La presenza e l’assenza


LA PRESENZA E L’ASSENZA DI FRANZ KRAUSPENHAAR

La città dove si ambienta il giallo è Milano, ma qui non interessa tanto il plot, o svelare l’epilogo, piuttosto la forma, una scrittura che si appoggia sulle… C’è un impatto iniziale che arriva con forza leggendo il nuovo romanzo di Franz Krauspenhaar, “La presenza e l’assenza” edito da Arkadia nella collana Sidekar, ed è quello di un’ambientazione cupa, intersecata da un linguaggio che segue la storia, la avvolge, fino a diventare funzionale alla costruzione millimetrica del personaggio in un mondo che codifica la disillusione come inevitabile. La città è parte integrante della storia dove si radicano i personaggi, la città fa ruotare le vite, gli umori, la città diventa personaggio. È un’ombra nera che insegue. La città dove si ambienta il giallo è Milano, ma qui non interessa tanto il plot, o svelare l’epilogo, piuttosto la forma, una scrittura che si appoggia sulle viscere del detective, Guido Cravat, una forma capace di scivolare naturalmente lungo il percorso narrativo attraverso anche piccole incursioni di una lingua polimorfa che incorniciano perfettamente la tensione nella sua radice, sensazioni che fotografano il contesto. Perché la crudezza, o l’uso di una lingua diretta, riesce qui a tirare fuori non solo il giallo, o il mistero, ma tutta la paura di perdere ogni riferimento, il timore che da un giorno all’altro possa essere messa a nudo la follia, quella di un detective che guarda lo specchietto retrovisore, fissando il sedile posteriore, e scopre una presenza – assenza che viaggia nell’abitacolo, un dolore, un fantasma che lo insegue dappertutto. Guido Cravat ormai non vede con gli occhi, ma con lo stomaco che pulsa. Questo concentrato di anima sofferta deve portare avanti un’indagine, un lavoro professionale, l’incarico ricevuto per trovare la signora Tommei. Un incarico scomodo, strambo e inquietante, tra domande che aleggiano di continuo, conclusioni e cambi di scenario. Com’è possibile che un ricco industriale si rivolga proprio a lui, semplicemente trovandolo sulle pagine gialle? È il marito della donna scomparsa, Rossano Tommei, che gli affida l’incarico, assume informazioni preventive sul suo conto da un avvocato. Tutto inizia otto giorni dopo la scomparsa della moglie, quando era diventato impossibile aspettare oltre, attendere un ritorno, una telefonata, una voce femminile. Guido Cravat è un ex poliziotto, fresco di nomina, avrebbe fatto poche domande. Rossano Tomei telefona al detective con la mente ancora avvolta nel corpo nudo della moglie che scivolava tra le lenzuola, andando su e giù, e i suoi capelli che cadevano come fiori colati a picco, fiori di lutto. Guido Cravat rimarrà invischiato in una faccenda senza tariffe e ambigua. Franz Krauspenhaar consegna l’immagine di una Milano nera come la pece viscosa, scura nelle vie e grottesca, sospesa nell’area rarefatta tra malinconia e ossessione, quella persistente, che inghiotte le vite degli altri, di tutti, come un chiodo piantato nella testa. Guido Cravat è un detective ma anche il “tassista di un’anima in pena”, si lascia guidare dal suo istinto, dalla brace che arde nel suo stomaco nella catena degli eventi che si susseguono. E qui arriva la forma particolare del romanzo, l’alternanza di voci, tra il “tu” e la narrazione in prima persona, proponendo in dialogo spezzato con l’altro sé, uscendo dalle righe di un hard boiled americano per sconfinare sul tema esistenziale, non scontato, carnale, alla ricerca spasmodica di ogni traccia. Il romanzo parte con l’utilizzo della terza persona nel primo capitolo, introduce così la storia di Rossano Tommei e sua moglie, sospesa tra un cellulare lasciato nel portasapone e l’ultima chiamata ricevuta, un numero fisso, un numero segnato sullo schermo. Poi arriva la scomparsa della donna, e il secondo capitolo entra dritto come un pugno nello stomaco, usando il “tu” per scolpire il dialogo interno, il soliloquio disturbante di Guido Cravat. È la sua nuova vita che chiama, quella di detective. La prima persona è un’altalena tra il “tu” interno, cioè l’angoscia, il respiro di miasmi notturni, il marasma, e l’“io” che deve comunque andare avanti, forzando la vita passata. L’altalena di voci viene usata per segnare con la matita rossa il cambio di tono, di umore. Il “tu” diventa la coscienza critica, uno specchio incrinato. Proprio dentro i particolari di queste zone d’ombra, con una tessitura multiforme, arriva la scrittura tesa a decriptare il mistero. Nel complesso, al di là dell’equilibrio tra le voci usate come un’altalena, sembra proprio che questa nuova strada di Franz Krauspenhaar possa diventare un terreno fecondo, sapendosi muovere con estrema naturalezza tra vite dissolute, ombrose, attraverso un linguaggio crudo e realistico, in perenne lotta con le convenzioni, usando colori molto accesi dentro la nebbia della città.

 

Alberto Sagna

 

Il link alla recensione su Momento-sera: https://bit.ly/36eA3q8

 



Il genere FK. In dialogo con Franz Krauspenhaar

D: Il titolo del tuo romanzo La presenza e l’assenza edito da Arkadia nella collana Sidekar, è un abbinamento dicotomico interessante. Presenza e assenza sono istanze interdipendenti che si rincorrono, si completano si compendiano. Entrambe hanno a che fare col desiderio: l’assenza è sempre legata all’eros, e non è un caso che il tuo romanzo parta da un indizio di tradimento e da una donna che scompare nel nulla, come presenza che si fa assenza. Lo stesso protagonista, l’investigatore Cravat lotta (al contrario – ma simmetricamente) con una assenza che si fa presenza nei ricordi, nei pentimenti, nella nostalgia di una storia sentimentale che è interrotta: Francesca, poi sostituita da Carla. Mi pare che questa presenza/assenza- tra eros e fantasmi- generi un ritmo che fa muovere le pagine della tua scrittura, un battere e levare che dà vita a situazioni, sentimenti, caratteri. Me ne vuoi parlare meglio?

 R: Direi che hai colpito nel segno. Il romanzo è proprio una specie di lungo giro di giostra tra la presenza e l’assenza, tra la vita e la morte. Dietro le avventure di Cravat c’è anche la metafora di una condizione umana fissa e angosciante. In fondo siamo tutti condannati all’assenza. Ma nel libro, ci tengo a dirlo, non c’è alcuna dichiarazione di ateismo. Anzi, nel finale appare, se così si può dire, una “presenza” che potrebbe anche essere qualcosa di soprannaturale.

 D: Credo che una delle caratteristiche del tuo stile sia quello di giocare con i generi e costruire dei romanzi che ibridano le caratteristiche standard per creare qualcosa di originale che sfugge alle etichette; come hai fatto per Brasilia, scrivendo un romanzo distopico che è poi una riflessione sul futuro e sul tema dell’immortalità – che mi ha ricordato molto L’isola come possibilità di Houellebecq – anche questo ultimo romanzo contiene un mix di elementi che sono tipici dell’hard boiled, noir o neo-noir, ma si apre anche a forme monologiche quasi teatrali, in cui i grumi psicologici dell’investigatore Cravat sembrano dominare la scena, dettare le regole. Cosa è allora la detection per te e quale tipo di umanità svela in questo romanzo?

 R: È un noir che si può leggere a strati, chiaramente. Come hai detto tu io lavoro sui generi per farli sparire. Molto immodestamente, cerco il mio genere, il genere FK. Ho scritto romanzi sull’Italia degli ultimi 70 anni, un romanzo epistolare ambientato in Germania ecc. Mi mimetizzo dentro me stesso. Purtroppo non avere un solo registro ti rende meno identificabile per lettori e critici. La forma monologica è una mia forma tipica. Scrivo quasi sempre in prima persona, in maniera diciamo così confessionale. Qui uso anche la seconda e la terza però, ma in maniera funzionale. Tutto deve essere funzionale per me, senno’ non funziona, non “gira”. La detection non è propriamente una mia vera passione. La passione, una delle passioni, è il noir, soprattutto cinematografico e francese. Nell’altro noir uscito 15 anni fa, Cattivo sangue, il protagonista è un killer con l’alibi dell’export manager. L’umanità che si svela è quasi tutta marcia, disperata, corrotta. Mi pare di raccontare cose piuttosto realistiche, seppure a modo mio.

 D: Guido Cravat è un investigatore con una personalità incredibilmente sfaccettata: a tratti è cinico, sordido, sentimentale, sarcastico. Ha una grande umanità, si percepisce, nonostante la vita lo abbia indurito e reso impermeabile alle concessioni metafisiche. La ricerca della verità non ha nulla di filosofico in lui, è un uomo di carne e sangue, un “improvvisatore mascherato da duro”, come si autodefinisce e la sua è una scommessa con l’esistenza e con quelle maledette 24 ore che compongono la giornata, finirle con dignità, cercando un senso al dolore che gli pesa dentro. Un dolore d’esistenza, puro che non si placa e che si ripresenta in queste fitte di ricordi del passato. Ti sei ispirato a qualche figura del giallo o del noir oppure Cravat è un personaggio che attinge dalla vita, da una tua visione personale?

 R: Mi sono ispirato a Jim Thompson e ad altri mille scrittori e registi. Per il cinema, Jean Pierre Melville, un vero genio del genere, morto nel 73. Cravat mi assomiglia, non lo nascondo, sono uno che ha sofferto e che soffre, anche di depressione. Non me ne frega niente del giudizio degli altri, se questi altri sono degli imbecilli o persone che disprezzo. Sto ad ascoltare solo chi stimo, che non necessariamente è un mio “fan”. Sono un solitario, proprio come Cravat. Certo, la pistola l’ho usata solo al servizio militare, mille anni fa. Diversamente, sono anche un animale estremamente sociale, quando la compagnia mi aggrada.

D: In questo romanzo ciascuno s’ abbevera alla fonte del male: chi più chi meno si è macchiato di una qualche forma di infamia, nessuno escluso. Non c’è un personaggio positivo in senso stretto, un deuteragonista che fa da alter ego e che conduce verso la luce. La gamma delle perversioni si allarga fino a comprendere il sadico che arriva a uccidere freddamente un uomo pur di estorcergli delle informazioni. Mi sembra che questo scardini la consueta gerarchia del noir o comunque del poliziesco in generale: l’assassino o presunto tale sembra essere una chimera e il vero sadico è uno dei tanti che si avvicendano nella trama: è anche un romanzo delle ossessioni e delle perversioni che albergano negli uomini di potere e negli ambienti del malaffare e dell’alta imprenditoria. Quale è lo sfondo etico (se ce n’è uno) e quale possibilità di redenzione (se ce n’è una)?

 R: Vedi, volevo semplicemente essere estremo. Le vie di mezzo, i conti preventivi, non mi interessano. La vita a mio avviso è un’esperienza estrema, nel bene e nel male. Lo sfondo etico è quello che ci propone l’informazione a tutte le ore. Un pantano. Credo di essere un moralista, ma non faccio sermoni. Ma non posso raccontare certi ambienti senza un po’ di coraggio. Altrimenti farei come molti miei colleghi politicamente corretti. Io sono scorretto, ma nel senso che cerco, invano naturalmente, la mia verità. È una questione di carattere e, appunto, di etica. La redenzione c’è già, è dentro Guido Cravat, che non rinuncia ad essere umano, anche ad amare, seppure con poca fortuna.

 D: Karacauer dice che “la legalità contrappone i principi della due parti della società così la polizia ad essa inerente può penetrare nel territorio dell’illegalità solo in qualità di istituzione legale, potendo agire esclusivamente sul terreno legale mentre il detective può procedere indifferentemente sia contro la legalità che contro l’illegalità”. Queste due posizioni vengono incarnate dai due detective del romanzo, Cravat e il suo discepolo Saluzzi, ex poliziotti entrambi ma con peculiarità molto diverse. Mi sembra tuttavia che il cinismo di Cravat non sia amorale e patologico come quello di Saluzzi un detective decisamente inquietante e senza scrupoli. Tuttavia, Cravat ha un atteggiamento paternalista nei suoi confronti. Quanto è illegale il maestro e quanto il discepolo? Saluzzi è un Cravat degenerato? Sono in fondo due parti di uno stesso personaggio?

 R: No, no, sono due personaggi ben diversi. Sul paternalismo si, c’è, ma il nucleo di questo paternalismo è un grumo molto duro di sarcasmo e di odio feroce. Rappresentano proprio due individui ben distinti. Cravat è già abbastanza pieno di contraddizioni, e Saluzzi è praticamente un serial killer. Lui è quello veramente illegale. Vive con la mamma, suona la tromba, e per vivere fa il detective dove può sfogare la sua vera passione: l’omicidio, la tortura, l’orrore.

 D: Questa domanda in un certo senso si lega a quella precedente. Cito Sciascia questa volta e precisamente quando dice: “I fatti non sono contraddittori, un fatto rimane tale, sulle intenzioni si può speculare.” Quello di Cravat non mi pare un caso di coscienza, sa essere amorale ma ha una sua etica interiore del tutto avulsa dal contesto sociale e professionale. Insomma il tuo detective è deontologicamente non catalogabile- É una scheggia che vaga, lo muovono l’assenza e il vuoto che cerca di colmare con una qualche azione riparatrice. Cerca quella donna, non sua, solo perché sta sublimando la sua assenza, che tuttavia lo tortura. Stando ai fatti, cosa fa Cravat per ottenere quella felicità che sembra un diritto? La scena finale è l’abbraccio a quella presenza tanto agognata o è l’ennesima fregatura della vita? Cosa dicono le intenzioni e i fatti?

 R: Sciascia era forse il più grande scrittore italiano di quella parte del nostro Novecento. Ma anche europeo. Dici bene, Cravat è una scheggia, ma come la maggior parte di noi, solo che in lui la velocità della scheggia è decuplicata. Ma non è affatto impazzita. Dalla presenza, di cui non sappiamo nulla, potrebbe essere un’allucinazione o addirittura un alieno, lui proprio alla fine fugge. Ma perché? Non posso dire altro, amo il mistero più di ogni altra cosa, illibro, come lo fu per Brasilia, rappresenta la vita, che si chiude e spedisce i personaggi dove “vuole”.E’ l’antigiallo per eccellenza. Non che non ami i gialli di qualità, ma da ragazzo fui folgorato da Dürenmatt: dal suo “requiem per un romanzo giallo”, La promessa, un romanzo colossale. E’ un giallo che si conclude con un’ossessione, non si chiude, in pratica. Vedi, non amo i generi. Voglio dire, molti libri di genere li ho amati e ammirati coi loro autori, ma per quanto mi riguarda, e il mio curriculum mi è testimone, io amo variare e contaminare. Lo trovo anche onesto. Certo, senza falsa modestia credo che meriterei molta più attenzione, sono parecchio sottovalutato. Si vive in un sistema drogato di quella pesante, ma insomma… ci siamo capiti. Io vado avanti, la peggior cosa per una persona che ha del talento è sprecarlo. Cravat in amore è una frana, o forse semplicemente si innamora delle donne sbagliate per lui. È un uomo molto serio, non va con le prostitute a pagamento e non, sa aspettare, ma la sua solitudine è una pozza di dolore. Potrebbe avere altre donne, ma lui vuole amare. Come hai detto bene, è un personaggio sfaccettato, capace di passare dall’odio, alla truffa, alla ricerca di un vero sentimento. La vita è una cosa complessa, e l’uomo, in fondo, è la vita che si muove.

 D:Il giallo senza soluzione, o antigiallo, come dici tu è probabilmente la formula più interessante di questo genere. Sciascia in Appunti sul giallo fa risalire a Gadda l’nvenzione del giallo aperto e il Contesto è un romanzo senza soluzione, aperto a molteplici interpretazioni, Il protagonista della promessa di Dürrenmatt da te citato dice che con la “logica ci si accosta solo parzialmente alla verità”. Mi sembra che i migliori risultati letterari optino per questa strada, quella del sottosuolo, della logica applicata alla dannazione, una formula impossibile ma che tutti gli investigatori più riusciti hanno sposato. Diventare in qualche modo vittima, carnefice e spogliarsi delle carte, degli appunti. Un viaggio dentro gli abissi della psiche di chi gravita attorno al delitto. Mi sembra anche che non ti piacciano le soluzioni facili e le logiche deduttive in generale come scrittore e in questo ultimo scritto ne ha dato ulteriore prova. Mi piacerebbe una tua ultima riflessione in merito.

R: Sono perfettamente d’accordo con quanto tu dici. È come in certo senso andare oltre lo spettacolo. Si, ci siamo più o meno divertiti; ora, nonostante i morti necessari alla narrazione, le paure, anche il terrore, il fantasma della morte che di continuo fa la sua prima e ultima apparizione, perché la morte è come l’attrice di un solo episodio, ecco intervenire qualcosa di imprevisto: la vita. È un po’ come nel vecchio film di Buñuel, Estasi di un delitto, nel quale il protagonista, causa un trauma infantile, è sempre sul punto di uccidere, e poi qualcosa, che forse non fa parte del mondo dei sensi, lo fa fallire, fino a un lieto fine assolutamente inaspettato. Qui non ci sono lieti fini, la morte è sempre sulla corda più grave di un violino che suona un pezzo mortifero, anche se ci sono delle battute di umorismo magari nero, ma alla fine il finale lo piazzo nella mia testa e soprattutto in quella del lettore. Cravat fugge, erra, forse dalla vita stessa, forse dal terrore di una vita extraterrestre, o dalla paura delle sue reazioni, e non ne sappiamo più niente. Tutto è andato a rotoli, cioè dove era per me giusto che andasse. Un lettore mi ha parlato di “senso di incompletezza”. Lo posso capire. Ma cosa è la vita se non una commedia che si interrompe nei momenti spesso più impensati? È il finale dei finali, quello. Io trovo senza falsa modestia questo mio un grande finale, che apre infinite possibilità, che crea interrogativi di una certa sostanza. Forse sarebbe stato più semplice chiudere in una maniera più tradizionale, ma la tradizione secondo me va pugnalata, a volte, perché non ci fa fare un passo in avanti, ed è quello che il lettore smaliziato in fondo desidera, andare oltre.

 

Il link all’intervista su Bibliovorax: https://bit.ly/3hKZhzu

 



Hard Boiled La via introspettiva di Franz Krauspenhaar per un genere americano

L’investigatore indaga e trova i suoi incubi

Franz Krauspenhaar, scrittore, poeta e musicista, torna in libreria con un romanzo, La presenza e l’assenza (Arkadia), che ruota intorno alla scrittura di genere, l’hard boiled americano, con alcune interessanti variazioni. Nel romanzo quindi troviamo ispettori privati, inquieti e insoddisfatti, informatori doppiogiochisti, ricchi uomini d’affari senza scrupoli, donne fatali e con loro l’intero armamentario di quel preciso campo letterario.

Il racconto prende le mosse dalla presunta sparizione di una donna, la giovane moglie di un ricco industriale. Quest’ultimo, invece di rivolgersi alla polizia, incarica Guido Cravat, ex poliziotto cinquantenne, che possiede tutte le stimmate del personaggio hard boiled (sensibilità, misantropia, inquietudine, solitudine, e una cocciuta ostinazione a fallire), di cercare la ragazza.  Con il passare dei giorni Guido si rende conto che il lavoro commissionato riguarda qualcosa di più grande e di più complesso, frutto di reticenze, di potere, di soldi e ricatti; così cercherà di scoprire la verità, rimanendo «puro» in un mondo di disonesti.

Ne La presenza e l’assenza è interessante il lavoro introspettivo sui personaggi, tutti dotati di una sorta di opacità: costantemente mentono gli uni agli altri, ingannando il lettore stesso, tanto che potremmo parlare di narratore inaffidabile per definire il punto di vista di Krauspenhaar. Proprio la struttura narrativa è il punto di forza del testo; se da un lato il protagonista è raccontato tramite una terza persona, non onnisciente, utile a far percepire la differenza dei piani del racconto. Questa scelta, lungi dall’essere applicata meccanicamente, dà il giusto movimento all’intreccio così che la componente gnomica del racconto, che certe volte si attarda con una certa sentenziosità aforistica, viene bilanciata dalla trama del giallo vero e proprio. Caratteristica principale dei personaggi è l’ambiguità, voluta e ricercata dal suo autore, anche nella lingua che nei momenti migliori alterna una certa tensione lirica, un lirismo costruito con una lingua volutamente bassa, che pesca dal quotidiano, alla crudezza dell’immagine disgustosa e disturbante; proprio quest’alternanza fa in modo che il romanzo esuli da rischiosi cliché dell’hard boiled, acquisendo uno statuto più interessante. Ne è indice il capitolo conclusivo, volutamente aperto, del romanzo, nel quale si comprende come la ricerca di Guido Cravat non abbia nulla di “reale”, bensì sia la scusa per un’indagine interiore, un viaggio alla scoperta dei propri fantasmi.

La presenza e l’assenza è quindi, pur con alcune incertezze, un romanzo riuscito e ci conferma la capacità di Krauspenhaar di indagare l’animo umano nelle sue bassezze e di restituircene la bellezza.

Demetrio Paolin



Recensione: “La presenza e l’assenza”, un noir meneghino dalla forte introspezione psicologica

 

Non ci sono peccati privati.

Sono tutti pubblici, tutti condividiamo

quelli degli altri e tutti gli altri

condividono i nostri.

JIM THOMPSON

 

Questo è “LA PRESENZA E L’ASSENZA” di Franz Krauspenhaar (ARKADIA Editore), milanese, scrittore, poeta e musicista, nonché redattore di vari blog e riviste letterarie. Tutto il romanzo ruota attorno all’improvvisa scomparsa di Daniela, giovane e bella moglie dell’industriale milanese Tommei. Questi decide di non contattare la polizia ma di rivolgersi ad un investigatore privato, Guido Cravat, un investigatore di fresca nomina. Aveva cominciato da meno di un mese, dunque aveva bisogno di ingranare, dunque sarebbe stato abbastanza malleabile e avrebbe fatto poche domande. Sbagliando decisamente nel suo giudizio su Cravat, Tommei decide di estrometterlo quasi subito dall’indagine sostituendolo con Saluzzi, un tipo senza scrupoli. Di questo l’avvocato Gemmò era più che certo. Aveva fatto le sue sporche indagini con le sporche persone giuste. E aveva consegnato a Tommei lo sporco numero di telefono dello sporco individuo. Cravat, sentendo fin da subito odore di marcio in tutta la vicenda, decide di continuare da solo le ricerche e questo lo porterà ad incontrarsi/scontrarsi con colui che lo ha sostituito andando a scoprire torbide verità (La verità non sembra mai vera. GEORGES SIMENON). La narrazione si svolge attraverso i pensieri e le azioni di tre uomini diversi: l’industriale Tommei che vuole a tutti i costi ritrovare sua moglie, ne sentiva oramai la mancanza in maniera insopportabile, con una fitta al cuore che minacciava di paralizzarlo per il resto dei suoi giorni, ma dando ai due investigatori presso che nessuna informazione; l’investigatore Saluzzi, sadico e senza scrupoli che per il denaro era capace di uccidere due volte; Cravat, il nostro protagonista, ex poliziotto che ha deciso di lasciare l’ambiente corrotto della polizia per l’onestà e che vive una continua guerra interiore con se stesso, con il vizio del fumo, con la presenza. Il tutto è ambientato in una Milano tanto amata quanto odiata per cui se mettessimo a paragone una foto di allora con una di oggi, entrambe scattate nello stesso punto, proveremmo una voraginosa fitta di rimpianto e di sconcerto e addirittura, in alcuni casi, di orrore. Il traffico s’era sconvolto a rotta di collo e le auto erano diventate tutte diverse, e la gente ora si vestiva, si truccava e si pettinava in modo diverso. Attraverso Tommei, Saluzzi e soprattutto il racconto che Cravat gli fa in prima persona (o forse si sta inconsapevolmente rivolgendo a quella presenza che ogni tanto gli sembra di percepire?), il lettore viene catapultato in una voragine di delitti, debolezze umane, psicopatie, da cui non si evince un lieto fine. Il romanzo è di facile lettura, scorrevole, ricco di descrizioni fin troppo dettagliate, perfetto per un pubblico amante non solo del noir ma anche delle forti introspezioni psicologiche.

Marina Sembiante



“LA VITA CI FA TROVARE IL NOSTRO POSTO IN PIEDI, SCOMODO PER TUTTI”. IL ROMANZO NERO DI FRANZ KRAUSPENHAAR, IN UNA MILANO LIVIDA E OSCURA, CHE PARE ESTRATTA DA “BLADE RUNNER”

Il ricco industriale Rossano Tommei si sveglia, entra in bagno e al posto della saponetta trova il cellulare della moglie Daniela. È già lì, nella prima scena, in quell’oggetto al posto sbagliato, quel senso di straniamento che accompagna dall’inizio alla fine La presenza e l’assenza di Franz Krauspenhaar, edito da Arkadia, collana Sidekar. Un romanzo incalzante, disperato, malinconico, a tratti grottesco, che prende spunto dal genere noir per raccontare il genere umano. È evidente che Daniela si era chiusa in bagno per parlare di nascosto con qualcuno, ma con chi? Tommei cerca l’ultima chiamata e si annota il numero. Un amante? Ma a quel numero non risponde nessuno. Poco dopo, la più feroce delle assenze: Daniela scompare nel nulla.

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Tommei a quel punto assumerà un investigatore privato, Guido Cravat, trovato per caso sulle pagine gialle elettroniche. Un moderno Philip Marlowe, uno che ha lasciato la polizia perché, una buona volta, vuole fare i soldi onestamente, e che si autodefinisce imprenditore della propria rovina. Un uomo sempre fuori posto, proprio come quel cellulare sul portasapone, che dopo un amore finito male e una lunga serie di situazioni sbagliate ha una tale fiducia nel prossimo da considerare gli assegni tutti a vuoto per principio. Eppure, lo scopriremo nel corso della narrazione, conserva ancora slanci di sentimento e momenti di profonda umanità.

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Cravat è io narrante, si alterna alla terza persona del narratore e spesso trasforma l’“io” in “tu”, rivolgendosi a un misterioso interlocutore, forse un fratello o un amico perduto, o semplicemente un’altra parte di sé. Di presenze-assenze, Cravat se ne porta dentro tante. Prima di tutto Francesca, la donna che amava e che ha sposato un altro – un altro poliziotto, per ulteriore beffa –  e poi quel senso perduto di giustizia che l’aveva portato, tanti anni prima, a entrare in polizia per raddrizzare i torti, pulire la spazzatura, governare l’ingovernabile. In più lo accompagna un’entità non meglio definita, che chiama proprio “la presenza”: una specie di fantasma che lo visita di tanto in tanto, specie mentre è in macchina, e lo fa sentire tassista di un’anima in pena.

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Molti elementi ci fanno quindi presagire che non ci troviamo in un poliziesco deduttivo, e nessuno Sherlock Holmes rimetterà insieme tutti i pezzi del puzzle con la sola logica, salvando i buoni e assicurando i cattivi alla giustizia. Anche perché buoni e cattivi, in questa storia, sono davvero difficili da distinguere. Il requiem per il romanzo giallo positivista è già stato cantato da tempo e ora predominano il caso e il caos, negli accadimenti come nelle azioni dei personaggi, spesso irrazionali e istintive, come sono di frequente i comportamenti umani.

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Tipicamente impulsiva, ma destinata a innescare una notevole catena di eventi, è ad esempio la decisione di Rossano Tommei di togliere quasi subito il caso a Cravat e affidarlo a un altro investigatore, Dino Saluzzi, un figlio unico di madre vedova mai davvero cresciuto, incline alla violenza, privo di affetti. Uno che per il denaro era capace di uccidere due volte. Cravat però, per cui il denaro è importante ma non è tutto, continuerà a indagare ugualmente, anche gratis. Per noia, per ripicca, per voglia di avventura, persino, a un certo punto, per inseguire la speranza di un nuovo amore.

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La sfida tra Cravat e Saluzzi non è solo tra due metodi investigativi, ma tra due concezioni dell’etica. Mentre Cravat, pur compiendo azioni moralmente discutibili o addirittura illecite, ha ancora un’etica personale, una dimensione umana, Saluzzi si mostra completamente amorale e privo di ogni empatia. Di fianco a loro si muovono gli altri personaggi, lo sfuggente e grigio Tommei, la sua bella e devota segretaria Carla, capelli fulvi e occhi da leopardo, l’informatore detto “la grande scrofa”, parrucca rosso fuoco e centocinquanta chili di omosessualità dichiarata, l’ambiguo Gemmò, avvocato di grido con la faccia da urlo di Munch, e tutti insieme, ognuno con i propri peccati e le proprie nevrosi – tra cui particolarmente rilevante e ricorrente il complesso edipico – tingono il noir di altri colori, raccontano tutte le declinazioni dell’animo umano e dei suoi abissi.

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Lo stile è il più grande punto di forza, scorrevole sì, ma non come un lungo fiume tranquillo, più come un torrente ricco di cascate e mulinelli, a tratti un fiume in piena, un treno in corsa che sbatte sui binari e non deraglia, ricco di metafore, giochi di parole inconsueti e guizzi d’ironia. Uno degli esempi più riusciti di quell’uso funambolico della lingua che i lettori di Krauspenhaar già conoscono bene. Lo sfondo è una Milano decadente, non più da bere, forse nemmeno da fumare – e infatti Cravat ha smesso – ma potrebbe essere qualsiasi odierna metropoli. Bagnata da una pioggia battente, che di continuo la lava e di nuovo la sporca, ricorda a tratti la Los Angeles distopica di Blade Runner, e anche Cravat a suo modo è un cacciatore di replicanti, tutti ignari di quanto avranno ancora da vivere.

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Ma il vero filo conduttore non è fatto di pioggia, quanto di fumo. La nostalgia di Cravat per la nicotina accompagna la storia e si fonde con tutti gli altri suoi più nobili rimpianti: l’onestà, la giovinezza, l’amore. E lo sa fin dall’inizio, Cravat, che finirà per cedere, che prima o poi smetterà di smettere. Resisterà per centoventisei pagine, poi deciderà che si vive e si muore una volta sola e sprofonderà di nuovo nel suo vizio preferito. Proprio in quel momento il mistero sembrerà dipanarsi, per riavvolgersi poco dopo in una più fitta coltre di fumo.

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È qui che più che mai il romanzo da noir si fa esistenziale, tanto da riportare alla memoria l’archetipo di tutti gli antieroi, Zeno Cosini. Ma se per il protagonista del romanzo di Svevo l’Ultima Sigaretta ha un gusto più intenso proprio perché è l’ultima, e l’intento sempre tradito ne aumenta il piacere, Cravat trova in quella nuova prima sigaretta, fumata in completo abbandono, senza promesse né alti propositi, una consapevole sconfitta ma anche un nuovo slancio vitale. Oltre tutte le disillusioni, vuole ancora vivere.

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Di seguito un estratto.

Esiste un mestiere che non sia duro? Un mestiere molle? O perlomeno croccante? No che non esiste. La vita ci fa trovare il nostro posto in piedi, scomodo per tutti. Coloro i quali hanno il privilegio di trovare i rari posti a sedere devono poi vedersela con le responsabilità. La comodità costa. La tribuna centrale costa. La prima fila costa. […] Così questo Rossano Tommei – ho fatto subito le mie ricerche – è un cosiddetto uomo di successo. Chi è un uomo di successo? Un uomo che s’illude di vivere una vita diversa. Diversa dalla maggioranza. Una vita alta. Seduta comodamente ma alta. Anzi eretta. Una vita in erezione. Il cazzo duro perenne della vita. Il priapismo dell’uomo di successo. L’uomo di successo è un illuso, perché il successo non esiste. Non è mai successo. Il successo è l’estrema illusione prima dell’estrema unzione. Il membro rimane eretto, ma è solo rigor mortis.

Viviana Viviani



La presenza e l’assenza – Franz Krauspenhaar

Guido Cravat è un personaggio davvero  insolito. Un investigatore privato baciato dalla sfiga, un ex poliziotto con profonde turbe esistenziali.
È lui il personaggio principale de La presenza e l’assenza, il noir firmato da Franz Krauspenhaar.
Quando ho iniziato a leggerlo mi sono sentito subito in un romanzo duro di Georges Simenon.
Il noir coinvolgente di Franz è un autentico romanzo duro stile Simenon, ambientato nella sua odiata e amata Milano.
In ogni pagina c’è sempre il bisogno dell’autore di raccontare la sua città e attraverso questa narrazione trovare gli elementi, come faceva il grande Georges, per scavare e indagare nella complessità dell’animo umano.
Guido che si perde in un labirinto esistenziale sempre sospeso tra presenza e assenza si trova al centro di un intrigo misterioso: la sparizione della moglie di un ricco industriale.
Viene assunto  e subito licenziato dal marito. Ma lui non ci sta. Subito si accorge che c’è puzza di marcio. Prende il suo posto Saluti, un sadico detective che lui conosce molto bene.
Ma il mistero si fa più fitto e Guido decide di condurre le indagini per conto proprio.
Cosa si nasconde dietro la scomparsa della donna?
Franz Krauspenhaar è davvero abile nel costruire un intreccio avvincente con una scrittura tagliente che dà vita a uno straordinario personaggio disincantato che ha una grande qualità: un umorismo irriverente che conquista subito il lettore.
Non mancano i colpi di scena ma soprattutto il libro si fa leggere fino alla fine perché il suo autore è davvero geniale nel combinare la trama con la caratterizzazione dei personaggi.
Guido dà il peggio di sé in un monologo esistenziale in cui dialoga con i propri demoni, affronta i suoi fantasmi, si lascia coinvolgere nel mistero della scomparsa della donna, vive sulla sua pelle il disagio di disadattato perché il vero noir è la sua stessa esistenza.
«L’ ideale sarebbe non pensare più, non sentirsi più d’impaccio nel mondo tra un amore impossibile e una presenza assenza che mi fa sentire nel buio totale che mi fa sentire il suo alieno dolore. Forse certi ingranaggi della mia storia mi rendono impunito, come in fondo, sono sempre stato».
La presenza e l’assenza è un romanzo duro che contempla tutte le sfumature del nero.
Uno di quei libri che continuano a turbarci anche dopo averli chiusi per sempre.

Nicola Vacca



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

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