Il piano zero su MioMagazine

da: MioMagazine
Il piano zero
Un romanzo d’amore e terrorismo
MioMagazine – marzo 2012

Spolverare gli anni più difficili della storia recente d’Italia e raccontarli al pubblico attraverso un romanzo di fantasia è per l’autore Giampaolo Cassitta un compito arduo e delicato, che diventa inevitabilmente esigenza narrativa esprimibile con coscienza e partecipazione. In equilibrio tra amara realtà e invenzione narrativa, “Il piano zero” è viaggio-inchiesta negli anni di piombo, è intreccio tra drammi del passato e incertezze del presente, sullo sfondo di sentimenti contrastanti e personaggi ambigui, laddove il desiderio della verità e la voglia di amare lottano per trionfare. Perché ha scelto di scrivere degli anni di piombo?

“Il libro è nato come un’esigenza di voler raccontare degli anni ancora oscuri, nascosti, difficili dove chi aveva intorno ai vent’anni, come me, li ha vissuti intensamente. Sono gli anni di piombo, duri e cattivi, pieni di ideologia ma anche di molte passioni. Da questo punto son partito per raccontare quello strano periodo dove non c’era tempo per il romanticismo ma dove, paradossalmente c’era molta voglia d’amore”.

Come riassumerebbe il suo libro?

“Il piano zero è il racconto di una generazione, la mia, che è rimasta così senza inghiottire né sputare. Una generazione di cattivi maestri da una parte ma anche di grandi fondamentali etici dall’altra. Negli anni ‘70-’80 c’erano entrambi e quei giovani si sono formati dentro quelle strane storie e sono nati grandi magistrati, grandi giornalisti, scrittori, cineasti, attori, ma anche grandi contrapposizioni al potere come il terrorismo rosso enero. La strage di Bologna, la p2, Gladio, sono quei grandi punti interrogativi di quel periodo che hanno sensibilmente movimentato e peggiorato questo periodo”.

Come definirebbe il rapporto tra Claudio, il magistrato, e Violetta, la brigatista?

“Un rapporto non definito. Non concluso e che, necessariamente doveva ritornare, come i fantasmi del passato sino ai giorni nostri. Era davvero un rapporto forte di amicizia, di condivisione di alcune scelte ma non altre. Era un rapporto d’amore non discusso perché a sinistra, in quegli anni, non c’era spazio per queste cose, si doveva pensare alla rivoluzione”.

Secondo lei, oggi, si affrontano molto o troppo poco questi argomenti così spinosi?

“Oggi nel mondo globale, alla fine, siamo tutti dentro il nostro piccolo orto privato e non vogliamo occuparci di cose che sembrano non governabili. Oggi si guardano i telegiornali, internet, si leggono le notizie. Ai miei tempi e ai tempi dei personaggi del libro,le notizie si commentavano attraverso le radio libere che, a pensarci bene, erano più globali di internet”.

Quanto è risultato difficile mantenere il confine delicato tra storia vera e invenzione?

“E’ sempre molto difficile ritagliare la realtà, la fantasia e il confine verosimile. Molte cose, infatti, sono verosimili e, paradossalmente, potevano davvero accadere o sono accadute e non ce ne siamo accorti. Ma la storia regge anche con la fantasia e la storia d’amore dei tre protagonisti”.

Quanto incide la sua professione nella scrittura?

“In questo romanzo c’è un capitolo dedicato al colloquio tra il magistrato e un detenuto in carcere: lì, anche le pause, sono tutte intensamente vissute. C’è molto anche nel trovare alcuni personaggi che miscelo nelle storie ma c’è anche la mia vita dentro. D’altronde è il gioco degli scrittori scrivere di cose che si conoscono”.

(Alessandra Liguori)


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