Rassegna Stampa


RACCONTI. Dall’Argentina

Le storie brevi di González Tuñón

Seconda uscita della collana Xaimaca, dedicata dall’Arkadia agli scrittori ispano-americani non ancora tradotti in Italia, “Letti da un soldo” è una raccolta di racconti del 1932 che tra realtà e immaginazione, risate e lacrime, rivelano quanto l’esistenza possa essere ineffabile. L’argentino Enrique González Tuñón (1901-1943) li ambienta nella sua Buenos Aires, popolata da ubriachi, sognatori, affamati: un’umanità derelitta e grottesca, che l’autore non esalta né giudica, figli di un dio minore i quali il traguardo più ambito è riuscire a vedere l’alba del giorno dopo. Il volume è arricchito da una selezione di altri lavori di Tuñón, risalenti al biennio 1927-28.

Fabio Marcello



A proposito di “Letti da un soldo” 

Perdenti d’Argentina

La casa editrice Arkadia “scopre” Enrique Gonzáles Tuňón, narratore del primo Novecento. Nei suoi racconti, l’Argentina della miseria e del dolore: una testimonianza (a rovescio) dell’emigrazione italiana 

Letti da un soldo (euro 14) di Enrique Gonzáles Tuňón, mai pubblicato prima in Italia, è l’ultima e meritoria iniziativa editoriale di ArKadia. Si tratta di una silloge di racconti, dialoghi e riflessioni in cui lo scrittore argentino, morto prematuramente nel 1943 a soli 42 anni, non solo dimostra il suo talento di narratore, la sua capacità di giocare con le idee e le parole ma ci offre anche uno spaccato della situazione sociale ed economica dell’Argentina negli anni tra i due conflitti mondiali, quando Buenos Aires cresce a dismisura per l’afflusso di migranti provenienti soprattutto dall’Italia. Vengono inglobati sobborghi che in precedenza erano ai margini se non fuori della cerchia urbana e il tessuto sociale si gonfia e si sfilaccia, mostrando crepe e smagliature.

A livello più specificamente culturale in quel periodo nascono due movimenti, Florida e Boedo che devono il loro nome rispettivamente a un caffè frequentato da alcuni intellettuali, tra cui J. L. Borges, e a una strada dei sobborghi. Gli aderenti a quest’ultimo movimento volevano cambiare il mondo mentre gli intellettuali di Florida volevano svecchiare la letteratura. Questi ultimi guardavano alla vecchia Europa e al surrealismo in particolare mentre i primi si ispiravano a Dostoevskij e a Maiakovskij. Tuňón si muove tra i due movimenti e se da un lato si fa portavoce delle istanze politiche e sociali delle fasce più deboli, dall’altro riesce a rinnovare le arcaiche strutture letterarie e giornalistiche.

Protagonisti di questi racconti, che pur essendo di lunghezza diversa finiscono col costituire quasi i capitoli di un breve romanzo, sono perdenti, disoccupati e ubriaconi, che non hanno una fissa dimora e che quando possono – quando cioè dispongono di un peso – dormono in 5 in una squallida camera di una locanda di infimo ordine, La Pignatta misteriosa dove regnano incontrastate muffa, cimici e puzza di vomito. È la miseria, declinata in tutte le sue forme, la vera protagonista di questi racconti ed infatti l’esergo tratto da una lettera di Oscar Wilde ad André Gide recita testualmente così: “… la povertà, la miseria sono una cosa terribile, infangano l’anima dell’uomo.” E nella miseria più sordida galleggiano i suoi personaggi come topi nella fogna, contrassegnati da una desolata solitudine e da una sofferenza immedicabile ed è allora che il confine tra bene e male, tra odio e amore si fa sempre più labile ed incerto. I contorni delle cose e dei personaggi sfumano e sul dolore degli uomini talvolta prevale o sembra prevalere il sentimento antico della pietà che consola e accomuna ma certo non riscatta, altre volte, invece, in Tuňón si fa strada una comicità che si accende di rabbia per l’assurdità della vita. Ed è allora che la borghesia, che sembra colpevolizzare i poveri perché non sono riusciti ad arricchirsi e perché non hanno il buon gusto e la decenza di nascondere la loro povertà, diventa oggetto di critiche feroci per la sua ipocrisia, per la sua cosiddetta normalità decorosa a cui si contrappone la vitalità febbrile e creativa di quella umanità dolente e passionale.

È l’estetica della marginalità quella di cui lo scrittore argentino si fa portavoce in questi racconti non è un caso che come musica di sottofondo, come ritmo di questa bohème letteraria, abbia scelto il tango a lui particolarmente caro avendo, tra l’altro, composto dei testi musicati da Carlos Gardel.

Negli ultimi racconti della raccolta, desunti da altre due sillogi, prevalgono invece la leggerezza, il tono stralunato e surreale e quel pizzico di malinconia che è proprio dei clown circensi in cui lacrime e sorrisi si fondono perfettamente e confermano la ricchezza interiore, la complessità e la modernità dello stile di Enrique Gonzáles Tuňón.

 

Francesco Improta



Enrique González Tuñón | Letti da un soldo

Sono stato amico di ladri, biscazzieri, gente miserabile. Ho conosciuto gente spregevole, donne ipocrite, puttane. La vita è amara, pesante, difficile. Adesso penso che avrei dovuto morire quando mi operarono per non so quale malanno, venti e più anni fa. Ero un bambino, e mi avrebbero portato al cimitero in una cassa bianca. Invece di trascinarmi per il mondo starei molto più in alto delle nubi, nella purissima felicità che cantano gli angeli nel cielo limpido [dal racconto I cinque, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]
La raccolta di racconti “Letti da un soldo” di Enrique González Tuñón uscì in Argentina nel 1932 ed è stato pubblicato in italiano dalla casa editrice Arkadia editore, con la traduzione di M. Magliani e L. Marfè, secondo volume della collana Xaimaca. I racconti presenti provengono da tre diverse raccolte di González Tuñón.

“Letti da un soldo” comprende cinque racconti provenienti dall’opera orginale “Cama desde un peso“, cinque storie che si possono leggere quasi come un romanzo, dove i protagonisti portano nel cuore il personale carico di dolori e dispiaceri, e si ritrovano nella squallida e lurida locanda chiamata “La pignatta misteriosa“, un luogo dove i letti per dormire costano solo un peso, un soldo.
Sei racconti brevi provenienti da “El alma de las cosas inanimadas“, dove i protagonisti sono bizzarri e molteplici: un telefono epilettico, un gliptodonte, uno smilodonte e un uomo sui pattini; infine, due racconti provenienti da “La rueda del mulino mal pintado“, che hanno come protagonsiti uomini nuovamente sull’orlo del disagio sociale.
Enrique González Tuñón, fratello del celebre poeta argentino Raúl, nacque nel periferico quartiere di Once, a Buenos Aires, e fu scrittore di romanzi, racconti e giornalista. Entrambi non furono molto apprezzati in vita e subirono parecchie critiche legate, in particolare Enrique, all’essere romanticamente anarchico e bohémien.
Aspetto l’amore con il disperato desiderio dei vent’anni. Se tardasse a venire uscirei in strada ad annunciare come un banditore la mia disgrazia perché qualche donna mi consolasse con una carezza; andrei a bussare a tutte le porte fino a quando una mano gentile e sensibile mi chiamasse e una voce mai sentita, una voce appena nata, mi dicesse, vieni (…) L’avventura della mia gioventù non è altro che una meschina e interminabile scaramuccia [dal racconto La miseria permanente, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]
“Cama desde un peso“, titolo originale della raccolta, raccoglie quindi le storie di persone disagiate, perdenti della vita, ladri, ubriaconi, disperati, prostitute, spacciatori e vagabondi, affrescando la periferia di Buenos Aires degli anni Venti e dei primissimi anni Trenta del Novecento.
Anni in cui il cambiamento sociale fu importante: le periferie vennero quasi inglobate con la città vera e propria, la quale si ritrovò ad diventare una capitale grande e cosmopolita, abitata in particolar modo da migranti giunti da ogni dove e da persone di nazionalità argentina in cerca di fortuna e ricchezza.
Perché vivono in me tanti ricordi di epoche trapassate? Occorre credere per vivere (…) Il giorno in cui non ci crederai più finirai di esistere [dal racconto Lo smilodonte scettico, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]
Si tratta di una raccolta di racconti completa, utile per scoprire una voce della letteratura argentina pressoché sconosciuta in Italia. I racconti sono inoltre interessanti per conoscere la situazione dell’Argentina a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, con particolare riguardo verso i ceti sociali meno abbienti. I racconti proveniente dalle altre due raccolte originali offrono uno sguardo su quella che sarà una letteratura dell’assurdo e del grottesto.
“Letti da un peso” è una raccolta di racconti che consiglio a chi cerca una letteratura sudamericana di nicchia, una serie di storie scritte da autore sudamericano poco noto in Italia, una tipologia di storie che la collana Xaimaca della casa editrice Arkadia mira a proporre ai lettori italiani.

Claudia Pezzetti



E Matilde di Canossa preparò per Enrico IV il biancomangiare
“Durches”, guida sulla storia dei dolci sardi curata da Giovanni Fancello

Piacevole al gusto e alla lettura. La parola dolce deriva dal latino dùlcis e affonda le sue radici nella tradizione panificatoria del mondo classico arricchendosi di elementi che ne migliorano il gusto, dal miele all’uva passa fino alle spezie. Commistioni irrinunciabili che raccontano la storia. La storia dei Durches, i dolci sardi, piccoli scrigni che custodiscono sapori, che sanno di avventure, quelle stesse compiute da dagli ingredienti per arrivare fino a noi, sono racchiuse in un prezioso volume che porta la firma di Giovanni Fancello. Insomma una garanzia per chi conosce i suoi “Appunti di cucina” e i suoi libri sempre dedicati al gusto. Per Arkadia Editore, il giornalista e gastronomo è andato oltre la tradizione, scavalcando la necessità di trascrivere un mero ricettario per scalare le classifiche di vendita, lasciando invece libero sfogo alla sua indole da studioso e ricercatore.

Guida tra i dolci

Domani sarà Fancello a parlare a Cagliari durante la presentazione che verrà ospitata alle 18 dal ristorante Niu (corso Vittorio Emanuele, 56). Con Raimondo Mandis, fiduciario della condotta Slow Food Cagliari, si entrerà nel dettaglio di una guida che si potrebbe tranquillamente consultare prima di accomodarsi a un banchetto o mentre si viaggia tra i paesi della Sardegna, ma di sicuro leggere e lasciare che la passione per la storia unita all’amore per i dolci aprano mondi inaspettati è la scelta migliore. È proprio il mondo antico ad accompagnare il lettore attraverso vicende mitiche lungo il Mediterraneo. Gustosi racconti che sanno di buono e di profumi della festa e si rivelano sorprendenti mentre la mente corre a ricercare il sapore di un bianchinu (marigosu) e si legge che potrebbe essere nato in Inghilterra, la dolcezza della aranzada (“quaedam dulcia, qauedam acida”, Bartolomeo Sacchi nel 1470 riferendosi al frutto utilizzato in cucina).

Ariosto e la sapa

Non si sente la necessità divederli quei manufatti di miele e saba (sapa, sabba) quando si legge che anche Carlo Magno, nel suo Capitulare de villis vel curtis imperii, fornisce interessanti informazioni sul vino cotto e Ludovico Ariosto nei versi della Satira III inserisce la sapa tra gli elementi della cucina cinquecentesca. (Si potranno invece assaggiare al termine della presentazione cagliaritana i dolci preparati da Anna Maria Sarritzu del laboratorio artigianale Druceras). Le fotografie che ti aspetti quando apri un libro che parla di buono, di creazioni appena sfornate, di farine efrutta candita, sono le immagini che le parole sanno raffigurare. Ecco perché Durches dovrebbe trovare posto negli scaffali e non tra i vapori di una cucina, perché è la Storia che racconta.

Antiche ricette

Ogni ingrediente, anche il più ovvio, ha qualcosa da tramandare e lo si scopre pagina dopo pagina, leggendo di antichissime ricette dello sconfinato mondo dei dolci sardi così vicini alla gastronomia egizia, romana, sumera ed araba. La ricostruzione operata da Giovanni Fancello è di quelle appassionanti perché della tradizione si arriva alle citazioni tratte dai testi classici e non mancano naturalmente le descrizioni precise e attente, anche attraverso le diverse fonti. E si scopre, ad esempio, che il biancomangiare che ancora oggi apprezziamo Alghero (e nel Campidano con il nome di Papai biancu), nel XVII secolo era una minestra, prima ancora una polentina (Catone il Censore ci ha lasciato la ricetta così come quella della placenta-seada) e Enrico IV lo trovò tra le pietanze del banchetto organizzato dalla cugina Matilde per il suo ritorno a Canossa. Anche Leonardo da Vinci si sarebbe pronunciato in proposito nel Codex Romanoff, a lui attribuito. Dobbiamo attendere la fine del Settecento per mettere insieme in un mortaio mandorle, zucchero, acqua, latte, vaniglia, colla di pesce e liquore. Nel tempo, dopo Catone il Censore, anche Apicio, Ateneo e numerosi autori medievali hanno lasciato indicazioni su dolci che sono molto vicine alle ricette che ancora oggi sopravvivono in Sardegna.

Grazia Pili



Il paese degli uomini umidi (e una prefazione di Adrian N. Bravi)

Il paese degli uomini umidi è situato dietro il sole, in un angolo del mondo sbiadito dall’oblio.
Vuoto e desolato dorme il suo metafisico male di abulia sotto un’eterna cappa di muschio verniciato da poco e fresco di rugiada.
Rugiada: lacrima versata da un ricordo che respira nella buia alcova dell’anima come una farfalla di luce.
Nessuna geografia contiene il profilo del paese degli uomini umidi, perché il paese degli uomini umidi è uno stato dell’anima. Uno stato di tristezza senza rimedio dove i giorni appendono manifesti di noia e le ore dicono con la loro monotonia che la vita non vale la pena di essere vissuta.
Terra senza orizzonte: paese degli esiliati, dei poveri diavoli ai quali il mondo ha voltato la faccia. Persino il sole…
Complice del destino, che con un vento tragico ha spazzato via il baluginare dell’ultima speranza, il sole gli ha voltato le sue spalle ombrose, negandogli la profilassi spirituale dei suoi raggi.
L’allegria è straniera nel paese degli uomini umidi, di quelli che hanno smarrito l’intatto serpeggiare della risata nel labirinto del dolore.
Da quando è morta mia madre ho iniziato ad appuntarmi medaglie di amarezza per ottenere la cittadinanza nel paese degli uomini umidi.
Sul confine della gioventù ho abbandonato il contrabbando di ingenuità e mi sono tuffato nell’acqua benedetta sulla cui superficie si rifletteva la mia infanzia.
Prima ero un cittadino del mondo che si rinnova. Adesso sono un abitante della pozzanghera dimenticata. Del paese indifferente, della terra degli uomini umidi.
La mia tristezza è autentica. E questo vale molto. Più ancora oggi, che il mondo si intristisce quando glielo ordina il calendario.
Ora che le stelle si frantumano contro l’angustia che mi impicca l’anima, ascolto sorpreso il faticoso sospiro di un ricordo.
Perché io un ricordo ce l’ho. L’ho esibito come un passaporto per diventare inquilino nel paese degli uomini umidi.

 

NdR: il racconto che precede è contenuto nel volume “Letti da un soldo” pubblicata da poco da Arkadia nella collana Xamaica 2, nella traduzione di Riccardo Ferrazzi e Marino Magliani, con una postfazione di Luigi Marfè; il volume comprende tutti i racconti della raccolta “Camas desde un peso”, e una selezione da “El alma de las cosas inanimadas” e da “La rueda del mulino mal pintado”;

qui di seguito la prefazione di Adrian N. Bravi:

 

Durante gli anni Venti a Buenos Aires inizia un processo inedito di ristrutturazione e di ripensamento sociale. Sono gli anni in cui la città vive una crescita esponenziale della popolazione, in particolar modo dovuto alla migrazione. La periferia, quel fuori ampio e desolato, diventa più visibile; per certi aspetti, centrale e dominante rispetto al resto. È un processo iniziato alla fine del XIX secolo, ma nei primi del Novecento, in particolar modo dopo la Grande Guerra, subisce una grande intensificazione. Buenos Aires si trasforma in una città cosmopolita, cambia il profilo culturale e il tessuto urbano. La letteratura accoglie questo processo attraverso la lingua e le nuove estetiche che entrano nel panorama letterario. Nascono nuove poetiche e, allo stesso tempo, il suburbio, per conto suo, diventa lo scenario per eccellenza. Non più un’alterità che minaccia i costumi tradizionali, ma qualcosa che entra a far parte di un immaginario. Si potrebbe dire, scrive Beatriz Sarlo in Una modernità periferica, che «gli scrittori fondano il sobborgo a partire da particolari ibridazioni estetiche e ideologiche». Quindi, di conseguenza, prendono vita nuovi soggetti sociali: il migrante, il bordello, la malavita, i contrabbandieri, i vagabondi che dormono nei Letti da un soldo, come I cinque personaggi che Enrique González Tuñón descrive e affresca nel primo racconto che apre la raccolta.

In questi anni la città vede confrontarsi nello scenario letterario due gruppi contrapposti: Florida e Boedo (entrambi prendono il nome da due strade rappresentative: Florida, centrica, lussuosa e cosmopolita; Boedo, invece, è una strada di sobborghi, di boliches, notturna). Alvaro Yunque, uno degli scrittori più rappresentativi di Boedo scriveva: «Quelli di Boedo volevano trasformare il mondo, a quelli di Florida, bastava trasformare la letteratura. I primi erano rivoluzionari, gli ultimi, avanguardisti». Erano due modi di vedere e di percepire la città e le sue trasformazioni. Gli autori di Florida guardavano all’Europa e a tutti i movimenti di avanguardia; gli autori di Boedo, invece, avevano come riferimento sia la Russia di Dostoevskij che quella di Gor’kij e Maiakovskij. Uno cercava una nuova espressione letteraria e l’altro parlava il lunfardo.

In questo contesto sociale si inserisce Enrique González Tuñón, nato a Buenos Aires nel 1901 e morto prematuramente a 42 anni, fratello maggiore del poeta Raúl González Tuñón. È stato un narratore, un rinnovatore dello stile giornalistico, ha scritto per il teatro, ha scritto anche tanghi, tra cui Pa’l cambalache, registrato nel 1929 da Carlos Gardel. Il poeta César Tiempo, che era nato in Ucraina a inizio del ’900, ha detto di Enrique González Tuñón: «Preferirà circondarsi di ladri e di teppisti, dormire in alberghi orribili, quando ha un peso per il letto, o nei banchi delle piazze; cantare la Tosca nei più improbabili caseifici, visitare le compravendita dove si trafficano i vestiti dei cadaveri e, abbandonato da ogni pietà, sognare, dalle profondità dei porcili – come gli eremiti posseduti dal demonio – con la gloria fatta donna o viceversa». Basterebbe questa descrizione per poterlo immaginare come un personaggio uscito da un romanzo di Roberto Arlt o come un iconoclasta della bohème di Buenos Aires, con i tratti di un anarchico romantico. A metà degli anni Venti si era affermato nel panorama letterario porteño e nel 1927 il giovane Borges aveva recensito con entusiasmo il secondo libro pubblicato da Enrique González Tuñón, L’anima delle cose inanimate.

Letti da un soldo esce nel 1932 da Manuel Gleizer, un emigrato russo che nel 1922 aveva fondato una casa editrice, la quale aveva pubblicato molti libri importanti, tra cui L’idioma degli argentini di Borges (prima di quella data Gleizer vendeva biglietti della lotteria a Villa Crespo, vicino al fiume Maldonado che stabiliva uno dei limiti della città). Letti da un soldo è uno dei libri più riusciti di Enrique González Tuñón ed è una fortuna che oggi veda la luce in quest’ottima traduzione. È composto da cinque racconti che si intrecciano tra di loro, di ispirazione dostoevskiana (tenendo conto che le traduzioni spagnole dei romanzi russi hanno fornito sistemi di riferimenti agli scrittori rioplatensi di quell’epoca). Racconta la storia di cinque cialtroni che dividono una stanza in un tugurio di Buenos Aires chiamato “La Pignatta Misteriosa”, sottosuolo di una città che accoglie i marginati a un centesimo. Si tratta di una sorta di locanda evocata anche dal fratello Raúl e da altri scrittori dell’epoca. Un luogo dove molti intellettuali, che non appartenevano a quell’ambiente, potevano incontrare i marginati del bassofondo porteño.

Enrique González Tuñón ha nei confronti di questi personaggi uno sguardo privo di ogni sorta di giudizio, come quando introduce Il Mancino, uno dei cinque coinquilini: «Verso sera lasciava il ricovero e, con le mani nelle tasche di un soprabito nocciola, andava a piazzarsi all’angolo tra Corrientes e Talcahuano, o all’angolo tra Victoria e Salta, in attesa di un cliente disposto a strapagare la cocaina che lui e la Nucha avevano tagliato col bicarbonato». Il disagio sociale diventa il filo conduttore di tutte queste storie, in cui la vita è sempre in bilico e ogni giorno tocca lottare contro la miseria nella fatale ricerca di un piatto di zuppa o di un bicchiere di vino. La prematura morte di Enrique González Tuñón, però, ha contribuito a far dimenticare un po’ la sua opera, quella dello scrittore che conosceva meglio di chiunque la intimità della città, i suoi infiniti segreti e le storie che oggi fanno parte di quella mitologia che abbiamo imparato ad amare nel tempo.

 

A cura di Giacomo Sartori



Riccardo Ferrazzi, N.B. Un teppista di successo

Ad alcuni esseri umani, assai pochi, tocca la sorte di essere trasformati in mitologie. Ogni evento della loro vita è trasfigurato in un emblema di destino individuale e collettivo, i confini tra i fatti e l’invenzione si fanno confusi, i sentimenti comuni prendono proposito, e forma di forze nell’accadere storico. L’ascesa al potere e la caduta di Napoleone Buonaparte divennero oggetto di culto, e popolare e presso gli intellettuali, contemporaneo degli stessi avvenimenti.
All’indomani della vittoria di Napoleone a Jena e dell’assoggettamento della Prussia (13 ottobre 1806) Hegel, allora trentaseienne, scrisse all’amico Niethammer: “Ho visto l’Imperatore, quest’anima del mondo, uscire dalla città per andare in ricognizione. È una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che qui, concentrato in un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi (si riferisce ai rivolgimenti politici nell’area tedesca dopo Jena) sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.
Hegel descrive il tremendo carisma, che quasi come una sostanza mistica, avvolge il suo quasi coetaneo Napoleone e che, ai suoi occhi, lo identifica con lo stesso divenire storico. È significativo che lo chiami “imperatore”, quando il legittimo imperatore Francesco II aveva abdicato formalmente al titolo soltanto due mesi prima.
Napoleone stesso fu straordinariamente attento alla costruzione della sua mitologia, della sua divinizzazione in vita, e questo ha preso in ostaggio molte opere scritte in prossimità storica.
Su Napoleone esistono biblioteche intere, ogni minuscolo dettaglio della sua storia è stato raccontato, analizzato, vagliato. Chiunque abbia una sia pur vaga nozione della storia moderna si è fatto un’opinione. Di lui, Stendhal scrisse una biografia a due anni dalla sconfitta di Waterloo, giudicandolo per certi versi superiore ad Alessandro Magno e Cesare, Hugo e Tolstoj hanno fatto memorabili personaggi letterari, Manzoni in Italia ha fissato l’immagine romantica, con la domanda del giudizio storico, politico, morale: fu vera gloria?
Con queste premesse, tornare sul personaggio Napoleone con un lavoro narrativo è incoscienza, o grande coraggio. Il romanzo di Ferrazzi N.B. Un teppista di successo (Arkadia editore) ci porta alla genesi del mito, i momenti della gioventù di Napoleone in cui nulla, o pochissimo, avrebbe potuto far pensare alla personalità al centro di eventi che hanno dato forma alla storia europea e mondiale fino a oggi. Il piccolo Napoleone nasce in una famiglia di piccola nobiltà corsa, non simpatetica con la Francia dell’Ancien Régime; lo incontriamo mentre capitana una banda di ragazzini ad una sassaiola contro il contingente francese ad Ajaccio, ma finisce col fare a botte con i compagni, insofferenti della sua prepotenza.
Nel corso degli anni, Napoleone farà tesoro di quell’esperienza: imparerà ad avere autorità sugli altri per dare sfogo alla sua ansia di comando, ma non rinuncerà mai ad arbitri e soperchierie, anche se gratuiti. È questo il Napoleone raccontato da Ferrazzi nel suo romanzo, che è propriamente una rivisitazione storica, ricostruzione di eventi storici in modi narrativi. Ferrazzi immagina e mette sulla pagina un personaggio in carne e ossa proprio dove la documentazione è più lacunosa: gli anni di formazione, di errori e tentativi, di colpi di fortuna, in un contesto sociale e politico in cui avrebbe pagato l’irruenza, a volte scomposta, di un giovane aggressivo, un teppista appunto, divorato da una smisurata ambizione a cui tutto, a cominciare dalla sua intelligenza, è messo a servizio.
L’incontro di un autore con il suo soggetto è in gran parte un mistero. La chiave del lavoro di Ferrazzi sta nell’intuizione che la giovinezza di Napoleone, le sue origini isolane, le frustrazioni sociali ed economiche della piccola nobiltà, l’indipendentismo dei gruppi dirigenti, siano stati il combustibile di un carattere irascibile, propenso fin da piccolo alle maniere forti. Ferrazzi ha ritenuto che ci fosse materia di romanzo, e non ha esitato ad affrontare il gigantesco totem.
Al coraggio del romanziere Ferrazzi ha aggiunto il suo talento di scrittore, un linguaggio controllato, scorrevole e moderno: sfogliare le pagine del libro è un piacere. Non sorprende che Napoleone parli e corrisponda con il suo mentore corso Saliceti con linguaggio attuale: è una precisa scelta stilistica per dare immediatezza e spessore al personaggio. Il romanzo poggia in realtà su un solido e minuzioso lavoro di documentazione storica.
E suggerisce al lettore, senza imporle, le domande più importanti, quelle che soltanto la rielaborazione narrativa può portare alla riflessione, perché il lavoro della lettura non si arresta al chiudere il libro. Napoleone agisce come un uomo coraggioso, ma è il coraggio apparente dei prepotenti, l’opposto della magnanimità: non li fa indietreggiare davanti al pericolo, ma è ansia di affermare se stessi, a ogni costo, senza scrupoli. Napoleone frequenta case (e camere da letto) di donne in vista, non per amore né per godimento: il suo appagamento sta nella manipolazione delle relazioni per introdursi nelle stanze del potere.
Il dilemma morale dell’azione dell’uomo tra altri esseri umani, l’atteggiamento di fronte ai rovesci della sorte, il peso che le imprese e il mito di Napoleone hanno avuto nella generazione dei successivi mostri della storia, le dittature, i totalitarismi, la mistica dell’“atto risolutivo” (sappiamo che Hitler studiò la catastrofica campagna di Russia del 1812, per avere successo dove Napoleone aveva fallito).
Ferrazzi ha dato al suo libro un titolo che, a mio parere, si presta a qualche considerazione. Definire di “successo” la carriera del “teppista” è quasi d’obbligo, eppure consideriamo che Napoleone morì a 51 anni, prigioniero in un luogo sperduto, estromesso da ogni potere e allontanato dai suoi affetti da sei. In questa prospettiva, il titolo potrebbe suonare come un’eloquente antifrasi.

Riccardo Ferrazzi (con Roberto Plevano) presenta il suo N.B. Un teppista di successo a Bookcity, Centro Culturale di Milano, Auditorium, Largo Corsia dei Servi 4, 20122 Milano, domenica 18 novembre 2018, h. 11.00.

Roberto Plevano



STORIA. L’ascesa di Bonaparte

Quel megalomane di Napoleone

Non è un lavoro di ricerca storica, tuttavia induce a rivedere certe idee su Napoleone e la sua ascesa politico-militare il libro del lombardo Riccardo Ferrazzi, saggista e romanziere con un passato da dirigente d’azienda. Megalomane, villano, borioso: così l’autore dipinge il giovane Bonaparte, che all’alba della Rivoluzione rischia grosso perché inviso alla fazione paolista. L’assedio di Tolone lo mette in buona luce (piace ai sodali di Robespierre e riceve i galloni di generale) ma il Termidoro e le relative ghigliottine sembrano dirgli che la festa è finita. Può arrendersi? Macché: amicizie giuste, nozze strategiche e cannonate a destra e a manca lo rilanceranno presto in pista. 

(fa. mar.)



IL ROMANZO

Sorti, amori e pagine di Peter B.

Bolzano, Stefano Zangrando presenta domani “Fratello minore”

 

Domani 8 novembre, alle ore 18, nell’aula magna della Fondazione UPAD (Via Firenze 51- Bolzano), in collaborazione con la Scuola di scrittura creativa “Le Scimmie”, Stefano Zangrando presenterà “Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B.” (Arkadia), un libro curioso e originale che è saggio e romanzo insieme, biografia a più voci dello scrittore Peter B. e autobiografia letteraria e intellettuale di Stefano Zangrando, nella Berlino Est degli anni ’80 e ’90, dunque poco prima della fine della DDR e poco dopo la sua nuova vita nella Germania unificata, ma anche nella Berlino di oggi, seconda patria o patria spirituale dell’autore. Un libro scritto in seconda persona, dove il “tu” è sia Peter (ovvero Peter Brasch, poeta, drammaturgo e scrittore morto prematuramente nel 2001) sia Stefano, in un continuo interrogare testi e testimoni, e in un continuo attraversare il concetto di minorità. Peter B., infatti, è fratello minore del più famoso Thomas, ma anche di Zangrando, in un’idea di letteratura in cui ciò che conta è la centralità del testo e della parola, e non la visibilità mediatica dell’autore o la sua appartenenza all’ universo dei grandi editori. Nell’epoca del narcisismo di massa (è il tema dell’edizione 2018-2019 del Seminario internazionale sul romanzo, il progetto del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento cui Stefano Zangrando collabora sin dalla prima edizione), dove allo scrittore si chiede di apparire e sedurre, più che scrivere, forse è meglio lavorare nell’ombra ma con impegno e serietà, scrivendo ciò in cui si crede, come ha fatto, ad esempio, norbert c. kaser, che usava persino le iniziali minuscole, poe- ta sudtirolese scomodo e per- ciò emarginato, altro fratello minore con cui il narratore trova diverse consonanze. Peter B., dunque, è una persona realmente esistita che diventa personaggio letterario attraverso la reinvenzione e la ricostruzione dell’autore, che non l’ha mai incontrato ma di cui ha raccolto le testimonianze di coloro che gli erano stati amici e soprattutto delle donne che l’avevano amato. Leggendo i suoi testi, Zangrando scopre una forte affinità estetica con questo scrittore dimenticato, per- ciò decide di farlo uscire dall’oblio. “Fratello Minore”, infatti, contiene diversi testi di Peter B. tradotti dall’autore e disseminati nella narrazione, come tessere di un mosaico che lentamente si compone per dare vita a una vicenda umana, politica e letteraria. Insomma, ci troviamo di fronte a un libro davvero ibrido e polifonico, capace di suscitare domande nel lettore e che proprio sulle domande costruisce la sua forma. Ad accompagnare Zangrando e le sue letture, giovedì ci sarà anche il chitarrista Marco Buzzoni. L’ingresso è libero.

Giovanni Accardo



«Critica e rispecchiamento» Zangrando racconta Peter B.…in seconda persona

Studi psicologici statunitensi (ce ne sono sempre di nuovi, all’ultimo grido) sostengono che l’uso della seconda persona (alternativo a quello della prima o della terza) rende più sicuri, e più spigliati e incisivi. Usare il “tu” invece dell’“io” creerebbe una salutare distanza da se stessi, come a chi accada di guardarsi nello specchio per rivolgersi rimproveri o invece lodi, o sul proprio taccuino personale di annotare stati d’animo e pensieri attribuendoli a un “tu” immaginario, ma in realtà l’amico più intimo, perché di altri non si tratta che di noi stessi. Là dove la seconda persona è invece sostituita dalla terza, il viraggio di punto di vista ottiene l’effetto contrario: avvicina. L’altro al quale ci si rivolge frontalmente, quel “lui” o “lei” che diviene all’improvviso semplicemente “tu”, perde di fredda oggettività e guadagna in termini di prossemica, divenendo oggetto di un’assonanza che se portata all’estremo si fa persino fusione, simbiosi. In versione narrativa, i risultati sono pressappoco gli stessi. Una biografia, e biografia romanzata peraltro, definisce attraverso l’uso del “tu” una posizione dello scrittore-narratore molto peculiare. Quest’ultimo stabilisce di osservare lo scorrere del tempo di un altro, del personaggio del quale racconta la vita, ma è giocoforza che via via alla temporalità di quell’altro mescoli la sua propria; giocoforza che il protagonista della biografia divenga una sorta di alter-ego del biografo, e che le due vite amalgamandosi diano luogo a un ibrido nuovo, capace di modificare le esistenze di narrato e di narratore, di biografo e di “biografato”. Stefano Zangrando, autore trentino ma berlinese di adozione, dedica un romanzo “saggistico” alla vita di un autore ebreo tedesco: Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B.. Lo fa sin dalle prime pagine dichiarando come la sua ricognizione biografica disegni anche un proprio personale percorso. Sebbene «sottomessa alla metamorfosi», la Berlino lungo le cui grandi arterie Zangrando muove i suoi passi, le case, i teatri, gli altri luoghi sui quali punta il suo sguardo accurato, rapito ma esatto, è la stessa città dove il protagonista, Peter Brasch (poeta, drammaturgo, scrittore) ha consumato la parte più prolifica della sua breve vita (muore quarantenne). Dove si è dissipato, si è dato all’alcol, dove con ambivalente partecipazione ha seguito successi e destini diversi dai fratelli: Klaus, Marion, Thomas, tutti come lui letterati. E là dove ancora ha avuto amori, troppi amori, sino all’incontro con una vera compagna la cui presenza comunque non arresta l’inquietudine profonda che anima Peter B.. Prima c’è stato il ritorno dei genitori in Germania, una volta finita la guerra e di poco attutite le peggiori minacce antisemite (un senso di straniamento profondo continua a serpeggiare in famiglia). Poi, per il giovane Peter, l’università, abbandonata dopo accuse di sobillazione politica (siamo negli anni settanta). La fuga dalla Germania es. La definitiva scelta di dedicarsi alla letteratura, «in mancanze di vie di fuga». E una poliedricità di scrittura che lo insegue, è spinta creativa che lo tiene in vita tanto quanto affatica i suoi fragili nervi. Tormenti del protagonista che trascolorano nei rovelli del biografo (per il quale «critica e rispecchiamento» sono speculari all’interrelazione tra verità e finzione). In molti raccontano Peter B.. E di questa ricostruzione polifonica di un artista e del suo mondo, il punto più debole è paradossalmente la soluzione stilistica scelta come la più connotante: l’uso della seconda persona. Il “tu” pronunciato per buona parte del libro, se trasmette tutta la potenza del “corpo a corpo” tra lo scrittore e il suo materiale, e tra Peter B realmente esistito e quello re-immaginato dall’autore, però crea uno iato, uno spazio vuoto e smaterializzante, che non sempre è facile riempire.

Lisa Ginzburg



Piccoli uomini

Per l’argentino González Tuñón (1901-1943) non esistono più torri d’avorio destinate a proteggere i letterati. “Sono state abbattute a cannonate”, la vita moderna vuole che gli artisti scendano in strada. Il suo Letti da un soldo è un libro grottesco, aggressivo, dolente ma non privo di uno strano umorismo. Perduti in una “città ambiziosa, febbrile, frettolosa”, gli invisibili piccoli uomini che affollano questi brevi racconti sono ossessionati dalla fame e presentano punti di contatto con il mondo marginale descritto nelle arltiane Acqueforti di Buenos Aires. C’è però una differenza: per González Tuñón la scrittura non è un gancio alla mandibola del lettore, come in Arlt, ma “una sghignazzata dentro una bara”.

Loris Tassi



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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28 novembre 2018
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