Rassegna Stampa


Sin rumbo. La vita senza rotta di un uomo solo

Sin Rumbo, senza rotta, è il titolo di questo libro di Eugenio Cambaceres, pubblicato dalla sempre attenta Arkadia nella collana Xaimaca, dedicata alla letteratura sud americana. E senza rotta ci appare davvero la vita di Andrés, protagonista di queste pagine di Cambaceres in cui, a tratti, ci sembra di ritrovare tracce della vita dello scrittore stesso. Nato a Buenos Aires nel 1843 unì a lungo scrittura e vita politica, nel cui agone si trovò come deputato e come vicepresidente del Club del Progreso. Come il protagonista di questo Sin rumbo, Cambaceres ebbe una relazione con una cantante lirica, motivo di grande scandalo a cui si aggiunse la mancata sfida a duello con il di lei marito, che poi, decise di scappare in Europa.

Europa che vide anche lo scrittore, a Parigi esattamente, soggiornare lungamente e qui far suo l’amore per la letteratura francese, in particolare Zola, al cui naturalismo dedicò studio e ammirazione tanto da introdurlo in Argentina insieme a quegli scrittori con cui diede vita a quella che fu chiamata Generaciòn del ochenta.

In queste pagine seguiamo la vita e legesta di Andrés, ricco possidente, che vive in una meravigliosa estancia nella pampa argentina, non molto lontano da Buenos Aires. Qui la sua hacienda agricola gli garantisce ricchezza e benessere e un’esistenza fatta di viaggi, di donne, di gioco. Eppure. Eppure, novello erede dell’insoddisfazione shopenhaueriana, Andrés annega nella noia, in quella mancanza di senso, e di rotta, appunto, che lo conduce in quel limbo fatto di irrequietezza e rabbia. Verso sé stesso e gli altri. Il sentimento della solitudine non lo abbandona mai, soprattutto quando essa viene riempita da cose che non gli offrono appiglio alcuno.

Con la stessa pesante leggerezza con cui affronta i suoi giorni, Andrès affronterà la notizia che Donata, figlia di uno dei suoi braccianti, aspetta un figlio da lui. Indifferente tanto quanto insofferente parte per Buenos Aires, lasciando la donna e lo stesso desiderio animalesco per lei provato fino a poco prima. È questo solo uno dei repentini cambiamenti che nell’animo di Andrés sono la rappresentazione della sua insoddisfazione, del suo rifiuto di pensare e di soffermarsi su cose e persone che, per lui, altro non sono che momentanee tappe verso il nulla. A Buenos Aires comincia il consueto girotondo tra donne, scandali mondani, gioco d’azzardo, fugaci seduzioni. Fino a quando, con la subitaneità apparente che hanno le cose che, in realtà stanno scavando un solco da molto tempo, Andrés capisce che non è quella la vita che vuole. Ancora l’inquietudine lo guida anche se, questa volta, sembra guidarlo verso un ritorno che vorrebbe essere una nuova partenza. Andrès vuole conoscere suo figlio che, scoprirà essere una bella bambina, rimasta orfana della madre, morta pochi giorni dopo il parto. Ma il destino sembra avere in serbo per lui ben altro. Una sorta di maledizione, una impossibilità di trovare quiete.

Cambaceres ci regala un libro pregno di quelle atmosfere sudamericane in cui la realtà è talmente complessa da poter benissimo assumere i connotati della magia, anche quella nera, quella plumbea di un destino che sembra non trovare pace, condannato a pagare colpe che, in fondo, colpe non sono ma, semmai, umane debolezze.

In questo Sin Rumbo, Cambaceres ci consegna pagine in cui lo stesso stile accompagna e si distende sulle diversi parti di cui il libro si compone. Se, nella prima, un’attenzione quasi chirurgica ci immerge nella pampa, esso scivola poi nella languidezza e quasi decadenza della vita nella rutilante Buenos Aires e nei suoi amori carnali e fugaci. Ma poi, nella seconda parte, quella del ritorno e della disperata ricerca di un senso, lo stile diviene quasi una slavinante disperazione, una violenta, e tenera al contempo, entrata nel mondo della responsabilità di padre con la conseguente entrata in scena, nella vita di Andrès, della paura per il futuro. Solo allora si accorge, Andrès, che il futuro è un’ipotesi, un orizzonte degli eventi con cui fare i conti. Anche quando arriva troppo presto. Dando così ragione a Shopenhauer, ricordato nel libro, quando scrive: “Ci accorgiamo del tempo solo quando ci annoiamo e non quando ci divertiamo. La nostra esistenza è tanto più felice quanto meno la sentiamo.” E per Andrès il tempo sarà la scoperta del dolore.
Cambaceres ci regala un personaggio che è figura dell’uomo solo e inquieto, così presente in molta letteratura del secolo successivo. Portatore di una domanda che è quella che porta a chiedersi se la felicità sia possibile anche solo per attimi fugaci.

Geraldine Meyer



Conosco e apprezzo Roberto Saporito dal 1999, anno di fondazione del Foglio Letterario, pure se con la mia casa editrice non ho mai pubblicato un suo romanzo ma solo racconti all’interno della rivista e di antologie tematiche. Siamo stati insieme nel gruppo di autori che un grande talent-scout come Luigi Bernardi ha portato nella squadra di Perdisa Pop, un tentativo di fare qualcosa di nuovo nell’asfittico mondo editoriale italiano. Il caso editoriale dell’anno, un romanzo contro il mondo editoriale, lo feci pubblicare da Anordest, realtà nella quale credevo ma che si è rivelata modesta e fallimentare. Adesso ritrovo Saporito alle prese con un racconto noir veloce e graffiante, edito dalla cagliaritana Arkadia nella collana “Sidekar”, strutturato in capitoli brevi e incisivi, impaginato tra dialoghi e concise descrizioni, ambientato tra Roma, Torino, Pisa e la zona dove vivo (San Vincenzo, Baratti e Piombino).

In COME UNA BARCA SUL CEMENTO (110 pagine; 13 euro), la narrativa dello scrittore di Alba non è cambiata dai tempi di Harley Davidson (piccolo successo di Stampa Alternativa, altro mitico editore che abbiamo frequentato insieme): usare il noir per raccontare la società che cambia, la psicologia umana, il rapporto tra un uomo e una donna. Protagonista del racconto – di questo si tratta più che di un romanzo – è un professore cacciato dalla scuola pubblica per oscuri motivi (si capirà alla fine ma non spoileriamo) che si ritrova a fare il guardiano di barche a San Vincenzo e si mette a caccia di vecchie fiamme giovanili che a suo tempo non è riuscito a portarsi a letto. Verranno fuori tutti i lati oscuri del protagonista ma anche delle donne con cui viene a contatto, soprattutto la prima, depressa e maltrattata da un marito che non farà una bella fine. Non aggiungo altro. Il libro ha il ritmo di un giallo e la profondità di un noir, si legge in meno di un’ora, ché lo stile di Saporito – avvolgente e intrigante – cattura il lettore e non gli consente di abbandonare la lettura fino alla parola fine. Consigliato anche per chi cerca in un libro qualcosa di più di una storia ben scritta, perché tra le righe di un racconto strutturato per immagini, come se fosse una sceneggiatura, viene fuori tutto il lato inquietante della natura umana.

Gordiano Lupi



Rosario Palazzolo: «Provo a sfidare la realtà, mi piace indagare cattivamente sulla normalità altrui»

Libri e Fumetti Il drammaturgo, regista e attore palermitano è tornato alla letteratura con “La vita schifa”, edito da Arkadia, in uscita il 23 gennaio, di cui pubblichiamo per gentile concessione dell’editore il primo capitolo. Palazzolo “disegna” «un uomo fragile e al contempo potente, con una lingua vulcano carica di neologismi, solecismi, deformazioni ritmiche, una lingua scotennata dall’insopportabile medietà linguistica della lingua, in cui l’ironia e la sciagura propongono il medesimo racconto». Presentazione il 26 gennaio al Biondo di Palermo.
Si immagini un uomo che “agisce” per neologismi, che totalmente diserta le forme della dialettica, della lingua, dell’esposizione e ancora le retoriche, i contrappunti, i segni che sono lettere, stanghette scritte. Tutto ci appare nuovo o lo additiamo con sberleffi. Adesso si realizzi che così non è. La persona in questione non è un ignorante né un gretto, forse sarebbe meglio dire non è grezzo. Un uomo che diserta da qualunque tipo di phoné voce, suono, rumore che anche inconsapevolmente produciamo ma anche da qualunque tipo di sovvertimento con capriole di filosofia sulla scia di wittgeinsteiniana memoria. E nuovamente, in questo disertare, sapere che tutto ciò che appare strano, a tratti divertente sino all’esasperazione, è distopico.
Ha un carattere cattivo, così come lo stesso ci ha detto: «Del resto è un fatto abbastanza risaputo. Che io abbia un cattivo carattere. Lo dicono quelli che non mi conoscono, ne sono certi coloro che mi conoscono bene». È il drammaturgo, scrittore, regista e attore palermitano Rosario Palazzolo, che mi ha esaltato nell’intervista che segue, ma ancor di più nella lettura e rilettura, verso un nuovo plasmato verbale, de La vita schifa che vedrà luce il 23 gennaio prossimo per i tipi di Arkadia Editore nella collana Sidekar, curata dalle gemelle Ivana e Mariela Peritore. Quest’ultime accompagneranno l’autore alla prima nazionale del libro che si terrà domenica 26 gennaio alle ore 11.30 alla Sala Strelher del Teatro Biondo di Palermo. Converseranno con lui la scrittrice Beatrice Maonroy, Marco Bernardi e il regista Giuseppe Cutino.
Palazzolo, noto al grande pubblico per la sua straordinaria attività teatrale, senza dimenticare il cinema – nell’ultimo film di Marco Bellocchio, Il traditore, interpreta il ruolo di Giovanni De Gennaro, funzionario della PS che convinse il boss dei due mondi Tommaso Buscetta a collaborare -, non è al suo esordio letterario ma potrebbe esserlo: il nuovo incombe dove il protagonista Ernesto Scossa rappresenta tutte le contraddizioni che nei luoghi comuni è data per una carenza di fermezza e personalità decisa. Forse.

L’autore, infatti, “disegna” «un uomo fragile e al contempo potente, con una lingua vulcano carica di neologismi, solecismi, deformazioni ritmiche, dove l’asintatticismo di facciata nasconde leggi rigide e incontrovertibili, una lingua scotennata dall’insopportabile medietà linguistica della lingua e anche una lingua disponibile all’orrore, al fallimento, all’incomprensione, una lingua in cui le virgole smettono di essere virgole e divengono interpunzioni emotive, sequenziali, e in cui l’ironia e la sciagura propongono il medesimo racconto, abbastanza divertente, moltissimo pauroso, e pure un lingua che fatica per essere vera, impiantata come un microchip nella coscienza intima del protagonista, e perciò superfalsa, che fa del disagio per il neoreale una prodigiosa contingenza della realtà, e insomma una lingua che mira alla forma per risolvere il contenuto, e per questo pretestuosa, soprattutto, e soprattutto presuntuosa».
Quando mi ha così racchiuso in poche parole la sua idea di partenza, parole che ho sentite come una mitraglietta di conflitti e contraddizioni, mi sono interrogato: “se gli dico che mi ha stupito, potrebbe mandarmi al diavolo e allora non glielo dico”. In in dei conti io voglio raccontare La vita schifa di Rosario Palazzolo, e qui l’opera è scritta sì da lui, ma diventa di chi la assorbe. Poi torno sui mie passi e allora sento forte la necessità di fargli tante domande sul teatro: Ciò che accadde all’improvviso; I tempi stanno per cambiare nel 2007, con Luigi Bernardi, Ouminicch’ sempre nel 2007, ‘A Cirimonia (2009), Pinuocchio (2010), Manichìni (2011), Portobello never dies nel 2015, che si è guadagnato il “Premio Napoli Teatro Festival”, o Samantha Vs – Sciagura in tre mosse, che comprende gli spettacoli Lo zompo, Mari/age e La veglia, trilogia prodotta dal Teatro Biondo Stabile di Palermo. Con Letizia forever del 2013, che ha scritto e diretto, si è aggiudicato il “Premio Teatri di Vetro e MarteLive”, spettacolo che ha superato le 150 repliche.

Del Palazzolo scrittore, che nel 2006 vince il “Premio Lama & Trama” con il racconto A N., ci sono tracce importanti con la novella L’ammazzatore del 2007, e due romanzi del 2010 e 2013, rispettivamente Concetto al buio e Cattiverìa. Alla domanda su che effetto possa fargli essere in un firmamento di premi mi ha risposto che «È un tema freddo, quello dei premi. Che non mi entusiasma nemmeno un po’. Però se mi premiano so essere contento». Non gli ho creduto e allora, data la valenza straordinaria de La vita schifa ho incalzato con un’altra domanda, con l’ambizione di farlo cadere nel mio tranello, gli ho chiesto pertanto per chi lo ha scritto, e la risposta mi ha ammutolito «Per le mie colpe, che non intendo confessare». Non certo di riuscire ad incrociare curiosità del protagonista Ernesto con l’autore Rosario, ho iniziato una carrellata di domande, sognante di trovare coincidenze volute.

Rosario, cosa ti ha spinto a scrivere di questo tema?
«L’amore per l’impossibilità, e il disprezzo per le attenuanti».

E perché hai voluto scriverne? «Perché m’interessano parecchio le voci. E lo stile. E la complessità. E la leggerezza. Perché non sono uno scrittore tipico, e del resto non credo nemmeno esista, lo scrittore tipico, se esiste è perché autoesiste, e allora scrive le cose più tipiche che potremmo immaginarci da uno scrittore tipico. Perché le storie mi servono per dissacrare la realtà, non certo per risolverla. Perché mi piace indagare cattivamente sulla normalità altrui, ma solo per poter sfoderare le mia. Perché mi piace il lettore atletico, che sappia correre, e perdersi. Ma anche ritrovarsi. Perché propendo per un destinatario responsabile, magnifico e coraggioso. Che bisticci un po’ con la mia opera, e perda o vinca. Perché credo che viceversa la scrittura non avrebbe motivo di esistere. Perché amo i giochi ingegnosi, pieni zeppi di trucchi, di soluzioni prodigiose e rischiosissime. Perché provo a sfidare la realtà. Perché sono soltanto un maldestro simulatore».

In tre aggettivi, come racconteresti La vita schifa?
«Funambolico, ironico, disperato».

Per Arkadia Editore nella collana Sidekar, dunque questo tema, che è il trionfo del godimento del cambiamento che mai è avvenuto perché è lì palesato. Nelle precedenti pubblicazioni a cosa ti sei ispirato?
«Ho scritto una novella (L’ammazzatore, 2007), e due romanzi (Concetto al buio nel 2010, e Cattiverìa nel 2013). E per ciascuna opera credo l’ispirazione sia stata la medesima, poi declinata in storie differenti. E l’ispirazione è questa: il mio cattivo carattere. E del resto è un fatto abbastanza risaputo che io abbia un cattivo carattere. Lo dicono quelli che non mi conoscono, ne sono certi coloro che mi conoscono bene. Non è che sono proprio intrattabile, intendiamoci: non ho mai picchiato nessuno, le mie parole solo raramente sono offensive e quasi mai con le persone sbagliate; non ricordo affatto perché il tale mi è insopportabile e non per questo fingo di non conoscerlo. Pesto piedi, mani e ideologie alla rinfusa, senza interessarmi troppo di chi e che cosa, solo per il gusto di scovarne una qualche genuinità, e comunque chiedo sempre scusa, dopo. Ho un sarcasmo indolore, insapore, inodore, ma solo per gli stupidi, tutti gli altri mi odiano proprio per questo. Non puzzo, ma ugualmente non sono favorevole agli abbracci gratuiti. Non amo i segreti, i saltimbanchi, le donnine in tutù. Non ho pazienza per quelli che si ricordano tutto, sebbene mi piacerebbe assumerli; e odio i presentatori, gli adulatori, i sismologhi e la carta stagnola, ma non mi privo di nessuno di loro, se no smetterei di odiarli e sarebbe un peccato. Tifo per la rabbia, quella di chi è in grado di gestirla; e non sopporto i sereni, i pacifici, i senza macchia, soprattutto i senza macchia. Mi è ostile qualsiasi tipo di psicologia, specialmente quella interrogativa; so chi sono, cosa voglio, cosa vorrei e cosa non avrò mai, e riesco a osservare tutte queste cose con il dovuto distacco, con il dovuto sogghigno, con il dovuto bruciore. Ho l’occhio vivo – come si dice da queste parti –  e nulla sfugge al mio inesorabile giudizio, e non faccio feriti, perché odio pure i feriti. Mi fanno schifo i lacrimevoli, gli esterrefatti, i consolatori; e faccio incetta di maledizioni, lo sanno bene quelli che provano a scagliarmene di nuove. Amo la contraddizione, alla follia, per cui potrei scrivere il contrario di tutto quello che ho scritto, qui come altrove, e ne proverei il medesimo piacere; quindi, sebbene non sia d’accordo con loro, credo che abbiano ragione, i tutti: ho davvero un pessimo carattere, senza il quale non avrei scritto un solo rigo».

Come sei approdato nella collana Sidekar di Arkadia?
«Conosco Mariela Peritore da qualche anno. La stima che provo per lei mi ha fatto decidere di inviare il manoscritto. Poi ho conosciuto Arkadia, tutto il suo meraviglioso staff, e il mio cuore ha palpitato».

Paradosso a ritroso: dal libro al teatro e al cinema come vi approda Rosario Palazzolo in quest’ultimi due?
«Il teatro è stato un dirottamento necessario, e del resto ancora lo è; il cinema, invece, una breve crociera che mi sono concesso, visto che mi pagavano il biglietto».

Hai studiato o sei un “indipendente” che ha dopo studiato recitazione?
«Non ho mai studiato recitazione. Perlopiù l’ho adoperata».

Maestri?
«Uno su tutti: Luigi Bernardi».

Da giovane, o da bimbo meglio ancora, avevi questo progetto di vita dedita all’arte? «Non proprio. Sono piuttosto pigro, ho lasciato che le cose accadessero».

Il tuo rapporto coi premi mi hai detto essere un tema freddo, che non ti entusiasma nemmeno un po’, che però se ti premiano sai essere contento: e con gli encomi ricevuti sino ad oggi?
«Io e gli encomi abbiamo un rapporto burrascoso. Diciamo che ne ho avuti anche troppi per uno che fa di tutto per non riceverne».

Una curiosità: il ruolo di Giovanni de Gennaro nel bel film Il traditore di Bellocchio, come ti ci sei “calato”?
«In un modo che non avevo mai sperimentato: la sottrazione».

Interessante, anche troppo. Concedimi una domanda #off. Il calcio fenomeno socialmente enorme in Italia: per chi e se tifi?
«Tifo per il Palermo, ma senza troppi struggimenti».

E adesso un’ultima campanilistica. Palermitano tout-court dunque, riconosci che si dice arancino o ti batti per arancina?
«Preferisco la pizza».

Salvatore Massimo Fazio



Il pianeta Ork torna a parlare di libri dopo la pausa natalizia e, coi suoi tempi, riemerge da un flusso di riflessioni in cui, al solito, i libri ne costituiscono più che lo spunto, fornendolo, quest’ultimo, la vita stessa e i suoi accadimenti, l’alimento, quell’angolo di mansarda, ideale e salvifico, in cui sono custodite le parole con cui dare forma ai pensieri non ancora definiti e la maturità successiva che è digestione di quell’alimento, trasformazione, ricaduta nel mondo reale, laddove i pensieri entrano in quello spazio fino a scendere ai piani bassi.
Quel collegamento tra vita e libri senza cui Ork non avrebbe il suo senso, quel filo sottile che non solo mette in comunicazione piani alti e basso reale, mansarde e cucine, ma si fa linguaggio che risente del libro medesimo per raccontare una storia nuova, un tassello di crescita, una maturità in divenire in un’accezione che è un accordo quasi musicale ed estetico con l’autore, con chi ha aiutato che l’aria diventi alimento e circoli e lo ha fatto in modo estremamente proprio, a tal punto da meritare di trovare ingresso nell’intima sfera del nostro pianeta.
“L’anno che Bartolo decise di morire”, di Valentina Di Cesare, edito da Arkadia, è il perfetto ingresso al nuovo anno per noi che non abbiamo più vent’anni e facciamo i conti con la fatica di una sistemazione esistenziale dentro cui sarebbe comodo stare lasciando fuori tutte le inquietudini di un tempo e di una generazione di cui sono il segno distintivo, è il pane e il vino, la mensa dei semplici di fronte all’inutile abbondanza, la semplicità di un pasto frugale e, intorno, gli eccessi del mondo, l’origine di tutto e il presente che si oppongono alle ansie del futuro, un ritorno necessario e un passo avanti ineluttabile, la difficoltà di tracciare la linea retta di un’ipotetica coerenza, il crollo delle giovanili certezze e l’ortodossia che genera morte in un’incompatibilità che non è solo il caotico magma in cui si traduce l’esistenza, ma una militanza ideologica e idealistica che fa i conti con la miseria umana e l’urgenza di trovare una via per continuare ad esistere.
Bartolo, custode di un museo d’arte, è l’emblema, volutamente indefinito in sé, di una coscienza che passa attraverso le vite altrui, di cui necessita per un fisiologico processo di mantenimento nel confronto: quelle di Lucio e di Vito, di Giovanni e di Renzo, di Roberto e del maestro Nino, una voce fuori dal coro, più intima che esterna, un Grillo parlante di un Pinocchio cresciuto, di un burattino che, assunte le morbide fattezze di un bambino, fa i conti con la durezza della vita e non sa cosa opporre fuori dall’evangelico sguardo incompreso e calpestato.
Non è casuale che l’identità di Bartolo venga saggiamente tracciata in forma indiretta, attraverso vicende altrui o passaggi nei quali egli è nella relazione, nell’ascolto, è testimone di nozze o destinatario di una lettera di addio, è il punto fermo di un mondo che cambia, è l’inossidabile resistenza alla vita che passa e che fa marcire le idealistiche spinte giovanili, che spegne i moti universali e chiude l’individuo in se stesso, gli preclude il desiderio o glielo limita a una dimensione utilitaristica e insensata.
Quanto questa vita che semina morte sia, poi, la vita e non chi ci è dentro è la riflessione immediatamente successiva sollecitata dall’evidenza racchiusa nell’esistere di Bartolo in funzione dell’altro: non solo, dunque, chi siamo noi fuori dallo spazio dell’altro, ma anche quanto siamo responsabili di un disadattamento indotto dall’agire esterno. Se l’altro cambia e cambia diversamente rispetto a noi, fermo restando che tutto scorre e nulla ne è esente, cosa ne è di ciò che siamo stati? Se il parametro esterno si inverte e io rimango fermo a un punto passato che porto, magari rinnovato, ampliato, al presente, che ne sarà di noi, di me e di quel punto fuori con cui ho condiviso tanta parte della mia esistenza? Andrà a rotoli ciò che è stato? Morirò? Moriremo in quelle forme pregresse? E cosa avremo dopo in cambio?

Bartolo non è Vito che è nelle scelte familiari, nella dipendenza da un padre che decide per lui, non è nella sua subordinazione agli eventi, nell’assenza di desideri; non è Giovanni, la linearità di un percorso tradita da un amore non rincorso tanto quanto avrebbe meritato, non è nel matrimonio di comoda apparente stabilità con una donna diversa da quella amata e non è nella “scarsa dimestichezza coi suoi fantasmi” che, invece, lentamente in Bartolo si fanno strada, nelle incomprensioni e nei silenzi, nella vacuità delle cose in cui non riesce più a galleggiare, tramutandosi essa in una liquidità da cui non resta che lasciarsi sommergere se Lucio, rispetto a cui Bartolo è, senza bisogno di non essere, decide che la partita della vita non ha più senso giocarla, se vieni licenziato e ripartire non ha più, per età e disillusione, il gusto della sfida, ma il sapore amaro della sconfitta.
E, qui, il riferimento si fa specifico, passando il registro da una dimensione atemporale e universale ad una storicizzata, legata ai tempi, a quello presente che, dimentico di ogni conquista di civiltà, spazza via ogni diritto e impone la forza di reinventarsi, ma anche quella riflessione fondamentale, nei limiti in cui non degeneri in un assolutismo negatorio, per cui il lavoro, che è fonte di sostentamento e potenziale e parziale latore di dignità, quando negata dalla storia individuale, non siamo noi: noi siamo chi portiamo, anche laddove le nostre azioni hanno una funzione a cui corrisponde uno scambio economico che ci tiene dentro un portone, piuttosto che nell’angolo freddo di una strada.
La voce di Bartolo è giunta su Ork dopo quella della sua autrice, ascoltata in uno strano e confuso sabato pomeriggio a Bologna. La sincera semplicità con cui ha raccontato la sua creatura è stato il più bell’incentivo a leggerlo prima di altro, unitamente a quegli accadimenti che ci dirottano su un autore, piuttosto che su un altro.
La crescita, i rapporti con il passato, le perdite, la fatica di agganciare il passato al presente sono, così, diventate le tappe inevitabili di un percorso a bivi in cui è assai difficile giudicare, trovare una verità facile a cui aggrapparsi per sentenziare e andare via dalla scena delle relazioni giovanili leggeri e senza “colpe”. Il punto di frattura è l’altro o siamo noi? È l’altro che è cambiato o siamo noi che, radicati alle certezze con cui siamo cresciuti, non sappiamo stare nel divenire delle cose e ci chiudiamo al mondo? E se la verità, ammesso che ne esista una, fosse nel punto di convergenza tra quello che l’altro non è più e ciò che noi non siamo ancora?
E, dunque, è facile comprendere come la morte del titolo sia una storia complessa, un luogo ipotetico in cui lo smarrimento di Bartolo di fronte agli amici, che, alla morte di Lucio, reagiscono quasi fossero fuori dall’impeto emotivo della vita, è il principio di una fine, la cui natura lasciamo che siano i lettori a scoprirlo.
Ci preme fare un’osservazione che troviamo peculiare e che coinvolge la voce dell’autrice e la casa editrice che ne ha sostenuto il talento in un’unità meta-geografica che congiunge l’Abruzzo, terra di origine di Valentina Di Cesare, alla regione sarda dell’editore fino a decretare uno stile che attinge al passato per farne una lingua con cui raccontare il presente in un neorealismo che concede poco al bisogno di toccare corde emotive che non siano quelle offerte dalla storia e dagli incastri degli eventi: è una terra senza nome quella di Bartolo, un po’ come lui agli esordi di questa avventura, ma è una terra forte, che risucchia, che vive dell’abitudine alla gravità delle vite che la popolano, quasi si potesse esistere solo nel lamento greve per una mancanza, un’assenza, nel lutto, in chi va via, nella partenza e nella disfatta, una terra antica che potrebbe essere l’Abruzzo o un sud d’Italia o un angolo di Sardegna, fuori dal sole delle coste e dentro le maschere scure che sono lo sguardo più sincero di quello che siamo prima dell’irruzione degli Issohadores.
Mentre sistemiamo la nostra posizione e la spostiamo costantemente, Bartolo resta qui, in questo principio d’anno: aiuta a decifrare conflitti e compare al nostro fianco tutte le volte in cui chiudiamo e basta, senza farci domande, sostiene la riflessione e ci conduce verso l’altro con la voce di Valentina.

Mindy



“Per me scrivere significa dar voce alla parte più profonda di me”. Intervista allo scrittore Giovanni Agnoloni

Ho conosciuto Giovanni Agnoloni in occasione dell’intervista che gli feci per Toscanalibri.it, relativa al Connettivismo, la corrente letteraria alla quale era ascrivibile il suo romanzo distopico “L’ultimo angolo di mondo finito” (Galaad Edizioni, 2017). Da allora ho seguito con interesse i numerosi eventi e le pubblicazioni di questo giovane scrittore di narrativa e saggistica, che è anche traduttore dall’inglese, dallo spagnolo, dal francese e dal portoghese e conosce correntemente anche il polacco. È indubbiamente un autore poliedrico, ma soprattutto un poliglotta e globetrotter, visto il suo amore per i viaggi e per i paesi del Nord Europa. Dice di sentirsi felice in Irlanda, è vissuto a lungo in Polonia, è di casa in Germania, ma vive a Firenze, a cui lo unisce un filo sottile eppure indissolubile. Forse per questo, il suo ultimo romanzo “Viale dei Silenzi” (Arkadia Edizioni, 2019) vede protagonista un uomo inquieto che si muove tra Polonia, Irlanda e Germania, nel tentativo «irrimandabile» (p. 10) di lasciare Firenze.

Viale dei Silenzi – Il romanzo si innesta sulla ricerca del padre, una figura evanescente eppure sempre presente nella mente dell’io narrante, così tanto che, persino inconsciamente, diviene punto di riferimento di ogni sua azione: «La scrivania, che spiccava col suo dignitoso marrone sull’indaco pallido della carta da parati, era in ordine: il portatile, il mio taccuino degli appunti, una penna. Non avevo mai perso l’abitudine di scrivere prima a mano. Era una necessità fisica, di contatto con le cose. Mi aiutava a sentire che la realtà era ancora solida, che il macrocontenitore in cui mi muovevo in cerca di un significato non era prossimo a sfaldarsi in un’entropia di calcinacci. Così, con una gradualità costante, quel libro era venuto prendendo forma. Un romanzo che avrebbe dovuto riguardare tutt’altro, ma che aveva finito per parlare di te. O forse con te.» (p. 9). E, come il dialogo col padre è pressoché inevitabile, altrettanto appare esserlo la presenza di Firenze, città rifuggita, le cui continue epifanie rendono questo romanzo affascinante per la capacità di rendere protagonista tutto ciò che si desidererebbe eludere. Forse per questo, a mio avviso, “Viale dei silenzi” è una quest avvincente, un tentativo di ritrovare se stessi attraverso la figura paterna e di sentire l’appartenenza alle proprie radici in un altrove – Polonia, Irlanda, Germania – conosciuto e amico, quanto straniero e distante dalla propria città che instancabilmente e immancabilmente continua ad apparire, improvvisa e imprevedibile, agli occhi dell’autore.

L’intervista

Giovanni, che cosa ha rappresentato per te scrivere “Viale dei silenzi”?

 È stata un’esperienza nuova rispetto al passato, perché si tratta del mio primo romanzo – parlando almeno di quelli editi – totalmente realistico, nel senso di “privo di aspetti distopici”. Nello scriverlo mi sono però reso conto che addentrarsi nei territori della memoria significa misurarsi con una serie di “demoni” – da intendersi sia in senso negativo, sia, socraticamente, come tramiti verso una comprensione più alta e complessiva delle cose – che appartengono a questo mondo, ma in realtà vanno anche oltre, se non altro nel senso che scendono nel nostro profondo. Con tutto ciò, come ho specificato nella pagina finale dei ringraziamenti, questo non è un romanzo autobiografico, perché, pur prendendo come spunti alcuni luoghi e momenti che ho vissuto e conosciuto personalmente, tratteggia una vicenda familiare del tutto altra da me. Ma certo ripercorrere nella finzione letteraria luoghi per me fortemente significativi come Varsavia, Berlino e Dublino è stata un’emozione speciale. Come guardarsi in uno specchio dopo tanto tempo e scoprirsi profondamente cambiati – tanto da non essere più “sé”, ma i personaggi e gli ambienti che formano la storia.

Chi è il lettore ideale di “Viale dei silenzi”?
Bella domanda. Mi verrebbe da rispondere “chiunque”, perché spero che lo leggano tutti. Ma cercherò di essere più preciso. È un libro che unisce le caratteristiche di una storia avvincente con i tratti tipici di un romanzo psicologico. Ed è scritto – come peraltro tutte le mie cose – con una mano che cerca di dosare semplicità e lirismo, per cui utilizzo sì espressioni poetiche, ma senza lasciar mai che prendano il sopravvento. Protagonisti devono sempre rimanere i personaggi, la storia e i luoghi. Perché, come giustamente ha detto lo scrittore Paolo Ciampi, co-direttore della collana “Senza rotta” che ospita il romanzo, questo è un libro di luoghi. I luoghi sono veri personaggi, che esplicano tutta la loro energia e la forza delle loro atmosfere. Per cui lo si può senz’altro considerare anche un romanzo di narrativa di viaggio, peraltro arricchito dalla presenza di una componente “investigativa” (o per lo meno di ricerca) che, se non lo rende un giallo in senso stretto, potrà sicuramente farlo amare pure dai fan di questo genere.

Può la scrittura essere ancora oggi un mezzo per raggiungere la parte più vera e più profonda del sé?
Assolutamente sì, come del resto ogni forma d’arte. Per me scrivere è sempre stato un momento essenziale di scavo interiore – e ripeto, non nel senso che nei miei libri parli di me, ma che quello che scrivo corrisponde ai percorsi di autoconoscenza che sto seguendo. Del resto, studio anche chitarra classica col Maestro Ganesh Del Vescovo, grandissimo compositore e cultore del suono, che mi ha permesso di addentarmi ancor più a fondo nelle potenzialità che questo ha di metterci in sintonia con la parte più intima e autentica di noi stessi, il Sé, appunto. Al contempo, sono da anni un fruitore della medicina olistica e vibrazionale, che ha come obiettivo la ricerca della salute attraverso l’individuazione e la realizzazione della vocazione più autentica della persona, e quindi il desiderio da attuare per la vita, che è appunto espressione del Sé. Quindi per me scrivere è sempre stato, ed è principalmente oggi, una ricerca artistica volta a dare voce alla parte più profonda di me, qualunque sia la forma esteriore che le mie storie assumono.

Serena Bedini



Sì, non c’è dubbio né altra definizione possibile o accettabile, è un vero e proprio brulicame quello che ha dinnanzi agli occhi. Un brulicame di volti assenti. Di visi disperati. Una fila interminabile di omini. Per giunta vestiti male. Ma certo di questo si deve dare colpa, per ognuno, alla rispettiva signora. Con loro lui non ha nulla a che spartire. Non lo conoscono. È alle poste di Porotto solo e soltanto per l’ennesima multa. La motivazione? Eccesso di velocità, in assoluto una fra le più banali. Le multe, se vengono pagate entro pochi giorni, costano leggermente meno. In realtà però lui pagherebbe anche il doppio se questo significasse poter evitare del tutto di recarsi all’ufficio postale. Suppone tuttavia che ci sia un metodo alternativo, ma va detto che la sua indomita pigrizia è tale che non ha la benché minima voglia nemmeno di mettersi a cercarlo. D’altro canto all’epoca è convinto di conoscere moltissime cose, anzi, di saperne già a sufficienza. Fatto sta che, proprio in quel momento, in quel contesto, in quella situazione, prova un assurdo e irrefrenabile desiderio: quello di mettersi a urlare in mezzo a tutti l’intero elenco dei nomi degli imperatori romani…

Giovane docente di italiano appassionato per sua stessa ammissione di musica (è cantautore), Fante, Moretti e Lynch, e non si fatica affatto a crederlo leggendo la sua prosa che, semplice ma compiuta, profonda e pluristratificata, è ricca di riferimenti, rimandi, reminiscenze e connessioni a molteplici discipline, Mattia Bortesi è originario di Sermide e Felonica. Si tratta di una località nell’estrema propaggine del Mantovano, provincia lombarda nelle cui scuole medie l’autore, dottore in Italianistica, insegna, tra Veneto ed Emilia-Romagna, dove organizza eventi letterari, una località lungo il grande fiume Po che Mario Soldati percorse anche dal punto di vista gastronomico con la sua inchiesta che rese celeberrima, tra l’altro, la salama da sugo. E il salame c’è anche nel titolo di questo bel romanzo di formazione, divertente, trascinante, pungente, credibile, esilarante ma anche dolente: il protagonista, di cui non sappiamo il nome, ma non è importante, perché è l’archetipo di una generazione alla quale è stato interamente sottratto il futuro, è un inetto, un inadatto alla vita, abita a Ferrara, in periferia, è convinto che a breve diventerà una star del pop e nel frattempo la sua esistenza è un continuo inanellare assurdità, illusioni, speranze frustrate, ironia involontaria, tra un bicchiere di vino e una birra, senza nemmeno la compagnia di qualche amico al bar con cui parlare di anarchia e di libertà, come cantava Gino Paoli. Un giorno però all’orizzonte spunta la bibliotecaria, Margherita, e forse per l’eterno bambino è arrivato il momento di diventare un po’ meno precario e finalmente adulto, almeno dal punto di vista emozionale e sentimentale.

Erminio Fischetti



Essere il combustibile degli incendi: l’ultimo romanzo di Roberto Saporito

Come una barca sul cemento

Fai il tuo giro armato di torcia e sfollagente, nel silenzio macchiato di arancione dalle luci che illuminano il deposito, che trasformano le barche in immobili e spettrali e silenziosi esseri mitologici. In fondo ti piace questo lavoro, ti piace che non ci sia nessuno oltre a te, ti piace l’idea che in fondo non devi fare niente, solo “esserci”. (p. 44)

Mentre scrivo mi vengono in mente almeno tre modi per fuggire dalle situazioni: emotivamente, chiudendosi a riccio per evitare di restare coinvolti dagli eventi; spazialmente, allontanandosi fisicamente da ciò che non si vuole affrontare; temporalmente, rifugiandosi – figurativamente, s’intende – in un’epoca diversa rispetto a quella in cui si vive, ossia facendosi cullare da ciò che è stato o proiettandosi nel futuro elaborando nuove prospettive.

Il protagonista del racconto lungo di Saporito, per fuggire da una normale vita a Roma durante la quale svolgeva un prestigioso incarico come professore universitario, perso per motivi che solo nel finale vengono rivelati lasciando un senso d’inquietudine non sopito, opta per un cocktail letale di tutti e tre: evita i contatti umani andando a lavorare come guardiano notturno in una rimessa per barche, rifugiandosi lontano, in un piccolo paesino sperduto in Toscana, e soprattutto prende a contattare tutte le ragazze – ormai donne – con le quali non è riuscito a concludere nulla quand’era giovane: «Tutta una serie di madeleine che hai deciso di andare a cercare, senza un vero motivo scatenante, o comunque non a livello conscio, ma una cosa che vuoi per forza fare, cioè vuoi ritrovare tutte le donne con le quali avresti voluto fare sesso» (p. 11).

Ma se il passato è un luogo caldo, morbido e comodo come un letto pieno di coperte durante un gelido mattino invernale, un luogo che sa cullare e allontanare gli spettri del presente, è pur vero che è anche il luogo delle insidie perché ciò che è stato non è più, è ormai cambiato e perduto, nonché trasfigurato: il ricordo è un Giano bifronte, qualcosa che sa accendere le passioni e cancellare le paure, ma anche edulcorare e ingannare. E soprattutto, se ciò che è stato non è più, qualcosa deve aver riempito quel vuoto di trent’anni che nel frattempo è passato, e chi lo sa quanto orrore, quante schifezze, quanto male può aver colmato una così ampia distanza temporale.

Così, senza desiderarlo troppo ma anche senza negarlo, questo ex professore che ora è un guardiano notturno si ritrova immerso nelle vicende oscure delle due famiglie di due diverse donne: ci entra di prepotenza, senza chiedere permesso, porta scompiglio come solo sa portarlo chi ha una vita irrisolta e nessun affetto da rischiare, chi è solo con i propri spettri e se ne può fregare della desolazione che porta nelle vite degli altri. Le uniche paure sono per se stesso, ma d’altronde si può sempre sparire di nuovo, si può sempre fuggire verso altri lidi, si può sempre distruggere altre esistenze. È quello che accade a chi non sa fermarsi.

Ciò che resta, alla fine di questa triste storia, è un senso di inquietudine, magistralmente costruito in poche pagine che scorrono come fotogrammi di un corto – non c’è tempo di entrare nei dettagli, le cose capitano, le cose entrano ed escono dal campo visivo e vanno raccontate prima che diventino passato stantio, vanno raccontate ora che sono presente; ma resta anche un senso di pericolo che si può avvertire quando ci si fa troppo vicini a qualcuno che si percepisce non come malvagio, ma deleterio. È una sensazione strana, dura un istante appena, abbastanza per dirci che quella persona lì va evitata.

Come una barca sul cemento è la storia di chi dovrebbe andare e restare lontano da tutti perché per propria natura sa portare solo sventure; è la storia di chi non è l’accendino che dà fuoco alle cose bensì piuttosto la benzina sparsa su mobili e tappeti. È un bel racconto lungo, reso imperfetto da qualche vicenda che sembra essere stata inserita per dare un tocco più cupo all’atmosfera (penso alla storia del bambino scomparso) ma che risulta fuori luogo in quanto tocca solo in modo tangenziale gli eventi centrali del libro.

Per il resto, promosso in pieno.

David Valentini



L’ambasciatore delle foreste – Paolo Ciampi

Non è facile introdursi nella vita di un uomo appartenuto ad un’epoca passata, raccontarla, risparmiarla dal proprio giudizio di uomo moderno. Bisogna entrare in punta di piedi, osservarne ogni sfaccettatura, comprenderne i perché.

Paolo Ciampi si imbatte casualmente nella storia di George Perkins Marsh e con “L’ambasciatore delle foreste” (Ed. Arkadia, 2018) realizza un ritratto sincero e affettuoso di questo personaggio importante, stranamente poco noto. Nella biografia redatta da David Lowenthal, Perkins Marsh viene definito “Profeta della Conservazione”. Ciampi declina questo appellativo facendoci avvicinare a colui che divenne il padre dell’ecologia, quando questo termine ancora non aveva un significato concreto.

George, così amichevolmente chiamato dall’autore, nacque il 15 marzo 1801 a Woodstock, nel Vermont, a stretto contatto con i boschi. E i boschi lo accompagneranno sempre nella vita, in un modo o nell’altro. 

 “Un bosco vicino è come un libro da tenere sempre sul comodino, per ciò che ci può insegnare. Il senso del tempo, per esempio. Oppure la responsabilità nei confronti di questa vita e insieme la possibilità di una vita diversa.”

Non eccelse negli affari, registrando svariati fallimenti. Malgrado un’esistenza percorsa da lutti e difficoltà, prestò un onorevole servizio come diplomatico in rappresentanza degli Stati Uniti prima a Istanbul e poi in un’Italia appena nata, proprio mentre la sua terra si immergeva in una lacerante guerra di secessione. 

Ma un uomo non è fatto solo da un elenco di eventi o di occupazioni. Difatti George fu un instancabile viaggiatore, dotato di un “robusto appetito per ogni conoscenza” e, incarichi istituzionali a parte, rimase sempre “un acrobata in precario equilibrio. Sospeso tra la voglia di dare il meglio di sé e la voglia di fare altro”, ossia vedere il mondo e le sue meraviglie. 

 “A volte si sceglie, a volte ci si fa scegliere da un luogo di cui […] si intuisce il contorno delle possibilità che offre. Ovvero di un’altra possibilità di essere se stessi.”

Proprio dal suo amore per la Natura e dalle riflessioni svolte durante i suoi viaggi, nel 1864 nacque “L’uomo e la natura. La geografia fisica modificata per opera dell’uomo”. Impressionato dalle avvisaglie di distruzione emerse con l’avanzare del progresso nel XIX secolo, il lungimirante George ribaltò la prospettiva del suo tempo e indagò sulle responsabilità umane nei cambiamenti ambientali.

 “E’ l’apprendista stregone, l’uomo. Disperde spensieratamente ciò che gli è alleato, per scatenare ciò che è destinato a rivoltarglisi contro”.

Paolo Ciampi ci fa capire che, se è possibile definire il valore di una persona in base al contributo che ha lasciato al mondo, senza dubbio Perkins Marsh fu incredibilmente prezioso. La sua opera ebbe infatti un’eco immensa e originò un’attenzione verso la Natura che, nella seconda metà dell’800, si manifestò con la creazione dei primi parchi nazionali degli Stati Uniti. L’influenza positiva non si limitò al Nuovo Mondo, bensì si espanse ispirando numerosi provvedimenti a tutela dell’ambiente nei decenni a seguire, giungendo fino ai giorni nostri. Fu così che ciò che sta fuori acquisì sempre più importanza per il suo legame con ciò che sta dentro, nello spirito, e che per parlare di civiltà divenne imprescindibile il rispetto della Natura.

L’autore non nasconde il proprio punto di vista e conclude il quadro con un invito a non seppellire le idee di George, a donar loro concretezza, perché “amare gli alberi significa amare assai più che gli alberi”.

Giulia Suman



Come una barca sul cemento di Roberto Saporito (Arkadia Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

Se Coleman Silk de La macchia umana di Philip Roth veniva allontanato dal suo prestigioso incarico universitario per un’accusa di razzismo, il protagonista de Come una barca sul cemento, nuovo romanzo di Roberto Saporito, il più postmodernista degli autori italiani di questo primo quarto del XXI secolo, vive un’esperienza simile anche se con risvolti del tutto singolari. Forse più simile al Humbert Humbert nabokoviano, il nostro professore di letteratura americana del Novecento è un predatore sessuale che quando viene allontanato dal suo personale parco giochi, inizia a cercare tramite (il temibile e spietato) social network più in voga di questi tempi, le donne del suo passato sfuggite alle sue mire di conquista. Un po’ per passare il tempo, un po’ per sopravvivere alla sua nuova (infelice) vita di guardiano di barche, porta avanti con meticolosa cura la ricerca di queste donne con cui il tempo non è stato sempre benevolo: prima c’è Flavia, vittima di violenze da parte del marito (e qui la storia prende un risvolto noir), poi c’è Linda, scrittrice rampante sempre in giro per l’Italia a fare presentazioni, che gli darà una (inaspettata) seconda occasione. Non voglio dire di più della trama, il romanzo è breve, si legge molto velocemente, i capitoli sono brevi e sincopati, tra autori e libri (da non perdere), riflessioni sul mondo letterario (non solo) italiano, e piccole epifanie su questo nostro mondo ipertecnologico ma ancora ostaggio di un male esistenziale antico che condanna quasi tutti all’infelicità. E l’infelicità sembra essere il convitato di pietra di questa storia in bilico tra l’assurdo e il probabile, tra le occasioni perdute e le ossessioni che sembrano cadenzare un destino tracciato al quale non si può sfuggire. Le storie che ci narra Saporito hanno questa cifra distintiva, sono ritratti amari e straniti di un’umanità inserita in un presente che gli sta stretto. Saporito è un autore elegante e raffinato, colto, dalle molte (buone) letture che trapelano con grazia dalla sua scrittura, conoscitore e appassionato di musica, oltre dell’arte in sé, declinata nelle sue mille facce. Dotato di grande sensibilità, quasi dolorosa, utilizza un registro stilistico rarefatto e minimale, che scolora in una certa universalità che lo rende un cittadino del mondo più che un autore italiano tout court. Molto apprezzata da chi scrive la citazione in esergo di Diario di lavorazione di Sam Shepard, accanto a Don De Lillo, Jay McIrney, Bret Easton Ellis, Jonathan Franzen e il nostro Pier Vittorio Tondelli. Colonna sonora (da ascoltare mentre si legge il romanzo) The Queen Is Dead THE SMITHS.

Roberto Saporito, nato ad Alba nel1962, ha diretto una galleria d’arte contemporanea. Autore prolifico è autore di racconti e romanzi: Harley Davidson (Stampa Alternativa, 1996), che ha venduto quasi trentamila copie, dei romanzi Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013), Come un film francese (Del Vecchio Editore, 2015), Respira (Miraggi Edizioni) e Jazz, Rock, Venezia (Castelvecchi Editore, 2018). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli riviste letterarie. Ha collaborato con “Satisfiction” e, attualmente, scrive per il blog letterario “Zona di Disagio”.



Viale dei silenzi – Giovanni Agnoloni 

Quella di Roberto non è una memoria silenziata da un trauma, ma un nastro che va riannodato. Suo padre è scomparso misteriosamente. Ha lasciato poche tracce, eppure, bastano per iniziare la ricerca. Ma partiamo dalla domanda più semplice che il lettore si porrà dopo aver sfogliato le prime pagine di questo romanzo: chi è Roberto? È uno scrittore girovago, spaesato, in preda al sonno della ragione. Il sonno della ragione non spinge solo alla brutalità, ma può essere legato ai concetti di dissociazione, illogicità, vittoria dell’intuizione. Infatti, noi siamo sempre portati a creare un parallelismo tra Ragione e Logica, due elementi attraverso cui leggiamo il mondo razionalmente. Ciò che accade deve avere un preciso collocamento e tutto quello che non è classificabile viene eliminato. La memoria invece se ne infischia delle regole, non bada alle dinamiche dello spazio-tempo, non conosce l’entropia, non ammette limitazioni. Il ricordo ci assale quando meno ce lo aspettiamo; sfrutta un particolare, un oggetto o un soggetto del presente per riapparire dal passato remoto. Il ricordo, insomma, è il senso della nostra durata, ma qui mi fermo perché non mi va di scomodare Peter Handke. Roberto è tutt’uno con la sua memoria che riemerge all’improvviso. I suoi ricordi sbocciano senza un ordine, senza una logica, infrangendo le regole. Lui va alla ricerca di suo padre seguendo un itinerario emozionale che lo porterà ad attraversare Varsavia, Berlino e l’Irlanda. L’origine di tutto: la Toscana. Da qui prende vita quel nastro da riannodare. Come nei migliori romanzi, che sposano il mito per appartenere alla storia, anche Roberto potrà contare su un filo-guida di una innamorata Arianna, la cui immagine salvifica sarà però macchiata dalla paura del protagonista di precipitare nell’abisso del non senso e dell’oblio.  Certamente, sul romanzo aleggia molto lo stile di un altro grande della letteratura mondiale, ossia, Patrick Modiano, investigatore dell’anima e della memoria nonché cesellatore di personaggi-sospesi. Tuttavia, Giovanni Agnoloni utilizza una scrittura raffinata e ricercata, capace di costruire un personaggio che oscilla tra la fiducia e lo scetticismo in ciò che vede. Ma c’è un altro punto da tenere in considerazione. Roberto deve riannodare il nastro della memoria, quindi, risalire alla causa scatenante che ha spinto il padre a fuggire; inoltre, la ricerca del padre è anche ritorno al totem, quindi, tutto può assumere le sembianze di un intimo regolamento di conti. Ma questo è un altro discorso.

Martino Ciano



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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