Il buio delle tre

Un estratto del romanzo di Vladimir Di Prima

 

 

Michele alzò la cornetta, introdusse i primi gettoni, sentì il tonfo dopo l’ingoio meccanico, compose il prefisso di casa. Zero. Nove. Cinque. Piccola pausa. Poi un breve sospiro. Un ultimo sguardo verso la gente. L’anello al dito. Un fattorino che passa accanto. L’indice che infila il buco del sette. Mezzo giro, il rumore sincopato della rotella che torna indietro.
Allora un lampo. E con il lampo il boato. Il tempo si spacca alle dieci e venticinque minuti. Per sempre, per tutti quelli che sono lì. Per le fotografie che sarebbero rimaste nei giornali, nei libri di storia, nelle memorie dei parenti, fra gli assenti e in chi sarebbe dovuto ancora nascere.

Riguardo la puzza non fu quell’impressione solitaria e raminga che pervade i sensi nei sogni e svanisce al primo risveglio. Non lo furono il fumo e neppure le sirene. Qualcuno gridò davvero e l’anima degli appena morti si staccò lentamente dal cumulo di materia in frantumi; fu una sottile nebbia, un vapore impalpabile, mentre chili di carne dilaniata giacevano in terra. Al centro del mattatoio, dell’ammasso morto e morente di organi e nervi uniti agli ultimi, incontrollati spasimi, quello che rimaneva del corpo di Salvatore. Delle donne. Di tutti gli altri. Sul volto sfigurato sembrava affacciarsi, più con la cattiveria di uno sfregio che di un rimando naturale, una di quelle sue tipiche smorfie. Magari gli era riuscito d’immaginare l’illusione consolatoria di un orgasmo nell’attimo che precede la morte, ma la sorte con gli uomini come Salvatore è sempre aspra e spietata.
Michele invece era vivo. Respirava. Piano, ma respirava. Un filo d’aria scuoteva le corde per pronunciare aiuto. Allora provava a riaprire gli occhi, a capire cos’era successo, ma non ci vedeva. Non ci vedeva più. Sollevava la mano, quella che usava per scrivere, ma anche la mano, adesso, non c’era più. La sollevava e non c’era più.
Il resto lo sanno tutti. Prima che i nuclei armati rivoluzionari rivendicassero l’attentato gli inquirenti ipotizzarono lo scoppio delle caldaie nelle cucine della tavola calda. Il partigiano disse che i responsabili avrebbero pagato, ma la colpa e la casualità non consolano mai i vivi e, soprattutto, non consolano i morti, ai quali non gliene frega nulla di come sono morti e vorrebbero giustizia per ritornare, ma non possono più farlo, e allora gridano da un mondo che non è più questo mondo. Gridano e nessuno li sente.


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