Rassegna Stampa


Alessandro Zannoni, Stato di famiglia

Come sapete, non sono grande amico dei luoghi comuni da recensione come i libri che ti strappano le viscere, che intraprendono un corpo a corpo con il lettore, eccetera. Eppure.
Stato di famiglia di Alessandro Zannoni, che inaugura la nuova collana Sidekar di Arkadia, è un libro che colpisce, e che fa male. Un tour de force nel male, direi, in quello che si annida negli angoli bui delle dinamiche familiari.
Nonostante il libro sia corto, stringato, lo ho letto in una settimana, proprio per questa forte componente emozionale-disturbante: inizialmente avevo pensato alle condizioni esterne, evitare di leggerlo se era un giorno cupo, per esempio, ma ho poi scoperto che queste storie fanno esattamente lo stesso effetto, dirompente, di mattina e di sera, col sole o con la pioggia, bevendo caffè o sorseggiando una birra ghiacciata.
Zannoni parte dai fatti di cronaca esemplari di quanto provavo a esprimere sopra, le dinamiche familiari malate: la madre in depressione post-parto, il figlio viziato e fannullone in conflitto coi genitori per i soldi, il marito-capofamiglia violento.
Non abbiate paura dello spoiler, perché ci pensa lo scrittore, costruendo i racconti che compongono Stato di famiglia “a ritroso”, partendo quindi dal finale, dallo scatenamento della violenza, e andando poi indietro nel tempo, di solito poche ore, a ricostruire la causa scatenante, il motivo vero (per dirla coi Baustelle, gruppo di amore e violenza, a sua volta).
Questo semplice accorgimento dà ai racconti la “tonale” della ineluttabilità, della mancanza di qualsiasi speranza, e coinvolge il lettore in una spirale di tensione irrisolvibile, nelle diverse e cupe disperazioni dei personaggi, nelle motivazioni infami eppure, appunto, cogenti, ineluttabili che li spingono a compiere quello che compiono (e che, come detto, è svelato subito all´inizio delle rispettive storie).
Il resto lo fanno la tecnica narrativa, la stringatezza, il ritmo e la lingua, Zannoni riesce quasi miracolosamente a trovare, senza grosse variazioni, senza perdere una certa unitarietà, senza vere e proprie mimesi ad es. dialettali, il registro giusto per ognuno dei suoi personaggi, penso all´ansia pulsante della donna dipendente dalle slot machine, al formidabile gergo giovanilista del ragazzo di cui sopra (sarebbe stato fin troppo facile spalmarci sopra il dialetto veneto, visto il contesto di feste, cocaina, cantieri, famiglie benestanti), alla visione amorosa e quasi lirica del protagonista dell´ultimo racconto, marito fedifrago che si sente stretto in una famiglia che non vuole veramente. Sarebbe stato facile, per molti motivi, cadere nello stereotipo e nel luogo comune, e non succede.
In ultima analisi, un libro di livello molto alto, per lingua, ritmo, “insight”, personalità, straordinariamente alto direi, e anche educativo, un documento perfetto (non dico definitivo, perché sto usando fin troppe iperboli) sul crimine che esplode in famiglia, nelle famiglie contemporanee, per avidità o troppo amore o disperazione, il tutto sempre ai confini del disagio mentale (o direttamente dentro di esso). Sono in effetti cose che succedono perché devono succedere, si conclude, e chi legge i racconti credo capirà la scelta del verbo dovere.

Procuratevelo, nelle dimensioni sintetiche (ma non poteva che essere così) uno dei grandi libri, finora, di questa stagione editoriale.

Marco Patrone



Intervista a Valentina Di Cesare

È uscito questa primavera il secondo romanzo di Valentina Di Cesare, dal titolo L’anno che Bartolo decise di morire (casa editrice Arkadia). Bartolo è un uomo che si sente profondamente solo, malgrado abbia un gruppo di amici apparentemente presenti. Nessuno sembra accorgersi del suo malessere. È un libro sul dolore che resta inascoltato, sull’incapacità di cogliere i segnali di sofferenza e le richieste di aiuto di chi ci vive accanto, sull’inadeguatezza delle relazioni e dell’amicizia al giorno d’oggi. Alla crisi dei rapporti umani fa da controcanto la crisi economica e sociale. La morte annunciata nel titolo a un certo punto arriva (anche se non sarà Bartolo a morire). E a fare i conti con essa è una intera comunità, protagonista nel libro attraverso una galleria di riusciti personaggi maschili, tutti compromessi, tutti trattenuti dall’incapacità di emergere da abissi tanto impalpabili quanto concreti. Un romanzo amaro, che si avvale di una lingua onesta, sorvegliata – di cui l’autrice ha piena consapevolezza – per raccontare solitudine e disagio della provincia.

DDA: Da dove nasce la necessità di raccontare questa storia? Che genesi ha avuto il libro?

VDC: “L’anno che Bartolo decise di morire” è un romanzo ricco di interrogativi sui rapporti umani, sui meccanismi che li governano e sulla capacità di ognuno di noi di ascoltare e comprendere i bisogni degli altri, in particolare nei momenti di difficoltà. L’ho scritto nel giro di un anno, ma i primi abbozzi sono cominciati circa tre anni fa, nel 2016, con la stesura di un racconto intitolato “Una persona eccezionale”, apparso anche online anche con un altro titolo, “Natale 99”. Rileggendolo ora, mi rendo conto che si trattava di una sorta di traccia preparatoria al romanzo.  L’esigenza di scriverlo è nata dall’osservazione della realtà e, chiaramente, dagli aspetti che di essa mi interessano di più, sui quali a mia volta mi interrogo. Come si fa ad aiutare veramente qualcuno? Chi può riuscirci e come? Che rischi corre una persona in grado di sentire le esigenze altrui e stare vicino a chi ne ha bisogno? Ho cercato di soffermarmi sull’attenzione che spesso manca tra le persone nei rapporti quotidiani, anche in quelli che crediamo più stretti e dunque assodati, invincibili, ho riflettuto sulla superficialità con cui spesso liquidiamo i comportamenti dei nostri simili, specie quando non li comprendiamo subito, o quando non sono consueti oppure quando non rispecchiano le nostre aspettative.  Stare vicino alle persone a cui siamo legati richiede impegno: talvolta vuol dire mettere da parte l’idea che avevamo di loro e soprattutto di noi stessi, anche per questo è cosa difficile e molto rara. Aiutare davvero qualcuno ci mette dinanzi ai nostri limiti e non tutti hanno intenzione di guardarli in faccia veramente.

DDA: Nel libro incontriamo una serie di personaggi di cui lei si serve per raccontare l’amicizia e il suo fallimento all’interno dei rapporti umani. È un sentimento di cui non conosciamo più il significato?

VDC: Non sono una sociologa, non voglio rischiare di dire banalità e sui temi più complessi questo è di certo un rischio che si corre facilmente. Quello che ho dell’amicizia è un pensiero altissimo, fondamentale, primario ma non credo di essere la sola. Coltivo questo sentimento con grande abnegazione, pretendo molto dai miei amici, forse troppo. Se dovessi dare la colpa alla letteratura, posso dire che il mio primo libro è stato “Il Mago di Oz“, l’ho letto che avevo sei anni. Posso dire che parte di questo forte interesse sia scaturito da lì, è inutile negarlo, poiché quel racconto fantastico è stato per me una vera ossessione durante l’infanzia e l’adolescenza e lo è tuttora e in effetti, se ci penso bene, soprattutto di amicizia, parlano, seppure in forme diverse, tutti e tre i libri che ho finora pubblicato. Mi rendo conto di essere stata sempre attratta da questo sentimento e da tutte le sue sfaccettature, probabilmente per l’elettività che lo caratterizza, ancor di più dell’amore, e ho continuato ad esplorarlo anche nella scelta di letture più mature, fatte col passare del tempo: penso ai classici greci e latini, alle Lettere a Lucilio di Seneca a Platone, a Cicerone per dirne alcuni.  Sto divagando, chiedo scusa:  tornando alla questione e cercando di evitare affermazioni stile slogan, credo che nel tempo che viviamo ci sia un gran vuoto individuale e, di conseguenza, un eccessivo timore di stringere legami elettivi perché questi prevedono scelte e le scelte, specie se ben precise, sono considerate arrischiate, imprudenti. Nel secolo in cui bisogna avere tutto o, peggio ancora, far sapere a tutti di averlo, l’amicizia non è certo esente da certi meccanismi e confonderla con altro è abbastanza semplice. Peccato, perché donare il proprio tempo a compagnie non scelte attraverso la misura del cuore e dei sentimenti in comune, per qualsiasi motivo si faccia, è un brutto affronto soprattutto a se stessi.

DDA: Ci parli dell’ambientazione a cui si è ispirata, delle sue scelte.

VDC: L’ambientazione che naturalmente prediligo è la provincia, perché in provincia sono nata e cresciuta e, adesso che sono maturata e ho scelto la strada della scrittura, ho finalmente consapevolezza di quanto “materiale” io abbia accumulato in quegli anni, materiale involontario appunto, la gran parte del quale penso debba ancora riemergere. Allora erano tutte intuizioni confuse, bagliori incontrollati che non sapevo definire né valutare ora finalmente tutto mi è chiaro e tutte le folgorazioni di quegli anni hanno assunto un significato preciso. Ogni tanto si palesa qualcosa che viene da quei tempi e si incontra a sua volta con la mia vita attuale e con l’osservazione quotidiana che faccio, così piano piano, sia consapevolmente che inconsapevolmente, inizio a lavorarci.

DDA: Si divide tra narrativa e scrittura critica, quale è il campo in cui si sente più a suo agio?

VDC: Narrare e vivere sono per me la stessa cosa, e per questo non mi sono mai trovata d’accordo con la tendenza così diffusa di mettere da una parte la vita e dall’altra l’opera, non mi riesce di disgiungerle, lo trovo profondamente innaturale. Ideare, creare, comporre una storia, impegnarmi affinché le parole possano combaciare con le intuizioni sono azioni che occupano quotidianamente la mia mente anche in maniera inconsapevole. Quanto alla critica, i miei sono piccoli contributi ai quali lavoro con dedizione. Diciamo che fare critica o tentare di farla è un piccolo grande dovere che esercito con rispetto e, perché no, con una punta di idealizzazione, nei confronti della Letteratura. Credo ciecamente nel ruolo che essa può esercitare nella vita delle persone e, soprattutto, le sono grata per ciò che dà a me,  perciò è il minimo che io possa fare.

DDA: Quali sono i suoi autori di riferimento, quali le letture più amate e perché?

VDC: Frequentavo il Liceo Classico “Ovidio” di Sulmona e il mio professore di latino e greco era il referente dell’antica biblioteca annessa alla scuola. Per incoraggiare noi studenti a leggere, propose una specie di gioco al quale accettai di partecipare: in base alle nostre personalità avrebbe scelto per noi libri che avremmo dovuto leggere a scatola chiusa, fidandoci. Il primo che scelse per me fu “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino che così divenne uno dei miei autori fondamentali, insieme ad altri via via scoperti in adolescenza, tra i quali Antonio Tabucchi, Giuseppe Pontiggia, Luigi Malerba, Dino Buzzati (in letteratura, all’esame di maturità portai “Il deserto dei Tartari“). All’università, grazie alla “mediazione” di un altro professore (con alcuni docenti sono stata fortunata) mi innamorai di moltissimi scrittori tra i quali Slataper, Jahier, Palazzeschi, Cialente, Parise, Savinio, Landolfi, Flaiano, Bufalino (cito quelli che continuo a rifrequentare per reale desiderio e “vicinanza” ma certamente ne dimenticherò diversi)  e mi laureai su Giorgio Caproni. Conoscere, leggere e analizzare interamente la sua opera, ha rappresentato l’inizio di una nuova consapevolezza innanzitutto come essere umano e  poi  come lettrice e, quindi, come futura scrittrice.  Non ho mai scritto né scriverò mai un solo rigo di poesia ma ne leggo molta, moltissima, sia di autori passati che contemporanei, sia stranieri che italiani. Trovo che sia indispensabile, specie per chi, come me, ha l’esclusiva vocazione alla narrativa. Allo stesso modo, non abbandono i classici, soprattutto latini e greci. Sono letture impegnative che alterno di continuo al resto, ma la loro bellezza e la loro ricchezza sono talmente affascinanti e attuali che sarebbe un sacrilegio privarsene, soprattutto in termini umani. Leggo molti narratori contemporanei, ma non sono legata a nessun genere in particolare o a particolari mode e/o argomenti. Mi piace spaziare disordinatamente da un testo all’altro, non seguo nessuna logica e mi destreggio di volta in volta tra fiuto personale e consigli di persone fidate. Ma comunque, e ci tengo a dirlo, ad eccezione di quelli di Tolstoj, per me non ci sono libri necessari, tanto più i miei.

Daniela D’Angelo



Finché la storia non si rimetta in moto: su Fratello minore di Stefano Zangrando

 

Dopo l’esperimento più compiutamente romanzesco di Amateurs (2016, edizioni alpha beta) lo scrittore altoatesino e traduttore Stefano Zangrando, con Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B. (2018, Arkadia editore, collana Senza Rotta) dona ai lettori curiosi e insoddisfatti d’Italia un testo finalmente e finemente inclassificabile, un testo europeo più che italiano (per tradizione di riferimento), caratterizzato da una forma singolarmente stratificata in cui convergono generi e registri eterogenei: biopic, autofiction, divagazione fantastica, scrittura scenica, critica letteraria, e persino traduzione.
Anche in quest’ultima opera ritroviamo, come in tutti i romanzi di Zangrando, Berlino, sua città elettiva, capitale dello spirito, della vera cultura e dunque della vera vita, nell’accezione che potrebbe essere quella di un Alain Badiou (“Che cos’è una vita vera? È questa l’unica domanda della filosofia. E dunque, se vi si trova la corruzione della gioventù, non è affatto in nome del denaro, dei piaceri o del potere, ma per mostrare alla gioventù che esiste qualcosa di superiore a tutto questo: la vera vita. Qualcosa che vale la pena, per la quale vale la pena vivere, e che si lascia di molto alle spalle il denaro, i piaceri e il potere”. Alain Badiou, La vera vita. Appello alla corruzione dei giovani, Ponte alle Grazie, 2016).
Berlino, in questo testo in particolare, rappresenta lo scenario decisivo di una svolta storica di portata globale e le cui conseguenze e implicazioni continuano, piaccia o no, ad incidere, a vari livelli, sul nostro presente difficile (e perfino in quella ipertrofica macchina fabulatoria che è l’immaginario contemporaneo: penso alla recente serie TV Counterpart). Il racconto è infatti quello di un viaggio nel tempo, per quanto di un tempo a noi assai vicino. Qui, come nei più coinvolgenti e convincenti viaggi nel tempo, non si precipita in una dimensione reificata e circoscritta che funge da passato o da futuro, ma il racconto stesso, nel suo svolgersi ondivago, opera un fecondo cortocircuito tra il passato evocato e il presente del testo, ossia il nostro. Un testo che nasce proprio da un confronto personalissimo, appassionato, dell’autore Zangrando con un altro autore, Peter Brasch, poeta, regista, drammaturgo e narratore, fratello minore dell’allora (e comunque non qui da noi) più famoso Thomas Brasch; entrambi alcolisti e morti a distanza di pochi mesi nel 2001. Una serie di circostanze, al principio casuali, mettono l’inquieto Wanderer Zangrando sulle tracce dell’altrettanto inquieto Peter Brasch: le comuni amicizie berlinesi creano un ponte che attraversa i tempi e legano il vivo al morto, in una sintonia affettiva, un’affinità che si fa sempre più profonda man mano che la ricerca procede. La storia del morto, per come l’ha ri-vissuta il vivo che si mette sulle sue tracce, consta di due fasi drammaticamente distinte ma significativamente intrecciate: la prima, quella della sua formazione e delle sue prime incerte ma già personalissime prove letterarie negli anni della DDR e, la seconda, quella della sua sofferta maturità, negli anni della Germania post-89. Il vivo, con un racconto intermittente e stranito, libero e inquieto come il suo soggetto, ci narra la vicenda di un uomo che vivo lo è stato fin troppo, e il cui eccesso di vitalità lo ha reso un imperdonabile agli occhi di un Grande Altro dalla duplice forma. Peter Brasch, per come ce lo fa vedere Zangrando, è difatti un uomo in conflitto permanente con i suoi due tempi.
Il primo tempo potremmo definirlo come il tempo della libertà negata, nei fatti se non nei discorsi, in nome della giustizia, e coincide appunto con la giovinezza dello scrittore: per ironia crudele della Storia, Peter Brasch è stato il figlio di un importante funzionario comunista salito ai vertici dello Stato ma, nonostante ciò, anzi forse proprio in virtù di questa paternità ingombrante, fin dal principio si muove rischiosamente come un corpo estraneo all’interno dell’ambiente assegnatogli in sorte. Sregolato e insofferente, appassionato e irrisolto, fa le prime decisive esperienze etiche ed erotiche nell’atmosfera uniformante tipica di quegli anni, nei quali vige pressoché incontrastata la linea generale che pretende il sacrificio della libertà dei singoli per la salvaguardia di un socialismo che del suo ideale ha già bruciato tutto. Scrivere testi teatrali, poesie e racconti, disegnare perfino, non significano per questo autentico irregolare fragili o contorte vie di fuga o di rimozione del deprimente status quo, ma semmai una forma di ritiro dal presente opprimente e, al tempo stesso, di rilancio della speranza: in altri termini rappresentano una risorsa spirituale residua che gli consente di continuare a credere nell’utopia comunista al di là della castrazione che impone la sua temporanea e assai contraddittoria attuazione. È una speranza che condivide con gli amici più stretti, come dimostra il discorso di Marion nella suggestiva seconda parte, strutturata e animata come una commedia:
“L’ho detto, quelli come noi le cose volevano cambiarle dall’interno. Non eravamo neanche nei movimenti per i diritti civili, non eravamo i dissidenti sotto i riflettori dell’ovest. Eravamo un’opposizione interna, diffusa, che puntava a liberarsi del vecchiume senza gettarsi nelle braccia del mercato. E siamo quelli che la storia ufficiale ha voluto dimenticare. E ora fanno di tutto per cancellare le ultime tracce della nostra presenza” (pp. 121-122).
Il secondo tempo che viene narrato è un tempo con cui il poeta e drammaturgo Brasch entra ugualmente in netta contrapposizione (una contrapposizione da cui uscirà infine annientato) ed è quello immediatamente successivo, seguito al fatidico ’89, una fase dunque di segno apparentemente opposto: potrei definirlo come il tempo della giustizia negata in nome della libertà o, più esattamente, della giustizia annunciata e promessa in nome di una libertà che è solo del mercato e dei consumatori, e dunque a ben vedere, di una libertà che vale solo per chi può permettersi l’accesso ai beni del mercato stesso, con tutto ciò che questo presuppone e implica. Una libertà, aggiungerei, che si presenta come l’unica possibile e desiderabile, ma la cui consistenza si svela agli occhi profetici del poeta, e di pochi altri suoi sodali, come più fittizia che effettuale.
Secondo me, il valore di Fratello minore per il nostro presente letterario, al di là della questione della sua riuscita estetica, sta nell’aver posto in dialettica quei due tempi con un terzo tempo, il nostro: un tempo, cioè, che grazie alla mediazione affettiva di chi narra, non viene subìto, ma riletto in modo da restituire un senso (nell’accezione anche vettoriale del termine) al movimento storico che include le fasi precedenti.
Il fatto stesso che questo libro sia stato scritto nei nostri anni, e non prima, ha un senso per me imprescindibile. Non è un libro che poteva essere scritto prima. È veramente un libro contemporaneo perché pone la questione decisiva su quel movimento di cui dicevo. Il terzo tempo, per come emerge da queste pagine affettuose e lucide, è difatti il tempo che svela ciò che i due tempi precedenti rimuovevano, a dispetto di quanto percepito e sostenuto da eretici autentici, tra cui appunto lo stesso Peter Brasch: nel primo tempo è stata l’idea di comunismo a finire soppressa e superata (nel senso di una caricatura della Aufhebung hegeliana) dallo Stato comunista che avrebbe dovuto darle corpo e sostanza; nel secondo tempo è stato invece il libero mercato che, sopprimendo l’illiberale Stato socialista, installava di fatto una libertà senza vera giustizia, e dunque una libertà come puro simulacro di sé stessa. La lucidità impressionante del Brasch minore affiora nel conio di due neologismi fonicamente sgradevoli (in italiano come, credo, in tedesco) ma in sé illuminanti, con cui si può sintetizzare, meglio di quanto sia stato in grado di fare io, lo spirito di quelli che ho definito i due tempi: dittatria e democratura (“se la Germania Est era una dittatria, dirai fra un paio d’anni in un’intervista, quella di oggi è una democratura” (p. 21).
Il terzo tempo emerge in questo testo atipico come un tempo, come dicevo, di svelamento, nel senso di una sofferta quanto necessaria messa a fuoco di tutta una condizione storica. Mi piace immaginare questo testo come appartenente a una costellazione di opere (non solo letterarie) acutamente contemporanee che ci portano a scorgere nel caos indecifrabile del nostro presente la figura cifrata di una società più libera e giusta tutta da sognare prima ancora che da re-inventare dalle fondamenta. Abbiamo bisogno di questo come di mille altri Peter Brasch, resistenti e marginali, generosi e affamati di vera vita, per imparare a rileggere la confusione e l’estrema incertezza oggi imperanti come i segni paradossali di un sempre più esteso riconoscimento di ciò che ne è davvero stato della libertà in Europa e nell’Occidente tutto. Si tratta di un riconoscimento che costa e costerà caro senza dubbio, all’intellettuale come all’uomo della strada. Riconoscere infatti che la libertà che faceva da tessuto connettivo alla nostra forma di vita consista in una caricatura della vera libertà non può non far implodere le infinite contraddizioni che si sono accumulate all’interno come ai confini dell’Impero; è un riconoscimento che sembra estendersi gradualmente a tutti i livelli del corpo sociale, appunto, per quanto, per lo più, in forma involuta e frammentaria, e che sembra produrre un notevole smarrimento di identità singole e collettive da cui derivano tutta una serie di fenomeni regressivi e inquietanti che sono ormai all’ordine del giorno e sotto gli occhi di chiunque abbia occhi per vedere. A mio avviso però si tratta di un riconoscimento che implica probabilmente anche un primo passo verso una consapevolezza più lucida di come l’attuale modo di produzione renda impossibile ogni vera libertà per ognuno e ogni autentica giustizia per tutti. Un passo che dunque può essere letto come presupposto necessario per una possibile ripartenza, punto di un nuovo inizio. La storia insomma si è rimessa in movimento; un acuto marginale come Peter Brasch lo aveva già presentito in anni in cui sembrava ormai impossibile ogni movimento ulteriore verso un avvenire differente: “[…] si può vivere in un presente ugualmente oppresso da un passato distruttivo e da un futuro incombente, un futuro che invece di aprirsi costringe gli uomini a un’attesa perenne: finché la storia non si rimetta in moto” (p. 167).

Gianluca Gigliozzi



IL LIBRO DI CIAMPI

Marsh e le foreste

Tra le foreste americane, le Alpi e l’Appennino italiano una storia di amore per gli alberi e le montagne.
Con L’ambasciatore delle foreste (arkadia editore, collana Senza rotta 3, 160 pagine, 14 euro) Paolo Ciampi , giornalista e scrittore fiorentino, riscopre la figura di George Perkins Marsh (Woodstock, 15 marzo 1801 – Vallombrosa, 23 luglio 1882), primo ambasciatore degli Stati Uniti nell’Italia unita nominato da Abramo Lincoln, padre dei grandi parchi americani ed ecologista ante litteram.
Imbattutosi casualmente nella figura di George Perkins Marsh, Ciampi riporta alla luce la storia di un uomo che nel secolo del progresso e dell’industria, prima ancora che la stessa parola «ecologia» abbia fatto la sua comparsa, capisce cosa sta succedendo al mondo.
Un diplomatico che è anche ambasciatore delle foreste nel mondo, da quelle del New England a quelle del nostro Appennino, passando per i deserti dell’Africa, che regala un nuovo sguardo sugli alberi, sulle montagne, sulla stessa nostra civiltà.
Un personaggio stravagante, che frequenta a malincuore la corte dei Savoia, si appassiona alle saghe di Islanda, coltiva l’idea di portare i cammelli nelle praterie degli Stati Uniti, e che, un secolo prima dei forum internazionali e delle conferenze sul clima e sull’ambiente, parla di foreste da salvare, di cambiamenti climatici e ci allerta sulla nostra stessa possibilità di sopravvivenza. 



“L’ambasciatore delle foreste” di Paolo Ciampi – Arkadia Editore

La lettura di questo libro ha sancito per me la nascita di due grandi amori: quello per Paolo Ciampi e quello per George Perkins Marsh. In questo libro Paolo Ciampi ripercorre la vita di George Perkins Marsh e lo fa attraverso un viaggio sulle sue tracce. Un racconto che è una biografia sui generis, attenta alle emozioni e alle esperienze private. George, un diplomatico ambasciatore degli Stati Uniti in Italia ai tempi di Lincoln, è raccontato da Paolo, uno scrittore e giornalista toscano. Un libro di viaggi, di luoghi e di alberi, che hanno reso George, ambasciatore delle foreste, ecologista ante litteram e precursore della coscienza ambientalista. La sua opera più famosa, Man and Nature, è stata pubblicata nel 1864 ed è stato uno dei primi libri a mettere in guardia sugli impatti distruttivi che gli esseri umani hanno sull’ambiente. Marsh fu la prima persona a suggerire che gli umani fossero pericolosi per l’ambiente, e descrisse l’interdipendenza della società e dell’ambiente, un’idea rivoluzionaria in un’epoca in cui la parola “ecologia” non era ancora stata inventata. George fu ambasciatore americano nell’appena formatosi Regno d’Italia – prima a Torino, poi a Firenze ed infine a Roma, e espresse la necessità della conservazione della natura. Rimase in Italia più di 20 anni e oggi è sepolto a Roma, dove conto di fare una visita in occasione della prossima trasferta nella Capitale. Questo libro è per chi ama la scrittura di Mario Rigoni Stern e Franco Arminio; per chi considera gli alberi persone, non cose; per chi occupandosi delle vite degli altri, in fondo, si occupa della propria. “La musica ci salverà, la bellezza ci salverà. Ci salveremo grazie alle foreste, ci salveremo grazie a quello che sapremo fare, se lo vorremo fare”. Io ho solo una domanda da fare a Paolo: quale cd hai scelto dopo aver concluso la scrittura di questo magnifico libro?

Cinzia Orabona



La locanda dei perdenti nella Baires degli anni ‘30

Amico di Roberto Arlt, aderente anch’egli al gruppo letterario Boedo – che nell’Argentina degli anni Venti si contrapponeva, ma sempre nella reciproca stima, al Florida guidato da Borges, a sostegno di una letteratura sociale anziché fantastica – Enrique González Tuñón è prepotentemente schierato dalla parte degli emarginati, dei perdenti, ne segue la vita nella sua attività di giornalista, ne canta le gesta nei racconti. Ad esempio questi, raccolti in Letti da un soldo (Arkadia, traduzione di Ferrazzi e Magliani) e superbamente aperti dal suo testo forse più emblematico, “I cinque”. Lo scrittore argentino descrive la lotta per la sopravvivenza di cinque scansafatiche che vivono alla giornata, cinque “cialtroni”, come li definisce Adrián N. Bravi nella prefazione, che si muovono nei bassifondi della città e si compiacciono della propria condizione di emarginati, contrabbandieri, papponi. González Tuñón è un maestro della giusta distanza, conosce perfettamente la tragicomica realtà nella quale vivono i suoi personaggi, non cede mai al pietismo o alla condanna. La sua prosa è secca, tirata come una di quelle vite miserabili. I “cinque” hanno tutti un passato, ma non vedono un futuro. La sera rientrano in una locanda-bettola, “La pignatta misteriosa”, gestita da un tizio uguale a loro, soltanto che sta dall’altra parte del banco, un uomo senza capelli che vende il diritto a un lenzuolo sciupato nel suo “ospedale di casi disperati” dove il dilemma principale è se credere o non credere in Dio. 

(r. d. g.)



Note di lettura: “N.B. Un teppista di successo” di Riccardo Ferrazzi

Riccardo Ferrazzi, con questo suo N.B. un teppista di successo (Arkadia Editore, 2018) intreccia con mano felice il romanzo storico e la biografia, riuscendo a rendere non solo godibile, ma molto spesso anche non scontata, una narrazione su un tema la cui bibliografia è peraltro immensa, di dimensioni proporzionate alla grandezza del mito di cui tratta. Ferrazzi affronta l’impresa senza mostrare timori reverenziali, tentandone piuttosto semplificazioni e cercando, nel dipanarsi degli episodi decisivi, quelle coerenze interne alle vicende senza le quali si rischia di disorientare il lettore di narrativa. Perché questa è infatti una prova di narrativa, prima che un saggio storico, o per lo meno, di essa ha il passo, il senso dei tempi propri del racconto, la cura dei personaggi, la ricostruzione degli ambienti per descrizioni suggestive. Il libro tratta della giovinezza di Napoleone, fino alla vigilia della campagna d’Italia, la prima in cui si manifesta la sua grandezza di comandante: un periodo relativamente meno conosciuto della sua restante biografia, reso nebuloso anche dalla confusione politico istituzionale degli anni della rivoluzione, con cui parzialmente coincide. Il futuro imperatore viene colto in apertura ancora ragazzino in atteggiamento da teppista di strada, intento a guidare una banda di monelli armati di fionde all’assalto dei cavalli della guarnigione francese fermi all’abbeveratoio, tentativo sventato dalla rivolta dei suoi improvvisati subordinati (strano esordio per un conquistatore di imperi) e dall’intervento deciso del padre. In nuce, in questo episodio, in apparenza senza alcun peso nell’ambito della smisurata biografia del Nostro, paiono già presenti alcuni tratti caratteriali ben rintracciabili nel Napoleone adulto, come una palese aggressività nell’affrontare situazioni ostili o la vocazione al comando (senza alcun timore reverenziale nei confronti dei più vecchi o più titolati, come avverrà poi con i generali suoi sottoposti nella Campagna d’Italia). È presente anche un’avversione verso la Francia, tipica dei corsi di quell’epoca (e non solo), che caratterizza i suoi anni giovanili e che si stempererà con il suo progressivo coinvolgimento nelle vicende rivoluzionarie, che lo faranno riflettere sul proprio destino e lo costringeranno a considerare gli eventi da prospettive assai meno anguste di quelle offerte dalla sua isola natale. Ferrazzi ci mostra dunque un giovane Napoleone insofferente alla disciplina e poco incline all’obbedienza (per lo meno curioso per chi è destinato ad incarnare in sé anche le massime virtù militari), caratteristiche che si manifesteranno anche più tardi, alla scuola militare di Brienne, dove il padre lo aveva inviato per trovargli un impiego che consentisse un minimo di decoroso benessere alla famiglia. E’ questo l’obiettivo sullo sfondo dei suoi primi passi nel mondo adulto (per quanto adulto potesse essere un sedicenne, ancorché sottotenente), che ne rivela, nonostante i particolari di alcune azioni non propriamente commendevoli, un aspetto umanamente positivo. Nella sua prima giovinezza lo pervade l’ansia di alleviare le angustie economiche della famiglia, che si accentuano alla morte del padre: piccola nobiltà isolana, con qualche rendita fondiaria, in forte difficoltà dopo che il padre aveva sposato la causa, inizialmente perdente, dell’indipendenza dell’isola, al seguito di Pasquale Paoli, per lungo tempo esiliato. Per quanto ufficiale dell’Armata di Francia, il giovane Napoleone resta per troppo tempo concentrato sulle vicende della sua terra. Intreccia una lunga e proficua relazione con Antonio Saliceti, che si pone come suo mentore prodigandosi in consigli e salvandolo da accuse di tradimento (salvando va detto anche se stesso, perché le relazioni in tempi calamitosi come la Rivoluzione francese non sono mai del tutto disinteressate). La padronanza dell’autore rispetto alla materia trattata si manifesta con ampiezza proprio nella straordinaria verosimiglianza dell’epistolario tra i due, che rende superfluo l’accertamento della sua piena storicità. In un contesto rivoluzionario è molto difficile per il giovane ufficiale orientarsi, distinguendo le proprie personali inclinazioni politiche dalla convenienza che certe improvvise accelerazioni degli opposti movimenti eversivi favoriscono. La sfrenata ambizione del giovane viene più di una volta delusa dalla piega contraria presa dagli avvenimenti. A Napoleone toccano, in vertiginose e pericolose alternanze, giorni di gloria e giorni di disgrazia presso la parte rivoluzionaria di volta in volta al potere. Riesce però a giocare quasi sempre d’astuzia, appoggiandosi ora a questo ora a quel potente di turno per compensare le cadute ed ottenere una crescita sociale, anche minima. Si accolla imprese militari non particolarmente gloriose, ma necessarie alla causa, come la repressione operata contro la folla giacobina a colpi di cannone per le vie di Parigi, e altre più militarmente significative, come la presa di Tolone. Con qualche difficoltà, si forza alla frequentazione dei salotti della capitale, dove riesce a farsi accettare ed anche ad entrare nelle grazie di alcune delle dame più influenti, come Teresa Cabarrus e Josèphine Beauharnais, che sposerà alla vigilia della campagna d’Italia, dopo aver lasciato Desirée, prima vera fidanzata. Fu vera gloria? In chiusura di libro, abbandonato il carattere narrativo del testo, l’autore si cimenta direttamente con l’interrogativo manzoniano, propendendo in estrema sintesi per un ridimensionamento del giudizio (“gli storici non dovrebbero mettere la sordina ai suoi difetti”), ed un definitivo superamento del mito a vantaggio di una maggiore comprensione dell’uomo, attuabile proprio “ripercorrendo l’inizio della sua vita fingendo di ignorare il resto”. È in ogni caso difficile rintracciare elementi premonitori di una futura grandezza in questi inizi un po’ incerti e privi di una precisa vocazione. In che cosa si manifesta il genio, o meglio, come distinguere il genio da una personalità particolarmente forte, ovvero imperiosa, prepotente o dispotica a seconda dei punti di vista? Questa condizione di ambiguità, da cui non può prescindere ogni giudizio che si intenda esprimere su Napoleone, pare voler sottolineare Ferrazzi, descrivendo, con montanelliana limpidezza di scrittura, un protagonista non particolarmente gradevole, con ampie venature di opportunismo, e, nelle sue prime scelte di campo, neanche particolarmente vincente.

Luigi Preziosi



Fratello minore: Sorte, amori e pagine di Peter B. di Stefano Zangrando (Arkadia Editore 2018) 

Stefano Zangrando omaggia con questo libro lo scrittore berlinese Peter Brasch. Ci racconta della sua famiglia conservatrice e conformista, dalle origini ebree. La vita e le passioni di Peter lo incuriosiscono al punto tale da frequentare Berlino più e più volte. Partendo da un romanzo dello scrittore, apparentemente introvabile, la voce narrante ripercorre gli anni di Peter all’università di Lipsia, gli anni del crollo del Muro, il suo amore per la scrittura e la fatica immane di emergere. Di lui ci racconta la passione per l’alcol e le sigarette, la poesia, la prosa e il teatro. Del suo non-bisogno degli altri e delle sue donne, che lo hanno amato o abbandonato. Ne esce un personaggio controverso ma particolare, in grado ad esempio di entrare nella mente pura dei bambini dando loro spunti per liberare la fantasia o provocandoli in modo bonario ma fermo perché non si uniformassero alla massa. Così pure emerge un Peter Brasch rivoluzionario, seccato dalla povertà e dalle censure della DDR e legato in maniera profonda al fratello maggiore Thomas che, al contrario, sta avendo successo nella Repubblica Federale. Perché Peter B. si sentiva incompreso e rifiutato? Perché era così visionario e instabile?
Fratello minore. Un unico libro suddiviso in più parti e raccontato da voci diverse, che interpretano la vita di Peter dal loro personale punto di vista. Vi invito a questa interessante e originale lettura.

Federica Belleri



Kaiser 

Carlos Henrique Raposo è riuscito a spacciarsi per due decenni per calciatore professionista, facendosi ingaggiare dai maggiori club brasiliani praticamente senza giocare mai un intero match. Privo di talento ma ampiamente dotato di sfacciataggine e scaltrezza da strada, si è reso protagonista di una delle più incredibili vicende dell’ambiente sportivo di tutti i tempi: è alla sua vita che si è ispirato Marco Patrone – scrittore e blogger culturale ideatore del sito Recensire il mondo – per il suo secondo romanzo, Kaiser (Arkadia editore).  Il suo Carlos Kaiser Henrique è un campione del così è se vi pare, del lasciar credere: nato abbastanza povero, asseconda chi lo immagina proveniente da una favela – per pigrizia mentale o facile adozione di un luogo comune – e si introduce per vie traverse -amicizie, sorrisi, scambi di favori (era così: un sorriso, tu facevi una cosa, e un altro ne faceva una per te) – nell’ambiente calcistico, dove viene ribattezzato Kaiser per una vaga somiglianza di postura con Beckenbauer. Giocare, in effetti, non sa, ma Kaiser ricorre a espedienti che lo salvano sempre: l’asso nella manica è un infortunio, un’espulsione autoprovocata, un evento possibilmente plateale che induca il medico della società o l’allenatore a metterlo in panchina per settimane o mesi. Procede così per lustri, Kaiser, di ingaggio in ingaggio, perché nessuno si pone il dubbio che dietro all’assenza dal campo di gioco ci siano incapacità e inettitudine. Nessuno dubita della bravura del giocatore che, come vuole l’adagio, ha il calcio nel sangue come tutti i brasiliani. Nel romanzo di Patrone a raccontare la sua vicenda mirabolante è un giornalista di provincia, ribattezzato (anche lui) Dosto da Dostoevskij, uno che ambiva a diventare scrittore ma a cui la vita aveva poi riservato un percorso più modesto, fatto di cronache di Giana-Pro Patria: nelle parole di Dosto, da writer a sportswriter a nothingwriter, in una parabola dell’ambizione discendente verso la sua apoptosi. L’occasione di riscatto tramite la scrittura di qualcosa di finalmente importante arriva con il caso che dovrebbe gettar luce sulla vicenda di Kaiser, appunto, riassurto agli onori delle cronache per un oscuro episodio che riporterà al centro dell’attenzione il sommo ingannatore. Ci sono tutti gli elementi del buon romanzo, in Kaiser: bene ha fatto Patrone a scegliere di tracciare una trama avvincente basata sul reale, mantenendo alto – con facilità di scrittura – l’interesse per il mistero che aleggia di capitolo in capitolo, infittendosi man mano. Traccia con maestria e cura i personaggi, Patrone, quando gli bastano un solo dettaglio e una manciata di aggettivi per rendere in toto splendori e miserie di un intero ambiente (le pagine sulla superficialità del mondo del calcio e lo squallore del suo sottobosco, in particolare, sono realmente efficaci). In questo romanzo c’è poi dell’altro: Patrone suggerisce una critica velata alla sciatteria del linguaggio, elencando appropriati esempi di un linguaggio sportivo impoverito, appiattito su formule vuote mal recitate dai giocatori che riportano ciò che ha detto il Mister senza metterci del proprio. I calciatori sono esseri completamente letterali, dal loro linguaggio ogni metafora è bandita, fa dire al suo giornalista-narratore che a ben guardare a margine della cronaca indugia spesso su riflessioni su scrittura e racconto (Una volta facevamo le cose, ora c’è bisogno di trasformarle in narrazione). A un secondo livello di lettura, Kaiser diventa metaromanzo e – pur nell’ironia che lo pervade – metafora di una società dove il gioco delle parti e delle apparenze riesce a spacciarsi per unica, irrefutabile realtà.

Anna Vallerugo



“L’ambasciatore delle foreste”: dal Vermont all’Italia, storia di un ecologista ante litteram

Nel libro di Paolo Ciampi, la straordinaria vita di Perkins Marsh, diplomatico e padre dei grandi parchi Usa, tra i primi ad allertarci sulla precarietà del pianeta

“Un personaggio curioso, stravagante, a tratti divertente: una di quelle figure su cui ti chiedi perché non sia mai stato girato un film. E non solo perché degna di figurare al fianco di nomi come Thoreau e Muir. Parlare di lui, certo, vuol dire richiamare alcune grandi questioni dei nostri tempi. Ma significa anche ritrovare il senso dell’amore per i boschi e per ogni singolo albero”. Ecologista ante litteram, scrittore dei boschi, indagatore dell’animo umano in rapporto con la natura. George Perkins Marsh era tutto questo, prima ancora che diplomatico e politico statunitense tra i più influenti del suo secolo. Figura immeritatamente “accantonata” dall’altro lato dell’oceano, la sua personale visione sul mondo lo traghetta a buon diritto fra gli intellettuali precursori della coscienza ambientalista odierna. La sua miglior dote? “La curiosità”, commenta Paolo Ciampi, che ne L’ambasciatore delle foreste (edito Arkadia) ci conduce alla scoperta di uno dei personaggi più bizzarri e straordinari della storia contemporanea, il cui percorso umano e professionale si interseca con la “via italiana”.
Nato a Woodstock, Vermont, nel 1801, dopo un’iniziale carriera forense, Perkins Marsh si diede alla politica, alimentando la passione per i viaggi e per lo studio delle più svariate discipline, una costante nella sua vita intensa. Sensibile ai temi sociali, fu docente di filologia inglese e, da membro del Congresso eletto tra le fila dei Whig, diede impulso alla nascita della Smithsonian Institution, contribuendo alla riorganizzazione della Library of Congress a Washington. Nel 1849 venne chiamato a rappresentare gli Usa in Turchia: l’incarico darà il via alla sua carriera diplomatica, che proseguirà con l’esperienza fondante nel Belpaese. Sarà il primo ambasciatore statunitense dell’Italia unita, dove trascorrerà il resto dei suoi giorni. “Arrivò nel 1861 — nominato dal presidente Lincoln, di cui aveva condiviso le battaglie contro lo schiavismo — e non fece più ritorno in patria”, racconta Ciampi alla Voce di New York: “Nessun altro diplomatico americano in Italia è rimasto tanto a lungo in servizio. Ha abitato nelle tre capitali italiane dell’Ottocento – Torino, Firenze, Roma – e in tutte e tre ha stretto relazioni di amicizia importanti, con personaggi del calibro di Bettino Ricasoli e di Quintino Sella”. “Senza dimenticare gli incontri con Giuseppe Garibaldi (di cui Marsh sarà un sostenitore nella causa dell’Italia unita, ndr.), che provò ad arruolare nella guerra civile americana. Soprattutto amò i monti e i boschi italiani, sia le Alpi che gli Appennini, senza tuttavia dimenticarsi mai il suo Vermont. Morì proprio in una delle più belle foreste italiane, a Vallombrosa, in Toscana. Qualche giorno prima scrisse al grande botanico Charles Spague Sargent, ad Harvard. Gli dispiaceva che a Vallombrosa non ci fossero piante americane. Così gli chiese di spedirgli i semi di qualche albero del New England. Anche così fu uomo dei due continenti”.
Conosciuto anche come il “padre dei grandi parchi americani”, uno su tutti Yellowstone, a lui è intitolato il Parco Storico Nazionale Marsh-Billings Rockefeller, dedicato proprio alla cultura della conservazione dei parchi. Pur non essendo geografo di professione, a Marsh si deve un’opera geografica di grandissima rilevanza (Man and nature, or physical geography as modified by human action, 1864) in cui mise in luce sia gli aspetti negativi dell’intervento dell’uomo sia la possibilità di un progresso del genere umano nel riequilibrio dell’ordine naturale. I suoi scritti pullulano inoltre di spunti moderni sui problemi dell’ambiente e dell’utilizzo delle risorse. “Era un uomo di talento, che seppe dedicarsi a molte cose, tra loro molto diverse. Solo per dirne una, fu un eccezionale poliglotta e il più grande conoscitore di lingue e letterature del Nord Europa nell’America dell’Ottocento – sottolinea Paolo Ciampi – Ebbe anche interessi e passioni molto particolari, come quando studiò i cammelli e convinse l’esercito degli Stati Uniti a dotarsene. Era un curioso e il genio presuppone la capacità di porsi domande che nessuno si è posto in precedenza e di sforzarsi in risposte non banali. Per questo un giorno è arrivato a scrivere Man and Nature, un’opera che ha capovolto la prospettiva: finora ci si era chiesti come la natura influenzasse l’uomo, lui si preoccupò di cosa l’uomo stava facendo alla natura. Questione molto attuale: e il genio anticipa i tempi”. Il libro di Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino non nuovo al tema dei viaggi e dei nomi “dimenticati” nelle pieghe della storia, ci parla dunque di foreste da salvare e di precarietà del pianeta, attraverso le sorprendenti intuizioni dello stesso Marsh, ma è al contempo un’occasione per lasciarsi sorprendere dalla natura che il diplomatico “abbraccia” lungo il suo inconsueto percorso, dal New England sino alle Alpi e all’Appennino, passando per i deserti dell’Africa.
Ne emerge un ritratto estremamente interessante, quello di un uomo che nel secolo del progresso e dell’industria aveva già compreso quel che di lì a poco sarebbe capitato al mondo. In uno stile asciutto e colloquiale, in dialogo con il lettore, Ciampi restituisce un nuovo sguardo sulla natura, sulle cose, sulla nostra stessa civiltà, grazie al racconto di un uomo che lui stesso non esita a definire “stravagante”: che a malincuore frequenta la corte dei Savoia appassionandosi, invece, alle saghe di Islanda e che, un secolo prima delle conferenze sul clima e sull’ambiente, parla di cambiamenti climatici e allerta i suoi contemporanei sulla loro stessa possibilità di sopravvivenza. “Questo libro è stata l’occasione di raccontare una bella storia che mi riportasse ai grandi temi ambientali senza la noia che spesso infliggono i vari documenti in materia”, conclude l’autore. “George Perkins Marsh è un personaggio curioso, stravagante, a tratti divertente: una di quelle figure su cui ti chiedi perché non sia mai stato girato un film. E non solo perché è assolutamente degna di figurare al fianco di personaggi più conosciuti come Thoreau e Muir. Parlare su di lui, certo, vuol dire richiamare alcune delle grandi questioni dei nostri tempi, la deforestazione, la desertificazione, i cambiamenti climatici. Ma su un altro piano – quello per me più importante – ha significato anche ritrovare il senso dell’amore per i boschi e per ogni singolo albero”.

Valentina Barresi



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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19 Giugno 2019
6 Giugno 2019


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