’album Panini sul tavolo e si cimentava a scoprire le bizzarrie più strane.
In segreto, Pio soffriva il cruccio della poca appariscenza della mamma. Quanto il figlio era arrendevole e mansueto, Cesarina, già più larga che alta, non faceva niente per migliorare il proprio aspetto. Indossava sempre e solo lo stesso vestito da casa stinto, con l’eterno grembiule a cingere le pancia considerevole e i capelli a crocchia, che la invecchiavano di vent’anni e non avevano mai conosciuto un parrucchiere.
La moglie Nives era di tutt’altra pasta. Unica ragazza mai frequentata, conosciuta in parrocchia, dopo quasi vent’anni di matrimonio e due figli, va in collera solo a vederlo. Lo accusa d’essere indolente e per niente collaborativo, di lasciarle addosso tutto il peso familiare, di pensare solo alla sua stupida collezione.
Nel seminterrato, Pio ha organizzato un laboratorio di restauro degli album e figurine, commerciandole anche in un banchetto ogni domenica al mercato e ricavando qualcosa da quest’hobby totalizzante. Come il Gronchi Rosa per i collezionisti di francobolli, nel mondo delle raccolte Panini c’è un pezzo che vanta quotazioni rilevanti: il primo album della casa editrice modenese, stagione calcistica 1961-62: sul fondo giallo della copertina spicca l’immagine colorata a mano dell’attaccante del Milan Nils Liedholm, che colpisce di testa. È stato l’icona dell’intero universo Panini, prima di lasciare il posto alla rovesciata di Parola, sempre colorata a mano. Comunque, il proto album vanta quotazioni in migliaia di euro e totalizza il focus di una trama condotta dallo scrittore cagliaritano in modo leggero, ironico, movimentato e brillante.
Agli occhi di Nives, Pio commette un acquisto folle: spende tutti i risparmi segreti per comprare il mitico e primissimo album 1961-1962. È la goccia che fa traboccare il vaso. La furiosa lo caccia di casa. Poco dopo, Pio perde anche il lavoro di usciere in Regione. Torna a vivere con i genitori alla Marina, il quartiere “che si spandeva in uno dei colli di fronte al porto”, nel piccolo appartamento di piazza Solferino, al pianterreno, occupato dai Pacifico durante la guerra, senza che nessuno rivendicasse mai la casa. Forse i proprietari erano morti sotto i bombardamenti.
Cerca di trasformare il collezionismo-restauro in una fonte di reddito, ma l’upgrade commerciale si scontra con le violazioni, contestate dai vigili urbani. L’occupazione di suolo pubblico non perdona. Poco ci manca che Pio non finisca in braccio alla Caritas, anzi è proprio all’assistenza caritatevole che è costretto accostarsi. Ma stai a vedere che chi di figurine perisce, di figurine rinasce…
Felice Laudadio
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