“Criptidi” su Mentinfuga
Voci letterarie. Una conversazione con Ettore Zanca
Nelle sue opere Ettore Zanca racconta una scrittura che attraversa fragilità, legalità, calcio e cura, fino a Criptidi: storie come strumenti di ascolto, inclusione e responsabilità.
Ettore Zanca, nato a Palermo nel 1971, è scrittore, giornalista e storyteller. Laureato in Giurisprudenza insegna narrazione emozionale e sportiva in scuole, aziende, fondazioni e strutture ospedaliere. Cura progetti di scrittura rivolti a pazienti pediatrici e ragazzi autistici, collaborando con realtà come l’Istituto Giannina Gaslini, la Fondazione Gaslininsieme ETS e il ProgettoAutismo Friuli Venezia Giulia nella convinzione che le storie possano diventare uno strumento di ascolto, inclusione e cura.
Autore di romanzi e racconti premiati, ha scritto per diverse testate nazionali e si occupa da anni di narrazione sportiva, legalità, fragilità e neurodiversità. Con Ianieri Edizioni ha pubblicato E vissero tutti feriti e contenti e Santa Muerte, vincitore di una menzione speciale al Premio Etnabook 2020. Per Arkadia è uscito nel 2022 L’oceano oltre la rete, seguito nell’agosto 2026 dal romanzo Criptidi.
Ettore, sulla sua pagina di autore leggo che lei colleziona maglie da calcio che abbiano una storia da raccontare, ama Genova e continua a credere che dare un nome alle fragilità sia una responsabilità di chi sceglie di narrare. La sua scrittura attraversa ormai molti anni, generi e forme differenti. Qual è stato il momento in cui ha capito che raccontare storie non sarebbe stato soltanto un interesse ma una parte essenziale del suo modo di stare nel mondo?
Credo fin dal liceo. Ho capito che le storie mi affascinavano per sé stesse, non per il pubblico che poteva fruirne. Mi piaceva raccontare dentro i temi di scuola o fare brevi racconti che magari dedicavo alla mia fidanzatina e mi ricordo i rimproveri di una professoressa e di un altro professore che non gradivano il mio modo cialtrone di scrivere di attualità. La verità è che però, come dico spesso, io scrivo per mutilazione. Fin da ragazzino mi affascinava il mondo della musica ma non ero portato per suonare o comporre, allora ho scelto di raccontare il mondo in un altro modo, scrivendo storie. Per un po’ poi tutto si è fermato. Ho ripreso a scrivere davvero poco prima che nascesse mio figlio e dopo un periodo molto lungo e molto complicato per me. E da allora ho assecondato la voglia di raccontare il mondo che mi circonda nella sua a volte contraddittoria bellezza.
Tra i suoi primi lavori ci sono libri legati alla memoria civile e alla legalità, come Zupì e gli infedeli e Vent’anni. Che cosa significava per lei, allora, trasformare in narrazione vicende così dolorose e radicate nella storia della sua terra?
Devo ai miei genitori la mia formazione sociale così come è venuta fuori. Loro mi hanno educato alla lettura, a casa avevamo una libreria sconfinata che ho saccheggiato da Maupassant a Calvino, da Poe a Pirandello. Ma anche nell’impegno civile, loro erano in prima linea politicamente e a sinistra, che a quei tempi a Palermo era quella di Pio La Torre e Berlinguer, sorvolo sulla triste e pietosa attualità del termine, ma come diceva Gaber chi era contro, era comunista. A Palermo significava essere antimafia. Ho vissuto gli anni di piombo palermitani, dove davvero non sapevi se tornavi vivo a casa visto che ogni tanto si sparava per strada. Ho vissuto in diretta l’attentato a Borsellino dal balcone di mia zia, ero affacciato al momento dell’esplosione. Quella voglia di cambiare le cose, quella rabbia per una terra che allontana i giusti e si fa sedurre dalla feccia e che è al contempo meravigliosa ti resta dentro. Quando ho scritto Vent’anni con Daniela Gambino (a cui devo l’entrare nel mondo della scrittura) edito dal caro Salvatore Coppola, volevamo lasciare una traccia della bellezza e del sangue versato per tutelarla. Ho avuto l’onore di conoscere Rita Borsellino e di farla conoscere a mio figlio. Raccontare di tutto questo per me ha significato ricordare un quartiere difficile dove sono nato, la strada, il calcio tra le macchine e le compagnie che basta un passo e sei in un giro sbagliato. Ha significato tornare a quando per difenderti non bastavano le parole ma dovevi riuscire a non finire tra chi prevaricava e invece imparare a difendere i più deboli. Credo che chi sia uscito dalla Palermo di allora adesso sia come Spiderman nell’ultimo film. Conserva un istinto atavico e un dna che nel mondo attuale deve confinare a fatica. E ti porti appresso la tua terra e quello che ti è entrato nel sangue tra esplosioni e il mare dove andavi a fare il bagno convinto di essere spensierato.
Nei suoi libri i personaggi sono spesso narrati nella loro vulnerabilità, ma raramente ridotti alla loro ferita. Come si racconta il dolore senza trasformarlo in spettacolo o in una facile occasione di commozione?
In parte facendo quello che diceva Al Pacino ne L’avvocato del Diavolo. Essere fanatici dell’essere umano e delle sue controversie senza giudicarlo. Provare a capire i meccanismi che lo hanno reso abietto e quelli delle sue perversioni. A volte provare nausea e a volte un’infinita tenerezza. Siamo esseri capaci di produrre la parte peggiore di noi per futilità varie e al contempo cuori generosi che diventano solidali di fronte alle atrocità. E il bello è che più apprendo storie di vita che poi racconto più sorrido di chi nei social vuole confinare nella sua opinione il ritratto che si è fatto del mostro o dell’eroe del momento, con la totale assenza di toni grigi. Mi viene in mente quella canzone dei Negrita che ritrae in pochissimi versi tutto ciò che siamo. C’è chi è votato al dramma e chi alla commedia, ma ci affanniamo tutti su questa scomoda sedia, seduti verso il nulla, con la croce tra le mani, siamo dei cannibali travestiti da vegani, siamo tessere di un mosaico geniale.
Il titolo della raccolta E vissero tutti feriti e contenti del 2017 sembra quasi racchiudere una sua dichiarazione poetica: non l’illusione di una guarigione perfetta, ma la possibilità di vivere anche con ciò che ci ha segnati. Si riconosce ancora in questa visione?
Certo che sì. Quei racconti sono quasi tutti appartenenti a esistenze vere che non fanno rumore. Il casellante malinconico, i vecchi sulla panchina, il bambino che vuole imparare a fare il clown. Sono sempre convinto che le più belle storie siano in mezzo alla rumenta. E spesso chi fa questo mestiere dimentica di raccontare il mondo e passa a voler dimostrare quanto è bravo con le parole spesso dal comodo lettino al mare o dalla terrazza in cui non vedi manco chi sta sotto. Bisogna camminare in mezzo alle ferite per sentire l’odore della carne. E ringrazio ancora con affetto Enrico Ruggeri che mi ha scritto una prefazione con cui ha ritratto perfettamente lo spirito del libro, da bravissimo cantore ed essere umano qual è.
Con Santa Muerte, edita nel 2019, lei ha affrontato un immaginario molto diverso, legato al culto della morte, alla violenza e al confine tra realtà e mito. Che cosa le interessava esplorare attraverso quel mondo?
Era un romanzo di ritratto dei tempi. Della retorica che parla alla pancia della gente ma nasconde la corruzione, che non nota il disagio trasversale che attraversa chiunque e che serpeggia nella voglia di farla finita. Dai genitori che non vedono le ombre negli occhi dei figli fino alle categorie dimenticate dal mondo o reiette: la coppia piena di debiti, il vecchio che ha fatto la resistenza, l’allenatore alcolizzato. Tutti si rifugiano nel mondo della musica di denuncia di una rockstar e nella voglia di farla finita affidata a un killer prezzolato di una multinazionale particolare. Era la voglia di urlare e di dire che la via più facile, quella di far morire se stessi, è in fondo una vigliaccata che ci sottrae la possibilità di godere di abbracci, amore, baci e attenzioni di chi ci ama, l’invocazione a non essere soli che però arriva paradossalmente dall’ultimo che dovrebbe farla: un killer senza più niente da chiedere accompagnato da una gatta trovata per strada. Era una forma di racconto che voleva rendere omaggio a una gatta che amavo e che è morta troppo presto e che con questo romanzo vivrà per sempre, Morgana, ma anche un tentativo che ho voluto fare di scrivere dalla parte del cattivo. Provare a tracciare un killer senza farne una macchietta, con una sua etica controversa ma valida, che considera un lavoro uccidere ma solo una volta lo fa per piacere ed è per liberare una ragazzina dalle violenze di un uomo e che per la prima volta prova piacere a farlo. Sono quei sentimenti controversi che nessuno se non i possessori dovrebbero giudicare.
Il calcio occupa uno spazio importante nella sua scrittura e nella sua attività di narratore sportivo. Nei suoi testi, però, non è quasi mai soltanto uno sport: diventa memoria, appartenenza, riscatto, perfino linguaggio affettivo. Che cosa permette di raccontare il calcio che altri linguaggi, magari altrettanto efficaci, non consentono?
Vladimir Dimitrijević scriveva che il calcio è una comunione pagana, di lasciarci almeno questa per goderne. Più modestamente io dico che il calcio è il secondo motivo di battito del cuore dopo l’amore. Chiunque abbia giocato a pallone avrà dentro vibrazioni in comune, dal campione del mondo all’ultimo ragazzino in un cortile. Con una palla tra i piedi ti scordi di quanto guadagni e delle ville, conta solo la partita, perché si torna bambini e io credo che chi dice di odiare il calcio non è stato felice. Perché quelle sensazioni di asfalto e cicatrici da caduta non lo restituisce nulla. Il calcio può raccontare di politica anche se c’è chi dice che vanno tenuti distinti. Lo vadano a dire a Boban che con un suo calcio a una guardia serba che aggrediva tifosi croati a Belgrado di fatto diede il via a tutto quello che sancì la divisione in Jugoslavia. O ai messicani quando giocano contro gli statunitensi, ai bosniaci contro i serbi, sono storie umane, di parenti uccisi, di guerre. Lo raccontino ai tifosi delle due sponde di Glasgow che quando giocano le loro squadre è un derby di cattolici contro protestanti. O l’abbraccio tra Mancini e Vialli dopo l’europeo che significava un addio per Luca che già sapeva che non sarebbe vissuto. Io sono sampdoriano. Genova è una città che ti stordisce se la sai amare. E lo stadio è una carnalità assurda. La canzone Lettera da Amsterdam che i tifosi cantano all’inizio commuove. Ho le lacrime. Conservo la maglia di Vialli fattami arrivare da Enzo Raccuglia che le fece per la Samp negli anni 80, mi commuovo nel guardare la bella stagione, un docufilm dell’unico scudetto della Samp. E ne conservo il libro. Il calcio guarisce ferite di amori ingiusti, ti dà amici, ti fa scegliere in pochi attimi come difendere te e chi va protetto. Credo sia un linguaggio comune che nulla di altro può eguagliare. E non è vero che il calcio non c’entra nulla con la vita, è la metafora perfetta del suo splendore e del suo marciume.
Restiamo su questo tema, evidentemente molto importante nel suo percorso. In L’oceano oltre la rete il calcio incontra l’amore, il viaggio e la possibilità di ricominciare. Quanto è stato importante, in quel romanzo, sottrarre il racconto sportivo alla cronaca per restituirlo alla dimensione della vita?
Nel calcio oltre i trionfi esiste la paura di retrocedere di categoria. Quando una squadra rischia ma non scende si usa una parola che apre i polmoni come una giornata al mare, salvezza. Questo libro parla proprio di salvezza a più livelli. Dell’essere umano, della propria condizione di genitore, il rimediare agli errori. E tutto questo accade in un alternarsi tra campo e fuori dal campo. È il racconto di una piccola squadra di un’isola inventata che finisce in prima divisione e spera di salvarsi con l’aiuto di un campione che voleva ritirarsi ma che è nato lì e lì ha una figlia che non gli parla da anni. Lui vive altrove con una nuova compagna. Il suo dramma di recuperare un rapporto confluisce nel dramma di una squadra che non sa come sopravvivere. Il romanzo però è stato volutamente spostato appunto alla possibilità di salvezza che spesso per un uomo si traduce nella donna che ama. E proprio le donne sono le vere protagoniste. a questo proposito tengo a sottolineare una cosa. Ho fortemente voluto come autrice della postfazione proprio una giornalista sportiva donna la cui amicizia mi onora: Roberta Noè di Sky sport. Ho visto molti libri incentrati sul calcio in cui le prefazioni erano sempre un cantarsela e suonarsela del mondo maschile sul calcio. Io ho sempre scherzato dicendo che il cielo abbia sempre cura di proteggere le donne che conoscono il fuorigioco. Ovviamente è ironico, ma in un mondo come quello calcistico, esistono giornaliste brave, competenti e professionalmente validissime, soprattutto che non hanno bisogno di artifizi di vario tipo per far emergere la loro professionalità e io credo di aver chiesto il dono delle sue parole a una delle migliori, che mi ha insegnato anche come si racconta una storia sportiva imparando a mettere al centro il protagonista della storia e non noi stessi.
Accanto alla scrittura letteraria porta avanti progetti di storytelling nelle scuole, nelle strutture ospedaliere e con pazienti pediatrici e ragazzi autistici. Che cosa ha imparato da queste esperienze sul valore delle parole e, soprattutto, sul valore dell’ascolto?
Una regola è la stessa che applico anche ai social. Se non sei un valore aggiunto alle storie di chi non vive allo stesso passo del mondo, è meglio che lasci perdere. Vedo molti che si sbrodolano o speculano su disagi, malattie e disabilità usando una retorica strappalacrime. Credo che invece saper ascoltare, o portare qualcosa con un valore significhi prima di tutto non trattare nessuno come diverso, siamo tutti fiocchi di neve. Ovvero unici. E questo travalica la malattia, la neurodivergenza o quei linguaggi inclusivi che servono solo a darsi un tono per far vedere che tuti siamo uguali. Ma quella non è uguaglianza, è ipocrisia. Ho conosciuto ragazzi che scherzano sulle loro neurodivergenze in maniera sarcastica, e pazienti pediatrici non volere la pietà di nessuno perché stucchevole. Spesso vogliono compagni di viaggio che dicano “ok, la tua andatura è questa, mentre ti ascolto vado al tuo stesso passo” e chiusa lì, senza ostentazioni da social. Gli ospedali pediatrici e le fondazioni che hanno a che fare con i ragazzi autistici mi hanno offerto il più grande stabilizzatore dell’umore che abbia mai avuto. Una diversa prospettiva del mondo che cerco sempre di recuperare quando divento la parte peggiore di me. Spesso ho paragonato i ragazzi con spettro autistico a Mork, l’extraterrestre interpretato da Robin Williams. E non è offensivo, tutt’altro. Il loro “pianeta” è meglio del nostro, più geniale, più puro. Meno ipocrita. E sono in grado di insegnare tanto a noi che di questo pianeta non abbiamo capito proprio nulla.
La sua formazione giuridica e il lavoro sulla comunicazione l’hanno spesso condotta a riflettere anche sulla responsabilità delle parole, sul linguaggio ostile e sull’esposizione dei minori nei social. Quanto entra questa attenzione etica nel lavoro dello scrittore?
Ultimamente sto facendo un ciclo di lezioni nelle scuole sul cyberbullismo. La mia più grande preoccupazione, oltre che faticare a comprendere chi non se ne rende conto, è che loro con i concetti che vorrei far passare si annoino per un linguaggio astruso. Allora metto video musicali, curiosità, storie della loro generazione e non faccio il “giovane”, riconosco la loro piena facoltà di prendersi il futuro in mano senza lezioncine. Al contempo credo che molti di loro abbiano molto più chiara la loro gestione dei social. Almeno quei ragazzi che ho conosciuto. Alcuni non ne vogliono proprio sapere e altri, come dargli torto, considerano facebook un rifugio di vecchi. Come lo chiamo io RSA, Residenza Social Anziano. Uno scrittore deve provare a parlare alle nuove generazioni senza rendersi ridicolo imitando o scimmiottando i loro modi, non compiacersi e provare a parlare per un confronto con loro, non per un monologo di ostentazione della propria cultura. Ma per molti che si beano della loro produzione letteraria e basta è una battaglia persa. Sullo sharenting sono felice che a piccoli passi si stia facendo qualcosa. Perché puntiamo spesso il dito sui giovani ma ci sono parecchi genitori che non capiscono che offrire il proprio figlio con le sue foto sui social, è consegnarlo a un mondo che non si conosce. Ho provato a dirlo, ma sono stato anche apostrofato come uno che limita le libertà di espressione. Perchè è il mondo che dovrebbe adeguarsi alle loro volontà di esposizione. Purtroppo per loro non lo fa. E spesso ci sono conseguenze gravissime.
Arriviamo a Criptidi, di recentissima pubblicazione per Arkadia. Il titolo richiama creature che vivono in una zona incerta tra realtà, leggenda e immaginazione. Perché questa figura le è sembrata adatta a raccontare Manuel e il mondo narrativo che lo circonda?
La figura del criptide protagonista di questo romanzo è il Mostro di Loch Ness, che mostro non è, detto affettuosamente Nessie. Un plesiosauro. L’analogia con i criptidi del protagonista si accosta al disagio che lui vive. I criptidi sono esseri leggendari che si nascondono, sono fuori posto, non vivono il tempo della realtà che spiega tutto e si nutre di complotti. Viaggiano fuori tempo al confine con la favola e lo stupore di quando siamo bambini. Il protagonista si sente fuori posto, inadeguato, preda di una profonda sofferenza a cui durante il romanzo cercherà di dare un nome. E convinto che trovare il Mostro di Loch Ness sia un modo per alleviare o non sentire più i suoi veri mostri. Quelli interiori frutto di violenze e abbandoni.
In Criptidi tornano la fragilità, la diversità e il bisogno di trovare uno sguardo che non giudichi, ma sappia accogliere. Che cosa aggiunge questo romanzo al percorso iniziato con i suoi libri precedenti e che cosa, invece, rappresenta per lei una svolta?
Credo sia uno dei temi della mia narrativa. Come se inconsciamente stia cercando di parlare di quelle zone tra il mio vissuto e le vite che incrocio e che mi restituiscono qualcosa. Ho cominciato raccontando delle stragi di mafia e della mia terra, ho raccontato la paternità e attraverso un killer il marciume piccolo borghese e affarista che non ci risparmia da nessuna coalizione politica o vita di tutti i giorni, ma con la convinzione che piccole possibilità di esistenza tramite l’amore ci siano ancora, ho parlato di calcio come metafora di vita. Credo che questo faccia parte del dare voce a chi è stato abbandonato, come direbbe Ruggeri ne La preghiera del matto: chi è peso su coscienze poco attente alla vita, opulente e sposate tra loro. E, continuando con l’onda musicale con una canzone citata dentro il romanzo, sono diventati come lo scorpione della favola magistralmente cantata da Max Pezzali. Fanno male, avvelenano perché sono cresciuti col veleno e perché hanno dentro un mostro a cui non riescono a dare un nome o di cui tutti dubitano l’esistenza. Hanno solo bisogno che qualcuno creda alla loro favola e che li vada a prendere. Cosa rarissima di questi tempi. E poi è un piccolo tributo personale a chi con le sue sofferenze mi ha insegnato a sopportare le mie.
Dopo avere attraversato tutte queste storie, che cosa continua a chiedere alla scrittura? Può raccontarcelo attraverso un’immagine che per lei abbia un particolare valore evocativo?
La prima immagine che mi viene in mente è quella del mare di Nervi dove si infrangono le onde del mare in tempesta. Forse continuo a chiedere quel tormento costante e laborioso delle onde per poi trovare un minimo di pace. Ma sono nato con l’impronta di mio padre che non era felice se non lo erano anche gli altri come diceva Gaber. Quindi mi sa che la tempesta durerà tutta la vita. Se non altro spero serva a scrivere cose che abbiano, appunto, un valore aggiunto. E che allevino qualche sofferenza.
Lucia Guida
L’intervista su Mentinfuga




