Il poeta scomodo

CAPITOLO I
Vidēres altam Bilbilin
La luce soffusa del giorno fa capolino fra le fessure della finestra della mia camera e mi sveglia. Apro e chiudo gli occhi ancora stordito dal lungo sonno della notte finché non riconosco il luogo ove mi trovo. È passato oramai più di un anno da quando, lasciata Roma, sono tornato in patria e ancora, al risveglio, mi guardo attorno incredulo, stupito di ritrovarmi nella mia Bilbilis.
Ci metto qualche minuto prima che mente e corpo insieme accolgano la nuova realtà. La stanza è grande, come non ne ho mai avute, linda, ordinata, pochi mobili ma buoni, di quercia robusta, di quelli tipici delle case ricche di campagna, una scrivania nell’angolo alla mia sinistra accanto a una finestra che si affaccia sull’aia, un tavolinetto, qualche sedia e un armadio che uso per i pochi vestiti che qui mi servono e per una buona scorta di rotoli e codici custoditi in una pila di scrinia e capsae.
Stamane, come ieri e i giorni avanti, non sono stati i carri e gli strepiti dell’Urbe a svegliarmi, ma la luce del giorno, il canto degli uccelli appollaiati sui rami più alti della grande quercia al limitare dell’aia, e il dolce tramestio delle pentole che la domestica comincia a mettere sul fuoco per preparare il pranzo; e lontano, appena percepibile, un dolce vociare di bimbi che la massaia zittisce con uno sguardo perché il padrone possa dormire tranquillo.
Tutto questo mi riporta alla mente Roma, le sue folle vocianti, i richiami degli ambulanti, lo schiamazzo dei bambini che vanno a scuola, le assordanti martellate dei fabbri sull’incudine, gli spintoni sgarbati degli schiavi per far strada alle lettighe dei signori, il tramestio continuo della Suburra; e il mio giovane amico Decimo Giovenale, da poco tornato nell’Urbe dopo anni di esilio. O Decimo, se tu vedessi l’alta Bilbilis!




