La seconda pelle

I
Firenze, dicembre 2019
I più anziani di Rifredi – periferia nord di Firenze – lo ricordavano ancora come l’antro di quel ciabattino iracondo che l’aveva gestito dalla fine della guerra fino agli anni Ottanta. Poi era passato di mano innumerevoli volte, come un vecchio tascabile, senza perdere mai né l’odore di mastice e scarti di pelle, né la sua caratteristica più ostinata: il buio. L’unica luce era sempre stata la piccola vetrina.
Fioraio, biciclettaio, una breve parentesi come spaccio a cinquanta centesimi. Da qualche anno aveva trovato una nuova identità come sartoria cinese. Yùnqì, ovvero fortuna. Aveva acquisito persino una
nuova luminosità grazie a una batteria di neon avvitati al soffitto – la signora Tsu lo aveva imparato in un capannone di Prato dove si cuciva nell’ombra: se non vedi il filo, sbagli il punto.
I due figli avevano fatto del negozio il loro spazio giochi. Quando entrava un cliente cercavano di vendergli qualcosa dell’assortimento di vestaglie in falsa seta, spazzole di plastica e cover glitterate; poi, stanchi, salutavano in un ottimo italiano e tornavano a rincorrersi urlando. La signora Tsu sbuffava e rassicurava i clienti – incerti sulle capacità cinesi di fare orli italiani – affidando al marito le misurazioni, che lui eseguiva esprimendosi a gesti. Malgrado fosse in Italia da molti anni, non si era ancora deciso a imparare la lingua. Come molti uomini della sua generazione, delegava le relazioni alla moglie per poi parlare a raffica la sera, sepolto nella piccola bisca allestita nel retro di una rosticceria all’angolo. A quel punto le parole gli uscivano eccome, liberate dalla Maotai di cui si serviva in abbondanza.




