Nel mondo contadino le radici più antiche della storia dell’isola

La Nuova Sardegna
La Nuova Sardegna
23.04.2010

 

Nell’intitolare il suo saggio sulla Sardegna ai pastori e ai contadini, il geografo francese Maurice Le Lannou sapeva di cogliere i tratti salienti della realtà umana ed economica dell’isola. Negli anni Trenta del secolo scorso, quando venne a più riprese per dare concretezza la suo studio, era evidente – più di oggi – che la pastorizia e l’agricoltura erano le attività di gran lunga preminenti: ad esse erano legate le poche iniziative industriali (i caseifici, gli oleifici) e quelle artigianali, se ne distaccava soltanto l’attività mineraria.  Era quindi naturale che la collana «Antichi mestieri e saperi di Sardegna» pubblicata dalla «Nuova», dopo aver dedicato – la settimana scorsa – il primo numero al «Mondo pastorale» passi ora a quello agricolo: il secondo, in edicola da domani col giornale, illustra «I mestieri della terra: l’orto, i cereali, i pani».  Alla lettura dei due volumi emerge come le due attività primarie dei sardi si sono spesso intrecciate – perché svolte entrambe nello stesso villaggio, persino da una stessa famiglia – e anche scontrate: c’erano come ovunque i contrasti per la spartizione dei terreni più fertili; e le bardane, antichissima piaga delinquenziale, erano spedizioni che dai territori vocati all’allevamento si muovevano verso quelli a prevalente economia agricola.  In questo secondo volume la «frizione» fra le due attività emerge in uno degli articoli d’apertura, quello di Barbara Fois sul «Codice rurale d’Arborea», emanato da Mariano IV intorno alla metà del Trecento e ricompreso dalla figlia Eleonora nella «Carta de Logu».  Il saggio legislatore si mostra preoccupato delle sorti delle coltivazioni – «vignas, ortos et lauores» -, messe a rischio per la «pocha guardia et cura qui si dat a su bestiamen»; e prevede pene severissime nel caso che gli animali, lasciati al pascolo senza guardia, recassero danno al patrimonio agricolo: oltre che pesanti multe per i proprietari veniva sancita la macellazione immediata, sul luogo stesso dell’infrazione.  Un altro scritto d’apertura è dedicato da Susanna Paulis a una delle opere di Max Leopold Wagner, «La vita rustica della Sardegna riflessa nella lingua». L’accento doveva inevitabilmente cadere sulla lingua, in un’opera in cui i modi di dire e la terminologia riguardante gli strumenti, le varie fasi delle attività di coltivazione e di quelle successive di trasformazione dei prodotti hanno un ruolo caratterizzante.  Già nell’articolo seguente il glottologo Giulio Paulis, nell’analizzare i nomi dei mesi, dimostra che i sardi ne hanno lasciati alcuni invariati, rispetto all’etimologia più diffusa, mentre hanno cambiato quelli riferiti ai periodi segnati da un’attività agricola dominante: cosi luglio è diventato «triulas», ossia “trebbiature”; mentre ottobre è detto «ledamini» per ricordare che è il momento di concimare i campi.  Per il resto i numerosi articoli (19 in tutto, più quello introduttivo di Barbara Fois) sono ispirati dall’esigenza di dare una descrizione puntigliosamente dettagliata di attività e prodotti. Si va, per fare qualche esempio, dagli attrezzi e le misure (Francesca Manchìa) ai metodi e strumenti di cottura (Alessandra Guigoni); dalla produzione di piccole macine e mole per mulino (Gino Camboni) al ciclo del pane descritto nei romanzi di Grazia Deledda (Piero Mura), al modo contadino e le sue feste (Giannetta Murru Corriga). Il tutto accompagnato da una ricca sequenza di antiche stampe, disegni e soprattutto foto, firmate per la maggior parte da Gian Carlo Deidda. – Salvatore Tola


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