1989

Stefano Zangrando a proposito del crollo del Muro di Berlino

Che il crollo del Muro di Berlino non sia stato un vero e proprio “crollo”, ma una meno spettacolare apertura dei confini berlinesi della DDR verso Berlino ovest, è cosa ormai nota. Meno noto è forse che ad aprire quei confini, anzi il primo fra essi, fu la decisione presa in piena autonomia dal tenente Harald Jäger, che la sera del 9 novembre 1989 era in servizio al passaggio di frontiera della Bornholmer Straße, fra i quartieri di Prenzlauer Berg a est e Wedding a ovest. 

Qualche ora prima, il segretario per l’informazione Günter Schabowski aveva annunciato in una conferenza stampa per la televisione ufficiale, in maniera esitante e avventata, che il nuovo regolamento sui viaggi all’estero dei cittadini tedesco-orientali entrava in vigore “da subito”. Molta gente lo prese alla lettera e uscì di casa. Verso le 23 il tenente Jäger, ormai logorato dall’indecisione dei suoi superiori ancora scossi dall’improvvido annuncio, decise di alzare la sbarra e centinaia di cittadini della DDR iniziarono a fluire per le vie di Berlino ovest – che di per sé era un’isola nel grigio, una coloratissima enclave capitalista incastonata nel bel mezzo del real-socialismo tedesco, sicché da un punto di vista strettamente geografico quei cittadini sconfinati nella parte occidentale di Berlino più che uscire dal loro Stato ne rimasero accerchiati. 

Questa libertà accerchiata è una curiosa allegoria, se si capovolgono i fronti, di quel che sarebbe accaduto dopo: gli anni immediatamente successivi al 1989 videro molti ex-cittadini orientali entusiasmarsi, con slancio e fiducia verso il nuovo corso della Germania riunificata, per poi presto disilludersi e approdare, in certi casi, a un disincanto definitivo nei confronti del nuovo sistema – che si faceva spazio intorno a loro sotto forma di colonizzazione economica: nel giro di pochi anni le aziende tedesco-occidentali fecero man bassa del tessuto produttivo abbandonato dalla DDR. È anche per questo che in seguito una parte degli ex-cittadini orientali ha voluto parlare, più che di “riunificazione”, di “annessione” del loro paese da parte dell’ovest. Più morbido ed equo è chi invece, pur deluso, preferisce ancora oggi parlare di “adesione” dell’est all’ovest, come a dire: ce la siamo un po’ cercata. Ma cosa? La libertà o la spietatezza liberista che da quegli anni in poi avrebbe investito l’intero globo? O tutt’e due?

Da occidentale che dopo l’89 ha tratto grande giovamento umano dall’amicizia con persone dell’ex-DDR, ripenso con malinconica gratitudine al tenente Jäger, alle sue buone intenzioni al momento di disobbedire ai superiori per obbedire a un decreto più alto – l’annuncio di Schabowski o l’ansia di espatrio dei suoi connazionali. Non so se oggi Jäger sia nella schiera dei disillusi o dei soddisfatti, ma so che anni dopo, ai microfoni del primo canale della Germania odierna, avrebbe dichiarato: “È stata la cosa più orribile e bella che io abbia vissuto.”

Stefano Zangrando


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