Rassegna Stampa


Il nostro rifugio prima della pausa: la sincerità di José Luis Cancho

Anche Ork fa i conti con l’approssimarsi delle ferie, un periodo di sospensione durante il quale porteremo con noi libri e storie che sapranno dirci, raccontarci, nominare tutto ciò che ancora non sappiamo o che è rimasto nelle retrovie in attesa della voce di uno Scrittore. In giro non ne circolano tantissimi, di questa specie in via di estinzione, nonostante l’area editoriale si mantenga su livelli di una sovrapproduzione di cui faremmo volentieri a meno. Nell’arco di pochi giorni, ci siamo ritrovati a scartare tre testi di un colosso editoriale, per ragioni diverse, per l’inesistenza di un’identità chiara (scegliere di fare esordire una neutralità è un investimento dubbio, salvo avervi rintracciato potenzialità future e, in tal caso, ci si chiede perché si sia scelto di pubblicarla anticipatamente), per la banalità nella scelta autoriale della modalità con cui affrontare il tema centrale, già inflazionata e senza un’anima, osiamo dire noi in un’apparente semplificazione, in mancanza, cioè, di un’angolazione anomala, di una luce propria, insomma, e meritevole nello sguardo tale da giustificarne la ripetitività schematica. Ancora per assenza di sincerità. E su questo punto mi tocca spendere qualche parola in più perché l’ospite di oggi, se una lezione ci consegna, lo fa proprio lungo il filo sottile, ma non per questo cedevole alle sollecitazioni esterne, che siano critiche o ruvidezze del mondo, del rapporto con se stessi e con il lettore. Si sottovaluta spesso quest’ultimo a tal punto da credere che gli si possa somministrare di tutto: non solo l’inesistenza di una dimensione stimolante, ma persino qualcosa dentro cui chi scrive non è o non è ancora. Se è vero che la narrazione si nutre di una necessaria percentuale di invenzione, è altrettanto vero che non si può scegliere di raccontare qualcosa che non abbiamo vissuto da qualche parte o in qualche forma, così come non si può elevare a pagina scritta qualcosa che abbiamo deciso, più o meno inconsciamente, di scansare. Non possiamo improvvisarci maestri di vita e del dolore, se scrivendo non troviamo il modo, nostro, di farceli entrare, la vita e il dolore, coerentemente a un’esperienza, intensa o anche distante, che comunque abbiamo fatto. È la fedeltà a quella coerenza il nevralgico punto di snodo di un’arteria che congiunge chi scrive a chi legge: la sintesi del patto con il lettore che lo Scrittore è in grado di creare, l’inizio di un’insospettabile collaborazione e di una crescita reciproca o il principio di un tradimento. Al lettore attento, attenzione non al critico, non sfugge e l’ammutinamento è molto di più di un’evenienza possibile del viaggio. Di là dalla fuga, l’isola felice: “I rifugi della memoria”, di José Luis Cancho (traduzione Marino Magliani), edito da Arkadia nella collana “xaimaca jarama”, è stato in qualche modo l’approdo sicuro e inaspettato di un viaggio intrapreso contro il volere propizio degli dei, ammesso di potere concepire come disaccordo divino la nostra incapacità di farci condizionare dai venti che spingono, nella triste ordinarietà di questi tempi, molte delle esperienze di viaggio sparse potenzialmente nei libri in circolazione. Il romanzo di Cancho è un atto estremo di fiducia nel lettore che sente di avere a che fare con un’identità che, raccontando della sua fragilità e dell’ambiguità che la natura umana tradisce e implica, si rivela in tutta la sua forte schiettezza. Quella coerenza, insomma, che è base di un innamoramento che, pur nel gioco proiettivo, si radica su un mantello di realtà, quell’elastico sostare in attesa della partenza verso l’alto, senza cui la lettura non svilupperebbe i suoi potenziali benefici. L’autore racconta di sé e della sua prigionia, dell’opposizione al regime di Franco e, nonostante questo sia già un disvelamento della propria esperienza di vita tale da giustificare l’urgenza dello scrivere, concede al lettore un pezzo in più, una moltitudine di tracciati che, convergendo nella complessità della ricerca di sé, traggono linfa e sostanza dal linguaggio. Questo accade non solo perché le parole finiranno per configurarsi come l’approdo, tardo ma inevitabile, delle innumerevoli tappe del suo percorso esistenziale, ma perché il verbo si fa latore di inganni e verità, scavalca la storia e il suo carico ideologico e accede a un piano di realtà ambiguo almeno tanto quanto tutto ciò che si cela oltre la necessità di definizione e di incasellamento nel falso e necessario gioco sociale che la vita in qualche modo impone ai fini della stabile sopravvivenza. Ma non è quest’ultima la dimensione congeniale a José Luis Cancho che le forme sceglie di sovvertirle, di scardinarle, provando a fare i conti con ciò che c’è sotto, sotto la realtà, sotto le parole con cui la medesima si costruisce e si pone sotto lo sguardo disattento di tutti, di molti. Non dei lettori. «Mi hanno buttato giù perché credevano di avermi ammazzato. Il fatto strano è che non solo non mi avevano ammazzato, ma non mi hanno ammazzato nemmeno buttandomi giù»: recita così un passaggio quasi iniziale dei suoi “Rifugi”, rivelando non solo le sevizie subite per ribellione al regime, ma anche l’interpretazione dell’accadimento che passa dal verbo, l’idea che l’altro si costruisce su di noi in merito al significato che attribuisce a ciò che si svolge sotto gli occhi e che dovrebbe essere univoco e non lo è, se lo Scrittore narra l’accaduto da un’ipotetica postazione oltre la vita (“Scrivere come se fossi morto, questo è il mio progetto.”). Dunque, la fallacità della parola che non riesce a farsi carico di una verità che non sia la scarnificazione della vita stessa e la sua riproposizione essenziale, ciò che Cancho decide sostanzialmente di compiere attraverso il diario nella cui forma chiaramente volge lo scritto ospitato da Ork. Lo Scrittore, facendo esperienza della prigione, finisce per porsi rispetto alla vita in un’ottica di matura distanza e, parallelamente, di ingresso ufficiale nella medesima, come se riuscisse, pur nell’attraversamento di una tragedia personale e politica, a trovarsi nel giusto punto di equilibrio per stare nelle cose quel tanto che basta per non farsi travolgere dalle medesime a ridosso del superamento del confine che ci piace definire “di non ritorno”, in cui smettere di fare i conti con la precarietà dell’umano e con le urgenze del Sé non è più possibile. Qui l’ideale è svestito della sua carica giovanilistica, non perde senso, ma disperde l’afflato del passato nella ricomposizione della vicenda storica dell’opposizione al regime in termini realistici, talvolta piegati alla convenienza e alla cooptazione. Qui il carcere è sperimentazione di una ritrovata libertà, il diritto di incarnare gli ideali senza menzogna (“E la cosa più importante era che in quel mondo recluso ci si poteva esprimere liberamente: oramai non c’era più niente da nascondere. Eravamo quel che eravamo, militanti antifranchisti, giovani comunisti delle più diverse tendenze: trtotzkisti, leninisti, maoisti, luxemburghisti.”), lo spazio in cui rinviare al rientro in società la finzione di essere ciò che non si è, il capovolgimento dell’ordinario, la dimensione che, sovvertendo i piani della verità e della menzogna, introduce lo scrittore all’ambiguità del vivere, lo spinge, una volta uscito, un po’ più in là dove possiamo essere tutto e il contrario di tutto (“Ero un io che creava altri io per scoprire se stesso.”), seppure entro un solco identitario, gli conferisce l’autorizzazione ad essere tutte le vite incarnabili dai limiti sanciti dal suo corpo, compatibili con i suoi tempi, con quella porzione di contraddizioni in cui sa e fa esperienza di essere. “Dietro gli occhi, in viaggio”, pastello secco su carta Pastelmat, Mork. Ciò rende questo spaccato di memorie non solo carico della schiettezza verso cui abbiamo provvidenzialmente virato prima delle ferie, ma anche necessariamente sviluppato verbalmente in un’estrema semplicità che è quasi un tornare a nascere, la frattura della crisi, il tempo prezioso dell’attesa, il buio, il cimitero che, insieme al quartiere e alla prigione, racconta di chiusure cicliche e di necessari abbandoni, la difficoltà di trovarsi fuori dall’assenza di verità, dalle mistificazioni e dai segreti, la fatica di darsi un linguaggio proprio che riesca a riesumarlo dalle spoglie di una vita passata. Miglior viaggio per noi creature aliene, eternamente indefinite, viaggiatori viaggianti di un tempo nostro in cui la vita entra a singhiozzi, senza per questo rinunciare alla sua forza, non poteva esserci. A noi pare il perfetto preludio ai prossimi spostamenti, alle paure da incontrare, alle maschere da lasciare, alle fragilità da portare tra le mani, un po’ sbilenchi, ma fedeli a una linea immaginaria. Non un partito o un’idea, ma quel desiderio che congiunge la realtà alla luna di Astolfo.

Mindy

 



Recensione: “La presenza e l’assenza”, un noir meneghino dalla forte introspezione psicologica

 

Non ci sono peccati privati.

Sono tutti pubblici, tutti condividiamo

quelli degli altri e tutti gli altri

condividono i nostri.

JIM THOMPSON

 

Questo è “LA PRESENZA E L’ASSENZA” di Franz Krauspenhaar (ARKADIA Editore), milanese, scrittore, poeta e musicista, nonché redattore di vari blog e riviste letterarie. Tutto il romanzo ruota attorno all’improvvisa scomparsa di Daniela, giovane e bella moglie dell’industriale milanese Tommei. Questi decide di non contattare la polizia ma di rivolgersi ad un investigatore privato, Guido Cravat, un investigatore di fresca nomina. Aveva cominciato da meno di un mese, dunque aveva bisogno di ingranare, dunque sarebbe stato abbastanza malleabile e avrebbe fatto poche domande. Sbagliando decisamente nel suo giudizio su Cravat, Tommei decide di estrometterlo quasi subito dall’indagine sostituendolo con Saluzzi, un tipo senza scrupoli. Di questo l’avvocato Gemmò era più che certo. Aveva fatto le sue sporche indagini con le sporche persone giuste. E aveva consegnato a Tommei lo sporco numero di telefono dello sporco individuo. Cravat, sentendo fin da subito odore di marcio in tutta la vicenda, decide di continuare da solo le ricerche e questo lo porterà ad incontrarsi/scontrarsi con colui che lo ha sostituito andando a scoprire torbide verità (La verità non sembra mai vera. GEORGES SIMENON). La narrazione si svolge attraverso i pensieri e le azioni di tre uomini diversi: l’industriale Tommei che vuole a tutti i costi ritrovare sua moglie, ne sentiva oramai la mancanza in maniera insopportabile, con una fitta al cuore che minacciava di paralizzarlo per il resto dei suoi giorni, ma dando ai due investigatori presso che nessuna informazione; l’investigatore Saluzzi, sadico e senza scrupoli che per il denaro era capace di uccidere due volte; Cravat, il nostro protagonista, ex poliziotto che ha deciso di lasciare l’ambiente corrotto della polizia per l’onestà e che vive una continua guerra interiore con se stesso, con il vizio del fumo, con la presenza. Il tutto è ambientato in una Milano tanto amata quanto odiata per cui se mettessimo a paragone una foto di allora con una di oggi, entrambe scattate nello stesso punto, proveremmo una voraginosa fitta di rimpianto e di sconcerto e addirittura, in alcuni casi, di orrore. Il traffico s’era sconvolto a rotta di collo e le auto erano diventate tutte diverse, e la gente ora si vestiva, si truccava e si pettinava in modo diverso. Attraverso Tommei, Saluzzi e soprattutto il racconto che Cravat gli fa in prima persona (o forse si sta inconsapevolmente rivolgendo a quella presenza che ogni tanto gli sembra di percepire?), il lettore viene catapultato in una voragine di delitti, debolezze umane, psicopatie, da cui non si evince un lieto fine. Il romanzo è di facile lettura, scorrevole, ricco di descrizioni fin troppo dettagliate, perfetto per un pubblico amante non solo del noir ma anche delle forti introspezioni psicologiche.

Marina Sembiante



DA ARKADIA EDITORE “CARIBE” DI FERNANDO VELÁZQUEZ MEDINA

Non mi considero più da parecchio tempo “ispanista militante”, ma ho mantenuto il gusto per alcuni libri di qualità che ci arrivano dall’America Latina o dalla Spagna. È il caso di “Caribe”, del cubano Fernando Velázquez Medina (titolo originale: El mar de los caníbales): romanzo sfavillante, pieno di umori e di ammicchi, anche ironici, eccellentemente reso in un italiano fluido e impeccabile da Riccardo Ferrazzi e Marino Magliani. I traduttori sfoderano una terminologia tecnica assai precisa, per indicare il tipo di nave, le sue varie parti e le attività della navigazione, le armi (da fuoco e da taglio), gli esemplari di flora e fauna, ecc… Efficace anche la resa di una diffusissima imprecazione di lingua spagnola, “Porco dieci!” (per “Me cago en diez!”). L’ambientazione della vicenda è “storica”, collocandosi 150 anni dopo la conquista spagnola di quelle terre, ossia verso la metà del XVII secolo. E il libro mostra la stessa impostazione dei grandi (anche come mole…) testi di quel periodo, destinati ad alleviare, con le loro accattivanti vicende, il tedio delle lunghe navigazioni transoceaniche a vela – il Don Chisciotte, per esempio. Innanzitutto, perché questo è il primo volume di una trilogia, in cui vengono narrate (un po’ in terza, e il resto in prima persona) le complesse andanzas di un contrabbandiere mulatto che opera sulla costa di Cuba. Poi perché nella narrazione principale sono inserite (come avviene per il Cuento del Cautivo, il “Racconto del Prigioniero”, nel Chisciotte) digressioni diegetiche relative ad altri personaggi: vedi, qui, il “racconto del soldato meticcio” (pag. 178). Se la vicenda è storica, le allusioni sono però anche contemporanee. Oltre al pirata Francis Drake e a William Shakespeare, del quale il protagonista si dichiara “amico” (quasi fosse una prefigurazione di Forrest Gump, egli sembra aver incontrato tutta una serie di “vip” dell’epoca…), compaiono, per esempio, frate Uberto Eco di Alessandria (che ricorda il personaggio principale del libro principale del mio illustre concittadino, ed altrove è denominato anche “Uberto da Bologna, perché aveva insegnato in quella Università”) e “uno scrittore, forse americano, forse francese, chiamato Alejandro Carpintero”: ossia, Alejo Carpentier, autore del magnifico Los pasos perdidos, “magistrale relazione di un’altra spedizione nelle selva”, come viene qui definito. A quanto avviene nel racconto di Carpentier (uno dei libri a me più cari, tra l’altro) rimanda anche la lettura dell’Odissea, evocata in più punti. E che dire dei richiami a I tre moschettieri di Dumas padre (“uno per tutti e tutti per uno, anche se non ricordo dove ho sentito questa frase”), all’Inferno di Dante (“un gran verme”), a Francisco de Quevedo (“come scrisse un poeta che conobbi più tardi, ‘potente cavaliere è il signor Denaro’” –poderoso caballero es don Dinero) e persino a Roberto Vecchioni (“Su, su, cavallo, corri verso la morte”)? Anche il duplice nome della collana in cui il romanzo è uscito suscita cortocircuiti letterari: Xamaica è un titolo di Ricardo Güiraldes, autore argentino del celebre Don Segundo Sombra sulla vita dei gauchos, mentre El Jarama era un romanzo neorealista (un po’ tedioso, a dire il vero) dello scrittore italo-spagnolo Rafael Sánchez Ferlosio. Ma altre associazioni mi corrono alla mente, risfogliando le pagine a lettura terminata. L’episodio in cui la comitiva di indios e negros cimarrones raggiunge, attraversando un lungo tunnel, la città nascosta fra i monti si situa in un territorio letterario prossimo al fantasy, qualcosa tra Il Signore degli Anelli e la favolosa Shangri-la del romanzo di James Hilton (con pluripremiata trasposizione cinematografica di Frank Capra) Orizzonte perduto. La navigazione caraibica, l’aggressione degli indigeni e la descrizione delle loro piroghe mi fanno pensare al poema Omeros, di Derek Walcott: “Poi i tronchi, impazienti di diventare canoe,/ararono i frangenti di cespugli, scavando solchi/nei massi, non sentivano dentro la morte, ma lo scopo:/fare da tetto al mare, essere scafi. Poi, sulla spiaggia,/stesero le braci nelle cavità scalpellate con l’ascia”. E le rovine rinvenute nella selva rimandano a una strofa del Canto general di Neruda: “Maya, voi avevate rovesciato/l’albero della conoscenza./Con effluvio di razze frumentarie/si innalzavano le strutture/dell’esame e della morte,/e, gettandovi spose d’oro,/scrutavate nelle cisterne (cenotes, termine che viene illustrato nel romanzo: n.d.r.)/la permanenza dei germi”. Fernando Velázquez Medina (non posso far a meno di notare, en passant, che Fernando Medina è il nome del Sindaco di Lisbona, mentre al pittore Velázquez è dedicata un’altra nota canzone di Vecchioni, poc’anzi citato) è anche critico cinematografico – si vedano i richiami filmici ipotizzati in precedenza. Da Jurassic Park sembra aver fatto uscire il rettile gigantesco che a un certo punto aggredisce il gruppo di avventurieri, e da certe pellicole d’azione ha senz’altro mutuato (con intenti parodistici, tuttavia) l’’mprovvisa comparsa del “cattivo”, che viene a minacciare il protagonista dove e quando questi meno se lo aspetta… Non trascrivo, stavolta, brani del libro, e del resto non saprei quali scegliere, dato il livello costante della sua prosa. Ma ne raccomando di cuore la lettura. Vi garantisco che sarà davvero tempo ben impiegato.

Marco Grassano



Dei peccati capitali secondo Paola Musa: la superbia di Alfredo Destrè

L’audacia era sempre stata la sua forza. Aveva dovuto anche soprassedere a certe scelte che gli provocavano un senso di disgusto, per raggiungere il suo scopo. Era tuttavia abbastanza sicuro che il suo progetto alla fine avrebbe avuto un buon risultato. In fondo, lo sapeva bene: la gente ama solo ciò che già conosce e in cui si riconosce. (p. 11) La figlia di Shakespeare di Paola Musa si inserisce all’interno di una cornice più ampia: è infatti il secondo di una serie di sette romanzi dedicati ai sette vizi capitali, preceduto da quell’Ora meridiana, pubblicato nel 2019 sempre per i tipi di Arkadia, che vedeva al centro il tema dell’accidia.
A dominare la scena di questo secondo testo è invece la superbia, quello che la dottrina cristiana riconosce come il peggiore e più grave dei peccati capitali, il quale viene attribuito a Lucifero stesso in quanto angelo che si è ribellato a Dio. Volendo spostare l’accento, pensiamo poi a quella hybris che tanto fa inciting event, diciamo così, di molte tragedie, e che ben rappresenta il leit motiv di tanta cultura greca: Icaro, volendo sfidare le leggi della natura per avvicinarsi al sole, ha peccato di hybris; ma anche Achille, Agamennone e Ulisse sono esempi perfetti di umani che hanno osato paragonarsi agli dèi in un modo o nell’altro e perciò sono stati puniti. Di esempi in letteratura, insomma, se ne potrebbero trovare a iosa.
Paola Musa decide di lavorare su un campo diverso, che già il titolo suggerisce bene: Alfredo Destrè è infatti uomo d’arte che, all’epilogo della propria carriera – dopo essersi “abbassato” a lavorare per la televisione in una serie tv di scarso valore –, riesce nell’ambizioso progetto di risollevare le sorti di un teatro e al contempo di riavvicinare il grande pubblico a Shakespeare attraverso una rilettura in chiave contemporanea delle opere del bardo inglese. Quando gli confermano di aver ricevuto un prestigioso premio alla carriera, ecco che il percorso che porta alla disfatta prende avvio.
A ben vedere, tutti gli altri personaggi, chi più chi meno, sono ben consapevoli dell’alto valore artistico del progetto di Destrè, così come sono consapevoli della bravura e delle capacità del maestro. Alfredo Destrè è, di fatto, un uomo rispettato e riconosciuto dall’ambiente artistico italiano. Eppure, di questo riconoscimento sembra non farsene nulla: egli in qualche modo trae piacere nel riconoscersi da solo come uomo e artista. Qui il meccanismo psicologico è sottile e Paola Musa lo intende bene: la superbia è un peccato perverso, in quanto solo in apparenza necessita dell’altro per sopravvivere e nutrirsi. Nella realtà, la persona superba trova dentro di sé – nei meandri della propria coscienza e del proprio vissuto – la linfa vitale di cui ha bisogno: esistendo, guardandosi allo specchio, relazionandosi con se stesso, il superbo si gonfia, si autoalimenta, la sua maestà si espande ben oltre i limiti consentiti. Il supero non ha bisogno di nessuno, mai. E infatti Alfredo Destrè, non a caso, è sempre solo: egli è circondato da ammiratori, amici e nemici, eppure lo troviamo sempre a fare i conti con se stesso. Questa sorta di solipsismo esistenziale che contraddistingue il superbo Paola Musa ha saputo rappresentarlo bene: proprio come un attore di teatro che recita un monologo sul palco, Alfredo Destrè è al centro della propria vita solitaria, col riflettore puntato addosso, e il resto delle sue conoscenze non sono altro che le teste anonime degli spettatori, assisi sulle poltrone, distanti. A separarli, pochi metri e un’infinita differenza.
Allora poco importa quali siano le proprie origini, poco importa che veniamo da un piccolo paesino, che i nostri genitori fossero persone umili: ciò che è fondamentale è essere riusciti a staccarsi da terra, a sollevarsi da quell’humus contadino e che, proprio come Icaro, siamo riusciti a volare via, lontano, addirittura cambiando cognome, addirittura rinnegando la famiglia. La superbia non risparmia nulla: è un male che divora tutto per alimentare il proprio ego.
In chiusura, una nota personale: curiosa è stata, a mio avviso, la scelta di Paola Musa di scrivere per secondo un romanzo sulla superbia che risulta, appunto, il peccato più grave. La sua rischia infatti di essere una scelta anticlimatica, se questo suo ambizioso progetto prevede un percorso ben preciso. Staremo a vedere ciò che verrà: nel frattempo posso affermare che La figlia di Shakespeare è un gran bel libro.

David Valentini

 



“La figlia di Shakespeare”: la recensione

Un mentitore, che è anche attore, un passato celato, una storia beffarda: si dispiega, articolandosi lentamente, prendendo corpo e forma tra le pagine di “La figlia di Shakespeare” secondo romanzo di Paola Musa, già autrice nel 2008 di “Condominio Occidentale” per Salerno Editore. Pubblicata lo scorso luglio da Arkadia Editore, l’ultima opera fonda la sua struttura su di un’interiorità spiazzante, quella di un uomo intento nella quotidiana rimozione dei suoi fantasmi: se ad Alfredo Destrè va il merito di aver risollevato le perdute sorti del teatro Globel, una successione incontrovertibile di rivelazioni andrà a sanare le lacune di un contesto suscettibile fin dall’inizio alla presenza di zone d’ombra. Ambiguo è il protagonista, ambiguo il suo passato, il circuito delle sue relazioni: progressivamente indagato nelle sue inclinazioni e reazioni l’uomo sembra galleggiare nel suo stesso artificio eleggendolo come habitat vitale e necessario. Può un teatrante adagiarsi alla finzione fino a permettere di compenetrare la sua stessa esistenza? Veicolate da una scrittura scorrevole, che racconta in terza persona ma incarna in maniera lucida ed esposta il punto di vista del personaggio centrale, le verità vengono a galla appoggiandosi su un tempo del racconto sapientemente distillato. Presenze fino ad allora in ombra si fanno nitide, chiariscono il loro ruolo rendendosi di volta in volta determinanti nell’equilibrio della narrazione: così come lodevole risulta la loro presentazione descrittiva, lo è altrettanto la capacità di creare una coerenza interna capace di non vacillare anche dinanzi ai continui colpi di scena. Una figlia, forse due, l’olezzo marcio e persistente di un passato che fatica a configurarsi come senso di colpa e neanche alla fine sembra diventarlo: se leitmotiv del romanzo è la presenza di una ubris tanto rovinosa quanto esternata nelle sue numerose declinazioni, ciò non impedisce al lettore di muoversi fra le trame di un animo, di un mistero verso il quale rimane fino all’ultimo irretito.

Giorgia Leuratti

 



Cuore Agro, nella palude possono essere coltivati i più bei fiori

Le atmosfere paludose, desolate ci riportano all’immagine di un’Italia primitiva, quella della grande guerra, quando la ripresa dopo i due conflitti mondiali ancora non aveva innescato la sua spinta verso l’industria e il benessere. Quando ancora non era cominciata una vera alfabetizzazione di questo paese. Ce ne parla Nina Quarenghi nel suo bel romanzo Cuore Agro, pubblicato da Arkadia Editore. Ci racconta una storia semplice e vera, quella di una maestra, Lidia Vitali che, in una migrazione al contrario rispetto a ciò che avviene oggi nel mondo della scuola, lascia la sua valle nel bergamasco per raggiungere Torrescura, un piccolo centro sprofondato nelle zone malariche dell’Agro romano. Come una missionaria apre la Casa dei bambini una scuola montessoriana per i figli dei contadini, lavoratori stagionali provenienti dall’Appennino e che vivevano in condizioni disumane. La scuola diventa così porto sicuro, focolaio, riparo dal freddo e dall’ignoranza. La giovane mostra la sua tenacia sfidando le convenzioni sociali di un gruppo privo di diritti, si imbatte nel maltempo, nelle malattie che, facilmente curabili altrove, qui nella palude diventano causa di dolore e morte. La Quarenghi non ci racconta una storia nuova, la caparbietà di eroici maestri e professori che grazie al proprio impegno riescono a risollevare esistenze è stato affrontato tante volte, al cinema come tra le pagine. Ernesto Ferrero ci ricorda che i bambini vengono generalmente molto bene in letteratura; gli insegnanti anche, aggiungiamo noi. Ciò che ci regala questo romanzo che si legge tutto d’un fiato è la voce. Quella che dà corpo ai pensieri delle tante maestre Lidia che hanno disseminato l’Italia di speranza, grazie all’insegnamento del tempo futuro nel quale poter coniugare i verbi usati dai tanti bambini e bambine, relegati a esistenze di fame permanente. Vite senza prospettive. La parlata dei personaggi che popolano l’Agro e che diventano protagonisti di questa storia quanto la sua narratrice è quella che ricordiamo grazie a Vittorio De Sica e Cesare Zavattini quando nel 1960 avevano diretto La Ciociara, tratto dallo splendido romanzo di Alberto Moravia. Il degrado nel quale vivono giovani e giovanissimi fa venire in mente Sporchi, brutti e cattivi di Ettore Scola. Siamo su quella longitudine di espressioni, tra quelle tonalità scure di bieca ignoranza, capace però talvolta di essere illuminata dalla ragione dell’istruzione, che tutto può, anche quando le condizioni avverse non lascerebbero scampo. Personaggi come Cosetta, la cuoca dell’asilo reduce da una tragedia familiare eppure forte e positiva che diventerà la spalla di Lidia e la piccola Anita, di dieci anni e dallo straordinario talento artistico ma vittima di una violenza subita, le mamme contadine che decideranno di mandare i propri figli a scuola invece di tenerli sciolti a razzolare nei campi, porteranno avanti questo racconto con la delicatezza e la tenacia di un universo femminile in grado di riscattarsi. Carlo, il medico condotto che viene da Bologna è il raggio di luce inafferrabile (chi lo sa se fino in fondo) che regala alla protagonista l’energia per condurre le sue battaglie. Ci si ritrova davanti ad un film, un gioco di specchi impietoso che ci restituisce la miseria in molte zone dell’Italia che fu. E lo fa a mezzo di una penna consapevole: quella di una scrittrice- insegnante. La mente e il cuore necessari per mettere nero su bianco una storia come questa.

 Angela Vecchione

 



“LA VITA CI FA TROVARE IL NOSTRO POSTO IN PIEDI, SCOMODO PER TUTTI”. IL ROMANZO NERO DI FRANZ KRAUSPENHAAR, IN UNA MILANO LIVIDA E OSCURA, CHE PARE ESTRATTA DA “BLADE RUNNER”

Il ricco industriale Rossano Tommei si sveglia, entra in bagno e al posto della saponetta trova il cellulare della moglie Daniela. È già lì, nella prima scena, in quell’oggetto al posto sbagliato, quel senso di straniamento che accompagna dall’inizio alla fine La presenza e l’assenza di Franz Krauspenhaar, edito da Arkadia, collana Sidekar. Un romanzo incalzante, disperato, malinconico, a tratti grottesco, che prende spunto dal genere noir per raccontare il genere umano. È evidente che Daniela si era chiusa in bagno per parlare di nascosto con qualcuno, ma con chi? Tommei cerca l’ultima chiamata e si annota il numero. Un amante? Ma a quel numero non risponde nessuno. Poco dopo, la più feroce delle assenze: Daniela scompare nel nulla.

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Tommei a quel punto assumerà un investigatore privato, Guido Cravat, trovato per caso sulle pagine gialle elettroniche. Un moderno Philip Marlowe, uno che ha lasciato la polizia perché, una buona volta, vuole fare i soldi onestamente, e che si autodefinisce imprenditore della propria rovina. Un uomo sempre fuori posto, proprio come quel cellulare sul portasapone, che dopo un amore finito male e una lunga serie di situazioni sbagliate ha una tale fiducia nel prossimo da considerare gli assegni tutti a vuoto per principio. Eppure, lo scopriremo nel corso della narrazione, conserva ancora slanci di sentimento e momenti di profonda umanità.

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Cravat è io narrante, si alterna alla terza persona del narratore e spesso trasforma l’“io” in “tu”, rivolgendosi a un misterioso interlocutore, forse un fratello o un amico perduto, o semplicemente un’altra parte di sé. Di presenze-assenze, Cravat se ne porta dentro tante. Prima di tutto Francesca, la donna che amava e che ha sposato un altro – un altro poliziotto, per ulteriore beffa –  e poi quel senso perduto di giustizia che l’aveva portato, tanti anni prima, a entrare in polizia per raddrizzare i torti, pulire la spazzatura, governare l’ingovernabile. In più lo accompagna un’entità non meglio definita, che chiama proprio “la presenza”: una specie di fantasma che lo visita di tanto in tanto, specie mentre è in macchina, e lo fa sentire tassista di un’anima in pena.

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Molti elementi ci fanno quindi presagire che non ci troviamo in un poliziesco deduttivo, e nessuno Sherlock Holmes rimetterà insieme tutti i pezzi del puzzle con la sola logica, salvando i buoni e assicurando i cattivi alla giustizia. Anche perché buoni e cattivi, in questa storia, sono davvero difficili da distinguere. Il requiem per il romanzo giallo positivista è già stato cantato da tempo e ora predominano il caso e il caos, negli accadimenti come nelle azioni dei personaggi, spesso irrazionali e istintive, come sono di frequente i comportamenti umani.

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Tipicamente impulsiva, ma destinata a innescare una notevole catena di eventi, è ad esempio la decisione di Rossano Tommei di togliere quasi subito il caso a Cravat e affidarlo a un altro investigatore, Dino Saluzzi, un figlio unico di madre vedova mai davvero cresciuto, incline alla violenza, privo di affetti. Uno che per il denaro era capace di uccidere due volte. Cravat però, per cui il denaro è importante ma non è tutto, continuerà a indagare ugualmente, anche gratis. Per noia, per ripicca, per voglia di avventura, persino, a un certo punto, per inseguire la speranza di un nuovo amore.

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La sfida tra Cravat e Saluzzi non è solo tra due metodi investigativi, ma tra due concezioni dell’etica. Mentre Cravat, pur compiendo azioni moralmente discutibili o addirittura illecite, ha ancora un’etica personale, una dimensione umana, Saluzzi si mostra completamente amorale e privo di ogni empatia. Di fianco a loro si muovono gli altri personaggi, lo sfuggente e grigio Tommei, la sua bella e devota segretaria Carla, capelli fulvi e occhi da leopardo, l’informatore detto “la grande scrofa”, parrucca rosso fuoco e centocinquanta chili di omosessualità dichiarata, l’ambiguo Gemmò, avvocato di grido con la faccia da urlo di Munch, e tutti insieme, ognuno con i propri peccati e le proprie nevrosi – tra cui particolarmente rilevante e ricorrente il complesso edipico – tingono il noir di altri colori, raccontano tutte le declinazioni dell’animo umano e dei suoi abissi.

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Lo stile è il più grande punto di forza, scorrevole sì, ma non come un lungo fiume tranquillo, più come un torrente ricco di cascate e mulinelli, a tratti un fiume in piena, un treno in corsa che sbatte sui binari e non deraglia, ricco di metafore, giochi di parole inconsueti e guizzi d’ironia. Uno degli esempi più riusciti di quell’uso funambolico della lingua che i lettori di Krauspenhaar già conoscono bene. Lo sfondo è una Milano decadente, non più da bere, forse nemmeno da fumare – e infatti Cravat ha smesso – ma potrebbe essere qualsiasi odierna metropoli. Bagnata da una pioggia battente, che di continuo la lava e di nuovo la sporca, ricorda a tratti la Los Angeles distopica di Blade Runner, e anche Cravat a suo modo è un cacciatore di replicanti, tutti ignari di quanto avranno ancora da vivere.

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Ma il vero filo conduttore non è fatto di pioggia, quanto di fumo. La nostalgia di Cravat per la nicotina accompagna la storia e si fonde con tutti gli altri suoi più nobili rimpianti: l’onestà, la giovinezza, l’amore. E lo sa fin dall’inizio, Cravat, che finirà per cedere, che prima o poi smetterà di smettere. Resisterà per centoventisei pagine, poi deciderà che si vive e si muore una volta sola e sprofonderà di nuovo nel suo vizio preferito. Proprio in quel momento il mistero sembrerà dipanarsi, per riavvolgersi poco dopo in una più fitta coltre di fumo.

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È qui che più che mai il romanzo da noir si fa esistenziale, tanto da riportare alla memoria l’archetipo di tutti gli antieroi, Zeno Cosini. Ma se per il protagonista del romanzo di Svevo l’Ultima Sigaretta ha un gusto più intenso proprio perché è l’ultima, e l’intento sempre tradito ne aumenta il piacere, Cravat trova in quella nuova prima sigaretta, fumata in completo abbandono, senza promesse né alti propositi, una consapevole sconfitta ma anche un nuovo slancio vitale. Oltre tutte le disillusioni, vuole ancora vivere.

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Di seguito un estratto.

Esiste un mestiere che non sia duro? Un mestiere molle? O perlomeno croccante? No che non esiste. La vita ci fa trovare il nostro posto in piedi, scomodo per tutti. Coloro i quali hanno il privilegio di trovare i rari posti a sedere devono poi vedersela con le responsabilità. La comodità costa. La tribuna centrale costa. La prima fila costa. […] Così questo Rossano Tommei – ho fatto subito le mie ricerche – è un cosiddetto uomo di successo. Chi è un uomo di successo? Un uomo che s’illude di vivere una vita diversa. Diversa dalla maggioranza. Una vita alta. Seduta comodamente ma alta. Anzi eretta. Una vita in erezione. Il cazzo duro perenne della vita. Il priapismo dell’uomo di successo. L’uomo di successo è un illuso, perché il successo non esiste. Non è mai successo. Il successo è l’estrema illusione prima dell’estrema unzione. Il membro rimane eretto, ma è solo rigor mortis.

Viviana Viviani



QUELLA VITA DI ME**A DI CUI ANDARE ORGOGLIOSI. BECCATEVI QUESTO CAPOLAVORO: SI INTITOLA “LA VITA SCHIFA”, LO HA SCRITTO ROSARIO PALAZZOLO. PER FORTUNA, SI TIENE ALLA LARGA DAI ROMANZI ITALIANI DEGLI ULTIMI TRENT’ANNI

Questo è solo il parere di un autore, di uno scrittore che decide di occuparsi di un altro scrittore. E per quanto emendabile, questa puntualizzazione diventa necessaria quando uno come me (che ha fatto dell’integralismo estetico la propria religione) incontra un romanzo come La vita schifa (un’opera che diversi critici avranno chiuso a pagina tre, ma che proprio per questo merita un coraggioso approfondimento di cui spero di essere degno). Rosario Palazzolo non è uno scrittore puro. È un attore, tra le altre cose nel cast de Il Traditore di Marco Bellocchio. Ma ha sempre scritto monologhi e testi teatrali, racconti e romanzi. Ed ha sempre letto, essendo costretto a farlo per mestiere (gli scrittori possono bluffare sulla loro formazione, gli attori no perché i copioni non si possono improvvisare). E la prima sensazione che mi è venuta addosso, immergendomi ne La vita schifa, è che le letture di anni di palcoscenico si siano stratificate con una magnifica casualità, si siano sovrapposte come placche tettoniche in una specie di patchwork, raccogliendosi intorno a una trama di per sé non molto originale – sebbene frutto di una lodevole intuizione – fino a collocarsi in precise cavità coniche come la kriptonite di Superman. Ognuna al suo posto, con pochissime eccezioni. Questa perfezione involontaria, quasi inconsapevole, fa de La vita schifa (Arkadia Edizioni, collana SideKar diretta da Ivana e Mariela Peritore e Patrizio Zurru) uno dei libri più belli letti negli ultimi anni.

Che Dio ci liberi dalla trama

Liberiamoci subito della presenza/assenza di Ernesto Scossa, killer di mafia che – una volta morto, anzi proprio in qualità di morto ammazzato – guarda la sua vita dal di fuori e la radiografa con lo scanner delle parole. Ne scaturisce una confessione amarognola, un atto d’accusa verso il mondo che respinge le persone in un angolo e verso sé stesso in quanto angolo del mondo. Ma non è questo che m’interessa evidenziare del romanzo, quanto la sua estetica e la sua lingua. Elementi che combinati diventano musica, giri di frasi che finiscono sempre nel modo giusto, senza mai una sbavatura, grovigli di pensieri misurati persino nell’abbuffata di aggettivi, schiocco di note che nascondono l’invadenza del racconto e fanno sembrare tutto così adeguato, necessario, puntuale come la morte (appunto). Scritto nel siciliano vero – non la lingua di Camilleri, ma un siciliano così vero da azzannare mentre lo leggi e lo sbagli – di chi a Palermo deve tutto, La vita schifa attraversa le stagioni di questo Ernesto con la presunta anarchia e la rinnegata lucidità dei veri artisti. Di chi sa dove condurre il Lettore, perché padrone della storia e libero da ogni compromesso commerciale. «(…) mi ricordo di lei distesa, piccola come le cose minute, mi ricordo che allungo una mano per toccarla e nel mio pensiero, nel mentre che la tocco, di colpo spariscono tutte cose, come se il padreterno ha deciso di voltarci pagina, era l’ottantacinque e io avevo quasi nove anni, nove anni, e cosa potevo saperne a nove anni, delle cose che cambiano, come potevo figurarmi le rivoluzioni del tempo che fanno scoppia lo spazio, tipo certe telenovele che si guardava mia madre, dove a un certo punto sparivano tutti, pure le città: sabrina morì nell’ottantacinque, il vecchio coi baffi se ne andò in pensione e il bar cominciò a vendere pure patatine, mia nonna la portarono al ricovero e io cominciai a odiare il fuxia, e i capelli annodati». Sorvolando sull’interpunzione, nel senso che sono davvero poche le virgole non necessarie al testo, il romanzo è quasi tutto avvolto in queste nuvole narrative straordinariamente brevi, veloci ed eroiche. Ecosistemi che non hanno bisogno di nulla e che nulla chiedono al Lettore, se non di fidarsi della scelta che ha fatto. Ecco, Rosario Palazzolo ha il merito di onorare quel patto non scritto – invece andrebbe stipulato ogni santo giorno, ad ogni scontrino emesso da una libreria – tra Lettore e autore. Non promette nulla, libera subito dall’orgasmo della trama – pronti partenza svelata, morto che parla – eppure accompagna per mano lungo strade strette e incantevoli, ai cui lati non ci sono stese le calze degli operai ad asciugare ma passati prossimi, trapassati, indicativi strabici e futuri anteriori che disorientano senza smarrire, incalzano senza spaventare. La vita schifa quasi non ha trama, ed è un bene che Editore e Curatori abbiano favorito questa condizione senza imporre – come forse avrebbe fatto qualsiasi altra casa editrice di medio/grande entità – una soluzione storica e filologica, una continuità narrativa prossima al severo sviluppo degli eventi. Palazzolo si fa dirigere dal testosterone, peculiarità che impone anche al suo personaggio, e utilizza la virilità come indicatore di una bussola: punta là dove c’è da fottere, oltre che da uccidere, e in questa rincorsa semiseria e drammatica allo sticchio si snoda una personalità rara, un personaggio senza carne, quasi spirituale, un uomo del quale – grazie al cielo – nessuno si ferma a dire com’è fatto e cos’ha detto, perché al Lettore interessa solo farsi attraversare da Scossa.

Nemmeno letto al premio Strega

La vita schifa è stato segnalato, più che opportunamente da una brava filologa come Giulia Ciarapica, all’ultimo premio Strega. Nemmeno preso in considerazione, anzi conoscendo i meccanismi forse nemmeno sfogliato dai giurati, il romanzo non è entrato in dozzina. Non lo faccio notare per stupore, ma perché i limiti di questi meccanismi sono così evidenti che, se avessero letto La vita schifa, i componenti del comitato direttivo si sarebbero accorti che questo libro si tiene alla larga da tutti i romanzi italiani degli ultimi trent’anni. Non è un romanzo banale, non è un romanzo borghese né noioso, non è romanzo sulla storia del Paese – che qualcuno ci liberi da queste sofferenze – e non è nemmeno il romanzo di un autore mandato dal Picone di turno: PD, Forza Italia o Sinistra radical chic che cita Hegel con disprezzo e legge Fabio Volo. Se lo avessero letto, quelli dello Strega avrebbero notato che La vita schifa è un capolavoro perché non ambisce a sopprimere nessuno dei difetti su cui si lavora per mesi nelle scuole di scrittura, non asseconda le pulsioni degli editor di far chiarezza dentro pagine in cui non ci sarebbe nulla da chiarire, non strizza l’occhio alle versioni più becere dei gialli verso cui da una dozzina d’anni proviamo una pulsione erotica tanto potente quanto ingiustificata, non apparecchia frasi memorabili con l’ambizione che finiscano in Smemoranda o nelle fascette editoriali che dicono cose tutte uguali e inutili allo stesso modo. La vita schifa è un capolavoro perché non ha alcuna ambizione di esserlo, perché non soffre della febbre sottocutanea dell’eternità. «Grazie molte, e sono io che ti devo ringraziare, gli avrei detto, a questo, perché soldi ce n’erano rimasti pochi visto che avevo chiesto a katia di non prenderne alla banca ché se uno deva andare a morire mica gli servono, e poi erano soldi dell’altra vita, c’avevo detto, e l’altra vita era finita, e per primo dovevamo crederci noi alla nostra morte o qualcosa del genere, mi pare, e così, il giorno dell’epifania, dopo l’applauso, tutto il paese è venuto a presentarsi con noi, tutti in fila con io sono tizio e io sono caio, e porco il precipizio erano dieci giorni che la gente sapeva che eravamo a apecchio e manco un saluto e adesso eccoli tutti apparati come se eravamo apparsi dal nulla in quel momento là». La vita schifa è straordinario per tante ragioni: soprattutto perché ignora la bigotta scuola italiana, quel retrogusto cattocomunista che ne immobilizza ogni (vera) evoluzione dai tempi di Ennio Flaiano. Senza storia, senza protagonisti, senza artefici, senza vincitori e vinti, ma con la forza della vita (sebbene schifa) che da sola basta a spingere un romanzo che avrebbe meritato molto di più quello che finora ha avuto.

Davide Grittani



“Sound of salame” di Mattia Bortesi – Recensione

“Sound of salame” è il romanzo d’esordio di Mattia Bortesi pubblicato Arkadia Editore, nella collana Senza rotta, nel vengono raccontate le divertenti, intellettualistiche – e talvolta inutili, perfino visionarie- vicende di un giovane che “sogna” di emergere nel mondo della musica.

La trama
Il protagonista vive nella periferia di Ferrara e si bea all’idea che presto diventerà una pop star. Alterna momenti di vera esaltazione compositiva ad altri in cui allestisce autentici processi alle azioni di chiunque gli stia vicino. Tremendamente radical chic, ancorato alla propria bettola prediletta, circondato spesso da ubriaconi e uomini che pare si siano arresi alla quotidianità, l’attesa di una risposta dalle case discografiche lo sfibra e manda in bestia, cosa che comunque non gli porta altro che una sfilza di “le faremo sapere”. La sua esistenza sembra avvitarsi sempre più in un’illusione che si nutre di speranze, di momenti di inconsapevole ironia, di birre e bianchini trangugiati senza sosta al bar. Finché, un giorno, ecco apparire all’orizzonte Margherita, la bibliotecaria. Sarà capace, l’aspirante pop star, di costruire, almeno con lei, una prospettiva che non si riduca a una semplice battuta?

L’autore – Mattia Bortesi
Ha 30 anni e insegna italiano nelle scuole medie della provincia di Mantova. Dopo la laurea in Italianistica, conseguita all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, propone da qualche anno, presso associazioni culturali, una sua personale Lectura Dantis, incentrata sull’Inferno dantesco. Mattia collabora, nel suo paese, Sermide e Felonica, all’organizzazione di eventi letterari. Ama fare passeggiate lungo l’argine del fiume Po e suonare la chitarra nel suo progetto cantautorale, chiamato Matija. Le sue passioni sono i film di Nanni Moretti e di David Lynch e i romanzi di John Fante.

Recensione
Non si può negare che la scelta del titolo è stata strategica, nella sua stravaganza, e si scoprirà solo sul finire del romanzo a cosa faccia riferimento (qui non intendo spoilerare! Io per prima, leggendo, cercavo le ragioni del titolo). I capitoli sono dei racconti di episodi della vita di un ragazzo che aspira a diventare una pop star, con una carrellata di siparietti divertenti, talvolta da “monellaccio” impertinente e altre da artista bohemien e intellettualoide.
L’autore ricorre, per certi versi, alla tecnica del flusso di coscienza (non so se in maniera consapevole o meno), comunque è un rincorrersi di pensieri, elucubrazioni, considerazioni, su di sé e il mondo intorno a lui, con linguaggio schietto, crudo, senza filtri, come se stesse parlando con se stesso o con un amico al bar, senza peli sulla lingua, ben lontano da qualunque forma di diplomazia.
Delirante e visionario nell’immaginare il suo futuro da popstar, perfino nel guardare oltre all’appuntamento con la bella e giovane bibliotecaria (che lascerà un mistero sospeso), ma forse per questo divertente. Probabilmente è anche la vena farneticante, satirica a indurre a proseguire la lettura, che scivola fluida verso la fine, con stile attento seppure a volte al limite con lo sproloquio e allo stesso tempo con riferimenti colti all’arte, alla letteratura e alla filosofia.
«Ho provato a leggere più che potevo e mi sono imposto di ricominciare a suonare con continuità. Sono riuscito in quei mesi a modificare i brani su cui avevo lavorato per molto tempo; finalmente capivo cosa non andava, percepivo l’artificiosità che li teneva lontani dalla vita vera.
Erano belli, ma finti. Così li ho sporcati un tantino, proprio con la vita vera, quella fatta di aspettative, di delusioni per telefonate che non arrivano mai, di risa e di rutti, di ansie che precedono un appuntamento e di quelle distensioni, sempre più bucoliche, nelle quali si cerca un barlume di serenità.
Ero di nuovo in corsa e non vedevo l’ora che la folla potesse ascoltare la mia “versione vera”. Era una fortuna non aver esordito con la mia precedente versione, stucchevole e ricercata.»
Nel leggere questo passaggio dei pensieri dell’anonimo aspirante musicista riguardo ai suoi testi, ho immaginato anche Mattia Bortesi risolversi nella stessa decisione: sporcare una storia ben scritta con la vita vera.

Sara Foti Sciavaliere



Buona lettura 21: “Caribe”, di Fernando Velázquez Medina

Vicende sconvolgenti, episodi affascinanti, personaggi coraggiosi, irrequieti e ingegnosi che non sempre riescono a smascherare il loro lato più oscuro: ecco Caribe di Fernando Velázquez Medina, nella limpida traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi (Arkadia edizioni).
Un romanzo picaresco dove il protagonista, Diego, si muove su e giù tra L’Avana del XVI secolo, le diverse zone delle Indie occidentali, il mare dei cannibali, le paludi e le terre di indios pervase da segreti e storie avvincenti. A passo veloce, la storia di Diego cambia e continuamente si rinnova tra sorprese e capovolgimenti, affidati dapprima all’incontro con la giovane Hortensia e poi a quello con fra Uberto Eco, frate francescano legato all’Inquisizione. Un percorso di cambiamento che  lo porterà a diventare “Diego il terrore dei mari”, discepolo del tanto temuto Francis Drake. Il linguaggio piano e preciso, così come ci viene restituito da Magliani e Ferrazzi, crea il clima necessario a farci scivolare nel bel mezzo di una trama che prende linfa pagina dopo pagina e che conduce sulle tracce di peripezie dai tratti spesso trasognati.
Avventure slabbrate nascoste tra montagne, selve e paludi dove pullulano racconti di cannibali, tesori di giada, grotte piene di diamanti, barche di pietra e montagne d’oro, rumori assordanti e incontri inquietanti, lasciano intravvedere le tracce di un destino e trovano altri varchi di acuta sensibilità. E in ogni caso si avverte la naturalezza della scrittura che accompagna le vicissitudini del “guerriero” Diego e dei suoi compagni di viaggio, lesti di parola e di mano, desiderosi di godersi il sogno della conquista di altri paesi, della conoscenza e dell’incontro con il misterioso mondo degli indios. Lo stupore inquieto e vibrante del protagonista percorre tutto il romanzo e si sofferma su ogni aspetto, sempre sottolineato dallo smalto solido della lingua: dai piatti che si cucinano nei vari regni dell’impero, ai pericolosi affari contro la legge, alla sinfonia della vita silvestre tropicale. L’uomo “dalle molte vite” ci regala una storia che si dispiega da sola, aromatizzata da cieli stellati e selve ostili, in un mix di avventure senza fiato.

Mara Pardini



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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