Teresa non sparare

Un secondo, basta un secondo.
Un secondo, tutta una vita.
Il suv che arriva in discesa mi centra in pieno producendo un rumore di ossa frantumate e un tonfo vuoto che rimbomba mentre la testa si schianta sull’asfalto. Un fischio perfora i timpani, puntini bianchi offuscano la vista. Il cemento è caldo, ruvido, lo sento sulla punta delle dita.
Mi tiene incollata a sé come fossi un povero ratto in una di quelle trappole di colla, ma io almeno non sento dolore. Poi tutto sparisce, spazzato via da una voce rotta e petulante.
La portiera si apre con l’auto ancora accesa, il din din din cadenzato della vettura ricorda che è in moto ma sul sedile non c’è nessuno.
Infatti è appena sceso un cinquantenne imbolsito e stempiato, si stringe il capo tra le mani piccole e tozze mentre urla che lui non c’entra niente e piange e cerca conferma della sua innocenza sui volti cinerei e muti di chi ha assistito all’incidente.
Mi immagino tra la folla, una mano che prova a tenere insieme il mio cranio, l’altra nervosamente poggiata sul fianco, le sopracciglia inarcate e un’espressione di incredulità mista a incazzatura. Sento le scarpe del povero automobilista pestare l’asfalto, tra una bestemmia e l’altra. Me lo immagino roteante, una trottola umana grassa e sudata che non sa come comportarsi, una folla, me compresa, che lo scruta e lo giudica, trasformandolo in un essere sempre più piccolo.




