Rassegna Stampa


L’AMBASCIATORE DELLE FORESTE

Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici. Anton Cechov

Un consiglio di lettura estiva per chi, come me, ormai da tempo è immerso e perso in ogni tipo di lettura che riguarda boschi e foreste: l’omonimo libro, scritto dal giornalista e scrittore fiorentino Paolo Ciampi, che contiene il racconto della vita di George Perkins Marsh (1801-1882), ecologista ante litteram.
Ciampi mette nel cassetto un plico di fotocopie di un libro ricevuto da un collega: una poderosa biografia a firma di David Lowenthal, George Perkins Marsh: Prophet of Conservation. Dopo avere dimenticato quelle pagine (ci viene confessato che i discorsi sull’ambiente annoiano…), la curiosità rinasce e arriva la scoperta. E con essa la sorpresa.
Perkins è il primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, nominato da Abramo Lincoln, un uomo che prima ancora che fosse stata inventata la parola ecologia (Ökologie è stata coniata nel 1866 dallo scienziato tedesco Ernst Haeckel), capisce cosa sta succedendo al mondo. Nato a Woodstock nel Vermont, è il primo a parlare di cambiamenti climatici, di foreste da salvare, attraverso i viaggi nelle foreste del New England ma anche e soprattutto fra le fronde maestose degli abitanti il nostro Appennino e le nostre Alpi. Un grido lontano e inascoltato. Le pagine che portano alla scoperta di questo ambasciatore delle foreste sono piene d riflessioni e illuminazioni sul senso degli alberi, sulle montagne e sulla nostra stessa civiltà. Un senso di gratitudine per i boschi pervade il pensiero di George, così ci piace chiamarlo insieme all’autore del testo. Vivendo fra Torino, Firenze e Roma, George gode della luce fiorentina e di quella che filtra fra gli alberi delle Alpi, che considera persone e non cose, sempre cedendo alla tentazione di una passeggiata. “Le Alpi per me sembrano avere un “respiro vitale” più di ogni parte nel resto del mondo” scriveva, possibilità di pace e di cura.
George è una voce solitaria in mezzo all’industrializzazione galoppante, tempi che corrono troppo veloci, dove non c’è più passato o futuro e resta la prepotenza del presente. Le parole però, a volte, e fortunatamente, creano fatti, soprattutto se sono in accordo con i tempi e mature per essi.
Nel 1864, anno in cui pubblica il suo Man and Nature or Physical geography as modified by human action, Lincoln concede alla California la Yosemite Valley, vincolandola a uso pubblico, per villeggiatura e svago. La valle non è ancora un parco ma l’idea che godere della natura può essere una strada per proteggerla germoglia. Nel 1872 ecco allora che il presidente Ulysses Grant istituisce il parco nazionale di Yellowstone, il primo in tutto il pianeta e che molti indicano come frutto delle idee di George. Henri David Thoreau è morto nel 1862 e non ha fatto in tempo quindi a leggere Man and Nature, un libro che serve ad attirare l’attenzione di osservatori preparati, ma il grande John Muir sì. Un uomo che si firmava John Muir, pianeta terra, universo, capace di dire: “sono uscito per fare una passeggiata e ho finito per star fuori fino al tramonto del sole, perché andare fuori, mi sono accoro, in realtà significava andare dentro”. John riesce a pescare da quanto ha dentro, e in qualche modo si riferisce anche a George. Le parole di George creano fatti, parole che uniscono uomini nel mondo. Allora come ora. Che fanno rete, si direbbe oggi.
George conosce anche le foreste di Vallombrosa, dove i vicini camaldolesi di San Romualdo, ordine benedettino, obbediscono a una regola che contiene precise raccomandazioni per salvaguardare gli alberi: il primo Codice forestale. Preghiera e lavoro, mistero e santità degli alberi: tu sarai abete per altezza di contemplazione. Gli alberi sono scale per collegare la terra al cielo, valga tanto per i monaci quanto per gli sciamani di aree lontane del mondo.
La natura senza uomo non è perfetta, la natura con l’uomo spesso si fa disastro, scrive Ciampi, e regolarmente il vero pericolo non è il nomade, il barbaro con le sue tende fuori delle città, ma il sedentario, il civilizzato. Nulla di più vero e attuale.
Una cultura non è migliore dei suoi boschi, dichiara il poeta inglese Wystan Hugh Auden, la si può valutare dai boschi, aggiunge Ciampi, non meno che dalle scuole, dagli ospedali, dalle prigioni. Inseguire la vita di George ha insegnato che la vita di ciascuno di noi è come un fiume di montagna che scende a valle, dove le vicende sono i sassi sott’acqua che le leviga e modella. Gli ostacoli che i giapponesi riconoscono nei loro specchi d’acqua dei giardini, con le carpe coraggiose che li evitano. Abbiamo appreso a misurarci con il silenzio. Con la quiete.
Con l’autore ci si vorrebbe solo abbandonare all’acqua di questo fiume, essere noi stessi acqua che scende a valle, prima che la corsa finisca, prima che l’acqua si mescoli ad altra acqua.
Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici. Anton Cechov.
Un consiglio di lettura estiva per chi, come me, ormai da tempo è immerso e perso in ogni tipo di lettura che riguarda boschi e foreste: l’omonimo libro, scritto dal giornalista e scrittore fiorentino Paolo Ciampi, che contiene il racconto della vita di George Perkins Marsh (1801-1882), ecologista ante litteram.
Ciampi mette nel cassetto un plico di fotocopie di un libro ricevuto da un collega: una poderosa biografia a firma di David Lowenthal, George Perkins Marsh: Prophet of Conservation. Dopo avere dimenticato quelle pagine (ci viene confessato che i discorsi sull’ambiente annoiano…), la curiosità rinasce e arriva la scoperta. E con essa la sorpresa.
Perkins è il primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, nominato da Abramo Lincoln, un uomo che prima ancora che fosse stata inventata la parola ecologia (Ökologie è stata coniata nel 1866 dallo scienziato tedesco Ernst Haeckel), capisce cosa sta succedendo al mondo. Nato a Woodstock nel Vermont, è il primo a parlare di cambiamenti climatici, di foreste da salvare, attraverso i viaggi nelle foreste del New England ma anche e soprattutto fra le fronde maestose degli abitanti il nostro Appennino e le nostre Alpi. Un grido lontano e inascoltato. Le pagine che portano alla scoperta di questo ambasciatore delle foreste sono piene d riflessioni e illuminazioni sul senso degli alberi, sulle montagne e sulla nostra stessa civiltà. Un senso di gratitudine per i boschi pervade il pensiero di George, così ci piace chiamarlo insieme all’autore del testo. Vivendo fra Torino, Firenze e Roma, George gode della luce fiorentina e di quella che filtra fra gli alberi delle Alpi, che considera persone e non cose, sempre cedendo alla tentazione di una passeggiata. “Le Alpi per me sembrano avere un “respiro vitale” più di ogni parte nel resto del mondo” scriveva, possibilità di pace e di cura.
George è una voce solitaria in mezzo all’industrializzazione galoppante, tempi che corrono troppo veloci, dove non c’è più passato o futuro e resta la prepotenza del presente. Le parole però, a volte, e fortunatamente, creano fatti, soprattutto se sono in accordo con i tempi e mature per essi.
Nel 1864, anno in cui pubblica il suo Man and Nature or Physical geography as modified by human action, Lincoln concede alla California la Yosemite Valley, vincolandola a uso pubblico, per villeggiatura e svago. La valle non è ancora un parco ma l’idea che godere della natura può essere una strada per proteggerla germoglia. Nel 1872 ecco allora che il presidente Ulysses Grant istituisce il parco nazionale di Yellowstone, il primo in tutto il pianeta e che molti indicano come frutto delle idee di George. Henri David Thoreau è morto nel 1862 e non ha fatto in tempo quindi a leggere Man and Nature, un libro che serve ad attirare l’attenzione di osservatori preparati, ma il grande John Muir sì. Un uomo che si firmava John Muir, pianeta terra, universo, capace di dire: “sono uscito per fare una passeggiata e ho finito per star fuori fino al tramonto del sole, perché andare fuori, mi sono accoro, in realtà significava andare dentro”. John riesce a pescare da quanto ha dentro, e in qualche modo si riferisce anche a George. Le parole di George creano fatti, parole che uniscono uomini nel mondo. Allora come ora. Che fanno rete, si direbbe oggi.
George conosce anche le foreste di Vallombrosa, dove i vicini camaldolesi di San Romualdo, ordine benedettino, obbediscono a una regola che contiene precise raccomandazioni per salvaguardare gli alberi: il primo Codice forestale. Preghiera e lavoro, mistero e santità degli alberi: tu sarai abete per altezza di contemplazione. Gli alberi sono scale per collegare la terra al cielo, valga tanto per i monaci quanto per gli sciamani di aree lontane del mondo.
La natura senza uomo non è perfetta, la natura con l’uomo spesso si fa disastro, scrive Ciampi, e regolarmente il vero pericolo non è il nomade, il barbaro con le sue tende fuori delle città, ma il sedentario, il civilizzato. Nulla di più vero e attuale.
Una cultura non è migliore dei suoi boschi, dichiara il poeta inglese Wystan Hugh Auden, la si può valutare dai boschi, aggiunge Ciampi, non meno che dalle scuole, dagli ospedali, dalle prigioni. Inseguire la vita di George ha insegnato che la vita di ciascuno di noi è come un fiume di montagna che scende a valle, dove le vicende sono i sassi sott’acqua che le leviga e modella. Gli ostacoli che i giapponesi riconoscono nei loro specchi d’acqua dei giardini, con le carpe coraggiose che li evitano. Abbiamo appreso a misurarci con il silenzio. Con la quiete.
Con l’autore ci si vorrebbe solo abbandonare all’acqua di questo fiume, essere noi stessi acqua che scende a valle, prima che la corsa finisca, prima che l’acqua si mescoli ad altra acqua.

Simonetta Sandri



“I Vangeli apocrifi” di Gianluca Cogoni

Fake news dell’antichità, fantasie sulla vita di Cristo e perfino sulla passione. Ma che belle storie, però e moltissime sono entrate nella tradizione cristiana, grandi artisti le hanno rappresentate mirabilmente e vengono tramandate di generazione in generazione, prese assolutamente per vere. Derivano da “I Vangeli apocrifi”, che hanno suggerito il titolo del saggio pubblicato a febbraio 2019 dal biblista Gianluca Cogoni nell’Historica paperbacks delle edizioni cagliaritane Arkadia (159 pagine, 13 euro), una collana che tratta argomenti di scienze umane, religione e fede.

L’aggettivo “apocrifo” – dal greco “tenuto nascosto” – è transitato nella nostra lingua attraverso il latino e col tempo ha preso il significato di “non autentico”, che rende ancora meglio l’accezione che si vuol dare a quelle narrazioni estranee ai quattro vangeli sinottici. Derivano da testimonianze postume, da aneddoti e spesso meri errori di trascrizione, ma soprattutto da testi di estensori individuali o nati tra gruppi di credenti dei due primi secoli dell’era cristiana. Vennero “nascosti”, fatti sparire, per non incorrere in gravi conseguenze, quando la Chiesa dichiarò con severità di non considerarli autentici e li mise al bando come eretici, minacciando violente punizioni a danno di chi continuasse a professarli.

Cogoni è indubbiamente versato in una materia tutt’altro che semplice. Laureato in lettere a Cagliari, ha continuato gli studi a Pisa, Siena, Roma e frequenta il corso di laurea in scienze bibliche e teologiche della facoltà valdese di teologia a Roma, dove insegna nella scuola secondaria. Per Arkadia ha pubblicato “La vita quotidiana nell’antica Roma” nel 2015 e “Il monachesimo. Dalle origini a Benedetto da Norcia” (2016).

Nel suo libro, si contano oltre dieci testi sedicenti evangelici, ma non riconosciuti come tali. Si tratta di manoscritti, del Codex ritrovato a Nag Hammadi in Egitto, del Protovangelo di Giacomo, di apocrifi di Giovanni e di Tommaso, oltre a testi attribuiti a Pietro, Giuda e finanche Maria Maddalena.

C’è da intendersi sul significato di “Vangelo”. Con l’aiuto dell’autore, apprendiamo che deriva sempre dal greco, eu (bene) e aggelos (messaggero). Sta quindi per “buona notizia” ed è nato in ambito laico, prima d’essere assunto come “buona novella” dalla Cristianità.

Gli apocrifi recano spesso un racconto non poco diverso nei particolari da quello evangelico canonico. Si pensi che il Vangelo di Pietro, relativo alle fasi della passione, vede in sostanza Erode assumere responsabilità e condurre il processo a Gesù, al posto del Pilato dei Vangeli accettati. La crocifissione, inoltre, viene eseguita dalle guardie del Sinedrio, quindi da ebrei e non dai legionari romani.

Considerate differenze di questo conto, non sorprende che sulle narrazioni alternative degli apocrifi sia caduta la damnatio della Chiesa e dell’ortodossia cristiana, ribadita in Concili e Sinodi e fatta rispettare a pena di tortura, rogo o decapitazione.

Le opere sopravvissero nascoste per alcuni decenni, spiega Cogoni. A metà del IV secolo smisero d’essere copiate, per la recrudescenza della repressione ecclesiastica. Hanno rivisto la luce solo in epoca recente, per una serie di ritrovamenti archeologici, il più importante dei quali, nel 1945, vide tornare alla luce i manoscritti di Nag Hammadi, tredici papiri in un vaso di terracotta.

Se il saggio di Cogoni non fosse serissimo, ci potrebbe portare nel vivo di una fiction storica, alla Dan Brown, con annessi Illuminati, Priorato di Sion e linea di Sangue Reale. Al netto del sensazionalismo che vede nei contenuti rivelazioni che potrebbero rivoluzionare “la visione, se non addirittura la dottrina, ufficiale del Cristianesimo”, la letteratura apocrifa si dimostra “talvolta noiosa da leggere e spesso ardua da capire”.

Più leggibili e fortunati gli episodi biografici eccentrici su Gesù, soprattutto l’aneddotica di dominio popolare. Certe notizie apocrife sulla sua vita si soffermano, con una certa fantasia narrativa, sui miracoli compiuti nell’infanzia e, prima ancora, sulla famiglia di Maria e sulla Madonna stessa.

Si consideri, tra l’altro, che nessuno dei Vangeli accettati fa cenno a una grotta, al bue e all’asinello, né vi è dato trovare i nomi di Melchiorre, Gaspare e Baldassare. Ma erano “favole” troppo belle per non inquinare la narrazione cristiana e ipotecare l’immaginario futuro delle generazioni a venire (e che piacevole contaminazione!).

Un presepe ricostruito nel rispetto del testo evangelico canonico sarebbe ben poca cosa rispetto a quello che realizziamo in tante case prima di Natale. La stessa Natività risulterebbe altra e scarna, se i testi apocrifi non avessero concorso a renderla un’irresistibile fiction.

E non solo i fedeli, anche artisti d’ogni tempo sono stati affascinati da queste deviazioni dall’ortodossia.

Tenete presente che nessuno dei quattro evangelisti accenna a chiodi, nella crocifissione. Quelli ha provveduto a trovarli Elena, la mamma di Costantino. Nelle chiese europee se ne conservano parecchie decine.

Felice Laudadio



Il senso di Bartolo per la misura delle relazioni

NARRATIVA. A proposito dell’ultimo romanzo di Valentina Di Cesare

Non capita a tutti, ma ad alcuni sì: di avere delle amiche, degli amici, gli stessi da quando si è ragazzi, da prima di diventare ciò che si è. Incontrarli ogni anno, ritualmente, ritrovare con loro la facilità del tempo in cui ci si è conosciuti: quello della fanciullezza, l’adolescenza. Al protagonista del nuovo romanzo di Valentina Di Cesare è successo: la storia è proprio quella di un gruppo di amici, delle loro traiettorie di vita.
L’anno che Bartolo decise di morire (Arkadia, pp. 106, euro 13), ha al suo centro la figura del personaggio che dà il titolo al romanzo: «Bartolo era quello di cui nel gruppo si sentiva sia la mancanza sia la presenza, lui era quello speciale. Ognuno lo sapeva e non era necessario dirselo. Aveva un modo tutto suo, diverso e singolare di comportarsi con gli altri, era raro che non portasse la parola giusta, il senso della misura e della rettitudine, e nei fatti il coraggio, la forza, la dignità».
LA CAPACITÀ di Bartolo di fare da perno in questo gruppo di 5 «ragazzoni» risiede nella sua abilità di stare ad ascoltarli o forse più semplicemente nella sua scelta di restare fermo, come una pietra a cui si può girare intorno, come una kasbah. Giovanni, Vito, Riccardo, Lucio, nei piccoli o grandi travagli delle loro vite quotidiane ciascuno si rivolge a lui: riguardo matrimoni sbagliati, amori perduti, questioni con la giustizia, sapendo di trovarlo allo stesso posto, perché lui ha deciso di non muoversi.
L’abilità di Valentina Di Cesare, il segreto di questo romanzo, sta nel fatto che pur essendo incentrato sulla figura di Bartolo, proprio di lui che sa tutto di tutti, perché glielo raccontano, non sappiamo niente.
Non conosciamo il nome della città in cui ha scelto di vivere, il percorso che lo ha condotto a svolgere il suo ruolo nel museo del posto, non sappiamo perché la sua storia con Elisa non abbia funzionato, anche se – dall’unico accenno che ne abbiamo – sembra che i due ci abbiano provato per anni.
E ANCHE QUESTO è vero, che delle persone che si dedicano troppo agli altri non si conosce la verità, al punto che ci si può domandare se tutta quell’attenzione deviata sul prossimo non sia soprattutto un tentativo di distoglierla da se stessi. Le vite cambiano, però, anche quando si è tanto resistenti al mutamento come Bartolo e se c’è una cosa che non lascia niente come prima è la morte. Così, paradossalmente, Bartolo, che la morte l’ha assaporata per anni: quella del desiderio, della curiosità, l’assenza del rischio, della sfida, solo nel momento in cui essa si manifesta in tutta la sua invincibile potenza, farà un passo e questo sarà, come sua consuetudine, quello decisivo.

Laura Marzi



Inciampare lungo il percorso di Gian Marco Griffi

Mi chiamo Remo, pulisco i bagni al Mercato Coperto di Asti e ho creato un profilo su Facebook per potermi conseguentemente iscrivere a un gruppo Facebook per gente che ha l’alluce valgo, anche se non ho l’alluce valgo. Spiego: il mio amico Bruno (su Facebook si chiama Brad Pittbull, anche se è brutto come il peccato e odia i cani) è iscritto a Cipolla Cafè da quattro mesi e dice che le donne con l’alluce valgo hanno una voglia di scopare pazzesca. Poiché io, come Bruno, ho una voglia di scopare pazzesca, ho inviato la richiesta di iscrizione a Cipolla Cafè. (p.87)

Immaginate di essere in macchina con un amico: siete partiti da Roma, Napoli, Pisa diretti verso la Svizzera o da qualche altra parte in Piemonte, e a un certo punto decidete di fermarvi a un autogrill. Mentre il vostro amico va in bagno e voi state prendendo un caffè al bar, un tizio attacca bottone. Parlando del più e del meno, dopo avergli spiegato il motivo del vostro viaggio, l’uomo comincia a raccontarvi una storia, un aneddoto, qualcosa che è capitato non proprio a lui ma a un suo conoscente tempo fa, e che è successa da quelle parti, nella zona del Monferrato anche se non dove siete adesso bensì in una cittadina dal nome particolare ed evocativo, o forse no, era da un’altra parte ancora. È una storia senza senso, che comincia con delle persone che neanche conoscete ‒ Fausto, Bruno, Carlo, figure che nella vostra testa non hanno forma o dimensioni ‒ e terminano con una poesia dedicata a un tasso morto, con un’uscita a quattro che comprende due amici che fanno finta di avere l’alluce valgo e due donne che hanno veramente l’alluce valgo, o infine con una cittadina della Bielorussia, davanti alla casa di una donna sconosciuta ma che in teoria era la ragazza di un amico di un amico del vostro interlocutore, da poco deceduto.
Immaginate che la storia che il tizio davanti a voi sta raccontando sia farcita di intercalare piemontese, che quell’uomo abbia una mitraglia al posto della lingua e tiri fuori luoghi, persone, eventi senza un preciso nesso, che la storia devii qua e là come un ubriaco appena uscito dal bar, e che nel mentre vi siate distratti perché obiettivamente quello che state ascoltando vi suona assurdo.
Immaginate infine che il vostro amico ritorni dal bagno mentre la storia è sul finire, in quell’interregno fra la conclusione e le successive spiegazioni del motivo che hanno portato a raccontarla, e vi costringa ad alzarvi per rimettervi in marcia perché è veramente tardi. E voi salutate l’uomo, lo ringraziate (?) e tornate alla guida. Usciti dall’autogrill vi chiedete cosa è appena successo, chi diamine fossero Fausto, Bruno e Carlo, cosa c’entrassero il Cipolla Cafè e Umberto Tozzi, se per caso non abbiate bevuto del caffè corretto con troppa grappa.
Ecco, leggendo Inciampi di Griffi questa è la sensazione che si mantiene salda nella propria mente a ogni fine racconto. Le storie, poco credibili quando non addirittura surreali, iniziano e finiscono senza un perché, come se il narratore parlasse per il puro gusto di parlasse. Le trame dei racconti non sembrano essere l’elemento centrale della narrazione: quello che appare come un gioco auto alimentato ha come fulcro nodale l’atto stesso del raccontare. Raccontare qualsiasi cosa ‒ accaduta o meno è indifferente, verosimile o meno ancor più irrilevante ‒ nella forma più variegata, basta che sia possibile proseguire, e vadano a farsi benedire i temi, i messaggi, i racconti edificanti, le regole stesse della lingua.
Gli inciampi linguistici di Griffi sono qualcosa di indefinito, a metà fra la parodia del nostro mondo e un divertissement fine a sé stesso, che nessun senso ha se non quello di andare oltre e proseguire nella narrazione stessa. Chi approccia questo testo con l’idea di seguire un filo logico e una trama solida resterà deluso; chi invece gli si avvicina con l’intento di esplorare le possibilità e i confini della lingua italiana, di sperimentare diversi stili letterari e mettersi in gioco superando la propria concezione sull’uso della punteggiatura, troverà nel secondo testo della collana SideKar di Arkadia una sfida notevole, soprattutto nella sezione “Tutte le riviste della mia vita”, nella quale l’autore si diverte a gettarsi a capofitto nei diversi stili di scrittura, e a gettarvi anche il lettore, senza peraltro fornirgli una bussola durante la navigazione nelle acque nere.
Il che non vuol dire necessariamente qualcosa di soddisfacente, anzi: la soddisfazione nella lettura di Griffi è qualcosa che sembra essere sempre qualcosa di là da venire, un bagliore visibile ma lontano e pertanto inavvicinabile. Il titolo della raccolta è in questo senso adeguato: è come quando si cammina per conto proprio e si inciampa su una radice non vista. In quell’attimo di spaesamento e di vuoto, quando tutto il corpo si protende per un antico istinto di conservazione per evitare la caduta, sta il senso di questa lettura.

David Valentini



“Guerra verticale” di César Vallejo

Era il più piccolo di undici fratelli, meticcio, la mamma era india ed è stato il più grande poeta e scrittore peruviano ed uno dei più importanti del Sud America, secondo solo a Dante a parere di Thomas Merton. Parliamo di Cesar Abraham Vallejo Mendoza, che conosciamo in Italia per un recente agile volume che offre un esempio articolato del suo contributo alla letteratura internazionale. L’inedita pubblicazione in Italia è merito della casa editrice cagliaritana Arkadia. A fine 2018 è andato in stampa e nelle librerie “Guerra verticale e altri racconti” (126 pagine, 14 euro), che raccoglie due testi: un romanzo breve, “Verso il regno degli Sciri” e una raccolta di racconti, “Scale”.
Tra i due, il testo narrativo più ampio, sebbene incompiuto, è quello che avvicina di più i lettori a Vallejo, i racconti infatti sono disomogenei per natura e si prestano meno ad offrire un valido biglietto da visita dell’autore andino.
Inquadriamo intanto questo protagonista della cultura mondiale, che ha lasciato una traccia della sua presenza nel Novecento europeo, durante il soggiorno in Spagna e in Francia, con una parentesi anche in Russia. Era comunista e la fede politica gli creò problemi col governo francese. Fu ben accetto invece dalle Sinistre spagnole e a Madrid affiancò Pablo Neruda nella redazione di una rivista antifascista, ma la sua permanenza in terra iberica ebbe bruscamente termine per l’esito infausto della guerra civile. Con la vittoria dei nazionalisti di Franco, riparò in Francia, dove morì prematuramente nel 1938, in totale povertà.
Cesar era nato a Santiago de Cucho nel 1892, sulle Ande. La madre, Maria Rosa, era di etnia india, come le nonne, il padre faceva il conciliatore di liti giudiziarie. Da ultimo nato, era destinato al sacerdozio, ma il ragazzo preferì il laicato. Studiò lettere e riuscì a laurearsi nel 1915, dopo avere alternato gli studi al lavoro, per mantenersi. Nelle piantagioni di zucchero, poté così constatare il cinico sfruttamento della mano d’opera indigena da parte di proprietari terrieri e manutengoli. Sovversivo e per un altro verso bohemienne, per il sodalizio stretto con altri giovani letterati, si trasferì a Lima e intraprese l’insegnamento. Contemporaneamente, si dedicò alla scrittura, in versi.
Cinque anni dopo, la nostalgia lo riportò a casa. A contatto di nuovo con le vessazioni subite dagli indios, manifestò atteggiamenti che misero in guardia le autorità. Un processo farsa, con l’accusa infondata di avere appiccato un incendio doloso, lo costrinse a mesi di carcere. Una condizione kafkiana, fa notare il curatore di questa prima edizione italiana, Luigi Marfè.
Guerra verticale, spiega, è un’espressione che mette in risalto come un conflitto, ancora prima di scatenarsi, sia già divampato nella mente di chi lo ha provocato o non efficacemente contrastato.
“Hacia el reino de los Scires” è stato un progetto avviato all’incirca nel 1924 e in realtà mai condotto a termine. Ebbe una gestazione travagliata questa sua riflessione storica sulle campagne di conquista condotte dal decimo re inca, Tupac Yupanqui, poco prima dell’arrivo dei conquistadores in Perù.
Il romanzo non è lungo ed è stato redatto a strappi, tra il 1924 e il 1928, in uno spagnolo che risente notevolmente degli echi della lingua andina. Ne autorizzò la pubblicazione solo in parte nel 1931. È uscito postumo nel 1944.
Nel passato inca, Vallejo vede le radici del popolo peruviano. Tupac vive una realtà prettamente incaica, ma la sua sensibilità politica sembra molto moderna. Comprende che la guerra è distruzione e che le responsabilità ricadono su chi l’abbia determinata.
I suoi guerrieri rientrano in Cuzco taciturni. Li guida il principe ereditario Huayna Capac, messo ancora adolescente alla testa di una spedizione di conquista, con l’obiettivo di occupare territori e soggiogare popolazioni. Una parte delle operazioni ha riscosso successo, una città ha spalancato le porte, tra lo spavento per l’ardore degli attaccanti e la corruzione degli anziani con elargizioni segrete, ma non c’è stato verso invece di piegare i fieri Chachapoya. Le perdite e il gelo sono risultate insopportabili. Da qui la ritirata a Cuzco.
L’inca è contrariato, ma non manca di considerare che quanto accaduto sia la volontà degli dei. Se non quella, è comunque la sua: il principe è stato sconfitto, i sacrifici vani, è tempo di rinunciare a combattere.
Basta conquiste, ci si dedichi alle fatiche della pace.
Questo vede Tupac ed è sincero quando dichiara di voler mettere fine alle guerre. Ma altri presagi e qualche catastrofe gli faranno cambiare opinione: l’esercito del Sole riprenderà la marcia verso la Cordigliera, pronto a mietere altre vite.
Nelle prime pagine dei primi racconti di “Scale”, riuniti nel capitolo “Cuneiformi”, lo scrittore rivede la vita in prigione, il rapporto con gli altri reclusi. Ogni brano prende il titolo da un muro del carcere. La presenza delle sbarre che bloccano la finestra della cella diventa un muro ulteriore, che delimita un micro universo claustrofobico.
“Coro di venti”, la seconda raccolta di racconti – altro capitolo della sezione “Scale”, spazia a sua volta su temi diversi uno dall’altro, decisamente meno omogenei.

Felice Laudadio



LETTURE D’ESTATE: ARRIVA IL NUOVO MEMOIR DI FRANCO MANNONI

Quando il futuro dell’Isola passava dal Sessantotto


È la stagione delle lotte per la rinascita delle zone interne della Sardegna negli anni Sessanta e Settanta del Novecento la protagonista de “Il campo degli asfodeli” (Arkadia, 184 pagine, € 15), recente fatica letteraria di Franco Mannoni (nella foto di Daniela Zedda) , classe 1938, socialista, già insegnante, consigliere regionale dal 1979 al 1994 ed ex assessore all’Ambiente e al Bilancio. Col piglio del navigato narratore, Mannoni rievoca lo slancio riformista del Psi stretto tra le maglie della “Intesa Autonomistica” delineata dalle forze politiche maggiori. 

Epoca storica
Non fa sconti quando tratta del Sessantotto, che in Sardegna fu «di frontiera, periodo di sequestri di persona e latitanti, di disagio frutto del confronto tra lo stile di vita paesano e le promesse della società dei consumi, inventata per chi aveva soldi da spendere». Parla di Peppino Catte, Sebastiano Dessanay, Giovanni Nonne, Giannino Guiso. Ricorda la volta che Bettino Craxi divorò carasau e pecorino dopo un comizio. Non tace nemmeno sugli errori marchiani, quali quello di trasformare Badu e’Carros in un penitenziario di massima sicurezza, o sulla sopravvalutazione dell’idea centralista dei processi di industrializzazione e modernizzazione del centro Sardegna.

L’industria
Liquida l’esperienza di Ottana come «fabbrica delle illusioni», parto di una «ideologia concentrata solo sul presente». Colpisce, del lavoro di Mannoni -alla sua terza esperienza nella narrativa dopo i fortunati “Disincanto e speranza” e “Se ascolti il vento”-, anche l’abilità dell’autore nel mescolare le riflessioni di più ampio respiro con riferimenti a fatti intimi riguardanti, ad esempio, la moglie Teresa, i figli, l’amata Nuoro, gli anni da dirigente della pubblica istruzione («particolarmente felici le pagine sulla burocrazia negli uffici scolastici, la vanità, le astruserie di buffi uscieri, la sciatteria di Provveditori spesso al servizio delle logiche del partito di maggioranza», sottolinea nella prefazione lo storico Gianluca Scroccu), i racconti, i sentimenti condivisi davanti al fuoco di tanti camini.

Il finale
Cosa resta, alla fine, di quell’epoca di fermenti, contraddizioni ed entusiasmi? Franco Mannoni lascia la valutazione ai posteri, evidenziando che l’energia che ha animato la sua penna è «stata la necessità etica, esistenziale, di dar conto con precisione e lealtà dei risultati, parziali e quasi mai appaganti, come delle illusioni e delle sconfitte».

Fabio Marcello



Il postino di Mozzi

Si presenta senza troppe incertezze come l’autore delle sottrazioni. Mette in chiaro le regole, si tratta di corpi, e decide di rivelarne subito tre, per dimostrare la veridicità di quanto sta confessando. Tranquilli, i corpi in questione sono lettere, inviate quando ancora non esisteva la più comoda posta elettronica, oppure brevi estratti di romanzi; nel caso di raccolte di racconti, si è concesso il lusso di sceglierne uno, esemplificativo. L’intero processo potrebbe essere definito come “una solida operazione di sottrazione”, perpetrata per anni, con coscienza e metodo, dal postino di Giulio Mozzi nei confronti di Giulio Mozzi stesso e relativa alla sua corrispondenza. La cosa ha richiesto una certa abilità nel non farsi scoprire, la ricerca di cantieri o luoghi sperduti dove nascondere i plichi numerosi che arrivavano all’indirizzo del famoso talent scout letterario padovano; anche l’archivio degli innumerevoli file degli aspiranti scrittori non è stato semplice, a volte ha dovuto perfino – non poteva esimersi! – rispondere a qualche autore. Eppure, come ogni carriera che si rispetti, tutto ha un fine e in questo caso la fine è la pensione. Il postino ha, infatti, ricevuto la notizia che a breve terminerà il suo servizio alle poste italiane e quindi non si potrà più presentare all’indirizzo di Mozzi, con alcune buste sottomano da fargli firmare e altre nascoste sotto la giacca da rileggere a casa…
Libro particolarissimo, questo di Castanar, autore misterioso (dietro il cui nome esotico si nasconde un collettivo di scrittura) che in quarta di copertina viene presentato come “scrittore pensionato del Nord”. In realtà gli autori sono molteplici: Giovanni Agnoloni, Franco Arminio, Riccardo De Gennaro, Valentina Di Cesare, Marino Magliani, Alessandro Zaccuri e lo stesso Giulio Mozzi solo per citarne alcuni, ma sono molti altri, e sono tutti accomunati dal fatto che alcune loro “cose” sono state sottratte dal postino di Giulio Mozzi prima di arrivare alla loro corretta destinazione. Si crea così una panoramica, divertente e amara, del mondo sempre più faticoso, ricco, affollato e, volte, arrabbiato degli aspiranti scrittori, che riversano ogni loro speranza in Giulio Mozzi, anche lui sinceramente divorato dal dubbio di saper riconoscere il talento nelle persone che gli si affidano e di non farsi illudere, o deludere, da quei pochi, pochissimi che può e sente di dover aiutare. E se all’inizio si percepisce scientemente questo gioco narrativo, poi ci si addentra in un dedalo di rimandi e incastri nei quali ci perde volentieri per arrivare alla fine e chiedersi: ma che diavolo ho letto? Dove sta la verità? Ebbene, non lo so. Ma è questo il bello della raccolta di racconti/lettere/stralci di romanzi presentati da un pazzo postino – anche lui scrittore in cerca di riconoscimento – che è arrivato a introdursi nella casa di Mozzi mentre questi era in vacanza. Divertissement consigliatissimo a tutti gli aspiranti scrittori (ma non emulate il postino!).

Raffaella Romano



Alessandro Zannoni. Stato di famiglia

 

La famiglia accoglie, protegge, supporta.
Alle volte, deflagra. Non in metafora, in Stato di famiglia – racconti di Alessandro Zannoni pubblicati da Arkadia editore in una nuova, promettentissima collana, Sidekar – con il reale scoppio delle carni, la mira presa con cura a annullare i lineamenti dei propri cari.
Episodi che succedono, la cronaca ne è frequente testimone. Quando accadono, lo sgomento è prima per la modalità. Poi, in seconda analisi, per il detonatore: sono i piccoli, innocui movimenti quotidiani, sono le parole udite ogni giorno per anni, ripetute – è la ripetizione qui che scava la pietra – che in menti scentrate prendono direttrici impazzite.
O è la solitudine, quando profonda, non notata: quella di Anna, una Medea di spessore classico che apre il libro con la totalità di un gesto impensabile, impensato, a cui Zannoni dona perfetta la fisicità dell’atto, l’infanticidio, attraversando ogni sensazione corporea della donna mentre basta un suono, terribile, a definire ciò che è accaduto

Anna si meraviglia di ritrovare il suo corpo, la carne, i muscoli, e si accorge che le fanno male le mani, le ginocchia, la schiena, gli occhi, che le dolgono le orecchie. Non c’è parte del corpo che non sia dolorante, come l’avessero bastonata con cura, ovunque. Tu-tump.

Poi ricompaiono i pensieri. Disordinati e aguzzi, stridono come fossero impazzati. Feroci, vanno di pari passo alla forma circolare del ronzio della lavatrice, si impastano insieme, diventano unico pensiero, doloroso, acuminato, che penetra la vestaglia di lana rosa, vibra cupo sulla pelle, entra dritto nella carne. Tu-tump.

[…] spalanca gli occhi. Si meraviglia di ritrovarsi seduta davanti alla lavatrice accesa. Tu-tump.

Fissa l’oblò.

Dal corpo le esce un verso di animale che fa rabbrividire.

Tu-tump.

Il suo bambino, nella lavatrice, fa un altro giro.

Una botta fortissima, solo la prima: l’orrore è sotto i nostri occhi, impossibile negarne evidenza e presenza. È il Male connaturato, la zona nera che apre voragini delle mente di persone tranquille, normali, quelle che salutavano sempre: a rafforzarne l’impossibilità di evitarlo, Zannoni decide per un ragionato, straordinariamente efficace montaggio al contrario (da sceneggiatore e scrittore per il cinema quale è, ammirato peraltro da Luigi Bernardi cui deve il debutto per Perdisa pop).
È con il finale che si apre ogni suo racconto, con i minuti della risoluzione tragica: così è per Anna, di cui solo nelle pagine che seguono comprenderemo – senza mai condividere – le ragioni. Così sarà per Roberto, carabiniere impazzito di una gelosia accecante e del tutto immotivata, patologica agli occhi di chi legge ma non ai suoi. Così sarà via, via per gli altri personaggi: il figlio che vuole l’eredità per fare la bella vita, la donna sedotta dal soldo facile delle slot machine, il padre padrone esautorato.
Zannoni riesce a modellare la sua voce piegandola a rifrangere il Male in sfaccettature tutte differenti per i suoi tragici – nel senso più nobile e letterale del termine – personaggi, accomunati dall’efferatezza dei gesti finali, dal precipizio, ma divisi dalle ragioni che li hanno sopraffatti.
Storie nere di scollamento dal reale, di buio della ragione, giustificate dalla scrittura di Zannoni che si mantiene per tutto il libro tesa, di grande precisione nella scelta delle parole – scarnificate, essenziali – e nel ritmo senza una caduta. E ancora estremamente potente, dura, priva di giudizio, ottima testimone della profondità di certi abissi.

Uno dei libri italiani migliori degli ultimi tempi.

Anna Vallerugo



L’anno che Bartolo decise di morire di Valentina Di Cesare

Si possono spendere solo copiosi e positivi aggettivi superlativi per il breve romanzo di Valentina Di Cesare, L’anno che Bartolo decise di morire, pubblicato dalla casa editrice Arkadia, sempre più attenta a prendersi cura di grandi talenti letterari.
Un libricino di poco più di cento pagine capace di parlare all’anima di ciascun lettore, sussurrando doverose e semplici verità con la medesima indiscutibile saggezza di un solenne oracolo.

L’anno che Bartolo decise di morire

Bartolo è un uomo buono.
Una persona per bene, generosa, capace di ascoltare tutti, di avere parole di conforto per chi ne ha bisogno, di tendere una mano senza mai aspettarsi nulla in cambio.
Un’attitudine assolutamente spontanea, mossa da un’empatia straordinaria.
Bartolo ama la cittadina in cui vive e a cui ha voluto tornare.
Ama il suo lavoro di custode museale. Ama gli amici di sempre, quelli con cui è cresciuto e che continua a vedere con gli stessi occhi di quando era ragazzo.
Ama condividere il tempo e le parole, pur sapendo farsi da parte e stare in silenzio quando necessario.

«Ha da accendere?», gli domandò il giornalista, e Bartolo gli porse l’accendino, riconoscendo solo in quel momento la voce e il viso del famoso cronista. Veriani gli fece qualche domanda sulla città, i monumenti, l’amministrazione, la viabilità, gli eventi culturali ma non accennò alla questione della fabbrica in chiusura, alle mobilitazioni, al fantasma della disoccupazione e Bartolo raccontò tutto quel che sapeva. Rispose sui monumenti e altre amenità aggiungendo qualche aneddoto meno noto e prezioso. Pian piano, alcuni che erano dentro al bar uscirono e si avvicinarono per ascoltare, perché era sempre bello prestare attenzione all’allegria che gli si accendeva negli occhi quando narrava dei suoi luoghi, di ciò che amava, era bello quanto fosse votato non alla sapienza o alla sterile erudizione ma alla schietta conoscenza e alla consapevolezza dei fatti, considerate tutte le variabili e valutati tutti i sentimenti.

Bartolo è uno straordinario uomo normale, a vederlo da fuori addirittura banale, con il suo tran tran quotidiano al lavoro, i caffè al bar, le serate allegre in compagnia e le chiacchiere con il vicino di casa, il saggio e scorbutico maestro in pensione Nino.

Ma Bartolo di sé non parla mai. Non racconta che qualcosa gli sta rubando il respiro e ottenebrando i pensieri. Non dice che la sua notte è fatta di dubbi e pensieri ossessivi, di riflessioni che sanno di circoli viziosi da cui non si può uscire. Non chiede per non disturbare, non parla per non pesare.
Mai per se stesso.

Per Lucio, però, è pronto a spendersi in lunghi confronti con gli amici. L’uomo ha perso il lavoro e si arrabatta alla meglio per trovare i soldi da passare all’ex moglie per mantenere il figlio.
Bartolo sa che Lucio ora si sente inutile, messo da parte, in netto svantaggio nei confronti della vita, ed è per questo che gli amici devono stringersi intorno a lui, farlo sentire amato, essere presenti anche solo per sentirsi dire “sto male”.

Per quanto una persona possa godere di aiuti e di vantaggi in più rispetto a un’altra, nessuno di noi è esente dall’imprevisto, dalle famose variabili impazzite, imponderabili. Le tragedie arrivano gratis senza che nessuno se le aspetti, così è, e spero che questo vi sia ben chiaro.

Ma a volte capita che uno scontato indicativo del verbo dovere si conclami in un meno impegnativo condizionale, così Bartolo è costretto a prendere atto che Giovanni, Roberto, Renzo e Vito – gli amici di sempre, cresciuti con lui e Lucio – hanno ben altro da fare che prendersi cura di qualcuno a cui le opportunità hanno voltato le spalle.
Ognuno ha i propri problemi, ognuno cavalca la propria quotidianità nella speranza di non farsi disarcionare e no, non è cattiveria, è solo che abbiamo da fare… ma poi arriviamo, eh… facci finire le nostre cose, tanto Lucio aspetta, Lucio non ha altro da fare, Lucio non deve andare al lavoro, e poi con la moglie è finita, che fretta vuoi che abbia?

Ma sai quante vite finiscono e iniziano contemporaneamente? Il tempo mi pare un muro che si spezza da una parte e si ricompone dall’altra, una parete di gesso che si dissolve e si rialza insieme, che non riesce a toccare il cielo né a sprofondare nelle viscere nella terra. Il tempo fa arrabbiare gli uomini, li fa sentire impotenti. specie poi quelli abituati sempre a galleggiare senza fare neanche una bracciata, uh! Come si disperano quelli, caro Bartolo, quelli, davanti alla morte, se la fanno addosso, non sanno proprio come comportarsi; sai chi sono i peggiori davanti alla morte, Bartolo? Quelli che non si sono mai accontentati in vita, quelli che raramente hanno provato a fare un passo indietro, quelli a cui la sorte ha concesso più vantaggi che svantaggi, loro in vita non danno peso alla morte, né a quella loro né a quella degli altri, e poi quando se la vedono arrivare incontro non sanno come gestirla, perché nessuno gli ha insegnato a finire o incominciare, hanno trovato tutto già pronto, non conosco il procedimento…

Di fronte a queste nuova consapevolezze – l’imperfezione delle relazioni umane, l’ineluttabilità del tempo che passa e uccide chiunque, senza distinzione -, Bartolo sente di non poter fare altro che decidere di morire.
Ora è troppo tardi per aiutare Lucio, ma può forse risparmiarsi altro dolore.
Perché scoprire d’essere soli in un mare d’indifferenza, è sempre straziante per chi sa donarsi appieno.
Valentina Di Cesare ha il dono di saper raccontare la vita senza scadere in banalità inutili, trite e ritrite.
Una voce letteraria attenta, onesta e piena di grazia, che, allo stesso tempo, sa colpire duro e ferire, brandendo senza alcun timore le spesso indicibili verità che neghiamo a noi stessi per tutta il tempo della nostra esistenza.
Assolutamente da leggere.

Elena Giorgi



L’anno che Bartolo decise di morire

La storia di Bartolo è la storia del prendersi cura, è un’ampia riflessione sui rapporti di amicizia, sulla loro importanza e sulle conseguenze del loro venir meno.
Bartolo è un uomo buono, è un uomo che è presenza, che dà a tutti la giusta misura delle giornate e della vita.
È legato agli amici di sempre, quelli che si porta dietro dall’infanzia e per i quali darebbe la vita.
La vita, questa cosa che ha a che fare con il tempo, con lo spazio, che si allenta e si ritrae come un elastico, che porta lontano e poi di nuovo vicino.
Bartolo soffre di una depressione silenziosa, una morsa che gli stringe il petto, mostri che appaiono di notte e che lui spera tanto di non vedere più al risveglio, ma la mattina dopo sono ancora lì, a spingere come mattoni pesanti sul suo cuore.
Non parla con nessuno, Bartolo, della sua depressione, non ne fa cenno agli amici di sempre.
Presi anche loro dai problemi di tutti i giorni, non si accorgono del male di vivere che ha invaso il cuore di Bartolo, minimizzano i suoi comportamenti e non capiscono la gravità della situazione.
Solo due amici hanno forse capito la portata di quello sta accadendo.
Nino, un vecchio maestro in pensione, che ha tagliato i ponti con il mondo intero e ha poche parole da spendere con gli altri, ma non con Bartolo, con lui intrattiene lunghe conversazioni che sono lucide e ciniche analisi della vita.
Il vecchio Nino ha capito tutto e quel tutto ha deciso di lasciarlo scorrere, nel rispetto della vita altrui.
E Lucio, sensibile più di quanto si possa immaginare, ha compreso la progressione del male, ma la vita lo porta, ancora a una volta, a sentirsi schiacciato e oppresso e la deviazione che prenderà il corso della sua storia sarà fatale per Bartolo.
L’anno che Bartolo decise di morire, di Valentina Di Cesare, scava in profondità nella vita, nella caducità dei rapporti umani, nell’imponenza della sfera personale che non lascia spazio all’altruismo, nella solitudine e nell’incapacità di prendersi cura veramente di chi diciamo di amare.
È un romanzo estremamente delicato, che si legge con la mano sul cuore e gli occhi pieni di lacrime e malinconia per quello che avrebbe potuto essere ma che siamo stati incapaci di vedere.

Stefania Iannolo



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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