Variazioni su Budapest

Concerto di di Óbuda
Fra l’uno e l’altro dei miei due viaggi a Budapest trascorsero cinque stagioni, ma ebbi l’impressione di essermi assentato solo per un inverno. Senza dire una vera e propria bugia, potrei affermare che avevo in mente di sfuggire al troppo freddo, visto che lasciai la città nella prima settimana di dicembre, quando le acque del Danubio stavano per congelare, e tornai a metà marzo, quando il fiume stava cambiando pelle, cercando i piloni dei ponti e le rocce dei moli per togliersi di dosso le ultime squame di ghiaccio. Oggi l’idea che tra quei due viaggi non sia passato un inverno, ma un anno intero, mi sembra un po’ confusa, come una pausa tra due note o un dormiveglia tra un’ora e l’altra della notte. In un certo senso, nelle emozioni dei miei ricordi, quei due soggiorni a Budapest risuonano come un solo brano o, almeno, formano un’unica partitura: per tre mesi, ben conscio di essere uno straniero, in tutti i miei movimenti, in tutti i miei silenzi, ho immaginato di essere un altro abitante della capitale dell’Ungheria.
Con questa specie di salto onirico da una sponda all’altra del tempo, con quel gioco fra il mio essere straniero e la parte che avevo scelto di recitare, e dato che non sono un musicista – non vorrei essere altro, se ne avessi il talento – ma soltanto un nomade che osserva e ascolta, il mio desiderio di evocare Budapest ha preso la forma di questa serie di variazioni sulle mie esperienze in quella città e su alcune delle sue facce, voci e realtà che per dodici settimane sono state così vicine alla mia. Se riuscirò a fare in modo che il lettore, a poco a poco, paragrafo dopo paragrafo, senta quelle voci di Budapest con la stessa intonazione, non avrò scritto invano. Se gli risparmierò il tono pesante dei saggi – in ogni senso – e riuscirò a interpretare questa colonna sonora come se la accompagnasse un lungo piano-sequenza in giro per la città, sarà valso la pena passeggiare.
Concerto di Óbuda




