Libera

L’ampia vetrata del salotto rifletteva una figura sfocata: un corpo di donna abbandonato sulla poltrona. Il volto tratteneva l’antica bellezza. La fronte alta, il naso affilato, gli zigomi sporgenti continuavano a conferirle quel sentore orientale che a tanti uomini, e a tante donne, aveva fatto perdere la testa. Il colorito olivastro del viso faceva risaltare gli occhi, mobilissimi, di un colore marrone tendente al miele. La bocca aveva mantenuto solo in parte l’aspetto seducente e invitante. Poco era rimasto di quella giovane donna, bella, audace e irriverente. Di quel portamento eretto e austero che sembrava voler sfidare il mondo. Nulla di quel corpo raggomitolato sulla poltrona faceva pensare a colei che con determinazione aveva osato sfidare l’arroganza e il cinismo del potere.
Nella stanza echeggiavano le note di Non, je ne regrette rien… Non, rien de rien… Ni le bien qu’on m’a fait… Ni le mal… cantata dalla voce graffiante di Édith Piaf.
Quel giorno le era stata preannunciata una visita. Il postino le aveva recapitato un telegramma. Lo aveva preso tra le mani con molta circospezione, ma aveva evitato di aprirlo. L’aveva appoggiato sul tavolino, all’ingresso. Da tanto tempo non riceveva della posta e quel telegramma le creava un’ansia che non sapeva spiegarsi. Era passata e ripassata più volte vicino a quel foglio giallo, accuratamente sigillato. Lo aveva osservato con un misto di curiosità e apprensione, senza però decidersi ad aprirlo. Il nome del destinatario era corretto, “Maria Spadoni”. Alla fine, vinta dalla tensione, aveva lacerato con decisione
i lembi del telegramma e l’aveva aperto. Poche righe, dirette, asciutte: “Buongiorno signora Libera Satta. Il mio nome non le dirà nulla. Nei prossimi giorni sarò da lei. Devo consegnarle una lettera. Sergio Rossi”. Era rimasta impietrita. Lo sconosciuto l’aveva chiamata col suo vero nome. Nessuno lo conosceva. Da anni per tutti era Maria Spadoni. Questi erano il nome e il cognome riportati nei suoi documenti. Dovette sedersi sulla poltrona. Leggeva e rileggeva quel foglio giallo in preda a un turbamento che le toglieva le forze, e ripeteva tra sé e sé quel nome, Libera… Libera. Era da tanto tempo che non pronunciava e non sentiva pronunciare quel nome, Libera… Libera… Libera…
Questo era il suo vero nome.




