“Kaiser” su Blow Up

Questa storia (vera) sarebbe piaciuta a Emmanuel Carrère. Parola di Carlos Henrique Raposo – detto Kaiser, per la somiglianza con Beckenbauer – giocatore brasiliano di scarso talento ma pieno di inventiva, capace di tracciare una parabola, in vent’anni di carriera, che lo porterà ad essere definito dalla stampa «il più grande truffatore della storia del calcio». Personaggio bigger than life, è sempre pronto a cambiare casacca e continente: l’esordio nel Botafogo, il passaggio agli acerrimi rivali del Flamengo, le esperienze all’estero prima in Messico (Puebla) e poi negli Stati Uniti (El Paso), per finirla in modo rocambolesco all’Ajaccio, in Corsica, dove il giorno della presentazione, per non doversi mostrare in palleggio, si limita a calciare il pallone verso gli spalti gremiti. Applausi. Visibilio. Sorrisi. E trentaquattro partite giocate in vent’anni. Già, perché Kaiser, con la compiacenza dei dottori, è quasi sempre infortunato, e può contare sulla copertura dei compagni più blasonati – come Romario e Bebeto – che in cambio dei favori sa come far divertire nelle discoteche alla moda («è tutta una questione di relazioni, pranzo e cena, pranzo e cena, gli altri si allenavano, io andavo a pranzo e a cena. Questo mi è bastato»). Ma se Carrére staziona ormai da tempo nell’empireo dei più celebri scrittori europei, ben diverso è lo status di un anonimo giornalista sportivo come il coprotagonista del libro, che prova a ricostruire la storia di Kaiser per realizzare il reportage che l’avrebbe fatto “svoltare”, liberandolo da quell’aura di mediocrità che non si discosta poi di molto, a ben vedere, dall’abito che indossano i comuni mortali di ogni latitudine. Al racconto in prima persona del giornalista si alterna, nel romanzo di Marco Patrone, il punto di vista laterale di Kaiser, che parla con ironia e disincanto del suo approccio verso il mondo del calcio («Loro vedevano una palla da calcio, e dietro c’era un sogno. Io vedevo una palla da calcio, e dietro c’era una macchina, una donna, un divano di pelle, un portafogli pieno. Giornalista, insegnami una parola nuova. Utilitarista. Ecco, ecco, questa è difficile davvero»). Patrone aggancia il lettore con una scrittura sincopata, colloquiale, diretta; è abile nel mostrare – in un tempo gravido di fake news – come una realtà non urlata possa soccombere di fronte all’irruenza della finzione. In quel mondo rovesciato, avrebbe detto Guy Debord, in cui «il vero è un momento del falso».

Luca Mirarchi


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28 Novembre 2018
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