Luigi Marfè


La locanda dei perdenti nella Baires degli anni ‘30

Amico di Roberto Arlt, aderente anch’egli al gruppo letterario Boedo – che nell’Argentina degli anni Venti si contrapponeva, ma sempre nella reciproca stima, al Florida guidato da Borges, a sostegno di una letteratura sociale anziché fantastica – Enrique González Tuñón è prepotentemente schierato dalla parte degli emarginati, dei perdenti, ne segue la vita nella sua attività di giornalista, ne canta le gesta nei racconti. Ad esempio questi, raccolti in Letti da un soldo (Arkadia, traduzione di Ferrazzi e Magliani) e superbamente aperti dal suo testo forse più emblematico, “I cinque”. Lo scrittore argentino descrive la lotta per la sopravvivenza di cinque scansafatiche che vivono alla giornata, cinque “cialtroni”, come li definisce Adrián N. Bravi nella prefazione, che si muovono nei bassifondi della città e si compiacciono della propria condizione di emarginati, contrabbandieri, papponi. González Tuñón è un maestro della giusta distanza, conosce perfettamente la tragicomica realtà nella quale vivono i suoi personaggi, non cede mai al pietismo o alla condanna. La sua prosa è secca, tirata come una di quelle vite miserabili. I “cinque” hanno tutti un passato, ma non vedono un futuro. La sera rientrano in una locanda-bettola, “La pignatta misteriosa”, gestita da un tizio uguale a loro, soltanto che sta dall’altra parte del banco, un uomo senza capelli che vende il diritto a un lenzuolo sciupato nel suo “ospedale di casi disperati” dove il dilemma principale è se credere o non credere in Dio. 

(r. d. g.)



Con Tuñón una mappa narrativa di Buenos Aires

Tornano i racconti di Enrique González Tuñón (1901-1943). Torna il mondo di un artista che amava la sua città quanto la scrittura, e che disse: “quando morirò non piantate un salice, piantate una macchina da scrivere”. Letti da un soldo, uscito nel 1932 con il titolo Camas desde un peso e ora proposto da Arkadia, è una raccolta di racconti che narra di amici perdenti, e della città che morde e annienta. Enrique González Tuñón (1901-1943) gioca a confondere i confini tra realtà e finzione, tragico e comico, rappresentando l’angoscia del vivere e la sua stranezza. Letti da un soldo, la sua opera più riuscita, propone una mappa narrativa di Buenos Aires, in cui la città reale si sovrappone a quella immaginaria, come nell’opera del suo amico Robert Arlt, o in altri grandi scrittori argentini: Jorge Luis Borges, Oliverio Girondo, Roberto Mariani, Raúl Scalabrini Ortiz. I personaggi di Tuñón sono disperati, innamorati, ubriachi, affamati, sognatori: malinconici scheletri del passato, dietro un vetro da museo, che aspettano la visita di qualcuno. Questa edizione italiana comprende anche una scelta degli altri racconti di Tuñón, appartenenti a El alma de las cosas inanimadas (1927) e La rueda del mulino mal pintado (1928). Sono i racconti dell’assurdo, per così dire lunatici, di un narratore che appare nei racconti dicendo di possedere “uno sguardo a raggi x”, incline a “vedere sempre lo stesso malinconico paesaggio di anime” e ad “affrontare la vita da un punto di vista grottesco”, col sorriso di un pazzo docile (“un loco dócil”). Il mondo di Tuñón è il mondo di un artista che amava la sua città quanto la scrittura, e che disse: quando morirò non piantate un salice, piantate una macchina da scrivere.



Piccoli uomini

Per l’argentino González Tuñón (1901-1943) non esistono più torri d’avorio destinate a proteggere i letterati. “Sono state abbattute a cannonate”, la vita moderna vuole che gli artisti scendano in strada. Il suo Letti da un soldo è un libro grottesco, aggressivo, dolente ma non privo di uno strano umorismo. Perduti in una “città ambiziosa, febbrile, frettolosa”, gli invisibili piccoli uomini che affollano questi brevi racconti sono ossessionati dalla fame e presentano punti di contatto con il mondo marginale descritto nelle arltiane Acqueforti di Buenos Aires. C’è però una differenza: per González Tuñón la scrittura non è un gancio alla mandibola del lettore, come in Arlt, ma “una sghignazzata dentro una bara”.

Loris Tassi



SIN RUMBO

Andrés è un possidente, è giovane, ha tutto quello che potrebbe desiderare: agiatezza, denaro, donne, amicizie. La sua vita però è una melina tediosa e rabbiosa al contempo ‒ se i due aggettivi possono sposarsi insieme ‒ passata tra la estancia (le terre) nella quale lavora insieme ad un manipolo di peones ai suoi comandi, e Buenos Aires, dove vive una vita mondana tra teatri, bar, tavoli di baccarà e amanti occasionali d’alto bordo. Il ragazzo un animo inquieto, fumantino, non crede in Dio e ama Schopenhauer. Del filosofo polacco fa sua soprattutto la considerazione che “Ci accorgiamo del tempo quando ci annoiamo e non quando ci divertiamo. Entrambe le cose dimostrano che la nostra esistenza è tanto più felice quanto meno la sentiamo: ne segue che sarebbe meglio non averla”. Nutre un certo disprezzo per il genere umano ed una sostanziale noia derivata da una perenne, frustrante, insoddisfazione. Pensa continuamente al suicidio come unica forma di liberazione da quella vita priva di senso. Poco prima di trasferirsi alcuni mesi a Buenos Aires, Donata, la figlia mulatta di un servo, gli dice di aspettare un figlio e che il figlio è suo. Forse Donata è innamorata o forse disperata perché sa come vanno le cose tra padroni e servi. Soprattutto, sa come vanno le cose tra padroni e serve. Andrés è infastidito dalla notizia, teme che possa bloccarlo lì. Donata gli piace e sa bene quello che ha fatto con lei, quindi si rifugia in uno sterile e poco convinto “tornerò”. Intanto a Buenos Aires conosce la Amorini, una cantante lirica italiana bella e avvenente in cartellone al teatro Colón. Tra i due scoppia una passione focosa, ma dopo i primi mesi Andrés inizia ad essere insofferente al ruolo di “primodonno”, di amante ufficiale della Amorini. Comincia a trovare nella donna tutti i difetti possibili e lo stesso fa con se stesso – arrivato a trent’anni senza una direzione precisa – dopo aver ipotecato la estancia all’ennesimo tavolo di baccarà. All’improvviso, nel punto più basso della sua esistenza, si guarda intorno e vede solo fallimento, debiti, dissipazione. Niente che abbia messo radici. E poi, al centro di questa miseria, un pensiero fulminante che lo lascia senza fiato, lo turba e lo scuote, l’unica cosa che possa considerarsi, quella sì, una radice a cui aggrapparsi: quel figlio lasciato nel ventre di Donata e che nel frattempo dei suoi bagordi portegni sarà già nato. Un figlio suo e il pensiero di lui che è padre…

Eugenio Cambaceres è un narratore di una finezza estrema e di un pessimismo senza soluzione; una scoperta mozzafiato che dimostra le profondità abissali cui può spingersi la letteratura. Nella sua narrativa struggente non c’è conforto; si è impreparati di fronte all’assenza di una tregua, davanti al tedio che consuma i giorni, lo stillicidio di uno spreco che non centellina gli istanti. Sin rumbo è la sconvolgente storia che non ti aspetti, fatta di mille piccole luci di teatro, paesaggi rurali, pampa sconfinata e polverosa, di sregolatezza, di acuti lirici che lentamente si abbassano e si spengono, un elemento alla volta, per lasciare una scena nuda, quasi desertica. Una desolazione sconfinata in cui si muove senza meta un accidioso e iracondo campagnolo che cerca disperatamente guizzi di vita coi quali riempire vuoti cosmici. Sembra di annoiarsi insieme al protagonista, di trascinarsi, fino a quando la storia non esplode, letteralmente (e ‒ letteralmente ‒ su una parola ben precisa), e sprigiona tutta la sua crudezza e tutta la sua devastante, carnale poesia. Sin rumbo (titolo lasciato efficacemente in lingua originale dai traduttori) in italiano si tradurrebbe “senza rotta” o anche, in senso figurato, “senza condotta” e racchiude in sé il cuore di questo uomo ‒ Andrés ‒ che sta al mondo in modo disordinato, ondivago, confuso tra la consapevolezza travolgente del niente e l’ostinazione passeggera alla salvezza. Nella sua esistenza fatta di sperpero e donne, niente arriva per restare. Tutto passa. E tutto fa male. Tutto nell’anima è un trafficare di dolore al quale ci si può contrapporre soltanto murandosi dentro un nichilismo irriducibile, augurandosi una morte per quanto prematura, occasionale, procurata. C’è solo una cosa che può aprire una breccia in questa esistenza e quando arriva richiede l’urgenza liberatoria di un cambiamento: è lo scoprirsi padre, un moto che lo riconduce ad una responsabilità, ad avere un ruolo su questa terra, alla coscienza di una cura, all’amore viscerale e incomprensibile, frastornante e assoluto. È il toccare il cielo con un dito col terrore atavico che quella gioia sfumi da un momento all’altro per una ripicca, per un capriccio divino, per una compensazione. Nel suo cuore, essere padre e la sana follia dell’amore gettano il seme dell’inquietudine, una prospettiva spaventosa, presaga di eventi irreparabili. Si chiama cherofobia, ed è la paura di essere felici. Dentro Sin rumbo questa paura si amplifica man mano che la storia si compone; si identifica, soverchia, occupa ogni interstizio, ci lascia soffocare insieme ad Andrés, alla sua solitudine incolmabile, insieme a quel senso di irreparabilità per il quale la vita è solo una iattura e un’impostura, uno scherzo crudele che è stato giocato all’uomo, il cedimento al ritorno dentro il ventre del nulla. La vita, qui, è la punizione con cui si ripara a un peccato, a una contraddizione. È un contrappasso, la dura prova del Giobbe tradito e devastato.

Romina Arena



Lo Scaffale di Andrea: Sin rumbo

Rotte senza destino, rotte senza destinazione

Recensione al libro di Eugenio Cambaceres 

“Sin rumbo”

 

“Los squires ingleses silbaban para llamar a sus sabuesos, y algunos personajes dickensianos silbaban para conseguir un cab. En quanto a la literatura argentina silbaba poco, lo que era una verguenza. Por eso aunque Oliveira no habìa leìdo a Cambaceres, tenìa a considerarlo como un maestro nada màs por sus titulos, a veces imaginaba una continuaciòn en la que el silbido se iba adentrando en la Argentina visible e invisible…”

“Gli squires inglesi fischiavano per chiamare i loro segugi e alcuni personaggi di Dickens fischiavano per ottenere un cab. In quanto alla letteratura argentina (Oliveira) fischiava poco, una vera vergogna. E così, per quanto non avesse letto Cambaceres, Oliveira tendeva a considerarlo un maestro più che altro per certi titoli e qualche volta ne immaginava il seguito in cui il fischio si insinuava poco a poco nell’Argentina visibile e invisibile…” (Cortàzar, J: “Rayuela”. Catedra. Letras Ispanicas. Madrid 2003. Pag. 389. La traduzione italiana è di Flaviarosa Nicoletti. Rossini. Einaudi. 2015. Pag.245).

Non è un caso che il nome di Eugenio Cambaceres compaia in uno dei romanzi più importanti e complessi di Julio Cortàzar e non è un caso che compaia il fischio. Sia la prima opera di Cambaceres, pubblicata nel 1882, “Potpourri”, sia la seconda, pubblicata nel 1884, “Musica sentimental” avevano come sottotitolo “Silbidos de un vago”, “Fischi di un pigro”. Del resto Cortàzar cita ancora Cambaceres nel brevissimo capitolo 153 di “Rayuela” (Pag. 733 dell’edizione originale). Aggiungo che nel romanzo più importante di Cambaceres “Sin Rumbo”, pubblicato nel 1885, questo sottotitolo scompare.

Dunque il fischio. Quel fischio di Horacio Oliveira, eterno studente e infaticabile flaneur a Parigi, quel fischio che rende omaggio a un autore considerato un maestro sebbene non letto. Quel fischio di un autore che darà vita a personaggi che molto ricorderanno il flaneur Oliveira, quell’autore a cui gli scrittori argentini del Novecento dovranno, davvero, molto.

Ma chi era Eugenio Cambaceres? Era il figlio di un chimico francese che si era stabilito in Argentina nel 1829. Nacque a Buenos Aires nel 1843. Fu uomo politico, deputato, segretario e vicepresidente del Club del Progreso. Nel 1876 ebbe una relazione con la cantante lirica Emma Wizjiak, relazione che sfociò in uno scandalo. Viaggiò spesso in Francia dove ebbe un’altra relazione con un’altra cantante lirica, Luisa Bacichi, che sposò nel 1887 e da cui ebbe una figlia, Rufina. Morì di tisi a Buenos Aires nel 1888.

Eugenio Cambaceres appartiene a quella che venne chiamata la Generacìon del ochenta, la Generazione dell’ottanta”. Fu una generazione che visse con gli occhi rivolti alla città e al suo sviluppo proprio nel momento in cui Buenos Aires volgeva il suo sguardo all’Europa, alla Francia, In particolare a Parigi, come lo si può constatare dalle trasformazioni urbanistiche, di tipo hausmanniano, che che il sindaco del 1880, Torcuato de Alvear, volle fortemente con l’obiettivo di far diventare Buenos Aires la Parigi del sud. E non è un caso che molti degli uomini politici, degli scrittori, degli intellettuali di quella generazione viaggiassero verso Parigi in un vero e proprio viaggio di iniziazione. Lo fu anche per Cambaceres che venne considerato dal critico letterario Martin Gace Meon -anch’egli appartenente alla generazione dell’ottanta- come il fondatore del romanzo argentino contemporaneo.

In Italia Eugenio Cambaceres è un autore non tradotto e praticamente sconosciuto. Bisogna ringraziare la casa editrice di Cagliari Arkadia -una casa editrice che pubblica libri di grande spessore e non solo di area sarda- per averci fatto conoscere quello che da molti critici, come si è detto più sopra, è considerato il padre del romanzo moderno argentino. E ce lo ha fatto conoscere nel modo migliore possibile con l’ottima cura e l’ottima traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè. Marino Magliani e Luigi Marfè sono anche i curatori, sempre per Arkadia, della collana Xaimaca, una collana interamente dedicata ad autori latinoamericani e che ci riserverà, certamente, altre piacevoli sorprese letterarie di quell’ambito geografico.

“Sin Rumbo”, senza rotta, è un libro da leggere e sul quale meditare.

In breve la trama: Andrés è un uomo molto ricco, possidente terriero e che non dovrebbe avere affanni di sorta. In realtà è abitato dalla noia, da uno spleen baudelairiano che cerca di vincere, dapprima, avendo una relazione con Donata, la figlia di un suo bracciante e che metterà incinta, poi, anche per sfuggire alla sua responsabilità, andandosene a Buenos Aires. Là avrà una relazione con la cantante lirica Amorini (in cui è adombrata la figura di Emma Wizjiak). Ma, ben presto, la passione si trasformerà in noia mortale. Andrés non troverà altra soluzione che quella di tornare nella pampa, nei suoi possedimenti, dove potrà conoscere la figlia Andrea, nata nel frattempo. Cosa altro troverà lascio al lettore scoprirlo.

Cambaceres è stato considerato un seguace del naturalismo di Zola. Di sicuro è così. Ma in “Sin Rumbo” c’è un netto superamento di questa influenza. Vedremo più avanti perché.

Andrés è un uomo senza destino e senza destinazione. Qui è d’obbligo citare il grande filosofo ebreo francese di origini russe Vladimir Jankélévitch. Nel suo libro “L’avventura, la noia, la serietà” (Einaudi. 2018), Jankélévitch distingue con chiarezza destino e destinazione:

“Ciò che viene disposto per l’uomo da parte delle fatalità economiche e sociali, fisiologiche e biologiche, le fatalità materiali, insomma, l’ereditarietà, la stessa infermità, nascere poveri, essere handicappati a causa di una grave malattia, eccetera: ecco cosa fa parte del mio destino… intorno a questo destino, c’è qualcosa di evanescente e maggiormente fluido che lo circonda come un’aura o un alone luminoso a cui diamo il nome femminile di destinazione. La stessa libertà in virtù della quale si modifica la propria sorte è un ingrediente di tale atmosferica destinazione. La destinazione conferisce un significato alle bizzarrie arbitrarie, assurde o sconnesse, che sono invece respinte dal destino” (Pag.25).

Anche se Andrés è un uomo ricco e sembra che questo sia il suo destino, in realtà non ha nulla e se avesse un destino gli volterebbe le spalle, magari deridendolo. Ancora meno ha una destinazione. È un uomo senza rotta, che vaga, che sembra girare a vuoto anche nel momento in cui pare che stia prendendo delle decisioni. È come se le avventure che ha attraversato e sta attraversando non avessero lasciato un segno, neppure una cicatrice che diventi memoria. Tutta passa e se ne va come l’acqua che scorre..Ci sono pagine belle e drammatiche in cui è descritta la sua flanerie per Buenos Aires. È una flanerie molto diversa da quella tratteggiata da Franz Hessel nel suo “L’arte di andare a passeggio” (Elliot. 2011) tra le vie di Parigi. O da quella di Baudelaire. O ancora da quella studiata da Walter Benjamin e che aveva come luoghi privilegiati di analisi Parigi e Berlino.

Quello di Andrés non è un andare a zonzo per la città dove si scoprono casualmente angoli di strade di cui mai ci si era accorti prima, scorci che ci lasciano sorpresi e dove la flanerie implica un sottile piacere. La flanerie di Andrés è una flanerie disperata in cui il tempo è un tempo vuoto e omogeneo, in cui il tempo diventa il tempo della noia, quel tempo così magistralmente descritto da Jankélévitch sempre in “L’avventura, la noia, la serietà” dove tutti i possibili ci sfilano davanti senza che ne scegliamo uno e vanno ad affollare un passato sterile, che non provoca alcun languore a ricordarlo. Per dirla con Jankélévitch la noia

“non è la miseria di una coscienza sottoalimentata, ma al contrario è l’inedia della sazietà” (Pag. 78. Il corsivo è mio).

Andrés cita il suo filosofo preferito, Schopenhauer, a proposito del tempo:

“‘Ci accorgiamo del tempo solo quando ci annoiamo e non quando ci divertiamo. Entrambe le cose dimostrano che la nostra esistenza è tanto più felice quanto meno la sentiamo: ne segue che sarebbe meglio non averla’” (pag.13).

In realtà in Andrés non c’è quel tempo che i greci chiamavano Kairòs, quel tempo dell’istante in cui si decide, in cui si può decidere il senso della vita. E, sempre seguendo Jankélévitch, se noi siamo tempo incarnato, se la nostra patria è il tempo, allora Andrés è un senza patria, uno sradicato, un fuggiasco dalla vita. In questo senso Andrés ci ricorda tanti personaggi di Onetti, tanti di Arlt che vagano senza meta per una Buenos Aires stravolta e iperrealista.

Anche la nostalgia per la pampa che prende Andrés dopo il girovagare disperato per Buenos Aires non è quella nostalgia che, nel presente, può essere un ponte tra il passato e il futuro. È come se quella nostalgia fosse qualcosa di estemporaneo che non si radica dentro all’anima. Il desiderio del ritorno alla pampa e alla sua hacienda è un disperato bisogno di fuga, non è l’approdo di Ulisse ad Itaca. Il suo sarà un approdo molto diverso. Solo nel momento dell’incontro con la figlia Andrea (che ci ricorda aspetti autobiografici, in particolare il rapporto di Cambaceres con la figlia Rufina) parrà risollevarsi ed assumersi la responsabilità di una esistenza. Ma sarà un’assunzione goffa, incerta, che ripeterà il modo in cui la propria madre aveva avuto di prendersi cura di lui quando era bambino in una specie di trasmissione intergenerazionale. Forse l’unico destino possibile sarà questa trasmissione, tanto studiata dagli psicoanalisti, una trasmissione che agisce nell’inconscio di Andrés.

Anche dal punto di vista formale “Sin Rumbo” è un romanzo moderno, ormai proiettato snella letteratura del Novecento. Alla narrazione del narratore onnisciente, di stampo prettamente ottocentesco, si alterna il discorso libero indiretto, il flusso di coscienza, l’onirismo (unico esempio della letteratura argentina dell’epoca) come accade alla fine del capitolo XXVIII:

“E tutto, tutto era menzogna. Non aveva un figlio, non esisteva nessun mostro; il nano, il maiale, il rospo erano chimere, vani deliri della sua mente in momenti di incubo. E sognando alla fine di essere un sogno, smise di sognare e si ritrovò in viaggio, con destinazione l’Europa, a bordo di un vapore, steso tranquillamente nella sua cabina. D’improvviso, pensò che la nave si stesse rovesciando. Di soprassalto si sedette e aprì gli occhi…

La carrozza si era incagliata, immersa fino ai mozzi delle ruote in un vecchio fosso” (Pag. 90-1).

Esiste, poi, uno scarto incolmabile tra il narratore e il protagonista. Anche per tutto questo il “Sin Rumbo” di Cambaceres supera il naturalismo di Zola, ma anche il decadentismo dello Huysmans di “A’ Rebour” e di “A’ vau-l’eau” a cui, spesso, il romanzo di Cambaceres è stato spesso paragonato.

Le descrizioni dei paesaggi sono magistrali come lo è il ritmo che le sostiene. Un esempio:

“Era calata la notte, tiepida, trasparente.

Una nebbia spessa iniziava a salire dalla terra.

Il cielo illuminato di stelle era il lenzuolo di una immensa cascata che si rovesciava a terra e, nel cadere, alzava gli schizzi d’acqua che si frangeva nello schianto” (Pag.13).

Con una conclusione del periodo che ha forte sapore surrealista.

Altre descrizioni fanno venire in mente un montaggio cinematografico dove il quadro, poco a poco, si anima, dove l’aggettivazione è efficace e evocativa e dove acquista una grande importanza la punteggiatura, l’uso sapiente della virgola, del punto e virgola e dell’a capo. Eccone un esempio:

“Nelle osterie, gli ubriachi bruciavano una infinità di fuochi artificiali.

I ragazzi, in cerchio, tenendosi per mano, saltavano gridando.

I cavalli, attaccati agli steccati dei marciapiedi, stanchi, riposavano, liberi dalle capezze e dalle redini.

Di tanto in tanto, un carretto passava sferragliando rumoroso, circondato da nuvole di polvere.

Sul sagrato si riunivano gli uomini. Il giudice di pace, il comandante, il medico, il farmacista, il commissario di polizia, il maestro di scuola, i negozianti, gli impiegati comunali o i personaggi influenti, gli assi del paese stavano tutti in gruppo.

Un poco più in là, con i piedi più in basso, i dipendenti, intorno al telegrafista.

Sul ciglio della strada le ultime carte del mazzo: i mantelli e le camicie formavano un gruppo a parte.

Le donne, gonfie e tronfie, entravano due o tre alla volta” (Pag.23).

A proposito dei ritmi della narrazione. occorre ripeterlo: se noi possiamo gustarli anche in lingua italiana lo dobbiamo all’ottima traduzione di Marino Magliani e di Luigi Marfè.

Non c’è rotta, non c’è destino, non c’è destinazione, non ci sono teologia o teleologia in questo romanzo.

Andrés precorre l’uomo del primo Novecento. Non è solo un uomo decadente, ma anche un uomo senza qualità, ma ben più intriso di nichilismo dell’Ulrich di Musil che è salvato dall’ironia. È anche l’uomo che, non molto tempo dopo, sarà trasformato in scarafaggio. È l’uomo che soccombe alle pulsioni dell’inconscio. Gli faranno compagnia tanti altri personaggi che hanno perduto la rotta e il senso delle loro esistenze e che non sapranno da che parte dirigere le loro vele.

Andrea Cabassi



Un uomo in guerra con la sua anima. “Sin Rumbo” di Eugenio Cambaceres

«La forma ovale dei suoi occhi neri e ardenti, quegli occhi che brillano e la cui luce resta un mistero, le linee del naso piatto e grazioso, la forma della bocca grossolana ma provocante, che si mordeva nervosamente il labbro inferiore, mostrando una doppia fila di denti candidi come grani di mais bianco, la pelle soave e lucida davano ai tratti del volto il prestigio di un bronzo di Barbedienne. Andrés, immobile, senza neanche respirare, la guardava. Sentiva dentro una strana agitazione, come il sordo crepitio di un fuoco interno, come se improvvisamente la vista di quella donna seminuda gli avesse versato di nuovo nelle vene la corrente di sangue, da tempo sparita, dei suoi vent’anni.»

Ci sono uomini che non riescono a star fermi, vivono un perenne moto interiore da cui si lasciano travolgere. Per queste persone, la monotonia di una vita agiata può risultare soffocante, ed è proprio per questo malessere che mettono continuamente tutto in discussione, restano in maniera egoica al centro di ogni cosa e lasciano sullo sfondo tutte le persone che fanno parte, in un modo o nell’altro, della loro vita. Questo forte egoismo, questo accentramento, è la causa primordiale della loro sofferenza; perché se muovi gli altri come fossero pedine capiterà, prima o poi, di diventare la pedina di qualcun altro; capiterà di finire male e soli. Ed è l’egocentrismo smisurato che porta, talvolta, la persona a disprezzare tutto quello che non lo riguarda personalmente, finendo per farsi terra bruciata intorno; e si va incontro, poi, a una vita in cui la noia e lo scetticismo diventano routine, e dove le emozioni stentano.

Eugenio Cambaceres è nato in Argentina nel 1843, dove poi è deceduto nel 1888; Sin Rumbo è stato pubblicato in Italia dalla casa editrice Arkadia, con la traduzione a cura di Marino Magliani e Luigi Marfè.

Andrès è un ricchissimo possidente terriero, vive nell’agio, passa le giornate guardando i suoi operai lavorare, e andando alla ricerca di donne. Uomo scettico e annoiato e agnostico, è perennemente scontento e alla ricerca di qualcosa che possa dare un senso, un quid, alla propria esistenza. Un giorno, nonostante Donata, una serva con cui aveva rapporti sessuali, gli annuncia di essere incinta, la abbandona, lasciando anche la sua casa, per correre dietro a una cantante argentina. Durante le varie difficoltà che la vita gli pone innanzi e colpito da una tristezza e da un’insoddisfazione che cresce sempre più, Andrès ripensa a quel bambino che gli era stato annunciato come suo, e pensa che tornare a casa e crescere un figlio possano essere, forse, le uniche cose che lo potrebbero aiutare a lenire il suo dolore. Una volta tornato, troverà una bambina di nome Andrea, che gli sarà presentata come sua figlia. Ma ciò che si è lasciato alle spalle non lo rende quieto.

«La campagna era un mare, gli stagni straripati si univano; dall’alto del poggio la cui cima srotolava la nera cinta della strada come un ponte infinito, solo i paesini, i monti delle estancias si potevano distinguere, come isole, in lontananza. Né un cavallo, né una vacca, né un passero, oltre all’immenso sipario d’acqua scossa dal flagello furioso del vento di sud-est, che scendeva a fiumi, come impegnata a riempire l’aria dopo aver coperto il suolo: «Un giorno infame, ci mancava solo questo!», mormorò Andrés parlando da solo, esasperato e rabbioso per la perdita di tempo causata dalla pioggia, in presenza di quel nuovo ostacolo opposto come di proposito ai suoi desideri.»

Eugenio Cambaceres ci dona un romanzo che ha il sapore intenso di un classico della letteratura, raccontandoci un personaggio che difficilmente riusciremo a dimenticare; e non sarà raro che qualche lettore possa riconoscersi in alcuni momenti di vita di Andrès. È questo un libro che ci parla di quella materia inafferrabile che è il senso dell’esistenza, che ci narra le vicende di un uomo in continua guerra con la sua anima e dei modi nei quali cerca di mettere a tacere il suo disordine.

«Era assordato da un ronzio che gli rombava nelle orecchie, dal rintocco simultaneo di mille campane, le idee gli si intrecciavano nella testa come spazzate dal soffio di un turbine: sua figlia, il torrente, Donata, il freddo, tutto si muoveva, si mischiava, fugace, informe, confuso, senza che, nell’incoscienza in cui poco a poco stava sprofondando, Andrés riuscisse ad abbracciare tutto quanto in una sola nozione distinta. Ormai incapace di pensare, di sentire, di soffrire, inerte, un sonno profondo gli chiuse gli occhi.»

La lingua dello scrittore argentino è abbastanza semplice, e vive degli anni in cui è stato partorito il romanzo; ci sono molte descrizioni e c’è molta attenzione nella menzione dei particolari. Ma nel complesso è una lettura eccelsa, dove a una lingua comunque molto fruibile si mischia una trama intrigante e ben congegnata.

Francesco Borrasso



“Sin rumbo”

E un sentimento innaturale e selvaggio lo invadeva, frutto della stessa intensità del suo affetto, e arrivava a immaginare con convinzione che mille volte preferibile a tutto ciò potesse essere la quiete assoluta della tomba, per il bene della bambina, lui, suo padre, arrivava di tanto in tanto a desiderare la sua fine… Strana, bizzarra abiezione! Ma tremava davanti alla traccia più remota di pericolo per la vita di sua figlia, tremava per lei, terrorizzato alla sola idea della morte, quel nemico implacabile e traditore che non si vede, nascosto tra le ombre del futuro, ma di cui si avverte o si immagina la presenza, come si sente l’abisso quando si attraversa il mare, come si immagina un precipizio percorrendo di notte una strada di montagna.

Sin rumbo, Eugenio Cambaceres, Arkadia, traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè. Andrés è il proprietario di una hacienda. Vive non molto lontano da Buenos Aires. Ha un’esistenza bella. Ricca. Fortunata. Serena. Felice. Pare che nulla possa turbarlo, sconvolgerne gli equilibri. Sembra nato sotto una buona stella. Gli ultimi anni del secolo decimonono scorrono placidi, non ha preoccupazioni, ha più soldi di quanti ne possa spendere, viaggia, gode della compagnia di avvenenti fanciulle, si diverte. Eppure spesso il male di vivere incontra, si sente solo, ansioso, insoddisfatto, irrequieto, è sin rumbo, senza rotta. Finché un giorno una notizia capovolge tutto il suo universo, e… Ha più di cent’anni, ma è un romanzo che sembra venire dal futuro, perché sempiterne sono le domande che agitano l’anima degli uomini, sempre in bilico tra essere, dover essere e poter diventare l’immagine che vogliono di sé. Capolavoro è termine abusato, ma in questo caso più che azzeccato.

Gabriele Ottaviani



Sin rumbo di Eugenio Cambaceres

Diciamo sempre, noi lettori accaniti, di leggere e rileggere i classici della letteratura, soprattutto d’estate, quando stiamo per andare in vacanza e stiliamo la lista dei libri da portare in valigia.
Dickens, Tolstoj, Dumas, Dostoevskij sono i soliti che sento nominare e che, ovviamente, non contesto mai: sono intoccabili, non si può non leggerli, anzi quasi quasi ad agosto mi rifaccio tutto Il Conte di Montecristo e pure Le notti bianche…
Però da oggi, dopo aver letto Sin rumbo, pubblicato per la prima volta in Italia dalla casa editrice Arkadia, credo che aggiungerò a quei grandi nomi anche quello di Eugenio Cambaceres, argentino dell’Ottocento, primo vero sudamericano a rappresentare il naturalismo di Émile Zola.

– Mi consigli un classico da leggere?
– Certo. Un qualsiasi romanzo di Dickens, Tolstoj, Dumas, Dostoevskij e Cambaceres.

Sin rumbo
Immerso nel suo pessimismo, scavato dai più grandi demolitori meccanici moderni, affondato nel più profondo nulla delle nuove dottrine, trascinava la vita nella più nera solitudine.

È Andrés, possidente terriero che nell’Argentina del tardo Ottocento vive agiato nella sua grande estancia, circondato da peones che lavorano per lui la terra e che curano gli allevamenti di bestiame che gli appartengono.
Annoiato dalla vita, privo di qualsiasi emozione positiva, agnostico e scettico verso l’umanità, Andrés conduce la propria esistenza nell’eterna scontentezza di chi non ha ancora trovato la propria via.

Lasciate perdere chiese e scuole; è denaro buttato. Dio non è niente; la scienza un cancro per l’anima. Sapere è soffrire, ignorare, mangiare, dormire e non pensare, la soluzione esatta del problema, l’unica felicità della vita. Invece di pensare di fare di ogni ragazzo un uomo, fatene una bestia… non potreste fare un favore più grande all’umanità.
Insofferente e pessimista, il ricco possidente passa da una donna all’altra, bruciato dal desiderio ma senza mai conoscere l’amore. Lascia quindi la hacienda e la giovane serva Donata, che gli ha appena rivelato d’essere incinta, per buttarsi tra le braccia di una cantante lirica incontrata a Buenos Aires, già sposata e pronta a lasciare il marito per questo inafferabile e seducente uomo dallo sguardo insoddisfatto.
E al cospetto di quello splendido corpo di donna che rivelava i suoi incanti, mostrando il suo immenso potere di seduzione, come per vantare la sua infinita eleganza, abbagliato, umiliato, vinto, puntava le sue armi contro se stesso.
Proprio così: non contro di lei, contro se stesso.
Nulla al mondo lo attirava ormai, nulla di sorrideva, nulla di nulla lo teneva legato alla vita. Né l’ambizione, né il potere, né la gloria, nulla gli importava, nulla voleva, nulla possedeva, nulla provava.
Indebitato fino al collo e tormentato dalla noia, Andrés viene improvvisamente ammorbato da un pensiero nuovo, che ha il sapore del cambiamento e dell’eccitazione più vera: sta per diventare padre o forse lo è già; la disgraziata Donata, abbandonata mesi prima, potrebbe aver già partorito.
È giunto il momento di tornare alla fattoria, di prendere in braccio la carne della propria carne e dare una svolta a quell’esistenza inutile e borghese.
Sarà quindi l’amore, quello vero e profondo, a scalfire il cinismo e la freddezza di Andres, dandogli la speranza che anche per lui possa esistere una scintilla di felicità?

Sua figlia, la sua Andrea, in cui tutto si rispecchiava, sua figlia, la cui sola apparizione, la cui sola nascita era bastata a rivelargli, a lui vecchio e agnostico, a lui stanco di vivere, il segreto di un’altra vita, un’altra esistenza ignota e nuova: quella in cui si soffre, anche, perché il destino è soffrire, ma non sempre, e allora si è felici.

Fino ad allora la vita del protagonista era apparsa senza rotta (così come vuole il titolo del romanzo), ma il destino non dimentica il passato e vuole per Andrés un’unica terribile direzione, quella dell’espiazione di tutto ciò che è stato prima dell’essere un padre amorevole.
Con un finale crudele, che non risparmia nulla al lettore, Sin rumbo si rivela un classico realista, che racconta con sguardo impietoso la quotidianità degli uomini, senza tralasciarne le meschinità e le ipocrisie.
Una lettura tanto ambiziosa quanto incredibilmente scorrevole, grazie anche al lavoro di traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè, curatori della collana Xaimaca, di cui Sin rumbo è la prima pubblicazione.

Elena Giorgi



Arkadia Editore

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20 Febbraio 2019
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