L’ambasciatore delle foreste


È il 1861: nasce il Regno d’Italia e in America scoppia la Guerra di secessione. In un momento storico cruciale e delicatissimo, un personaggio estremamente curioso diventa il primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti. Si chiama George Perkins Marsh e L’ambasciatore delle foreste di Paolo Ciampi (Arkadia Editore) ne racconta la storia. George è un personaggio curioso: appassionato di linguistica, amante della natura, uomo d’affari visionario ma sfortunato, viaggiatore e osservatore acutissimo. Tra incontri bizzarri, intuizioni geniali e una vicenda umana segnata da difficoltà non indifferenti, George emerge come un uomo profondamente moderno e lungimirante, ma soprattutto si svela come ecologista ante litteram. Seguendo passo passo la sua vita, il lettore entra in sintonia con lui e, pagina dopo pagina, il libro si rivela una chicca imperdibile.

Abbiamo posto qualche domanda all’autore, Paolo Ciampi, per approfondire la figura di George e il messaggio che il libro intende trasmettere raccontando questa singolare vicenda.

Per cominciare, com’è nata l’idea di approfondire e narrare la storia di George Perkins Marsh?

Sono i casi della vita, senza dover ricorrere alla solita frase sulle storie che bussano alla porta di chi è pronto a riceverle. Diciamo che sono stato fortunato: un giorno arrivò dalle mie parti una delegazione dell’Agenzia dei parchi degli Stati Uniti, incontrò i colleghi italiani e si meravigliò che da noi George Perkins Marsh, padre dell’ecologia prima che la stessa parola ecologia esistesse, fosse praticamente uno sconosciuto. Così lasciò in dono una ponderosa biografia. Però ci ho messo dieci anni per leggerla e per capire che questa era una storia da raccontare.

Se dovessi descrivere George con tre aggettivi, quali sarebbero e perché?

Curioso, perché senza la curiosità non si sarebbe mai posto le domande giuste. Irrequieto, di quell’irrequietezza che prova comunque a tenersi strette le cose che davvero contano. Pigro, intendendo quel genere di pigrizia che sa darsi molto daffare, non per ciò che da te pretendono ma per ciò che vuoi veramente. Inutile dire che in George ritrovo qualcosa di me. Anzi, chi mi conosce ha provato a stanarmi: parli di George o parli di te stesso?

Dalla narrazione emerge chiaramente come George sia stato un uomo che ha anticipato i tempi, sotto molteplici punti di vista. Secondo te, come avrebbe vissuto questi nostri anni e le crescenti preoccupazioni riguardanti l’ambiente?

Come uomo che per primo ha lanciato l’allarme sui cambiamenti climatici certo oggi sarebbe facile per lui constatare la correttezza dei suoi ragionamenti. Non credo però che sarebbe saltato su rivendicando le sue ragioni – stile l’avevo detto io – non era persona. Piuttosto con pragmatismo tutto americano si sarebbe rimboccato le maniche. E da qualche parte avrebbe cominciato. Magari senza scendere in piazza, semmai regalando un sorriso o un cenno di intesa ai ragazzi che oggi in tutto il mondo manifestano.

Nel libro racconti di esserti messo sulle tracce di George prima a Torino, poi nella tua Firenze. Che esperienza è stata?

Ho ritrovato le emozioni che altre volte ho vissuto quando ho deciso di ricostruire e raccontare la storia di altri persone più o meno nascoste nelle pieghe della grande Storia. Semmai questa volta ho sentito un’empatia più forte, che ha sconfinato in una sorta di immedesimazione. In ogni caso ho imparato che i luoghi che da una persona sono stati abitati o frequentati in qualche modo trattengono qualcosa di quella vita, anche se apparentemente non ne è rimasta traccia. E di un’altra cosa mi sono convinto: quando scegli di raccontare una vita prendi una decisione che non esaurisce gli effetti con la pubblicazione di un libro. Comincia una relazione che va avanti. Oggi di George so molto di più, grazie anche ad altre persone che con l’Ambasciatore delle foreste si sono riconosciute in una piccola comunità di affetti  e interessi.

Molti personaggi curiosi circondano George: qualcuno che ha suscitato il tuo interesse in modo particolare?

Non so se curioso sia la parola giusta, ma nel libro – e prima ancora nella vita di George – c’è una persona straordinaria, che forse meriterebbe un libro a parte. Caroline, la seconda moglie di George. Una donna notevolissima per spirito, intelligenza, anticonformismo: e per la verità è lei che ho conosciuto per prima, molti anni prima di imbattermi in George, grazie a un volume che raccoglieva pagine dei suoi diari relativi al periodo trascorso a Torino. Malgrado una malattia che l’ha segnata per tutta la vita Caroline era una donna coraggiosa e indipendente. Così come malgrado le rigidità e le ipocrisie dell’epoca George è stato un marito attento  e affettuoso.

Se ai lettori restasse in mente una sola cosa dopo la lettura de L’ambasciatore delle foreste, quale vorresti che fosse?

In realtà sono almeno due. Ovvero che la vita può prendere direzioni strane e impreviste, ma a volte è proprio questa la strada per diventare ciò che vogliamo. E poi, soprattutto per i più giovani: non è vero che non si possa fare niente. George era solo, nel secolo del Progresso che non ammetteva dubbi, eppure il suo messaggio ha lasciato un segno ed è stato raccolto. Vorrei che L’ambasciatore delle foreste fosse inteso come un libro sull’importanza delle parole – intendo le parole scritte – e su ciò che le parole possono mettere in movimento.



L’ambasciatore delle foreste – Paolo Ciampi

Non è facile introdursi nella vita di un uomo appartenuto ad un’epoca passata, raccontarla, risparmiarla dal proprio giudizio di uomo moderno. Bisogna entrare in punta di piedi, osservarne ogni sfaccettatura, comprenderne i perché.

Paolo Ciampi si imbatte casualmente nella storia di George Perkins Marsh e con “L’ambasciatore delle foreste” (Ed. Arkadia, 2018) realizza un ritratto sincero e affettuoso di questo personaggio importante, stranamente poco noto. Nella biografia redatta da David Lowenthal, Perkins Marsh viene definito “Profeta della Conservazione”. Ciampi declina questo appellativo facendoci avvicinare a colui che divenne il padre dell’ecologia, quando questo termine ancora non aveva un significato concreto.

George, così amichevolmente chiamato dall’autore, nacque il 15 marzo 1801 a Woodstock, nel Vermont, a stretto contatto con i boschi. E i boschi lo accompagneranno sempre nella vita, in un modo o nell’altro. 

 “Un bosco vicino è come un libro da tenere sempre sul comodino, per ciò che ci può insegnare. Il senso del tempo, per esempio. Oppure la responsabilità nei confronti di questa vita e insieme la possibilità di una vita diversa.”

Non eccelse negli affari, registrando svariati fallimenti. Malgrado un’esistenza percorsa da lutti e difficoltà, prestò un onorevole servizio come diplomatico in rappresentanza degli Stati Uniti prima a Istanbul e poi in un’Italia appena nata, proprio mentre la sua terra si immergeva in una lacerante guerra di secessione. 

Ma un uomo non è fatto solo da un elenco di eventi o di occupazioni. Difatti George fu un instancabile viaggiatore, dotato di un “robusto appetito per ogni conoscenza” e, incarichi istituzionali a parte, rimase sempre “un acrobata in precario equilibrio. Sospeso tra la voglia di dare il meglio di sé e la voglia di fare altro”, ossia vedere il mondo e le sue meraviglie. 

 “A volte si sceglie, a volte ci si fa scegliere da un luogo di cui […] si intuisce il contorno delle possibilità che offre. Ovvero di un’altra possibilità di essere se stessi.”

Proprio dal suo amore per la Natura e dalle riflessioni svolte durante i suoi viaggi, nel 1864 nacque “L’uomo e la natura. La geografia fisica modificata per opera dell’uomo”. Impressionato dalle avvisaglie di distruzione emerse con l’avanzare del progresso nel XIX secolo, il lungimirante George ribaltò la prospettiva del suo tempo e indagò sulle responsabilità umane nei cambiamenti ambientali.

 “E’ l’apprendista stregone, l’uomo. Disperde spensieratamente ciò che gli è alleato, per scatenare ciò che è destinato a rivoltarglisi contro”.

Paolo Ciampi ci fa capire che, se è possibile definire il valore di una persona in base al contributo che ha lasciato al mondo, senza dubbio Perkins Marsh fu incredibilmente prezioso. La sua opera ebbe infatti un’eco immensa e originò un’attenzione verso la Natura che, nella seconda metà dell’800, si manifestò con la creazione dei primi parchi nazionali degli Stati Uniti. L’influenza positiva non si limitò al Nuovo Mondo, bensì si espanse ispirando numerosi provvedimenti a tutela dell’ambiente nei decenni a seguire, giungendo fino ai giorni nostri. Fu così che ciò che sta fuori acquisì sempre più importanza per il suo legame con ciò che sta dentro, nello spirito, e che per parlare di civiltà divenne imprescindibile il rispetto della Natura.

L’autore non nasconde il proprio punto di vista e conclude il quadro con un invito a non seppellire le idee di George, a donar loro concretezza, perché “amare gli alberi significa amare assai più che gli alberi”.

Giulia Suman



L’AMBASCIATORE DELLE FORESTE

Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici. Anton Cechov

Un consiglio di lettura estiva per chi, come me, ormai da tempo è immerso e perso in ogni tipo di lettura che riguarda boschi e foreste: l’omonimo libro, scritto dal giornalista e scrittore fiorentino Paolo Ciampi, che contiene il racconto della vita di George Perkins Marsh (1801-1882), ecologista ante litteram.
Ciampi mette nel cassetto un plico di fotocopie di un libro ricevuto da un collega: una poderosa biografia a firma di David Lowenthal, George Perkins Marsh: Prophet of Conservation. Dopo avere dimenticato quelle pagine (ci viene confessato che i discorsi sull’ambiente annoiano…), la curiosità rinasce e arriva la scoperta. E con essa la sorpresa.
Perkins è il primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, nominato da Abramo Lincoln, un uomo che prima ancora che fosse stata inventata la parola ecologia (Ökologie è stata coniata nel 1866 dallo scienziato tedesco Ernst Haeckel), capisce cosa sta succedendo al mondo. Nato a Woodstock nel Vermont, è il primo a parlare di cambiamenti climatici, di foreste da salvare, attraverso i viaggi nelle foreste del New England ma anche e soprattutto fra le fronde maestose degli abitanti il nostro Appennino e le nostre Alpi. Un grido lontano e inascoltato. Le pagine che portano alla scoperta di questo ambasciatore delle foreste sono piene d riflessioni e illuminazioni sul senso degli alberi, sulle montagne e sulla nostra stessa civiltà. Un senso di gratitudine per i boschi pervade il pensiero di George, così ci piace chiamarlo insieme all’autore del testo. Vivendo fra Torino, Firenze e Roma, George gode della luce fiorentina e di quella che filtra fra gli alberi delle Alpi, che considera persone e non cose, sempre cedendo alla tentazione di una passeggiata. “Le Alpi per me sembrano avere un “respiro vitale” più di ogni parte nel resto del mondo” scriveva, possibilità di pace e di cura.
George è una voce solitaria in mezzo all’industrializzazione galoppante, tempi che corrono troppo veloci, dove non c’è più passato o futuro e resta la prepotenza del presente. Le parole però, a volte, e fortunatamente, creano fatti, soprattutto se sono in accordo con i tempi e mature per essi.
Nel 1864, anno in cui pubblica il suo Man and Nature or Physical geography as modified by human action, Lincoln concede alla California la Yosemite Valley, vincolandola a uso pubblico, per villeggiatura e svago. La valle non è ancora un parco ma l’idea che godere della natura può essere una strada per proteggerla germoglia. Nel 1872 ecco allora che il presidente Ulysses Grant istituisce il parco nazionale di Yellowstone, il primo in tutto il pianeta e che molti indicano come frutto delle idee di George. Henri David Thoreau è morto nel 1862 e non ha fatto in tempo quindi a leggere Man and Nature, un libro che serve ad attirare l’attenzione di osservatori preparati, ma il grande John Muir sì. Un uomo che si firmava John Muir, pianeta terra, universo, capace di dire: “sono uscito per fare una passeggiata e ho finito per star fuori fino al tramonto del sole, perché andare fuori, mi sono accoro, in realtà significava andare dentro”. John riesce a pescare da quanto ha dentro, e in qualche modo si riferisce anche a George. Le parole di George creano fatti, parole che uniscono uomini nel mondo. Allora come ora. Che fanno rete, si direbbe oggi.
George conosce anche le foreste di Vallombrosa, dove i vicini camaldolesi di San Romualdo, ordine benedettino, obbediscono a una regola che contiene precise raccomandazioni per salvaguardare gli alberi: il primo Codice forestale. Preghiera e lavoro, mistero e santità degli alberi: tu sarai abete per altezza di contemplazione. Gli alberi sono scale per collegare la terra al cielo, valga tanto per i monaci quanto per gli sciamani di aree lontane del mondo.
La natura senza uomo non è perfetta, la natura con l’uomo spesso si fa disastro, scrive Ciampi, e regolarmente il vero pericolo non è il nomade, il barbaro con le sue tende fuori delle città, ma il sedentario, il civilizzato. Nulla di più vero e attuale.
Una cultura non è migliore dei suoi boschi, dichiara il poeta inglese Wystan Hugh Auden, la si può valutare dai boschi, aggiunge Ciampi, non meno che dalle scuole, dagli ospedali, dalle prigioni. Inseguire la vita di George ha insegnato che la vita di ciascuno di noi è come un fiume di montagna che scende a valle, dove le vicende sono i sassi sott’acqua che le leviga e modella. Gli ostacoli che i giapponesi riconoscono nei loro specchi d’acqua dei giardini, con le carpe coraggiose che li evitano. Abbiamo appreso a misurarci con il silenzio. Con la quiete.
Con l’autore ci si vorrebbe solo abbandonare all’acqua di questo fiume, essere noi stessi acqua che scende a valle, prima che la corsa finisca, prima che l’acqua si mescoli ad altra acqua.
Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici. Anton Cechov.
Un consiglio di lettura estiva per chi, come me, ormai da tempo è immerso e perso in ogni tipo di lettura che riguarda boschi e foreste: l’omonimo libro, scritto dal giornalista e scrittore fiorentino Paolo Ciampi, che contiene il racconto della vita di George Perkins Marsh (1801-1882), ecologista ante litteram.
Ciampi mette nel cassetto un plico di fotocopie di un libro ricevuto da un collega: una poderosa biografia a firma di David Lowenthal, George Perkins Marsh: Prophet of Conservation. Dopo avere dimenticato quelle pagine (ci viene confessato che i discorsi sull’ambiente annoiano…), la curiosità rinasce e arriva la scoperta. E con essa la sorpresa.
Perkins è il primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, nominato da Abramo Lincoln, un uomo che prima ancora che fosse stata inventata la parola ecologia (Ökologie è stata coniata nel 1866 dallo scienziato tedesco Ernst Haeckel), capisce cosa sta succedendo al mondo. Nato a Woodstock nel Vermont, è il primo a parlare di cambiamenti climatici, di foreste da salvare, attraverso i viaggi nelle foreste del New England ma anche e soprattutto fra le fronde maestose degli abitanti il nostro Appennino e le nostre Alpi. Un grido lontano e inascoltato. Le pagine che portano alla scoperta di questo ambasciatore delle foreste sono piene d riflessioni e illuminazioni sul senso degli alberi, sulle montagne e sulla nostra stessa civiltà. Un senso di gratitudine per i boschi pervade il pensiero di George, così ci piace chiamarlo insieme all’autore del testo. Vivendo fra Torino, Firenze e Roma, George gode della luce fiorentina e di quella che filtra fra gli alberi delle Alpi, che considera persone e non cose, sempre cedendo alla tentazione di una passeggiata. “Le Alpi per me sembrano avere un “respiro vitale” più di ogni parte nel resto del mondo” scriveva, possibilità di pace e di cura.
George è una voce solitaria in mezzo all’industrializzazione galoppante, tempi che corrono troppo veloci, dove non c’è più passato o futuro e resta la prepotenza del presente. Le parole però, a volte, e fortunatamente, creano fatti, soprattutto se sono in accordo con i tempi e mature per essi.
Nel 1864, anno in cui pubblica il suo Man and Nature or Physical geography as modified by human action, Lincoln concede alla California la Yosemite Valley, vincolandola a uso pubblico, per villeggiatura e svago. La valle non è ancora un parco ma l’idea che godere della natura può essere una strada per proteggerla germoglia. Nel 1872 ecco allora che il presidente Ulysses Grant istituisce il parco nazionale di Yellowstone, il primo in tutto il pianeta e che molti indicano come frutto delle idee di George. Henri David Thoreau è morto nel 1862 e non ha fatto in tempo quindi a leggere Man and Nature, un libro che serve ad attirare l’attenzione di osservatori preparati, ma il grande John Muir sì. Un uomo che si firmava John Muir, pianeta terra, universo, capace di dire: “sono uscito per fare una passeggiata e ho finito per star fuori fino al tramonto del sole, perché andare fuori, mi sono accoro, in realtà significava andare dentro”. John riesce a pescare da quanto ha dentro, e in qualche modo si riferisce anche a George. Le parole di George creano fatti, parole che uniscono uomini nel mondo. Allora come ora. Che fanno rete, si direbbe oggi.
George conosce anche le foreste di Vallombrosa, dove i vicini camaldolesi di San Romualdo, ordine benedettino, obbediscono a una regola che contiene precise raccomandazioni per salvaguardare gli alberi: il primo Codice forestale. Preghiera e lavoro, mistero e santità degli alberi: tu sarai abete per altezza di contemplazione. Gli alberi sono scale per collegare la terra al cielo, valga tanto per i monaci quanto per gli sciamani di aree lontane del mondo.
La natura senza uomo non è perfetta, la natura con l’uomo spesso si fa disastro, scrive Ciampi, e regolarmente il vero pericolo non è il nomade, il barbaro con le sue tende fuori delle città, ma il sedentario, il civilizzato. Nulla di più vero e attuale.
Una cultura non è migliore dei suoi boschi, dichiara il poeta inglese Wystan Hugh Auden, la si può valutare dai boschi, aggiunge Ciampi, non meno che dalle scuole, dagli ospedali, dalle prigioni. Inseguire la vita di George ha insegnato che la vita di ciascuno di noi è come un fiume di montagna che scende a valle, dove le vicende sono i sassi sott’acqua che le leviga e modella. Gli ostacoli che i giapponesi riconoscono nei loro specchi d’acqua dei giardini, con le carpe coraggiose che li evitano. Abbiamo appreso a misurarci con il silenzio. Con la quiete.
Con l’autore ci si vorrebbe solo abbandonare all’acqua di questo fiume, essere noi stessi acqua che scende a valle, prima che la corsa finisca, prima che l’acqua si mescoli ad altra acqua.

Simonetta Sandri



George Perkins Marsh (1801-1882), primo ambasciatore Usa in Italia e primo “verde” della storia, senza sapere di essere un protomilitante “ecologista”, ma agendo compiutamente come tale, quando il termine ecologista non esisteva ancora. Non abbiamo difficoltà ad ammettere che non conoscevamo affatto il diplomatico, tanto meno l’ambientalista, ma non è una vergogna, perché “l’uomo dei boschi” era ignoto fino a poco tempo fa perfino a Paolo Ciampi, il giornalista fiorentino che sull’avventura pro-natura di Marsh ha scritto un gran bel libro, “L’ambasciatore delle foreste”, pubblicato nel 2018 per l’Editore Arkadia di Cagliari, terzo nella collana di narrativa Senza rotta (prima edizione dicembre 2018, ristampa subito a gennaio 2019, 160 pagine, 14 euro).

Ciampi ha lavorato per diversi quotidiani e dirige l’Agenzia di stampa della Giunta regionale toscana (“Toscana Notizie”). Ama i viaggi e la storia, è un blogger molto attivo. Ha firmato decine di testi, una trentina, nel più recente dei quali si è dedicato a un altro personaggio da scoprire: il geniale matematico pisano del XII secolo Leonardo Fibonacci. 

Al bando qualsiasi sospetto che questa recensione del libro su Marsh possa sembrare un atto di piaggeria nei confronti di un collega (entrambi abbiamo come datore di lavoro un’Amministrazione regionale). È stato l’editore sardo a suggerire la lettura e a sostegno dell’oggettiva qualità di questo saggio c’è la presenza tra i cinquantasette titoli proposti a febbraio per la candidatura al 73esimo Premio Strega. Non è poi entrato tra i dodici selezionati per la gara, ma resta un bel biglietto da visita la segnalazione degli Amici della Domenica, la giuria storica del popolare concorso.

Sulle prime, l’incontro di Ciampi con Marsh è stato freddino. Aveva a stento sfogliato il libro, regalatogli da un collega, sul primo ambasciatore degli Stati Uniti nominato da Abramo Lincoln nell’Italia da poco unita. L’illuminazione ha tardato dieci anni, ma è finalmente arrivata: anche quel Marsh è stato un pioniere americano nell’Ottocento, pur non essendo un esploratore, ma un difensore dell’ambiente. In anticipo su tutti, ha capito che il pianeta stava cominciando a cambiare, che l’impatto delle attività umane aggrediva il mondo sempre più pesantemente. Per primo ha parlato di cambiamenti climatici, per primo ha visto nelle foreste non un patrimonio immutabile nel tempo e destinato a crescere pazientemente come sempre, ma una risorsa che l’umanità stava mettendo in pericolo con comportamenti irresponsabili.

George Marsh era originario del resto nel Vermont, conosciuto America come The great mountain State (Il grande stato di montagna) e questo dice tutto sull’orografia del territorio. Il suo villaggio natale era Woodstock, che non è però quella del mega festival rock-hippie del 1969, celebrato invece a Bethel, nello Stato di New York. 

Tra le foreste è nato, per le foreste si è battuto, da “padre dei grandi parchi americani” ha operato per creare quello di Yellowstone, l’enorme area naturale protetta che conosciamo soprattutto come “casa” di Yoghi e Bubu, gli irresistibili orsi dei cartoni di Hanna e Barbera. Circondato da una foresta è morto, nell’abbazia toscana di Vallombrosa, col rammarico che nei boschi intorno mancassero “essenze” americane, tanto che aveva chiesto a un amico di fargli arrivare semi degli alberi del New England, da piantare nell’Appennino.

Conquistato dal personaggio e dalle sue motivazioni verdi, Ciampi ha approfondito la figura e l’azione del Marsh primo ecologo, del viaggiatore, del geografo dilettante ma di talento, del conoscitore di realtà diverse. Uno che certo non stava mai fermo.

Anche Paolo una ne fa, cento ne pensa e mille ne progetta. Scrive in prima persona, chiosa frequentemente con sue considerazioni, apre parentesi. È un procedere in soggettiva, in costante presa diretta.

Nei miei ragionamenti, non procedo mai bello dritto, nemmeno mi piace. I pensieri sono farfalle che sfuggono al retino della logica, se logica c’è. Dico e divago, divago e dico. C’è di peggio, comunque.

E comunque la si pensi sul clima e sul riscaldamento globale, non si può non essere d’accordo con lui quando canta lodi al cielo azzurro di Firenze.

Non c’è niente di più bello, in giornate così… sui lungarni, a volte, tutto sembra costruito con la stessa materia dei sogni.

Delle tante bellezze della città dei Medici avrà goduto certamente, George P. Marsh. Amava l’Italia, raggiunta nel 1961 come ambasciatore dopo undici anni trascorsi in Turchia e mai più lasciata. È stato a Torino, Firenze, Roma, le tre capitali del neonato Regno dei Savoia. L’ha girata, guidato dall’innata curiosità di geografo per amore della natura, ha stretto contatti coi principali “italiani” dell’epoca e ammirava Giuseppe Garibaldi. Entrambi erano convinti antischiavisti e quindi schierati per la causa nordista: il diplomatico americano si spese per fare affidare al generale italiano reparti dell’esercito dell’Unione nella guerra civile americana. Non se ne fece niente, ma rimase la stima.

Felice Laudadio



IL LIBRO DI CIAMPI

Marsh e le foreste

Tra le foreste americane, le Alpi e l’Appennino italiano una storia di amore per gli alberi e le montagne.
Con L’ambasciatore delle foreste (arkadia editore, collana Senza rotta 3, 160 pagine, 14 euro) Paolo Ciampi , giornalista e scrittore fiorentino, riscopre la figura di George Perkins Marsh (Woodstock, 15 marzo 1801 – Vallombrosa, 23 luglio 1882), primo ambasciatore degli Stati Uniti nell’Italia unita nominato da Abramo Lincoln, padre dei grandi parchi americani ed ecologista ante litteram.
Imbattutosi casualmente nella figura di George Perkins Marsh, Ciampi riporta alla luce la storia di un uomo che nel secolo del progresso e dell’industria, prima ancora che la stessa parola «ecologia» abbia fatto la sua comparsa, capisce cosa sta succedendo al mondo.
Un diplomatico che è anche ambasciatore delle foreste nel mondo, da quelle del New England a quelle del nostro Appennino, passando per i deserti dell’Africa, che regala un nuovo sguardo sugli alberi, sulle montagne, sulla stessa nostra civiltà.
Un personaggio stravagante, che frequenta a malincuore la corte dei Savoia, si appassiona alle saghe di Islanda, coltiva l’idea di portare i cammelli nelle praterie degli Stati Uniti, e che, un secolo prima dei forum internazionali e delle conferenze sul clima e sull’ambiente, parla di foreste da salvare, di cambiamenti climatici e ci allerta sulla nostra stessa possibilità di sopravvivenza. 



“L’ambasciatore delle foreste” di Paolo Ciampi – Arkadia Editore

La lettura di questo libro ha sancito per me la nascita di due grandi amori: quello per Paolo Ciampi e quello per George Perkins Marsh. In questo libro Paolo Ciampi ripercorre la vita di George Perkins Marsh e lo fa attraverso un viaggio sulle sue tracce. Un racconto che è una biografia sui generis, attenta alle emozioni e alle esperienze private. George, un diplomatico ambasciatore degli Stati Uniti in Italia ai tempi di Lincoln, è raccontato da Paolo, uno scrittore e giornalista toscano. Un libro di viaggi, di luoghi e di alberi, che hanno reso George, ambasciatore delle foreste, ecologista ante litteram e precursore della coscienza ambientalista. La sua opera più famosa, Man and Nature, è stata pubblicata nel 1864 ed è stato uno dei primi libri a mettere in guardia sugli impatti distruttivi che gli esseri umani hanno sull’ambiente. Marsh fu la prima persona a suggerire che gli umani fossero pericolosi per l’ambiente, e descrisse l’interdipendenza della società e dell’ambiente, un’idea rivoluzionaria in un’epoca in cui la parola “ecologia” non era ancora stata inventata. George fu ambasciatore americano nell’appena formatosi Regno d’Italia – prima a Torino, poi a Firenze ed infine a Roma, e espresse la necessità della conservazione della natura. Rimase in Italia più di 20 anni e oggi è sepolto a Roma, dove conto di fare una visita in occasione della prossima trasferta nella Capitale. Questo libro è per chi ama la scrittura di Mario Rigoni Stern e Franco Arminio; per chi considera gli alberi persone, non cose; per chi occupandosi delle vite degli altri, in fondo, si occupa della propria. “La musica ci salverà, la bellezza ci salverà. Ci salveremo grazie alle foreste, ci salveremo grazie a quello che sapremo fare, se lo vorremo fare”. Io ho solo una domanda da fare a Paolo: quale cd hai scelto dopo aver concluso la scrittura di questo magnifico libro?

Cinzia Orabona



“L’ambasciatore delle foreste”: dal Vermont all’Italia, storia di un ecologista ante litteram

Nel libro di Paolo Ciampi, la straordinaria vita di Perkins Marsh, diplomatico e padre dei grandi parchi Usa, tra i primi ad allertarci sulla precarietà del pianeta

“Un personaggio curioso, stravagante, a tratti divertente: una di quelle figure su cui ti chiedi perché non sia mai stato girato un film. E non solo perché degna di figurare al fianco di nomi come Thoreau e Muir. Parlare di lui, certo, vuol dire richiamare alcune grandi questioni dei nostri tempi. Ma significa anche ritrovare il senso dell’amore per i boschi e per ogni singolo albero”. Ecologista ante litteram, scrittore dei boschi, indagatore dell’animo umano in rapporto con la natura. George Perkins Marsh era tutto questo, prima ancora che diplomatico e politico statunitense tra i più influenti del suo secolo. Figura immeritatamente “accantonata” dall’altro lato dell’oceano, la sua personale visione sul mondo lo traghetta a buon diritto fra gli intellettuali precursori della coscienza ambientalista odierna. La sua miglior dote? “La curiosità”, commenta Paolo Ciampi, che ne L’ambasciatore delle foreste (edito Arkadia) ci conduce alla scoperta di uno dei personaggi più bizzarri e straordinari della storia contemporanea, il cui percorso umano e professionale si interseca con la “via italiana”.
Nato a Woodstock, Vermont, nel 1801, dopo un’iniziale carriera forense, Perkins Marsh si diede alla politica, alimentando la passione per i viaggi e per lo studio delle più svariate discipline, una costante nella sua vita intensa. Sensibile ai temi sociali, fu docente di filologia inglese e, da membro del Congresso eletto tra le fila dei Whig, diede impulso alla nascita della Smithsonian Institution, contribuendo alla riorganizzazione della Library of Congress a Washington. Nel 1849 venne chiamato a rappresentare gli Usa in Turchia: l’incarico darà il via alla sua carriera diplomatica, che proseguirà con l’esperienza fondante nel Belpaese. Sarà il primo ambasciatore statunitense dell’Italia unita, dove trascorrerà il resto dei suoi giorni. “Arrivò nel 1861 — nominato dal presidente Lincoln, di cui aveva condiviso le battaglie contro lo schiavismo — e non fece più ritorno in patria”, racconta Ciampi alla Voce di New York: “Nessun altro diplomatico americano in Italia è rimasto tanto a lungo in servizio. Ha abitato nelle tre capitali italiane dell’Ottocento – Torino, Firenze, Roma – e in tutte e tre ha stretto relazioni di amicizia importanti, con personaggi del calibro di Bettino Ricasoli e di Quintino Sella”. “Senza dimenticare gli incontri con Giuseppe Garibaldi (di cui Marsh sarà un sostenitore nella causa dell’Italia unita, ndr.), che provò ad arruolare nella guerra civile americana. Soprattutto amò i monti e i boschi italiani, sia le Alpi che gli Appennini, senza tuttavia dimenticarsi mai il suo Vermont. Morì proprio in una delle più belle foreste italiane, a Vallombrosa, in Toscana. Qualche giorno prima scrisse al grande botanico Charles Spague Sargent, ad Harvard. Gli dispiaceva che a Vallombrosa non ci fossero piante americane. Così gli chiese di spedirgli i semi di qualche albero del New England. Anche così fu uomo dei due continenti”.
Conosciuto anche come il “padre dei grandi parchi americani”, uno su tutti Yellowstone, a lui è intitolato il Parco Storico Nazionale Marsh-Billings Rockefeller, dedicato proprio alla cultura della conservazione dei parchi. Pur non essendo geografo di professione, a Marsh si deve un’opera geografica di grandissima rilevanza (Man and nature, or physical geography as modified by human action, 1864) in cui mise in luce sia gli aspetti negativi dell’intervento dell’uomo sia la possibilità di un progresso del genere umano nel riequilibrio dell’ordine naturale. I suoi scritti pullulano inoltre di spunti moderni sui problemi dell’ambiente e dell’utilizzo delle risorse. “Era un uomo di talento, che seppe dedicarsi a molte cose, tra loro molto diverse. Solo per dirne una, fu un eccezionale poliglotta e il più grande conoscitore di lingue e letterature del Nord Europa nell’America dell’Ottocento – sottolinea Paolo Ciampi – Ebbe anche interessi e passioni molto particolari, come quando studiò i cammelli e convinse l’esercito degli Stati Uniti a dotarsene. Era un curioso e il genio presuppone la capacità di porsi domande che nessuno si è posto in precedenza e di sforzarsi in risposte non banali. Per questo un giorno è arrivato a scrivere Man and Nature, un’opera che ha capovolto la prospettiva: finora ci si era chiesti come la natura influenzasse l’uomo, lui si preoccupò di cosa l’uomo stava facendo alla natura. Questione molto attuale: e il genio anticipa i tempi”. Il libro di Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino non nuovo al tema dei viaggi e dei nomi “dimenticati” nelle pieghe della storia, ci parla dunque di foreste da salvare e di precarietà del pianeta, attraverso le sorprendenti intuizioni dello stesso Marsh, ma è al contempo un’occasione per lasciarsi sorprendere dalla natura che il diplomatico “abbraccia” lungo il suo inconsueto percorso, dal New England sino alle Alpi e all’Appennino, passando per i deserti dell’Africa.
Ne emerge un ritratto estremamente interessante, quello di un uomo che nel secolo del progresso e dell’industria aveva già compreso quel che di lì a poco sarebbe capitato al mondo. In uno stile asciutto e colloquiale, in dialogo con il lettore, Ciampi restituisce un nuovo sguardo sulla natura, sulle cose, sulla nostra stessa civiltà, grazie al racconto di un uomo che lui stesso non esita a definire “stravagante”: che a malincuore frequenta la corte dei Savoia appassionandosi, invece, alle saghe di Islanda e che, un secolo prima delle conferenze sul clima e sull’ambiente, parla di cambiamenti climatici e allerta i suoi contemporanei sulla loro stessa possibilità di sopravvivenza. “Questo libro è stata l’occasione di raccontare una bella storia che mi riportasse ai grandi temi ambientali senza la noia che spesso infliggono i vari documenti in materia”, conclude l’autore. “George Perkins Marsh è un personaggio curioso, stravagante, a tratti divertente: una di quelle figure su cui ti chiedi perché non sia mai stato girato un film. E non solo perché è assolutamente degna di figurare al fianco di personaggi più conosciuti come Thoreau e Muir. Parlare su di lui, certo, vuol dire richiamare alcune delle grandi questioni dei nostri tempi, la deforestazione, la desertificazione, i cambiamenti climatici. Ma su un altro piano – quello per me più importante – ha significato anche ritrovare il senso dell’amore per i boschi e per ogni singolo albero”.

Valentina Barresi



Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, ha lavorato per diversi quotidiani e oggi è direttore dell’Agenzia di informazione della Regione Toscana. Si divide tra la passione per i viaggi e la curiosità per i nomi dimenticati nelle pieghe della storia. Ha all’attivo una trentina di libri usciti per editori come Mursia, Vallecchi, Giuntina, Ediciclo, Clichy. Gli ultimi, in ordine di pubblicazione, sono “L’uomo che ci regalò i numeri” (Mursia), sui viaggi e le scoperte del matematico Leonardo Fibonacci; “Il sogno delle mappe” (Ediciclo, Piccola Filosofia di Viaggio) e “Cosa ne sai della Polonia” (Fusta). Attivo nella promozione degli aspetti sociali della lettura, partecipa a numerose iniziative nelle scuole. Cura due blog: ilibrisonoviaggi.blogspot.it e passieparole.blog.



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




CONTATTACI

Newsletter




Scarica il nostro Catalogo