Rassegna Stampa


Spericolato, entusiasmante, sconvolgente 

Apro questo libro scritto in uno stile originale, sontuoso e indescrivibile con quel misto di siciliano italianizzato e grammelot mentale e incappo subito, a pagina 10, in una frase vera e solida come il monumento a Garibaldi:
La precisione è un fatto complicato, un fatto che l’uomo lo fraintende, prendi la natura per esempio: ti pare precisa solo perché sei tu che c’hai bisogno della precisione, e così ti fissi che ogni cosa è messa come se fosse messa con un pensiero che l’ha messa proprio in quel modo lì, con fiori che viene la primavera e spuntano i fiori, gli alberi e il sole e la tempesta invernale, e invece sta tutta nell’imperfetto, la natura, è il contrario della precisione, ed è solo il tuo occhio che lo vede al contrario.
Ci avevate mai pensato? Io sì, ma vai a dirlo come Palazzolo. E chi è che ci parla in questa lingua arcaico-avveniristica? Un morto, naturalmente. Un killer. Un uomo buono e cattivissimo. Paura eh?
Nato con l’aiuto del forcipe che gli ha leso qualcosa nel cervello, Ernesto Scossa cresce in Sicilia essendo considerato il povero scemo di casa, ma ad un certo momento gli viene affidato il ruolo di killer sul Continente, perché in famiglia ognuno deve guadagnarsi la pagnotta e i primi risultati sono curiosamente positivi. Nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo, neppure lui incapace com’è di fare previsioni  a breve o lungo termine. Poi commette un errore. In fondo è un romantico: si innamora, cominciano i guai e lui non sembra proprio in grado di schivarli. E’ una sorta di cucciolo d Rottweiler agitato, aggressivo, ma innocente e immemore. E con la fissa della precisione (ecco che ritorna).
Perché c’è qualcosa di impreciso, fuori posto come le bottigliette di shampoo nel bagno di casa che hanno le etichette girate, in questo amore impossibile. Impossibile perché? Ernesto non cerca una spiegazione, ma una soluzione concreta: deve nascondersi con Katia per salvare la pelle di entrambi; lo “zio” non permette che i suoi ordini vengano ignorati ed Ernesto si è allargato un po’ troppo.
Ma io vi sto raccontando una storia, mentre questo libro è altro e adesso tento di spiegarlo.
“La vita schifa” ci dice che non esiste redenzione, che la colpa – ogni colpa – ce la portiamo incisa sottopelle, che ogni buona intenzione viene annullata dagli atti crudeli, o semplicemente indifferenti, che compiamo. Siamo tutti morti nell’anima, fin da subito, da quando svillaneggiamo un compagno di scuola a quando ci facciamo crescere il pelo sullo stomaco. Non esistono santi e madonne, sono colpevoli anche loro, magari per eccesso di bontà.
No, non è un giallo questo libro. E non ci fa passare qualche ora immemori del mondo che ci circonda. E’ filosofia sgangherata e sogghignante, è tragedia greca rappresentata in una discarica, è qualcosa che ti lavora dentro.
Mi sento di ringraziare Rosario Palazzolo per questo lavoro di cesello. Anche se fa male, molto. Forse proprio per questo.

Barbara Monteverdi



“Racconto l’assurdo per apparecchiare la tavola alla realtà anzi, alla verità”

Gian Marco Griffi, direttore del golf club Margara ama scrivere e ha da poco pubblicato la gustosa raccolta di racconti “Inciampi”

Si presenta come «scrittore del lunedì» Gian Marco Griffi, perché è il giorno libero dal suo lavoro di direttore del golf club Margara. Dopo il romanzo «Più segreti degli angeli sono i suicidi» (Bookabook, 2017) ha pubblicato i racconti «Inciampi» (Arkadia). Recentemente ne ha parlato in un incontro con il giornalista Carlo Francesco Conti alla libreria Marchia Mondadori.

I mestieri della scrittura sono tra quelli che generano maggiormente nevrosi e conseguenti gastriti. Spesso con la letteratura non generano neppure profitto. Quindi, chi glielo l’ha fatto fare?

«Io scrivo e mi diverto. Per me la scrittura è una passione, un hobby, e per vivere ho un lavoro vero. Quindi niente nevrosi e niente gastriti (causate dalle scrittura – quelle me le procura il mio lavoro vero, come a tutti)».

Quando ha cominciato?

«Da piccolo, facendo dei fumetti. Però i disegni erano proprio brutti, così ho continuato a scrivere senza disegnare».

Proviamo un po’ a raccontare com’è l’officina letteraria Griffi. Come scrivi, come sceglie le sue storie?

«Ormai scrivo ovunque, in qualunque modo. Nello studio a casa, al bar, ma anche su telefono accostando mentre guido e in altri momenti stravaganti. Mentre sto scrivendo una storia le idee mi vengono in qualunque momento, e bisogna catturarle prima che si può (anche se, a dire il vero, quando un’idea è buona ti resta addosso anche senza bisogna di prenderne nota). Per quanto riguarda le mie storie, nascono osservando le persone che camminano per strada, che chiacchierano al bar, che fanno le loro cose da persone. Soffermandosi a osservare gli altri si scopre una quantità di storie possibili impressionante».

Jean Paulhan in “I fiori di Torbes” per parlare della letteratura utilizza la metafora dei giardini pubblici. Spiega che a Torbes, si legge: “Vietato entrare con mazzi di fiori in mano”, per indicare che uscire con fiori dai giardini può significare averli rubati. In letteratura, aver usato cliché. La parodia è il suo vaccino nei confronti dei cliché?

«I cliché in scrittura sono il male assoluto. Se vogliamo, la parodia è un modo alquanto elegante e furbo per aggirarli, ma in realtà non è questo lo scopo della parodia per me. Innanzitutto, per parodiare qualunque cosa, occorre essere in grado di reggere il confronto con l’originale, e questa è una delle cose più difficili. Per parodiare la Commedia di Dante bisognerebbe essere capaci di scrivere come Dante, e questa è una delle ragioni per cui qualunque forma di parodia di Dante è destinata all’insuccesso. Naturalmente questo vale anche con altri grandi autori; nel mio modo di intendere la scrittura, la parodia ha una doppia funzione: da una parte vuole essere una sorta di omaggio, dall’altra un modo per aggirare la tesi secondo la quale “tutto è già stato scritto”: naturalmente non è così, altrimenti potremmo fermarci ai poemi omerici, dove c’è già tutto. La scrittura, il modo nel quale si racconta una storia, fa sempre la differenza, e permette di raccontare la stessa storia in mille modi diversi. Per questo la letteratura non esaurirà mai il suo valore e la sua funzione di indagine sull’essere umano».

Sia in “Più segreti degli angeli sono i suicidi”, sia in “Inciampi” si nota una motivazione esistenzialista, evidenziata dalla sua prospettiva nell’evocare l’assurdo (che alcuni trovano bizzarro). Da cosa ha origine? Che cosa la spinge a cercare l’assurdo nella realtà o a costruirlo (come nella storiella delle lucciole in Monferrato)?

«L’assurdo è il mio modo di comunicare il disagio, il male, l’angoscia. Mi sembra che nell’ambito dell’assurdo si riesca a osservare la realtà, quasi mi verrebbe da dire la verità, di certi frangenti dell’esistenza che altrimenti sarebbero offuscati. Costruire l’assurdo è apparecchiare la tavola per questo genere di osservazione; si riesce a mantenere le distanze, a focalizzare meglio un concetto o un punto di vista e nello stesso tempo a distanziarsene, a trovare un approccio più oggettivo. Per me lo scrittore, ancor prima di essere un individuo che tenta di conoscere se stesso (cosa certamente vera), deve riuscire a raccontare una storia dal di fuori, senza contaminazioni personali che spesso fanno scadere il racconto».

Come è stato scelto il titolo “Inciampi”?

«A differenza del mio primo libro, che avrebbe potuto intitolarsi “Cadute rovinose senza possibilità di rialzarsi”, in questi racconti si intuisce una luce, una possibilità di redenzione, di una vita migliore, di qualcosa di buono. Da qui gli inciampi, brevi cadute da cui poi ci si può rialzare».

A proposito di “Più segreti degli angeli sono i suicidi” c’è chi ha evocato uno dei numi della letteratura postmoderna, Barthelme. Invece nella sua scrittura appare una volontà di superare il postmoderno, ammesso che se ne possa ancora parlare, sia nel romanzo che nei racconti. La sua idea?

«Sì, è così. Nel senso che i miei tentativi vanno in quella direzione. Il postmoderno è stato un momento divertente nella storia della letteratura, ma oggi non ha più senso, se considerato come unico scopo della scrittura. Ma la letteratura non distrugge ciò che è stato, lo ingloba, lo trasforma, lo arricchisce o lo diminuisce, trovando una nuova collocazione; in questo senso ho fatto tesoro del postmoderno e mi spupazzo a mio piacimento talune forme e taluni modi di scrivere postmoderni nel mio “stile”».  

Nella postilla a “Inciampi” lei ringrazia “Tutti i poeti del mondo, vivi e morti, avrei voluto essere uno di voi. Tutti”. Come influisce la poesia sulla sua scrittura? Come è giunto alla scelta del racconto, dimensione in cui si muove in modo ottimale? Quali sono i suoi poeti di riferimento?

«La poesia è una mia grande passione. C’è stato un periodo nel quale credevo che il mio mezzo di comunicazione fosse la poesia. Mi sono reso conto che non era così. Il racconto, viceversa, per me è ideale perché mi permette di inglobare elementi tipici della poesia e elementi della prosa; è perfetto per il mio tipo di scrittura, che è ramificato, non si fossilizza in un unico modo di narrare. Ogni storia pretende un suo tipo di scrittura, un suo linguaggio particolare, e il racconto permette di spostare l’attenzione su più fattori contemporaneamente, non nell’ambito dello stesso racconto, ma certamente nell’ambito di una raccolta di racconti, benché scritta per essere quanto più possibile omogenea (e infatti in Inciampi i personaggi sono ricorrenti, le storie si intrecciano). Un altro modo per dirla è: quando racconto una storia non sono un maratoneta, sono un centometrista, al massimo posso correre i quattrocento metri; in questo spazio e in questo tempo sento di dare il meglio della mia scrittura.  I miei poeti di riferimento sono tantissimi. Leggo e rileggo Eliot, per esempio, o Dylan Thomas. Ma il mio amore incondizionato va specialmente agli italiani, se non altro per una questione linguistica, per il mio grande amore per la lingua italiana, e quindi Zanzotto, Milo De Angelis, Raboni, Sanguineti e tanti altri».

Che effetto fa aver ispirato il conio del termine «virgola onnivalente»?

«Questa è un’espressione coniata dal (bravo) Mauro Maraschi nella recensione di “Inciampi” su L’Indice dei libri del mese, e riesco a comprenderne il significato, quello sì, ma più ci rifletto più mi rendo conto che è un’espressione che può voler dire tutto e niente. Comunque, basandomi sull’intuizione immediata dell’espressione “virgola onnivalente”, cioè una virgola utilizzata per mille scopi diversi nell’ambito della narrazione, ho utilizzato la virgola in questo modo perché sono convinto che le voci della narrazione ne emergano arricchite; naturalmente una delle questioni tecniche che più mi premeva approfondire nei racconti di Inciampi era il ritmo. Inciampi, almeno nella sua prima parte, “Notizie dalle colline”, è un’epica minima della narrazione orale. Per questo i racconti si intitolano tutti, o quasi tutti, “Storiella di”, è come se ci incontrassimo al bar, o per strada, e ti dicessi senti questa: e via con la storiella. Questo volevo fare con i racconti di Inciampi. E allora, i dialoghi, in questi racconti i dialoghi sono stati integrati nella narrazione, fusi insieme, in modo che quasi non si distingue la narrazione dal dialogo. Perché quando uno ti racconta una storiella mica si ferma per andare a capo, mica mette i due punti, mica mette i caporali. No, parla e parla e parla, racconta a ruota libera. Ogni tanto prende fiato, ci va una virgola, ogni tanto gesticola, ci va un’altra virgola, ogni tanto beve un sorso di amaro, ci va un punto e virgola, ogni tanto si scusa, va in bagno a pisciare e poi torna, ci va un punto, poi torna e attacca a raccontare un’altra cosa, o la stessa cosa ma da un’altra prospettiva, ci va un punto e a capo. Rendere questa oralità, in un racconto, è difficilissimo, mi pare, giacché il racconto orale è quello scritto, anche se lo scritto effettua una mimesi dell’orale sono due mondi completamente distinti. Lo scritto allora deve fingere di essere orale, e per farlo ha bisogno di un sacco di artifici, tantissimi davvero, per fare in modo che il lettore percepisca il racconto nel modo giusto. La virgola, onnivalente o non onnivalente, diventa un’arma fondamentale. È evidente che il risultato può essere ottimo oppure un vero schifo, dipende dalla padronanza che chi ha scritto il racconto ha delle armi a propria disposizione. E ancora, il risultato, per quanto ottimo, può risultare cacofonico al lettore, oppure può fare l’effetto appiattimento delle voci, e la tua domanda mi fa pensare che a te o a chissà chi possa aver fatto questo effetto qui. Pazienza. Sono ben cosciente che ci sono stili di scrittura che non vadano a genio ad alcuni, se volessi scrivere con lo stile piatto tipico di molte narrazioni, quello che piace a tutti e a nessuno, scriverei così, ma poi smetterei subito, perché per me la scrittura è prima di tutto approfondimento e ricerca sul linguaggio, e per linguaggio ovviamente intendo anche i segni di interpunzione, il parlato, il dialettale, e tutto questo mondo magnifico che è la lingua italiana».

Sul web (malgradolemoscherivista.wordpress.com) si può leggere la sua «Storiella degli impiccati». E’ un contraltare della «Storiella del sonno» e di «Insetti dalla Russia»? Come mai non compare in «Inciampi»?

«Purtroppo l’editoria ha regole che vanno oltre la volontà di chi scrive. “Storiella degli impiccati” è un racconto piuttosto lungo, e non c’era spazio. Però è giusto: nella “Storiella del sonno” un contadino di un piccolo paese del Monferrato (sono tutti piccoli paesi, quelli del Monferrato) viene gettato nel mezzo di una guerra della quale non conosce le ragioni, come quasi tutti i ‘soldati’ improvvisati della prima guerra mondiale, e reagisce a questa condizione estrema maturando una forma di letargia, di narcolessia, che non è una condizione patologica, non c’è medicina che possa guarirlo, è una condizione dell’anima, una reazione a quanto gli accade intorno. Nella “Storiella degli impiccati”, per contro, due soldati (questa volta siamo nella seconda guerra mondiale), decidono di disertare e iniziano un viaggio donchisciottesco che li condurrà a una fine già scritta, perché purtroppo la nostra società, da sempre, perdona tutto tranne l’ingenuità, la purezza, la voglia di cambiare le cose. Queste cose non sono ammissibili».

Marco Filoni fa notare: “Ci sono anche parole ambigue, disabitate, che possono diventare ostacoli, nei quali perfino i migliori narratori, prima o poi, finiscono per inciampare”. Quali sono queste parole per lei?

«Su questa domanda potrei scrivere sessanta racconti, e già sono ben oltre lo spazio concessomi».

Dopo gli “Inciampi”, cadute o balzi?

Balzi, sicuramente. Dedicati a Dante (mio figlio di un anno, non quell’altro).



Greta ha diciannove anni. A tredici conosce Elvis, tre anni più grande. Elvis guida il camion che trasporta le macchinine dell’autoscontro del lunapark che puntualmente, ogni mese di marzo, staziona per due settimane nel paese di Greta. Si vedono solo in quelle occasioni. Non parlano d’amore, niente baci, niente sesso, solo giri gratis sulla giostra, niente telefonate o messaggi quando lui parte. Un giorno, uno dei giorni delle due settimane di Elvis e Greta, lei non si presenta al consueto appuntamento. È ammalata, ha la febbre e una bronchite che le disturba i polmoni. Qualche giorno prima Elvis le aveva detto che si sarebbe sposato, la sua ragazza era incinta. Allora Greta “impose al suo corpo di stare male, di soffrire tutte le pene che la sua lingua non sapeva esprimere, i pugni e gli schiaffi da rivolgere contro il viso e le spalle abbronzate di Elvis, li rivolse ai suoi polmoni che assorbirono tutto come spugne gettate in una vasca”…Quei lampi di luce che aggrediscono gli occhi di Lucia, solo di notte, sono un problema irrisolvibile. L’unico rimedio temporaneo sono le lacrime artificiali. Diventa difficile guidare, soprattutto in autostrada, dove Lucia si ferma due, tre volte o anche più, a seconda della distanza che deve percorrere; erano viaggi che “diventavano infiniti percorsi di solitudine in notti di stelle fosforescenti o viaggi della speranza mentre le prime teste di papavero si muovevano al ritmo delle carrozzerie ricoperte di moscerini”. In fondo però queste soste forzate non la deprimono più di tanto; le piace entrare negli autogrill grandi e forniti di tutto, osservare le persone e immaginarle nella loro vita quotidiana, immaginare come potrebbero essere le loro case… Dino, i matrimoni e i funerali. Non ne perdeva uno, anche se ai funerali poteva assistere solo d’estate perché solo d’estate venivano officiati ad un orario giusto giusto per lui, che usciva dalla maglieria dove lavorava proprio a quell’ora. La sua presenza, sia nei momenti felici di un matrimonio sia nel giorno più triste di un funerale era sempre discreta. Ma durante il funerale di Rosanna, la moglie di Sergio, il suo amico più caro, gli esplode un terremoto dentro, di cui nessuno si accorge, ma devastante. Vorrebbe aprire la bara e sputare in faccia a Rosanna tutto il suo rancore per avergli rubato l’uomo, l’unico essere umano che avesse mai amato, dopo sua madre…

L’esordio letterario di Francesca Piovesan è questa raccolta di racconti non eclatanti, non disturbanti, che parlano, come lei stessa sottolinea nella dedica, delle “piccole cose”. Le piccole cose sono la vita quotidiana, in zone d’Italia quasi mai specificate. Evitiamo fraintendimenti: non eclatanti significa che non raccontano gesta eroiche, tragedie, vite disagiate o borderline ma storie che possono capitare a chiunque, che magari sono già capitate a qualcuno, storie della gente comune. Il fil rouge che attraversa tutto il libro e che lo rende omogeneo, pur nella eterogeneità dei racconti, è, come già il titolo suggerisce, l’esposizione. La metafora della pelle scoperta è lo scioglimento di tutte le coperture che il nostro cervello o il nostro cuore mettono in atto per non essere in alcun modo danneggiati. Tutti i protagonisti sono senza corazza, a volte non da subito, ma prima o poi si espongono al ludibrio della sofferenza, morale o fisica (e però momentanea, qualcosa che arriva, colpisce e poi si esaurisce, facendo tornare la vita sul sentiero solito), o della sorpresa, dello scoprirsi insospettatamente sensibili di fronte a qualcosa che si ignorava potesse coinvolgerci. La scrittura di Piovesan è estremamente scorrevole, con picchi improvvisi che prendono per il colletto la poesia. Se ne consiglia la lettura.

Antonella Lucchini



Anticipazioni. In esclusiva un estratto dal nuovo saggio di Franciscu Sedda

Nel Codice invisibile l’eredità nascosta di Atzeni

Il messaggio subliminale dello scrittore scomparso ai sardi

Da domani esce in tutte le librerie il nuovo e atteso saggio di Franciscu Sedda (professore associato di Semiotica del Dipartimento di Lettere, lingue e beni culturali dell’Università degli Studi di Cagliari) dedicato a Sergio Atzeni. Il volume dal titolo “Il sogno del falco. Il Codice nascosto nell’opera di Sergio Atzeni” (Arkadia editore, pagine 157, euro 16) propone una lettura innovativa e per certi versi inattesa del corso artistico ed esistenziale del grande scrittore isolano di cui a settembre ricorrono i 25 anni dalla scomparsa. Vi proponiamo in anteprima un estratto del prezioso lavoro che attraverso un’analisi dei romanzi dell’autore esplora alcuni nodi fondamentali della sua poetica e della sua simbologia sino a rivelarne un codice scritto con l’inchiostro simpatico.

Conversioni, esplosioni

Il primo fatto – la conversione dalla “fede” comunista a quella cristiana – testimonia di una ricerca interiore e di una disponibilità a cambiare portata a livelli profondi, radicali. Tanto da mettere in imbarazzo molti fra gli interpreti della vita e dell’opera di Atzeni. Il secondo fatto – l’esplosione creativa che precede e accompagna il momento della sua tragica scomparsa – rimanda invece a una coincidenza, tutta interna alle sue opere, satura di echi e di interrogativi. Nei giorni precedenti alla morte nelle acque di Carloforte, Atzeni aveva infatti dato il via libera alla pubblicazione del suo romanzo Passavamo sulla terra leggeri e aveva portato a una forma compiuta, potenzialmente definitiva, il racconto lungo Bellas mariposas. Queste due opere in modi apparentemente diversi confermano la prima conversione, quella al cristianesimo, ma la collegano indissolubilmente a un’altra conversione, innominata o forse addirittura indicibile.

Nuove allegorie

Per rendersene conto bisogna accettare di ascoltare, per davvero e finalmente, la voce dei testi e giocare il loro gioco fino alla fine, fino ad arrivare alle soglie di un nuovo inizio. Perché come in un’allegoria medioevale – un’illuminazione che richiede tanto una paziente e profonda conversione del punto di vista quanto la volontà di credere nel cambiamento del credere – dei piccoli segni-chiave, prima apparentemente insignificanti, a un certo punto si rivelano come parti di un codice che apre le narrazioni, ne stravolge i fatti, ne rivoluziona gli esiti, dando accesso a un senso secondo, nuovo, perturbante, profetico. Un senso che ci parla del necessario morire sotteso a ogni vero rinascere. Un senso che ci parla di come la creatività più radicale e rivoluzionaria sopravanzi il suo stesso creatore. Un senso che chiama in causa quell’altra conversione che non può più essere taciuta, perché ci parla di paure, contraddizioni, sogni, potenzialità fondamentali. Per l’esistenza di Sergio Atzeni. Ma ancor più per l’esistenza dei sardi in quanto sardi. Anzi, come vedremo, in quanto esseri umani sardi.



L’aria di Varsavia, cenere immateriale senza nome, uniforme, in cui la vita si dipana vociante ma come se fosse lontanissima, ha, nel momento in cui ci si ritrova in mezzo, un aspetto particolare, che ben si intona e si amalgama a quella che avverte essere come la sensazione che connota e caratterizza, in quel preciso momento, l’intera sua esistenza: qualcosa che non sa definire in altro modo che non con la parola inconsistenza. Non conta più il tono medio dei suoi giorni. Sente attorno a sé come se tutto si stesse svuotando; come se fosse in un gorgo. La vita è scivolata in uno stato di apnea; le cose appaiono traslucide, prive di sostanza, come quando nessuno rivolge loro lo sguardo. Sente di star diventando invisibile. Percepisce intorno a sé sempre di più una garbata e imperturbabile indifferenza. Ha l’idea che sia così da quando ha intravisto per la prima volta quella che chiama la parentesi aperta che ha dentro di sé da quando – non sa dire il momento esatto – lui se n’è andato: il calzino umido e appiccicoso del mondo ha cominciato a capovolgersi, sfilandosi dai suoi piedi indolenziti. È nudo a contatto col suolo…
L’Europa non è solo lo sfondo per il viaggio di ricerca del protagonista del romanzo, che si muove fra Varsavia, Berlino e l’Irlanda (ogni tanto emerge, dimensione ancestrale e vera e propria reminiscenza, anche la Toscana). È a sua volta una delle interpreti principali di questa narrazione simbolica, densa, intensa, raffinata e potente, che si dipana attraverso un numero abbondante di rimandi e citazioni classiche, che l’autore ha fatto sue, fondative nel proprio lessico familiare e della sua poetica. Giovanni Agnoloni, fiorentino, autore di molte pubblicazioni (questa è la sua prima, in ambito narrativo, non fantasy), dottore in Giurisprudenza, saggista esperto di Tolkien, di cui ha studiato le opere soprattutto dal punto di vista delle sue corrispondenze con altri autori, anche classici, racconta un percorso. Prendendo le mosse da un monologo interiore narra una storia privata che si riflette in quella collettiva: il viaggio è quello fatto da parte di un giovane e archetipico romanziere inquieto e in crisi, segnato dalla perdita di una persona amata e rinchiuso nel suo mondo interiore, che col passare del tempo però gli appare sempre meno rassicurante. Vuole conoscere e riconoscere, pure in tutto ciò che lo circonda, un padre scomparso, immergendosi nel passato, nella memoria, nel terreno delle sue radici identitarie e culturali. Ma la scomparsa di una persona è la scomparsa di un mondo, tutto quello che questi nel suo “piccolo” rappresenta, e oltre a misteri, enigmi e segreti, il protagonista incontra anche una donna, che incarna l’ispirazione, la musa: non può dunque rifiutare la presa di coscienza, la nuova consapevolezza necessaria per affrontare un tempo in cui tutto sembra lecito, specie l’illecito, appare scomparso un intero sistema di riferimenti e valori. Agnoloni riflette dunque così senza retorica e con profondità sull’alienazione dell’uomo nel tessuto sociale.

Erminio Fischetti



“La vita schifa”, un quasi monologo che riflette sulla colpa e sulla redenzione

“La vita schifa” del drammaturgo e scrittore Rosario Palazzolo appare come un lungo monologo drammatico dominato dal flusso ininterrotto delle riflessioni e dei ricordi. Il protagonista è un killer che racconta, da morto, il suo ultimo anno di vita, riflettendo sulla colpa e sull’impossibilità della redenzione…

 

“La vita schifa” del drammaturgo e scrittore Rosario Palazzolo appare come un lungo monologo drammatico dominato dal flusso ininterrotto delle riflessioni e dei ricordi. Il protagonista è un killer che racconta, da morto, il suo ultimo anno di vita, riflettendo sulla colpa e sull’impossibilità della redenzione…

La vita schifa, pubblicato da Arkadia, appare come un monologo drammatico dominato dal flusso ininterrotto delle riflessioni e dei ricordi. Scritto da Rosario Palazzolo – drammaturgo e scrittore oltre che che regista e attore – racconta l’ultimo anno di vita di Ernesto Scossa, un uomo buono e cattivo, freddo e altrettanto sensibile.

Il protagonista è un killer che ripensa ai suoi ultimi mesi, quando ormai è già morto, indagandone il perché e i per come. Ernesto riflette sulla colpa e sull’impossibilità della redenzione, perché la parola redenzione, a volerci ragionare, è la più distante dalla redenzione stessa; propone un antidoto alla colpa, la assoggetta a una miriade di attenuanti, la sotterra, la dimentica. E invece la colpa andrebbe annoverata, sempre, e esposta in bella mostra fra i fallimenti dell’esistenza, affinché non si abbiano sconti in qualsiasi futuro immaginiamo di dover ancora vivere.

Palazzolo (vincitore del premio per la Critica teatrale 2016, apparso di recente nel film Il traditore di Marco Bellocchio) racconta di un uomo che ha vissuto un’infanzia povera di prospettive, un’adolescenza infame, una giovinezza sonnolenta e poi d’improvviso gagliarda, fino al giorno della sua morte. La lingua, un pastiche linguistico che mette insieme l’italiano dialettale con le sue sgrammaticature e il siciliano, è una delle caratteristiche principali di questo libro, insieme alla forma che si ispira al mondo della drammaturgia.



Sin rumbo. La vita senza rotta di un uomo solo

Sin Rumbo, senza rotta, è il titolo di questo libro di Eugenio Cambaceres, pubblicato dalla sempre attenta Arkadia nella collana Xaimaca, dedicata alla letteratura sud americana. E senza rotta ci appare davvero la vita di Andrés, protagonista di queste pagine di Cambaceres in cui, a tratti, ci sembra di ritrovare tracce della vita dello scrittore stesso. Nato a Buenos Aires nel 1843 unì a lungo scrittura e vita politica, nel cui agone si trovò come deputato e come vicepresidente del Club del Progreso. Come il protagonista di questo Sin rumbo, Cambaceres ebbe una relazione con una cantante lirica, motivo di grande scandalo a cui si aggiunse la mancata sfida a duello con il di lei marito, che poi, decise di scappare in Europa.

Europa che vide anche lo scrittore, a Parigi esattamente, soggiornare lungamente e qui far suo l’amore per la letteratura francese, in particolare Zola, al cui naturalismo dedicò studio e ammirazione tanto da introdurlo in Argentina insieme a quegli scrittori con cui diede vita a quella che fu chiamata Generaciòn del ochenta.

In queste pagine seguiamo la vita e legesta di Andrés, ricco possidente, che vive in una meravigliosa estancia nella pampa argentina, non molto lontano da Buenos Aires. Qui la sua hacienda agricola gli garantisce ricchezza e benessere e un’esistenza fatta di viaggi, di donne, di gioco. Eppure. Eppure, novello erede dell’insoddisfazione shopenhaueriana, Andrés annega nella noia, in quella mancanza di senso, e di rotta, appunto, che lo conduce in quel limbo fatto di irrequietezza e rabbia. Verso sé stesso e gli altri. Il sentimento della solitudine non lo abbandona mai, soprattutto quando essa viene riempita da cose che non gli offrono appiglio alcuno.

Con la stessa pesante leggerezza con cui affronta i suoi giorni, Andrès affronterà la notizia che Donata, figlia di uno dei suoi braccianti, aspetta un figlio da lui. Indifferente tanto quanto insofferente parte per Buenos Aires, lasciando la donna e lo stesso desiderio animalesco per lei provato fino a poco prima. È questo solo uno dei repentini cambiamenti che nell’animo di Andrés sono la rappresentazione della sua insoddisfazione, del suo rifiuto di pensare e di soffermarsi su cose e persone che, per lui, altro non sono che momentanee tappe verso il nulla. A Buenos Aires comincia il consueto girotondo tra donne, scandali mondani, gioco d’azzardo, fugaci seduzioni. Fino a quando, con la subitaneità apparente che hanno le cose che, in realtà stanno scavando un solco da molto tempo, Andrés capisce che non è quella la vita che vuole. Ancora l’inquietudine lo guida anche se, questa volta, sembra guidarlo verso un ritorno che vorrebbe essere una nuova partenza. Andrès vuole conoscere suo figlio che, scoprirà essere una bella bambina, rimasta orfana della madre, morta pochi giorni dopo il parto. Ma il destino sembra avere in serbo per lui ben altro. Una sorta di maledizione, una impossibilità di trovare quiete.

Cambaceres ci regala un libro pregno di quelle atmosfere sudamericane in cui la realtà è talmente complessa da poter benissimo assumere i connotati della magia, anche quella nera, quella plumbea di un destino che sembra non trovare pace, condannato a pagare colpe che, in fondo, colpe non sono ma, semmai, umane debolezze.

In questo Sin Rumbo, Cambaceres ci consegna pagine in cui lo stesso stile accompagna e si distende sulle diversi parti di cui il libro si compone. Se, nella prima, un’attenzione quasi chirurgica ci immerge nella pampa, esso scivola poi nella languidezza e quasi decadenza della vita nella rutilante Buenos Aires e nei suoi amori carnali e fugaci. Ma poi, nella seconda parte, quella del ritorno e della disperata ricerca di un senso, lo stile diviene quasi una slavinante disperazione, una violenta, e tenera al contempo, entrata nel mondo della responsabilità di padre con la conseguente entrata in scena, nella vita di Andrès, della paura per il futuro. Solo allora si accorge, Andrès, che il futuro è un’ipotesi, un orizzonte degli eventi con cui fare i conti. Anche quando arriva troppo presto. Dando così ragione a Shopenhauer, ricordato nel libro, quando scrive: “Ci accorgiamo del tempo solo quando ci annoiamo e non quando ci divertiamo. La nostra esistenza è tanto più felice quanto meno la sentiamo.” E per Andrès il tempo sarà la scoperta del dolore.
Cambaceres ci regala un personaggio che è figura dell’uomo solo e inquieto, così presente in molta letteratura del secolo successivo. Portatore di una domanda che è quella che porta a chiedersi se la felicità sia possibile anche solo per attimi fugaci.

Geraldine Meyer



Conosco e apprezzo Roberto Saporito dal 1999, anno di fondazione del Foglio Letterario, pure se con la mia casa editrice non ho mai pubblicato un suo romanzo ma solo racconti all’interno della rivista e di antologie tematiche. Siamo stati insieme nel gruppo di autori che un grande talent-scout come Luigi Bernardi ha portato nella squadra di Perdisa Pop, un tentativo di fare qualcosa di nuovo nell’asfittico mondo editoriale italiano. Il caso editoriale dell’anno, un romanzo contro il mondo editoriale, lo feci pubblicare da Anordest, realtà nella quale credevo ma che si è rivelata modesta e fallimentare. Adesso ritrovo Saporito alle prese con un racconto noir veloce e graffiante, edito dalla cagliaritana Arkadia nella collana “Sidekar”, strutturato in capitoli brevi e incisivi, impaginato tra dialoghi e concise descrizioni, ambientato tra Roma, Torino, Pisa e la zona dove vivo (San Vincenzo, Baratti e Piombino).

In COME UNA BARCA SUL CEMENTO (110 pagine; 13 euro), la narrativa dello scrittore di Alba non è cambiata dai tempi di Harley Davidson (piccolo successo di Stampa Alternativa, altro mitico editore che abbiamo frequentato insieme): usare il noir per raccontare la società che cambia, la psicologia umana, il rapporto tra un uomo e una donna. Protagonista del racconto – di questo si tratta più che di un romanzo – è un professore cacciato dalla scuola pubblica per oscuri motivi (si capirà alla fine ma non spoileriamo) che si ritrova a fare il guardiano di barche a San Vincenzo e si mette a caccia di vecchie fiamme giovanili che a suo tempo non è riuscito a portarsi a letto. Verranno fuori tutti i lati oscuri del protagonista ma anche delle donne con cui viene a contatto, soprattutto la prima, depressa e maltrattata da un marito che non farà una bella fine. Non aggiungo altro. Il libro ha il ritmo di un giallo e la profondità di un noir, si legge in meno di un’ora, ché lo stile di Saporito – avvolgente e intrigante – cattura il lettore e non gli consente di abbandonare la lettura fino alla parola fine. Consigliato anche per chi cerca in un libro qualcosa di più di una storia ben scritta, perché tra le righe di un racconto strutturato per immagini, come se fosse una sceneggiatura, viene fuori tutto il lato inquietante della natura umana.

Gordiano Lupi



Delitto e castigo del killer innamorato 

Il romanzo di Rosario Palazzolo racconta di un uomo prigioniero di una sorte decisa. Una lingua carica di suoni 

Si dice che l’umanità avrà forse una possibilità di salvarsi dall’estinzione sicura, qualora si attivasse per stringere parentele tra razze diverse, insomma se l’uomo imparasse a sentirsi fratello dell’albero, cugino della pietra e ad agire di conseguenza. Non è filosofia new age, ma pensiero biologico, figlio delle neuroscienze. Stringere parentele, ampliare la morale, ritrovare il senso del gioco della matassa di lana, quello per cui si fissa un nodo e si ricomincia: con un nuovo tempo e un nuovo spazio. Con più di un tempo e più di uno spazio. A tutto questo fa pensare “La vita schifa”, Arkadia Editore, l’ultimo romanzo dello scrittore, regista, drammaturgo, attore Rosario Palazzolo, talento siciliano in un poker d’arte.
La trama è l’unica cosa semplice: Ernesto Scossa è un killer, uccide per soldi mentre vive una vita già decisa ed è così fino a quando non si innamora di katia, “con la kappa” e il minuscolo nel nome, prima traccia sovversiva. Al di là della trama niente più è semplice e lineare. Nemmeno la lettura, anzi, occorre proprio stringere una parentela nuova, trovare un accordo con questa “sintassi complessata”, con una punteggiatura che non rispetta nessuna morale, proprio come il protagonista quando sputa nella bara della nonna senza rimorso, allo stesso modo le frasi srotolano senza punti, senza maiuscole e senza subordinate (poche).
Eppure, una volta trovato l’accordo, il protagonista immondo che grida un «grido sparolato» e sa riconoscere una «faccia buscagliona», diventa un fratello da seguire agli inferi, pur sapendo che sarà un viaggio senza ritorno. Viene in mente “Fight club” di Chuck Palahniuk per certi manrovesci linguistici e il ritmo da martello pneumatico sulla tempia; ed è curioso che il romanzo, poi un film fortunatissimo, dello scrittore statunitense sia stato pubblica- to prima come racconto breve, esattamente come “La vita schifa”, il cui primo vagito si ritrova ne “L’ammazzatore”, scritto tredici anni fa da Palazzolo e diventato poi uno spettacolo teatrale per maturare infine in questo romanzo. Ricorda anche, per la capacità di creare una lingua carica di superfetazioni di senso e di suono, la scrittura che fece notare il Premio Strega Tiziano Scarpa tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio.
C’è qualcosa di arcaico e insieme di futuristico nel lavoro di Palazzolo, così come in uno dei temi principali del romanzo: la colpa. Delitto e castigo? Ancora peggio, si tratta di quell’impossibilità di essere felici, peggio ancora liberi dalla propria (mala)sorte destinati a essere trattati come «le formiche che si schiacciano solo perché sono formiche, mica perchè disturbano, e io lo so che voi mi capite pure se adesso fate la faccia come se non mi capite, e mi dite pazzo, magari, o scemo, e mi capite perché siete prigionieri pure voi, formiche obbligate a starsene qui con me, adesso, a fare la loro schifa parte».
Non è facile la lettura se non si cerca di danzare con la lingua insieme con l’autore, fino a trovarsi stretti in un tango con il protagonista, a guardare la vita sulla carta che «è una confusione di cose che capitano, che potevano pure non capitare, che non ricapiterebbero…» e proprio quando il passo si è fatto sicuro e all’unisono, la musica finisce. E sarà un dispiacere acuto, come è giusto che sia. 

Eleonora Lombardo



Se l’amore prende la… Scossa 

Il libro. Esce oggi “La vita schifa” di Rosario Palazzolo che accompagna il lettore nella vita di Ernesto, l’amico di sempre, quello naïf e un po’ fuori dall’usuale

Rosario Palazzolo con “La vita schifa” (Sidekar/Arkadia) non lo leggi, lo ascolti. È una sensazione di straniamento quella che colpisce il lettore che inizia a sentire la voce del protagonista, Ernesto Scossa; lo segue pendendo dalle sue labbra e non dalla sua penna. Lo segue nella sua sintassi plastica che rifiuta le lettere maiuscole e che le lettere le trasforma da segni in suoni.
Ernesto Scossa è morto, non così i suoi ricordi, a partire dall’anniversario successivo alla sua dipartita. Successivo, sì, non ho sbagliato io, non pensate a male e attendete pazientemente di arrivare a leggere le ultime pagine. Non siate impazienti perché per Ernesto è: «come se certi ricordi mi fanno il gioco d’artificio nel cervello, e un fatto qualsiasi diventa un’esplosione di mille scintille che s’inseguono, che si uniscono, che formano colori diversi, e tutti i fatti che mi sono capitati nella vita diventano un unico fatto».
Torniamo al nostro… Ernesto, che già dopo un paio di pagine inizierete a pensarlo come l’amico di sempre, quello naïf diciamo, è un po’ fuori dall’usuale, ha pochi, pochissimi punti fermi dentro e fuori ma ci insinua il dubbio che la normalità sia una convenzione a cui poterci sottrarre. Nella sua imperfezione, però, ha delle regole: «La precisione è un fatto complicato, un fatto che l’uomo lo fraintende, prendi la natura per esempio: ti pare precisa solo perché sei tu che c’hai bisogno della precisione, e così ti fissi che ogni cosa è messa come se fosse messa con un pensiero che l’ha messa proprio in quel modo lì, coi fiori che viene la primavera e spuntano i fiori, gli alberi e il sole e la tempesta invernale, e invece sta tutta nell’imperfetto, la natura, è il contrario della precisione, ed è solo il tuo occhio che la vede al contrario…».
Così iniziamo ad andare avanti e indietro fra i ricordi del protagonista, un apparente disordine anche qui che però ci stuzzica a tendere l’orecchio e prestare attenzione a tutti i passaggi della narrazione. Non è che non ci si possa distrarre, ma è come un’autostrada con le uscite una in prossimità dell’altra che se ti distrai è un casino ma neanche poi tanto ché c’è sempre un panorama nuovo. A me questo è sembrato: un viaggio in autostrada con le uscite vicine vicine: le guardi tutte e pensi che forse dovresti prenderne un’altra. Solo che Scossa è un passeggero: «Per prima la nascita, che deve essere giusta, poi bisogna che ti scelgono, è tipo come se fosse un concorso nel quale ognuno deve dimostrare le proprie qualità, solo che questo concorso è un concorso silenzioso…».
Così succede che la mano dell’ammazzatore Ernesto Scossa si ferma solo davanti un amore improvviso, davanti a un corpo che doveva freddare e invece ha riscaldato con questo sentimento nuovo, inopportuno e che qualche pensiero lo porta: «Penso che il futuro che guarda al passato è sempre una confusione di possibilità inavverate, di cui solitamente non ti pigli la colpa, e invece la colpa sei tu…».
Palazzolo ci offre una lettura apparentemente leggera, con sorrisi che si aprono improvvisi davanti alle considerazioni di un personaggio che lo è anche per se stesso, per una serie di etichette che gli sono state appiccicate e che lo interrogano. Ernesto sembra fuggire al suo destino ma lo forgia, lo plasma: «perché quando la felicità fa i capricci e non arriva da sé bisogna fabbricarsela con l’invenzione».
L’ammazzatore non cerca né la redenzione né l’assoluzione. Nessuno di noi può redimere o assol- vere alcuno, compreso se stesso, sarebbe ipocrita. Scossa ammette: «se mi capitasse a me, non salverei a nessuno, penserei a salvarmi io» – e aggiunge -: «del resto è facile maledirsi, dopo, ma non vale: dopo ne abbiamo voglia tutti, raro che ci riesci prima». Vi lascio così, sospesi, perché Ernesto in realtà ha un’anima interessante e ‘sa fare i fiori’ e, come un fiore nasce, fiorisce e muore, nasce, fiorisce e muore finché non va a tagliarsi i capelli da Gioacchino.

Salvatore Massimo Fazio Letizia Cuzzola



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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