La vita schifa


La vita schifa, il festival dell’ossimoro di Rosario Palazzolo

«Quando sono morto io si fece festa, una festa stramba e inutile, ridicola come le cose ridicole, una festa che ognuno se ne stava a casa sua a gioire in silenzio, una festa senza brindo, una festa muta, una festa che se mettiamo uno passava di là non se ne accorgeva che c’era quella festa, era una festa cacchia, una festa senza cerimonie, una festa guasta[…]»

Rosario Palazzolo è da sempre un portatore (in)sano di linguaggio. Chi abbia letto i suoi precedenti romanzi, cito qui il meraviglioso Cattiverìa (Perdisa pop 2013) – un libro nel quale il linguaggio veniva reinventato pagina dopo pagina, fondendosi e scomponendosi per riscoprirsi diverso. Il dialetto siciliano, le sgrammaticature e l’italiano si reggevano tenendosi per mano, a volte si abbracciavano, altre si prendevano a schiaffi e lo facevano dentro una corsa di punteggiatura stesa a perdifiato. Una meraviglia. La stessa cosa, Palazzolo, che è anche drammaturgo, attore, regista teatrale, la fa quando scrive per il teatro, consiglio agli appassionati di andarsi a cercare gli articoli o i video che raccontano di Letizia Forever, una delle cose più affascinanti e magiche che siano andate in scena negli ultimi anni in Italia.

Quindi per raccontarvi La vita schifa (Arkadia, 2020), il libro più recente di Palazzolo, bisogna partire proprio dal linguaggio e dal fatto che lo stile conti molto più della trama. Come dice il grandissimo Rodrigo Fresán è lo stile che fa l’autore, la struttura è importante, la trama è secondaria. La lingua fa il resto.

Lo stile, allora. Palazzolo scrive in maniera accurata, precisa. Lavora contemporaneamente sulla singola parola e sul complesso della storia che vuole raccontarci. Le parole, i verbi, la punteggiatura diventano modulabili, si stringono, si allungano, suonano. Non si accontentano di descrivere una scena, o un personaggio, la assecondano e la cambiano. A ogni termine pronunciato non basta stare in bocca al protagonista ma gestirlo, starci insieme, così che ogni personaggio, dal principale a quello che compare in una sola pagina, diventa un’estensione della lingua, un complemento della parola, quando c’è un verbo è lui stesso il verbo, non nel senso religioso ma nel senso della letteratura. Questo fa Palazzolo, questo a noi interessa.

Le parole scelte, le frasi composte, si mettono a fare una corsa velocissima nelle pagine, le virgole si susseguono, le principali e le secondarie si nutrono l’una dell’altra, le subordinate comandano, le maiuscole quasi non esistono perché non servono, perché ogni parola è mangiata, sputata, se amore è con la minuscola perché non può esserlo palermo?erò ci ho messo dieci anni per leggerla e per capire che questa era una storia da raccontare.

Mia nonna era stile amandalìr, però più rotta, mezza corta, fatta di una specie che non si capiva se era femmina oppure no, per primo perché c’aveva la voce grossa, a uso canina, che pure mio nonno ci tremava, e poi perché si truccava tutta rossetto e occhi pitturati che io non ce li ho visti mai, gli occhi veri, a mia nonna, e difatti quando camminava per la strada, pure se tutti si abbassavano la testa per la paura, in fondo sghignazzavano sicuro, e lei manco una felicità, c’aveva nel senso di dimostrarla, e mai una parola bella per nessuno, e soprattutto per me, che ero quello venuto male nella famiglia, il fesso di testa, e infatti io, quando ero piccolo, mi pareva di essere il più sbagliato, l’errore costruito persona […]

La storia, per un attimo. Ernesto racconta la sua vita, la racconta da morto, un anno dopo, un anno preciso, sputato, come direbbe lui, da quando è morto. Ernesto è l’ammazzatore, l’uomo, e prima ancora il ragazzo, che viene scelto dalla mafia per andare a risolvere questioni fuori dalla Sicilia. Ernesto va, trova chi ha fatto lo sgarro, o chi è soltanto parente di chi commise il torto, magari venti, trent’anni prima, e gli spara, poi torna in Sicilia. Ma è morto davvero Ernesto? Non importa, è secondario, al lettore deve importare la prima persona, il narratore Ernesto che dice, con questa lingua viva e mischiata, quello che Palazzolo ha pensato per lui, e Ernesto racconta.

Dice di quando era piccolo, della sua famiglia, di sua madre, di suo padre morto, del nonno, del lavoro in campagna dallo zio, dalla faccia che cambia nel tempo a ogni carta d’identità che ha dovuto rifare. Per ogni cambiamento c’era un motivo, un motivo che poco dopo è fallito. Dice di quando lavorava la terra e gli piaceva, di quando lo vennero a prendere, dice della prima pistola. Fa avanti e indietro Ernesto, prima è morto e dopo è vivo, e dopo è di nuovo morto e parla e dice. Le fidanzate, i fumetti, il servizio militare, i treni, le ammazzate. È un assassino Ernesto, ma è pure un buono, uno che si è trovato dentro le cose e non ne ha mai scelta una.

Ernesto dice degli incubi, delle sue montagne piene di paure, dice dell’amore, di come ti venga a prendere e a portarti via, di come ti scelga, di come tu non possa farci niente. Di come non possa salvarti quando sei già perduto. Lo dice con un ritmo ossessivo e coinvolgente, lo dice che ti affezioni, lo dice che ti fa vedere un quadro esatto della vita, di come le cose siano spesso segnate, di come quasi sempre non siamo capaci, di come ritrovarsi con una pistola in mano sia questione di spazi di residenza, di quartieri da dove si viene, di famiglie dentro le quali si nasce. Da morto Ernesto è come una radio e da questa radio escono fuori i mafiosi e Ivano Fossati, la madre che gli dava dello scemo e Paolo Conte, Pupo e l’amore all’improvviso. La radio fa un ronzio di vita e di morte.

e io pure questo avevo provato, una gioia incapita e una paura così, come se tutta la smania che sentivo, tutto quel bisogno attaccato, quella gobba improvvisa, mi avrebbero potuto soltanto morire, come del resto è successo.

La vita schifa è un romanzo molto bello, uno dei più interessanti usciti in questa prima parte di anno; un libro destinato a restare sempre nuovo. È un libro sulla colpa e sull’impossibilità di redimersi. La vita, per lo scrittore palermitano, è un festival dell’ossimoro, solo che sono pochissimi i riusciti come quelli che venivano a Leopardi.

Se in Cattiverìa, Palazzolo, mischiava il dialetto all’italiano, inventando una lingua terza sospesa e vorticosa, con questo romanzo fa ancora un passo in avanti, il siciliano e l’italiano ormai sono fusi, sono un solo linguaggio, allora ci si può permettere di inventarsi parole nuove, cattive o buone, resistenti, durature, tutte battenti, tutte che ti lasciano la voglia di usarle. Succede questo con i libri o con gli spettacoli teatrali di Palazzolo, succede che mentre leggi o assisti (e anche dopo) ti viene voglia di parlare come parlano i tuoi personaggi, di possedere quella parola ritmata, quella frase precisamente suonata.

Gianni Montieri



Spericolato, entusiasmante, sconvolgente 

Apro questo libro scritto in uno stile originale, sontuoso e indescrivibile con quel misto di siciliano italianizzato e grammelot mentale e incappo subito, a pagina 10, in una frase vera e solida come il monumento a Garibaldi:
La precisione è un fatto complicato, un fatto che l’uomo lo fraintende, prendi la natura per esempio: ti pare precisa solo perché sei tu che c’hai bisogno della precisione, e così ti fissi che ogni cosa è messa come se fosse messa con un pensiero che l’ha messa proprio in quel modo lì, con fiori che viene la primavera e spuntano i fiori, gli alberi e il sole e la tempesta invernale, e invece sta tutta nell’imperfetto, la natura, è il contrario della precisione, ed è solo il tuo occhio che lo vede al contrario.
Ci avevate mai pensato? Io sì, ma vai a dirlo come Palazzolo. E chi è che ci parla in questa lingua arcaico-avveniristica? Un morto, naturalmente. Un killer. Un uomo buono e cattivissimo. Paura eh?
Nato con l’aiuto del forcipe che gli ha leso qualcosa nel cervello, Ernesto Scossa cresce in Sicilia essendo considerato il povero scemo di casa, ma ad un certo momento gli viene affidato il ruolo di killer sul Continente, perché in famiglia ognuno deve guadagnarsi la pagnotta e i primi risultati sono curiosamente positivi. Nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo, neppure lui incapace com’è di fare previsioni  a breve o lungo termine. Poi commette un errore. In fondo è un romantico: si innamora, cominciano i guai e lui non sembra proprio in grado di schivarli. E’ una sorta di cucciolo d Rottweiler agitato, aggressivo, ma innocente e immemore. E con la fissa della precisione (ecco che ritorna).
Perché c’è qualcosa di impreciso, fuori posto come le bottigliette di shampoo nel bagno di casa che hanno le etichette girate, in questo amore impossibile. Impossibile perché? Ernesto non cerca una spiegazione, ma una soluzione concreta: deve nascondersi con Katia per salvare la pelle di entrambi; lo “zio” non permette che i suoi ordini vengano ignorati ed Ernesto si è allargato un po’ troppo.
Ma io vi sto raccontando una storia, mentre questo libro è altro e adesso tento di spiegarlo.
“La vita schifa” ci dice che non esiste redenzione, che la colpa – ogni colpa – ce la portiamo incisa sottopelle, che ogni buona intenzione viene annullata dagli atti crudeli, o semplicemente indifferenti, che compiamo. Siamo tutti morti nell’anima, fin da subito, da quando svillaneggiamo un compagno di scuola a quando ci facciamo crescere il pelo sullo stomaco. Non esistono santi e madonne, sono colpevoli anche loro, magari per eccesso di bontà.
No, non è un giallo questo libro. E non ci fa passare qualche ora immemori del mondo che ci circonda. E’ filosofia sgangherata e sogghignante, è tragedia greca rappresentata in una discarica, è qualcosa che ti lavora dentro.
Mi sento di ringraziare Rosario Palazzolo per questo lavoro di cesello. Anche se fa male, molto. Forse proprio per questo.

Barbara Monteverdi



“La vita schifa”, un quasi monologo che riflette sulla colpa e sulla redenzione

“La vita schifa” del drammaturgo e scrittore Rosario Palazzolo appare come un lungo monologo drammatico dominato dal flusso ininterrotto delle riflessioni e dei ricordi. Il protagonista è un killer che racconta, da morto, il suo ultimo anno di vita, riflettendo sulla colpa e sull’impossibilità della redenzione…

 

“La vita schifa” del drammaturgo e scrittore Rosario Palazzolo appare come un lungo monologo drammatico dominato dal flusso ininterrotto delle riflessioni e dei ricordi. Il protagonista è un killer che racconta, da morto, il suo ultimo anno di vita, riflettendo sulla colpa e sull’impossibilità della redenzione…

La vita schifa, pubblicato da Arkadia, appare come un monologo drammatico dominato dal flusso ininterrotto delle riflessioni e dei ricordi. Scritto da Rosario Palazzolo – drammaturgo e scrittore oltre che che regista e attore – racconta l’ultimo anno di vita di Ernesto Scossa, un uomo buono e cattivo, freddo e altrettanto sensibile.

Il protagonista è un killer che ripensa ai suoi ultimi mesi, quando ormai è già morto, indagandone il perché e i per come. Ernesto riflette sulla colpa e sull’impossibilità della redenzione, perché la parola redenzione, a volerci ragionare, è la più distante dalla redenzione stessa; propone un antidoto alla colpa, la assoggetta a una miriade di attenuanti, la sotterra, la dimentica. E invece la colpa andrebbe annoverata, sempre, e esposta in bella mostra fra i fallimenti dell’esistenza, affinché non si abbiano sconti in qualsiasi futuro immaginiamo di dover ancora vivere.

Palazzolo (vincitore del premio per la Critica teatrale 2016, apparso di recente nel film Il traditore di Marco Bellocchio) racconta di un uomo che ha vissuto un’infanzia povera di prospettive, un’adolescenza infame, una giovinezza sonnolenta e poi d’improvviso gagliarda, fino al giorno della sua morte. La lingua, un pastiche linguistico che mette insieme l’italiano dialettale con le sue sgrammaticature e il siciliano, è una delle caratteristiche principali di questo libro, insieme alla forma che si ispira al mondo della drammaturgia.



Delitto e castigo del killer innamorato 

Il romanzo di Rosario Palazzolo racconta di un uomo prigioniero di una sorte decisa. Una lingua carica di suoni 

Si dice che l’umanità avrà forse una possibilità di salvarsi dall’estinzione sicura, qualora si attivasse per stringere parentele tra razze diverse, insomma se l’uomo imparasse a sentirsi fratello dell’albero, cugino della pietra e ad agire di conseguenza. Non è filosofia new age, ma pensiero biologico, figlio delle neuroscienze. Stringere parentele, ampliare la morale, ritrovare il senso del gioco della matassa di lana, quello per cui si fissa un nodo e si ricomincia: con un nuovo tempo e un nuovo spazio. Con più di un tempo e più di uno spazio. A tutto questo fa pensare “La vita schifa”, Arkadia Editore, l’ultimo romanzo dello scrittore, regista, drammaturgo, attore Rosario Palazzolo, talento siciliano in un poker d’arte.
La trama è l’unica cosa semplice: Ernesto Scossa è un killer, uccide per soldi mentre vive una vita già decisa ed è così fino a quando non si innamora di katia, “con la kappa” e il minuscolo nel nome, prima traccia sovversiva. Al di là della trama niente più è semplice e lineare. Nemmeno la lettura, anzi, occorre proprio stringere una parentela nuova, trovare un accordo con questa “sintassi complessata”, con una punteggiatura che non rispetta nessuna morale, proprio come il protagonista quando sputa nella bara della nonna senza rimorso, allo stesso modo le frasi srotolano senza punti, senza maiuscole e senza subordinate (poche).
Eppure, una volta trovato l’accordo, il protagonista immondo che grida un «grido sparolato» e sa riconoscere una «faccia buscagliona», diventa un fratello da seguire agli inferi, pur sapendo che sarà un viaggio senza ritorno. Viene in mente “Fight club” di Chuck Palahniuk per certi manrovesci linguistici e il ritmo da martello pneumatico sulla tempia; ed è curioso che il romanzo, poi un film fortunatissimo, dello scrittore statunitense sia stato pubblica- to prima come racconto breve, esattamente come “La vita schifa”, il cui primo vagito si ritrova ne “L’ammazzatore”, scritto tredici anni fa da Palazzolo e diventato poi uno spettacolo teatrale per maturare infine in questo romanzo. Ricorda anche, per la capacità di creare una lingua carica di superfetazioni di senso e di suono, la scrittura che fece notare il Premio Strega Tiziano Scarpa tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio.
C’è qualcosa di arcaico e insieme di futuristico nel lavoro di Palazzolo, così come in uno dei temi principali del romanzo: la colpa. Delitto e castigo? Ancora peggio, si tratta di quell’impossibilità di essere felici, peggio ancora liberi dalla propria (mala)sorte destinati a essere trattati come «le formiche che si schiacciano solo perché sono formiche, mica perchè disturbano, e io lo so che voi mi capite pure se adesso fate la faccia come se non mi capite, e mi dite pazzo, magari, o scemo, e mi capite perché siete prigionieri pure voi, formiche obbligate a starsene qui con me, adesso, a fare la loro schifa parte».
Non è facile la lettura se non si cerca di danzare con la lingua insieme con l’autore, fino a trovarsi stretti in un tango con il protagonista, a guardare la vita sulla carta che «è una confusione di cose che capitano, che potevano pure non capitare, che non ricapiterebbero…» e proprio quando il passo si è fatto sicuro e all’unisono, la musica finisce. E sarà un dispiacere acuto, come è giusto che sia. 

Eleonora Lombardo



Rosario Palazzolo è drammaturgo, scrittore, regista e attore. Per il teatro ha scritto, fra gli altri: Ciò che accadde all’improvviso (2006), I tempi stanno per cambiare (2007, con Luigi Bernardi), Ouminicch’ (2007), Letizia forever (2013), Portobello never dies (2015), Lo zompo (2016) Mari/age (2016) e La veglia (2018). Nel 2016 è stato insignito del Premio Nazionale della Critica Teatrale per la sua attività di drammaturgo. Per la narrativa ha scritto la novella L’ammazzatore (2007), e i romanzi Concetto al buio (2010) e Cattiverìa (2013), tutti editi da Perdisa Pop, nella collana diretta da Luigi Bernardi. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta di testi teatrali: Iddi – trittico dell’ironia e della disperazione (Editoria & Spettacolo). E nel 2019 Santa Samantha Vs – sciagura in tre mosse (Il Glifo). Tra le sue recenti interpretazioni cinematografiche si ricorda il ruolo nel film Il traditore, del regista Marco Bellocchio, vincitore di prestigiosi premi nazionali e internazionali.



Se l’amore prende la… Scossa 

Il libro. Esce oggi “La vita schifa” di Rosario Palazzolo che accompagna il lettore nella vita di Ernesto, l’amico di sempre, quello naïf e un po’ fuori dall’usuale

Rosario Palazzolo con “La vita schifa” (Sidekar/Arkadia) non lo leggi, lo ascolti. È una sensazione di straniamento quella che colpisce il lettore che inizia a sentire la voce del protagonista, Ernesto Scossa; lo segue pendendo dalle sue labbra e non dalla sua penna. Lo segue nella sua sintassi plastica che rifiuta le lettere maiuscole e che le lettere le trasforma da segni in suoni.
Ernesto Scossa è morto, non così i suoi ricordi, a partire dall’anniversario successivo alla sua dipartita. Successivo, sì, non ho sbagliato io, non pensate a male e attendete pazientemente di arrivare a leggere le ultime pagine. Non siate impazienti perché per Ernesto è: «come se certi ricordi mi fanno il gioco d’artificio nel cervello, e un fatto qualsiasi diventa un’esplosione di mille scintille che s’inseguono, che si uniscono, che formano colori diversi, e tutti i fatti che mi sono capitati nella vita diventano un unico fatto».
Torniamo al nostro… Ernesto, che già dopo un paio di pagine inizierete a pensarlo come l’amico di sempre, quello naïf diciamo, è un po’ fuori dall’usuale, ha pochi, pochissimi punti fermi dentro e fuori ma ci insinua il dubbio che la normalità sia una convenzione a cui poterci sottrarre. Nella sua imperfezione, però, ha delle regole: «La precisione è un fatto complicato, un fatto che l’uomo lo fraintende, prendi la natura per esempio: ti pare precisa solo perché sei tu che c’hai bisogno della precisione, e così ti fissi che ogni cosa è messa come se fosse messa con un pensiero che l’ha messa proprio in quel modo lì, coi fiori che viene la primavera e spuntano i fiori, gli alberi e il sole e la tempesta invernale, e invece sta tutta nell’imperfetto, la natura, è il contrario della precisione, ed è solo il tuo occhio che la vede al contrario…».
Così iniziamo ad andare avanti e indietro fra i ricordi del protagonista, un apparente disordine anche qui che però ci stuzzica a tendere l’orecchio e prestare attenzione a tutti i passaggi della narrazione. Non è che non ci si possa distrarre, ma è come un’autostrada con le uscite una in prossimità dell’altra che se ti distrai è un casino ma neanche poi tanto ché c’è sempre un panorama nuovo. A me questo è sembrato: un viaggio in autostrada con le uscite vicine vicine: le guardi tutte e pensi che forse dovresti prenderne un’altra. Solo che Scossa è un passeggero: «Per prima la nascita, che deve essere giusta, poi bisogna che ti scelgono, è tipo come se fosse un concorso nel quale ognuno deve dimostrare le proprie qualità, solo che questo concorso è un concorso silenzioso…».
Così succede che la mano dell’ammazzatore Ernesto Scossa si ferma solo davanti un amore improvviso, davanti a un corpo che doveva freddare e invece ha riscaldato con questo sentimento nuovo, inopportuno e che qualche pensiero lo porta: «Penso che il futuro che guarda al passato è sempre una confusione di possibilità inavverate, di cui solitamente non ti pigli la colpa, e invece la colpa sei tu…».
Palazzolo ci offre una lettura apparentemente leggera, con sorrisi che si aprono improvvisi davanti alle considerazioni di un personaggio che lo è anche per se stesso, per una serie di etichette che gli sono state appiccicate e che lo interrogano. Ernesto sembra fuggire al suo destino ma lo forgia, lo plasma: «perché quando la felicità fa i capricci e non arriva da sé bisogna fabbricarsela con l’invenzione».
L’ammazzatore non cerca né la redenzione né l’assoluzione. Nessuno di noi può redimere o assol- vere alcuno, compreso se stesso, sarebbe ipocrita. Scossa ammette: «se mi capitasse a me, non salverei a nessuno, penserei a salvarmi io» – e aggiunge -: «del resto è facile maledirsi, dopo, ma non vale: dopo ne abbiamo voglia tutti, raro che ci riesci prima». Vi lascio così, sospesi, perché Ernesto in realtà ha un’anima interessante e ‘sa fare i fiori’ e, come un fiore nasce, fiorisce e muore, nasce, fiorisce e muore finché non va a tagliarsi i capelli da Gioacchino.

Salvatore Massimo Fazio Letizia Cuzzola



Rosario Palazzolo: «Provo a sfidare la realtà, mi piace indagare cattivamente sulla normalità altrui»

Libri e Fumetti Il drammaturgo, regista e attore palermitano è tornato alla letteratura con “La vita schifa”, edito da Arkadia, in uscita il 23 gennaio, di cui pubblichiamo per gentile concessione dell’editore il primo capitolo. Palazzolo “disegna” «un uomo fragile e al contempo potente, con una lingua vulcano carica di neologismi, solecismi, deformazioni ritmiche, una lingua scotennata dall’insopportabile medietà linguistica della lingua, in cui l’ironia e la sciagura propongono il medesimo racconto». Presentazione il 26 gennaio al Biondo di Palermo.
Si immagini un uomo che “agisce” per neologismi, che totalmente diserta le forme della dialettica, della lingua, dell’esposizione e ancora le retoriche, i contrappunti, i segni che sono lettere, stanghette scritte. Tutto ci appare nuovo o lo additiamo con sberleffi. Adesso si realizzi che così non è. La persona in questione non è un ignorante né un gretto, forse sarebbe meglio dire non è grezzo. Un uomo che diserta da qualunque tipo di phoné voce, suono, rumore che anche inconsapevolmente produciamo ma anche da qualunque tipo di sovvertimento con capriole di filosofia sulla scia di wittgeinsteiniana memoria. E nuovamente, in questo disertare, sapere che tutto ciò che appare strano, a tratti divertente sino all’esasperazione, è distopico.
Ha un carattere cattivo, così come lo stesso ci ha detto: «Del resto è un fatto abbastanza risaputo. Che io abbia un cattivo carattere. Lo dicono quelli che non mi conoscono, ne sono certi coloro che mi conoscono bene». È il drammaturgo, scrittore, regista e attore palermitano Rosario Palazzolo, che mi ha esaltato nell’intervista che segue, ma ancor di più nella lettura e rilettura, verso un nuovo plasmato verbale, de La vita schifa che vedrà luce il 23 gennaio prossimo per i tipi di Arkadia Editore nella collana Sidekar, curata dalle gemelle Ivana e Mariela Peritore. Quest’ultime accompagneranno l’autore alla prima nazionale del libro che si terrà domenica 26 gennaio alle ore 11.30 alla Sala Strelher del Teatro Biondo di Palermo. Converseranno con lui la scrittrice Beatrice Maonroy, Marco Bernardi e il regista Giuseppe Cutino.
Palazzolo, noto al grande pubblico per la sua straordinaria attività teatrale, senza dimenticare il cinema – nell’ultimo film di Marco Bellocchio, Il traditore, interpreta il ruolo di Giovanni De Gennaro, funzionario della PS che convinse il boss dei due mondi Tommaso Buscetta a collaborare -, non è al suo esordio letterario ma potrebbe esserlo: il nuovo incombe dove il protagonista Ernesto Scossa rappresenta tutte le contraddizioni che nei luoghi comuni è data per una carenza di fermezza e personalità decisa. Forse.

L’autore, infatti, “disegna” «un uomo fragile e al contempo potente, con una lingua vulcano carica di neologismi, solecismi, deformazioni ritmiche, dove l’asintatticismo di facciata nasconde leggi rigide e incontrovertibili, una lingua scotennata dall’insopportabile medietà linguistica della lingua e anche una lingua disponibile all’orrore, al fallimento, all’incomprensione, una lingua in cui le virgole smettono di essere virgole e divengono interpunzioni emotive, sequenziali, e in cui l’ironia e la sciagura propongono il medesimo racconto, abbastanza divertente, moltissimo pauroso, e pure un lingua che fatica per essere vera, impiantata come un microchip nella coscienza intima del protagonista, e perciò superfalsa, che fa del disagio per il neoreale una prodigiosa contingenza della realtà, e insomma una lingua che mira alla forma per risolvere il contenuto, e per questo pretestuosa, soprattutto, e soprattutto presuntuosa».
Quando mi ha così racchiuso in poche parole la sua idea di partenza, parole che ho sentite come una mitraglietta di conflitti e contraddizioni, mi sono interrogato: “se gli dico che mi ha stupito, potrebbe mandarmi al diavolo e allora non glielo dico”. In in dei conti io voglio raccontare La vita schifa di Rosario Palazzolo, e qui l’opera è scritta sì da lui, ma diventa di chi la assorbe. Poi torno sui mie passi e allora sento forte la necessità di fargli tante domande sul teatro: Ciò che accadde all’improvviso; I tempi stanno per cambiare nel 2007, con Luigi Bernardi, Ouminicch’ sempre nel 2007, ‘A Cirimonia (2009), Pinuocchio (2010), Manichìni (2011), Portobello never dies nel 2015, che si è guadagnato il “Premio Napoli Teatro Festival”, o Samantha Vs – Sciagura in tre mosse, che comprende gli spettacoli Lo zompo, Mari/age e La veglia, trilogia prodotta dal Teatro Biondo Stabile di Palermo. Con Letizia forever del 2013, che ha scritto e diretto, si è aggiudicato il “Premio Teatri di Vetro e MarteLive”, spettacolo che ha superato le 150 repliche.

Del Palazzolo scrittore, che nel 2006 vince il “Premio Lama & Trama” con il racconto A N., ci sono tracce importanti con la novella L’ammazzatore del 2007, e due romanzi del 2010 e 2013, rispettivamente Concetto al buio e Cattiverìa. Alla domanda su che effetto possa fargli essere in un firmamento di premi mi ha risposto che «È un tema freddo, quello dei premi. Che non mi entusiasma nemmeno un po’. Però se mi premiano so essere contento». Non gli ho creduto e allora, data la valenza straordinaria de La vita schifa ho incalzato con un’altra domanda, con l’ambizione di farlo cadere nel mio tranello, gli ho chiesto pertanto per chi lo ha scritto, e la risposta mi ha ammutolito «Per le mie colpe, che non intendo confessare». Non certo di riuscire ad incrociare curiosità del protagonista Ernesto con l’autore Rosario, ho iniziato una carrellata di domande, sognante di trovare coincidenze volute.

Rosario, cosa ti ha spinto a scrivere di questo tema?
«L’amore per l’impossibilità, e il disprezzo per le attenuanti».

E perché hai voluto scriverne? «Perché m’interessano parecchio le voci. E lo stile. E la complessità. E la leggerezza. Perché non sono uno scrittore tipico, e del resto non credo nemmeno esista, lo scrittore tipico, se esiste è perché autoesiste, e allora scrive le cose più tipiche che potremmo immaginarci da uno scrittore tipico. Perché le storie mi servono per dissacrare la realtà, non certo per risolverla. Perché mi piace indagare cattivamente sulla normalità altrui, ma solo per poter sfoderare le mia. Perché mi piace il lettore atletico, che sappia correre, e perdersi. Ma anche ritrovarsi. Perché propendo per un destinatario responsabile, magnifico e coraggioso. Che bisticci un po’ con la mia opera, e perda o vinca. Perché credo che viceversa la scrittura non avrebbe motivo di esistere. Perché amo i giochi ingegnosi, pieni zeppi di trucchi, di soluzioni prodigiose e rischiosissime. Perché provo a sfidare la realtà. Perché sono soltanto un maldestro simulatore».

In tre aggettivi, come racconteresti La vita schifa?
«Funambolico, ironico, disperato».

Per Arkadia Editore nella collana Sidekar, dunque questo tema, che è il trionfo del godimento del cambiamento che mai è avvenuto perché è lì palesato. Nelle precedenti pubblicazioni a cosa ti sei ispirato?
«Ho scritto una novella (L’ammazzatore, 2007), e due romanzi (Concetto al buio nel 2010, e Cattiverìa nel 2013). E per ciascuna opera credo l’ispirazione sia stata la medesima, poi declinata in storie differenti. E l’ispirazione è questa: il mio cattivo carattere. E del resto è un fatto abbastanza risaputo che io abbia un cattivo carattere. Lo dicono quelli che non mi conoscono, ne sono certi coloro che mi conoscono bene. Non è che sono proprio intrattabile, intendiamoci: non ho mai picchiato nessuno, le mie parole solo raramente sono offensive e quasi mai con le persone sbagliate; non ricordo affatto perché il tale mi è insopportabile e non per questo fingo di non conoscerlo. Pesto piedi, mani e ideologie alla rinfusa, senza interessarmi troppo di chi e che cosa, solo per il gusto di scovarne una qualche genuinità, e comunque chiedo sempre scusa, dopo. Ho un sarcasmo indolore, insapore, inodore, ma solo per gli stupidi, tutti gli altri mi odiano proprio per questo. Non puzzo, ma ugualmente non sono favorevole agli abbracci gratuiti. Non amo i segreti, i saltimbanchi, le donnine in tutù. Non ho pazienza per quelli che si ricordano tutto, sebbene mi piacerebbe assumerli; e odio i presentatori, gli adulatori, i sismologhi e la carta stagnola, ma non mi privo di nessuno di loro, se no smetterei di odiarli e sarebbe un peccato. Tifo per la rabbia, quella di chi è in grado di gestirla; e non sopporto i sereni, i pacifici, i senza macchia, soprattutto i senza macchia. Mi è ostile qualsiasi tipo di psicologia, specialmente quella interrogativa; so chi sono, cosa voglio, cosa vorrei e cosa non avrò mai, e riesco a osservare tutte queste cose con il dovuto distacco, con il dovuto sogghigno, con il dovuto bruciore. Ho l’occhio vivo – come si dice da queste parti –  e nulla sfugge al mio inesorabile giudizio, e non faccio feriti, perché odio pure i feriti. Mi fanno schifo i lacrimevoli, gli esterrefatti, i consolatori; e faccio incetta di maledizioni, lo sanno bene quelli che provano a scagliarmene di nuove. Amo la contraddizione, alla follia, per cui potrei scrivere il contrario di tutto quello che ho scritto, qui come altrove, e ne proverei il medesimo piacere; quindi, sebbene non sia d’accordo con loro, credo che abbiano ragione, i tutti: ho davvero un pessimo carattere, senza il quale non avrei scritto un solo rigo».

Come sei approdato nella collana Sidekar di Arkadia?
«Conosco Mariela Peritore da qualche anno. La stima che provo per lei mi ha fatto decidere di inviare il manoscritto. Poi ho conosciuto Arkadia, tutto il suo meraviglioso staff, e il mio cuore ha palpitato».

Paradosso a ritroso: dal libro al teatro e al cinema come vi approda Rosario Palazzolo in quest’ultimi due?
«Il teatro è stato un dirottamento necessario, e del resto ancora lo è; il cinema, invece, una breve crociera che mi sono concesso, visto che mi pagavano il biglietto».

Hai studiato o sei un “indipendente” che ha dopo studiato recitazione?
«Non ho mai studiato recitazione. Perlopiù l’ho adoperata».

Maestri?
«Uno su tutti: Luigi Bernardi».

Da giovane, o da bimbo meglio ancora, avevi questo progetto di vita dedita all’arte? «Non proprio. Sono piuttosto pigro, ho lasciato che le cose accadessero».

Il tuo rapporto coi premi mi hai detto essere un tema freddo, che non ti entusiasma nemmeno un po’, che però se ti premiano sai essere contento: e con gli encomi ricevuti sino ad oggi?
«Io e gli encomi abbiamo un rapporto burrascoso. Diciamo che ne ho avuti anche troppi per uno che fa di tutto per non riceverne».

Una curiosità: il ruolo di Giovanni de Gennaro nel bel film Il traditore di Bellocchio, come ti ci sei “calato”?
«In un modo che non avevo mai sperimentato: la sottrazione».

Interessante, anche troppo. Concedimi una domanda #off. Il calcio fenomeno socialmente enorme in Italia: per chi e se tifi?
«Tifo per il Palermo, ma senza troppi struggimenti».

E adesso un’ultima campanilistica. Palermitano tout-court dunque, riconosci che si dice arancino o ti batti per arancina?
«Preferisco la pizza».

Salvatore Massimo Fazio



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

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