Eclypse


Arkadia: Marinette Pendola e il ricordo di un agguato

Lunga è la notte, il romanzo di una storia vera

PARMA“Alla fine, la mia vita è stata serena. Semplice, forse persino banale, ma serena. Non ho bisogno di andare a rivangare vecchie storie. Alla mia età, non chiedo altro che di vivere in pace gli ultimi anni che mi restano. Pochi, a dire il vero, molto pochi. Ho settantotto anni. Non posso viverne molti di più”. Una storia sepolta dalla polvere degli anni; un paese lontano, un vociare confuso, donne e uomini votati al lavoro e al sacrificio; una sera come tante, un bambino come tanti. “Ora ricordo. Ricordo perfettamente quello che avvenne quella sera”. Un barlume di consapevolezza e lucidità attraversa Mimmo, lui che a quella faccenda non aveva più pensato, lui che era solo un bambino a cui vennero sottratte le carezze che sua madre amava serbargli. Eppure quella vicenda torna alla sua memoria come un boomerang, come un calcio sferrato a tradimento. Marinette Pendola in Lunga è la notte (Arkadia Editore) intesse un romanzo basato su una storia vera, un femminicidio, avvenuto negli anni Trenta a Bir Halima, un piccolo paese dell’Africa Settentrionale. L’autrice, nata in Tunisia da genitori siciliani, conosce la ruvidezza e le difficoltà di chi è dovuto emigrare per lavoro e necessità in un paese straniero. Da questo paese Marinette ci porta un aneddoto divenuto romanzo: tra le piccole case del villaggio, una donna viene uccisa. Da allora Mimmo non ha più pensato alla vicenda, ora si trascina solo nella sua casa di Bologna; sono passati molti anni, non ha più nulla da chiedere alla vita, eppure quella vecchia scatola contiene qualche immagine del tempo che fu. Era un bambino quando un colpo da arma da fuoco colpì quella donna e cambiò le sorti di una famiglia, di una comunità. Carmelina piangeva disperata, suo padre era nei campi, sua zia Tanina lo aiutò a crescere, ma la vicenda rimase un mistero. Tutto divenne dimenticanza. Fino ad ora. Lunga è la notte è il tentativo di rimettere insieme i pezzi della memoria, concludere una storia di lacerazione e perdita. Una corsa a ritroso mentre il tempo ha costruito distanza, cinismo, rassegnazione. Marinette Pendola, con una scrittura delicata e concitata, percorre gli anni, i sentimenti, i luoghi; il lettore è accanto a lei, segue le dinamiche e ne ripercorre le evoluzioni.

Di mia madre non ricordo niente. Non so di che colore avesse gli occhi, come portasse i capelli, se corti com’era di moda allora o lunghi e stretti in un concio come usavano le donne all’antica, se indossasse abiti scuri o le piacessero quelli allegri. Non so dire se era taciturna o loquace, gentile nei modi o sbrigativa. Nessuno mai mi ha parlato di lei, nessuno che abbia tenuto vivo il suo ricordo. È come se, insieme al suo corpo, fosse stato sepolto tutto quello che la riguardava. Scomparsa dal nostro mondo, cancellata per sempre. E ora, solo ora, per la prima volta dopo tutti questi anni, ecco che mi torna in mente.

Giulia Siena

 

Il link alla recensione su ChronicaLibri: https://bit.ly/35KSUsH



Chiacchierando con… Marinette Pendola

Ti avrei proposto la tisaneria e salon de thé Eutepia in un vicolo della vecchia Bologna in cui sorseggiare insieme un tè alla menta. Oppure sul lungomare semideserto di Hergla (Tunisia) al tramonto…

… e io non avrei saputo scegliere tra i due luoghi proposti da Marinette Pendola per chiacchierare del suo nuovo libro per la casa editrice Arkadia, e poiché l’immaginazione può tutto, scegliete voi dove meglio volete collocarci per seguire la chiacchierata tra noi.

“Lunga è la notte”, recente romanzo di Marinette Pendola per Arkadia, porta i lettori nel paesino tunisino di Bir Halima, nel quale il 21 giugno del 1936, nella comunità italiana, si consumò un tragico, inspiegabile delitto: l’uccisione di una donna siciliana, moglie e madre irreprensibile. A cercare di dipanare il mistero dopo un oblio durato lunghi anni, in cui è cresciuto e tornato in Italia, il figlio della vittima, presente sul luogo del delitto, la cucina della loro casa tunisina in una calda serata estiva: Mimmo. Le tracce della memoria, i ricordi famigliari segnati dalla tragedia, una piccola comunità che cerca in terra africana di preservare le proprie tradizioni e il legame con le radici, i pregiudizi dell’autorità francese che amministra il territorio, tutto questo è sconvolto dal sangue versato sulla soglia di casa. Come si legge nella bandella, Marinette Pendola è nata a Tunisi, da genitori di origini italiane, e in terra africana spesso guida i suoi lettori: con il romanzo autobiografico “La riva lontana” nel 2000 per Sellerio, e con i due romanzi editi per Arkadia “La traversata del deserto” nel 2014, e “L’erba di vento” nel 2016. Ma anche con le pubblicazioni legate all’attività del Progetto della memoria istituito negli anni Novanta dall’ambasciata italiana a Tunisi.

In che modo la storia vera che è la base di “Lunga è la notte” si inserisce nel tuo percorso narrativo? Segna una continuazione o uno stacco?

RISPOSTA: Il mio percorso narrativo gira intorno al tema della memoria. La storia vera mi ha permesso di creare un personaggio (Mimmo) che ha rimosso tutto il suo passato. Non ha memoria di ciò che avvenne e, per lungo tempo, non vuole averne. È comprensibile, considerato il grave trauma che ha subito. Però, in genere, chi è obbligato a lasciare il proprio paese vive di ricordi che alimentano una forte nostalgia. Insomma, in costoro il passato alimenta (e spesso tiene in piedi) il presente. Ed è ciò che ho incontrato quasi sempre. Raro è invece chi volutamente dimentica o rifiuta il passato tunisino [lo scrittore Gérard Spitéri, franco-maltese-tunisino, intitola un suo romanzo autobiografico “Bonheur d’exil”, ma è un caso unico]. Rispetto alla maggioranza degli esiliati, Mimmo ha un comportamento anomalo. M’interessava indagare questo aspetto. Quando ho cominciato a scrivere, ho assunto un impegno con me stessa: dare voce a chi non l’ha mai avuta. I primi due romanzi sono autobiografici perché l’urgenza di raccontare la mia esperienza (che poi è simile a quella di tanti) si è imposta. Poi ho cominciato a “navigare” fra le storie. Storie che ho sentito durante la mia infanzia, o raccontatemi nel tempo. È come se me le avessero consegnate perché le diffondessi. So di dare vita a un’umanità ignorata dalla storia ufficiale. È una responsabilità ma nello stesso tempo mi diverte e mi riempie di piacere. Inoltre rappresenta un po’ una sfida poiché i materiali sono di difficile reperimento, sparpagliati negli archivi di Tunisia, Francia e Italia, e devo lavorare molto creando di sana pianta situazioni e personaggi. “Lunga è la notte” si colloca in questo filone della memoria e della ricerca di dignità.

Nella premessa al libro fai una differenza fondante per la tua storia tra la verità dei fatti che, affermi, giace in un qualche archivio polveroso della Gendarmeria nazionale francese, e la verità dei personaggi che vivono all’interno del romanzo e a essa soltanto rispondono. Ma quale rapporto intimo lega tra loro la verità dei fatti e la verità dei personaggi in “Lunga è la notte”? E qual è il ruolo di te come scrittrice per gestire le due verità?

RISPOSTA: La verità dei fatti in sé è schematica: una donna è uccisa per motivi misteriosi. Poi si crede di trovare l’assassino che a sua volta viene ucciso. Questione risolta per le autorità. In questo schema si muovono i personaggi che sono tutti frutto della mia fantasia. La loro verità sta nella coerenza: sono sempre coerenti al loro mondo, alla loro psicologia, aderiscono totalmente alla storia e ad essa soltanto rispondono. Certo, lasciando liberi i personaggi di percorrere la loro strada, mi allontano dalla verità storica. Ma questo mi appare secondario rispetto a quello che ho voluto esprimere. Ho fatto questa scelta per vari motivi: uno è preservare la privacy dei discendenti delle persone che hanno vissuto questo evento. Un altro era un obiettivo ambizioso: m’interessava capire come si muove nella vita una persona che ha assistito a un atto così violento come l’omicidio della propria madre. Inizialmente non ero in grado di prevedere l’evoluzione del personaggio Mimmo che si è costruito da sé man mano che la storia prendeva corpo. In sostanza, il fatto reale è stato l’humus che ha dato corpo a Mimmo. Il mio ruolo è stato quello di dargli spazio, lasciarlo crescere dandogli tempo.

Se Mimmo è il personaggio cardine, che con la sua memoria riavvolge i fili del racconto, sono le donne quelle su cui è maggiormente concentrata l’attenzione narrativa. Inevitabilmente la vittima, che assedia il lettore per la tragica fine, ma ancora di più le due donne, che in quella lunga notte e nei giorni successivi, si fanno carico delle incombenze, della cura e anche di cercare di dare un senso con il chiacchiericcio delle loro confidenze e l’acume delle riflessioni: Tanina, la cognata della vittima, e ’Nzula, la vicina di casa, detective in embrione e sagace pensatrice. Due donne giovani che cercano di razionalizzare il dolore e di dare spiegazioni all’accaduto, arrivando molto vicine alla verità.

Che cosa rappresentano queste due donne non solo nell’economia del racconto di “Lunga è la notte” ma anche all’interno della comunità italiana in Tunisia di cui preservi la memoria con i tuoi scritti?

RISPOSTA: Le donne sono elementi fondamentali non solo in questo romanzo. Nel precedente, “L’erba di vento”, protagonista è una donna emarginata ma tenace al punto da raggiungere finalmente l’obiettivo che si era posta. Direi che ho vissuto in un ambiente in cui le donne sono la forza portante dell’organizzazione famigliare e del piccolo mondo in cui vivono. D’altronde non avrebbero potuto seguire i loro uomini in luoghi così lontani, spesso desertici. Sono donne forti, delle vere pioniere che non temono nulla. Forse sottostanno alla cultura patriarcale dominante, ma da mediterranee, sanno perfettamente di avere un ruolo di primo piano in certi particolari contesti. D’altronde Tanina stessa lo dice a un certo punto: agli uomini spetta il compito di andare dai gendarmi e dal prete, a noi il resto. Ruoli diversi, ma non per questo quello delle donne è subalterno.

“Lunga è la notte” scorre su due binari paralleli, convergenti in una cassetta di fotografie, dove sono racchiusi odori, sapori, ricordi ed eventi che Mimmo spera di poter riannodare dopo averli a lungo allontanati da sé. Senza svelare nulla dell’intrigo e della soluzione che svela il movente e l’assassino, cosa spinge Mimmo a tornare a quella lunga notte del 1936 riattivando la memoria attraverso le fotografie? Perché non si accontenta della verità ma vuole rivivere il passato? Cosa ha lasciato indietro?

RISPOSTA: Un incontro all’ospedale, non si sa quanto reale o soltanto immaginato, è ciò che spinge Mimmo a riprendere in mano la propria vita, partendo proprio da quell’evento terribile avvenuto quando lui era bambino. E può farlo solo attraverso le foto, unico legame con quel passato rimosso. Mimmo non ha una verità, non guarda mai indietro. La sua verità sta nel vivere quotidiano: modesto, quasi claustrofobico, ma rassicurante. Non vuole rivivere il passato. In qualche modo vi si sente costretto dall’incontro di quel giorno. O forse semplicemente è giunta l’ora dei nodi da sciogliere, dei bilanci finalmente da fare. E quella specie di bilancio, per quanto claudicante, gli fa intuire (temo non abbia il tempo di capire veramente) di aver attraversato la vita in una sorta di apnea. Congelata ogni emozione, ogni speranza di cambiamento o di evoluzione, la sua vita è trascorsa in una gabbia protettiva, e di quanto questa fosse stretta nemmeno si è accorto. E quell’incontro all’ospedale, elemento scatenante di questa ricerca, è avvenuto effettivamente? Oppure è tutto frutto di una mente sempre più smarrita? A questa domanda credo sia meglio rispondano i lettori.

Siamo arrivate all’ultima domanda.

Tunisia-Italia; l’infanzia e l’età adulta. Sono queste le coordinate spaziali e temporali del tuo romanzo. Possono essere anche intrecciate tra loro in una sorta di significato metaforico: la Tunisia è l’infanzia perduta e l’Italia il mondo dell’età adulta per i tuoi personaggi? Di quale terra si sentono figli o la loro condizione è altra?

RISPOSTA: Potrebbe la Tunisia rappresentare metaforicamente l’infanzia e l’Italia il mondo adulto. Potrebbe, e sono convinta che molte lettrici e molti lettori che non hanno vissuto l’esperienza dello sradicamento e del ri-radicamento daranno questa chiave di lettura. Ma non credo che sia così. Perlomeno la questione è molto più complessa. Lo sradicamento dalla propria terra è molto più di un prima e un dopo. Non vi è, nei miei personaggi, in me, continuità tra quello che fu (l’infanzia) e quello che è ora (l’età adulta). Vi è invece una frattura in cui il prima è totalmente altro da quello che si vivrà dopo. L’impegno costante è ricucire queste due vite per farne una sola, colmando in qualche modo il vuoto fra le due. Io ci sono riuscita grazie alla scrittura. Scrivere – e, in particolare scrivere di questa esperienza – mi ha permesso di ritornare nei territori dell’infanzia per riappropriarmene e, di conseguenza, di completare armoniosamente il mosaico che appariva in frantumi. Attraverso la scrittura creo un “terzo luogo” che non è Tunisia e non è nemmeno Italia, ma forse è entrambe. Ma Mimmo, il protagonista, non è nemmeno lontanamente sfiorato da queste preoccupazioni preso com’è dal bisogno di recuperare il ricordo della madre. Quando mi si chiede di quale terra mi sento figlia, di solito rispondo che se l’Italia è la mia patria, la Tunisia è la mia matria. In quest’ottica si potrebbe davvero cogliere una dimensione metaforica nel percorso di Mimmo che ha perso la madre e la matria e non riesce più a ritrovarle, nemmeno nel ricordo.

 

Il link all’intervista su Giuditta legge: https://bit.ly/3hbEkws



Invece che uno

Niso e Rez, o Dionigi e Lorenzo, hanno litigato di brutto e sono scomparsi, nessuno sa dove. Sono due gemelli di 18 anni, vanno ancora a scuola e proprio lì sono stati visti azzuffarsi. Il motivo, un messaggio inviato per errore in una chat di gruppo. Niso non sopporta che Rez esca con Consuelo, e Rez non capisce perché Niso sia diventato così strano negli ultimi tempi. Hanno una storia complicata, da piccolissimi sono sfuggiti alle grinfie del padre, che prima di suicidarsi ha ucciso la madre, e avrebbe messo le mani anche su di loro se non avessero fatto in tempo a fuggire. Allora uno aveva fatto una promessa all’altro “Io sarò sempre con te”. Ma le cose sono andate diversamente e ora sembra che la separazione sia definitiva. Agata e Consuelo, le ragazze dei gemelli, cercano di farsi forza a vicenda mentre sono costrette a subire i danni collaterali del litigio tra i due ragazzi. Infatti nelle loro ultime ore, i gemelli hanno coinvolto una serie di persone nella loro spirale di odio fraterno: Andrea, l’insegnante di sostegno, deve liberarsi dall’imbarazzo di aver ricevuto Rez a casa sua nel pomeriggio; Raffaele, un compagno di scuola, è stato picchiato per un commento sussurrato all’orecchio di Dionigi; Consuelo e Agata cercano di dare un senso al litigio e, soprattutto, alla scomparsa dei gemelli… Invece che uno, di Federico Muzzu, racconta con grande perspicacia la vita degli adolescenti e quella degli adulti che cercano di rapportarsi con loro. È ambientato in due luoghi: Bologna, coi suoi portici e le sue vie, e internet, con le sue chat e i social media. Il libro infatti riporta con schiacciante fedeltà quella che è la vita di oggi, in cui alcune cose che hanno grosse conseguenze sulla realtà sono successe in una chat o su un social media. Il romanzo prende le mosse dal tema dei gemelli, da quello che significa essere in due: integri o separati, due o uno. Un eterno dilemma, la cui indagine collega questo libro con altri grandi classici sui gemelli come Le meteore di Tournier o Trilogia della città di K della Kristóf. Uno dei gemelli scompare, l’altro è costretto a seguirlo; uno è centripeto, l’altro centrifugo; uno vuole capire chi è, l’altro crede di saperlo. Ma per forza di cose è necessaria una lotta, una nuova cesura oltre a quella avvenuta nell’utero, sono due cellule che cercano di separarsi di nuovo. Invece che uno mette insieme molte storie sulla giovinezza, l’amore, la paternità, la maturità, e unisce diversi gusti: da quello quasi prosaico sulle cose di internet, a quello finemente classico di alcune belle pagine sul narcisismo. Sebbene la vicenda principale sia avvincente, forse è proprio questo sforzo di far entrare molte storie in un solo libro a far perdere ritmo alla narrazione, che risulta sfocata sui personaggi secondari.

Alessandro Eric Russo

 

Il link alla recensione su Mangialibri: https://bit.ly/2ZjKftj

 



Il nuovo romanzo del ciclo di Paola Musa sui 7 vizi capitali

Premio della Critica Etnabook 2019 con “L’ora meridiana”, incentrato sull’accidia, Paola Musa torna con il romanzo “La figlia di Shakespeare”, Eclypse di Arkadia, dove con la maestria che la contraddistingue porta in auge il vizio della superbia. Alfredo Destrè, grande interprete del teatro shakespeariano, anche se ormai avanti con gli anni, viene chiamato a riportare ai fasti di un tempo il più importante teatro di Roma. Accettato l’incarico il successo di critica e pubblico non tarda ad arrivare, così come il premio alla carriera, ambito per tutta la vita. Finita la stagione teatrale, tutti gli operatori dello stesso, assieme al Destré, si riuniscono in un ristorante per riassumere il lavoro svolto e salutarsi con l’augurio di futuri successi. Non tutti però tributano onori al Destrè, tra questi un suo ex collega di anni giovanili, tale Enrico Parodi, il quale procede per piano di screditamento verso il successo dell’ex collega, giungendo a coinvolgere la figlia di Alfredo, Clara, vogliosa di riscatto verso il padre. L’ormai settantenne, nonostante la sua fortissima personalità soffriva molto le critiche fino a quando in un confronto col Parodi emergerà il motivo dell’odio di quest’ultimo. Non spoileremo i dettagli di quest’altro capitolo dedicato ai sette vizi capitali che la Musa narra con dovizia, anche se si può accennare il dramma della metafora di chi vive la terza età senza famiglia causa dei rapporti conflittuali coi congiunti sempre pronti a criticare ogni comportamento o gli amici che si rivelano l’opposto. La storia ha una sua morale: ogni persona deve confrontarsi sempre col proprio vissuto, e quando si inizia a intravedere il traguardo, sembra che tutto si velocizzi. Della struttura del testo e dei contenuti che la Musa propone, nulla è da togliere. La lettura di libri come questo è cibo per la mente, specie se lo scritto è proposto da una fuoriclasse. Consigliatissimo. Incipit che riporta al destino!

Salvatore Massimo Fazio



Recensione : “La lanterna nera”. L’amore fraterno, la genialità e i pregiudizi del XVII secolo

 

La natura possiede delle perfezioni per mostrare che essa è l’immagine di Dio, e dei difetti, per mostrare che ne è solo l’immagine”
BLAISE PASCAL

 

Questo è “LA LANTERNA NERA” di Alberto Frappa Raunceroy (ARKADIA Editore), friulano, laureato in storia del Diritto Romano alla Cattolica di Milano ed attualmente residente a Udine. La storia ci ha insegnato come nel corso dei secoli gli uomini abbiano sempre temuto ciò che è diverso, inspiegabile ed ignoto. E dinnanzi alla paura quale miglior difesa se non l’attacco?Questi sono i presupposti su cui si basa l’intera vicenda, narrata in prima persona in un susseguirsi di ricordi che ruotano attorno alla figura di una sorella speciale amata al di là delle deformità fisiche e delle stranezze psichiche e che diventerà il fulcro di tutta la vita del narratore. Questi, amante delle scienze matematiche in particolare e della cultura più in generale, scontrandosi con la dura realtà familiare prenderà coscienza di se stesso e di quella sorella guardata ma mai vista veramente, anzi considerata quasi un elemento marginale e distonico del nucleo familiare stesso. Mi sedetti accanto a lei e la guardai come se l’avessi vista per la prima volta in vita mia. In quel momento riconobbi nel suo silenzio quello di mia madre”Nella famiglia in cui vivono e nella Ginevra calvinista dell’epoca divenuta “uno stagno dove sguazzavano ranocchi conformisti e ligi a una riforma che ottenebrava le menti e gli spiriti” i due fratelli non possono essere liberi ed è così che inizia il loro viaggio, prima a Kassel e poi a Praga (nulla dirò sulle vicende che li vedranno protagonisti né delle persone che incontreranno per non privare il lettore della scoperta del susseguirsi dei fatti) durante il quale si scontreranno con l’ignoranza, l’avversione e l’incomprensione di coloro che non riuscendo o volendo comprendere ed accettare la mente geniale di una giovane donna malata e deforme la porteranno all’unico epilogo possibile per la mentalità di quei tempi perché, purtroppo, giusto o sbagliato che sia, quando “il popolo si unisce in una sola credenza, esso si fa più forte dei principi stessi”. Il romanzo è semplice, di facile lettura, coinvolgente, vivido nelle descrizioni e chiaro nei concetti. Porta con sé un grande assunto, quello che nei secoli ha riguardato e posto fine alle vite delle menti più geniali che ci siano state, soprattutto quelle femminili. “A cosa erano servite la mia vita, i miei sforzi, a cosa erano servite le sofferenze inumane di Elke se tutto quello che la sua mente aveva prodotto era andato perduto a causa della paura, del terrore umano che un’intelligenza alberghi in un corpo deforme piuttosto che in uno sano o in un corpo femminile piuttosto che maschile? Non è forse Dio libero di distribuire i suoi doni a chi vuole? O deve Dio obbedire alla mediocrità degli uomini?” L’autore, però, ci lascia con uno spiraglio di speranza, perché nonostante la sofferenza, l’incomprensione, la cattiveria, l’ignoranza e la paura, quando i tempi si fanno maturi e le menti si aprono si può comprendere come “la luce penetra attraverso pertugi talvolta insospettabili”.

Marina Sembiante

 

Il link alla recensione su PuntoZip: https://bit.ly/2Fj17ty

 



Insieme e divisi

Federico Muzzu

Due gemelli sono i protagonisti di questo romanzo, finalista della XXVIII edizione del Premio Calvino, e non potrebbero essere più simili fisicamente. Ma due sono anche gli eventi drammatici che scopriamo nelle prime pagine. Un lontano antefatto, in cui la madre salva i piccoli Dionigi e Lorenzo dalla furia omicida del padre, a cui è costretta a soccombere, e la recente sparizione dei due fratelli, da poco maggiorenni. Con un’abilissima gestione temporale, l’autore ci introduce nel liceo di Bologna dove avviene un inaspettato litigio tra i gemelli, che dà l’avvio alla vicenda, e svela poco per volta le conseguenze della scomparsa sugli altri personaggi. Da un lato abbiamo Agata e Consuelo, amiche di Dionigi e Lorenzo (e a legare il quartetto c’è qualcosa in più di una semplice amicizia), e Raffaele, un compagno di scuola con disturbi mentali. Dall’altro, gli adulti: la zia Liana, il “pesante fantasma in ciabatte” che ha adottato i nipoti dopo la tragedia; Pierpaolo, lo psicologo del liceo; Andrea, l’educatore che segue Raffaele. Negli ultimi anni, molti narratori si sono cimentati con l’adolescenza come momento privilegiato di scoperta della propria identità, senza contare l’apporto più o meno stereotipato delle serie televisive. Con Invece che uno Federico Muzzu si tiene lontano dal facile ribellismo e punta tutto su una dimensione introspettiva profonda, fatta anche di silenzi più potenti delle parole. Lo scontro con il mondo dei grandi non divampa e rimane sottotraccia, anzi, sono gli adulti a dimostrarsi inaffidabili, con l’attenuante della complessità delle situazioni che dovrebbero governare. Pierpaolo ha una relazione stabile con la madre di Agata, e quindi entra in una famiglia già formata, mentre Andrea, prossimo alla convivenza con il compagno Axel, rischia di lasciarsi coinvolgere da uno studente, con tutto quello che ne può derivare per entrambi. Tutti, insomma, devono affrontare situazioni complesse e problematiche ma nessuna è paragonabile al trauma originario che ha unito per sempre i gemelli. Sempre insieme e sempre divisi: tale è il destino di Lorenzo e Dionigi, un nodo che non si può sciogliere. Anche se siamo di fronte a un romanzo psicologico (tenete d’occhio la bella immagine in copertina, perché illustra uno snodo fondamentale), non va trascurata l’efficace densità dell’intreccio. In un’ambientazione contemporanea, non potevano mancare i social network e la tecnologia. Nessun intento mimetico e nessuna ansia ossessiva per come si appare, bensì uno strumento potentissimo che mette in moto a cascata conseguenze sociali (nel vero senso del termine) imprevedibili, in cui si può ferire senza volere oppure colpire per fare male, se non per distruggere. Oltre a prendere consapevolezza del proprio corpo, altro elemento forte che li caratterizza, gli adolescenti (maschi e femmine) di Invece che uno misurano la loro autocoscienza. Non sveliamo chi parla, ma una battuta è risolutiva: “Non ti saresti mai guardato dentro se io non ti avessi messo un muro davanti”.

Damiano Latella



La figlia di Shakespeare di Paola Musa

Quando Alfredo Destrè accetta di risollevare le sorti del più importante teatro della città è un successo di critica e pubblico, che il vecchio attore spera di coronare con il premio alla carriera atteso da una vita. A metterne in dubbio il merito artistico e morale, sarà però un collega della sua compagnia teatrale giovanile, Enrico Parodi, che da sempre ha impersonato il fool shakespeariano. Dopo il buon successo di critica del precedente romanzo “L’ora meridiana”, incentrato sull’accidia, Paola Musa ritorna a indagare i peccati e i vizi della società moderna costruendo una storia magistrale intorno alla superbia. In queste pagine si riverberano così il senso del divenire anziani, lo scontro generazionale, l’incomunicabilità, il predominio di una tecnologia soffocante e alienante, la decadenza culturale, il sottile confine tra ambizione e valore e, dunque, la confusione tra grandezza e superbia.

Introduzione

C’è un mondo dove tutto è possibile, basta chiudere gli occhi ed essere trasportato in un sogno, eppure questo non sempre ha i colori e la magia della fantasia. Questo mondo che si chiama teatro ha un compito che da secoli è sempre lo stesso ma che con il passare del tempo è diventato sempre più difficile ovvero raccontare la realtà. Ė qualcosa di complesso che solo l’arte nella sua nudità può svolgere, far arrivare l’uomo a verità altrimenti indicibili. Raccontare la realtà non è poi così arduo e difficile come può sembrare, bisogna gestire la mutevolezza e allora? Chi è artista lo fa ogni giorno perché ogni spettacolo non è uguale a se stesso. Come se non bastasse già solo questo, bisogna anche affrontare il peso ideologico della cultura che è quotidianamente bistrattata e dimenticata perché fa comodo che lo sia. L’oblio della non conoscenza permette agli uomini di potere di plasmare le menti a loro piacimento. Il problema vero della cultura e ancora di più del teatro è la paura che esercita. Andare a teatro o farlo fa male, ma è un male costruttivo di quelli che scuote, anima, risveglia la nostra personale criticità dall’ antico torpore. Alla fine di uno spettacolo infatti, lo spettatore non è lo stesso. Ha dato il suo assenso ad indagare all’ interno del suo animo mettendo in risalto la propria intimità sviluppando un nuovo canale emotivo senza pudore e vergogna. Un viaggio dall’ esito incerto alla riscoperta del vero sé. Paola Musa compie però un passo in più svolgendo un ‘attenta analisi sui vizi, le virtù e le debolezze dell’essere umano partendo dall’ individuale arrivando all’universale. Ci sono verità scomode che fatichiamo ad accettare ma in particolari momenti della vita i confronti con se stessi non si possono più rimandare.

 Aneddoti personali

Sono veramente felice di poter recensire questo romanzo non solo per l’amicizia che sta nascendo con Paola, ma perchè il teatro è la mia casa. Il mio rapporto con il teatro è difficile da spiegare a parole ma ci provo. Ė una lunga storia d’amore che ha superato grandissime prove ma siamo ancora qui innamorati come il primo giorno. Tanti anni fa durante il mio percorso di accettazione della mia condizione fisica che non finisce mai davvero, mi chiedevo spesso perchè il teatro avesse scelto me, pensando erroneamente che non potessi fare nulla per lui e per questo inarrestabile sentimento che sentivo nascere dentro me. Ho sbagliato chiudendomi nel nullo ruolo sociale che mi ritagliava la società eppure non è mai finito il sentimento. Il teatro mi accetta così come sono e questa è sicuramente la nostra forza che rende questa storia unica. Mi faccio nel mio piccolo portatore del suo messaggio soprattutto tra i giovani e nelle scuole, perchè il teatro è condivisione è riscoperta è vita. A me questa vita me l’ha salvata perchè insieme ai libri dà un senso a questo mio passaggio terreno. Questo libro infine, mi ha lasciato tanta inquietudine. Un ‘inquietudine bella di quelle che riscalda il cuore e mi porterò per sempre.

 Recensione

L’essere umano si differenza dall’ animale per la capacità di pensare, parlare e per lo spirito critico. Siamo sicuri però che riesca realmente a farlo? Non siamo infatti mai disposti infatti a svolgere un percorso di autoanalisi, perché si ha paura della sconfitta certa e ci illudiamo e ci vediamo come esseri perfetti. Le nostre imperfezioni sono notate tuttavia dagli altri che sono pronti a puntare il dito su tutto, non immaginando che esso può essere anche rivolto contro. L’autrice ci conduce nell’ epoca contemporanea raccontando le sorti di un teatro romano che rischia la chiusura a causa della crisi e di altri fattori che ne sono la conseguenza. Questo teatro è apparentemente salvato da una rassegna sulle opere di Shakespeare svolta dal direttore artistico Alfredo Destrè. La crisi del teatro permette all’ autrice di indagare la decadenza dell’uomo moderno. La scelta del teatro elisabettiano e shakesperiano in particolare non è casuale perché non solo Shakespeare è uno dei più grandi drammaturghi ma è un autore che ha focalizzato la sua attenzione sul flusso di coscienza, domande apparentemente senza risposta o dalla difficile risoluzione che si interrogano sull’ esistere e sugli aspetti miserevoli della condizione umana schiava di ingannevoli ideologie e irriverenti passioni. La scrittrice conduce i lettori in un viaggio particolare, raccontando di un grande attore dalle straordinarie capacità mnemoniche, ma che risulta essere un fallimento sul tutto il resto. Il protagonista Alfredo Destrè si può descrivere come un moderno Dorian Gray con l’animo di Lady Macbeth, poichè nonostante sia macchiato di sangue, le sue mani appaiono sempre pulite. L’autrice sfrutta al massimo le capacità attoriali del suo protagonista mettendolo ulteriormente alla prova , così bravo nei ruoli di Otello , Amleto , cosa accade quando si ritrova suo malgrado ad interpretare se stesso? La capacità affabulatoria, la tecnica e la forza ammaliatrice del suo essere riusciranno a salvarlo? All’ interno del romanzo diviso in diciassette capitoli c’è anche spazio per il confronto tra diverse idee di fare teatro, tra la purezza e l’impurità dell’arte che si ritrova ad essere contaminata dai nuovi linguaggi che rispecchiano la società circostante. Ci si chiede quanto realmente si può corrompere l’arte? Quanto l’essere umano può cadere in basso per il raggiungimento effimero del successo? La figlia di Shakespeare è un romanzo sulle apparenze e le sue conseguenti ramificazioni, menzogna e ambiguità tra tutte. La scrittura è perfettamente cruda come deve essere poiché segue il canovaccio prefissato. Un plauso meritano i dialoghi forza motrice del racconto perché mettono in risalto un altro aspetto calzante di tutta la storia: il confronto – scontro generazionale. Il protagonista si scontra con tutti dai pari ai giovani provando per loro un senso di disgusto che circoscrive la sua soggettiva supremazia. Ė un uomo asettico che cerca di nascondere la propria fragilità, come se avesse fatto un patto col diavolo per arrivare al successo. Un altro punto fondamentale del libro è appunto il successo raccontato con luci e ombre e tutti i demoni in mezzo. E mentre Alfredo diventa schiavo della finzione sul palcoscenico appaiono altri personaggi come ad esempio l’ostinata e delusa figlia Clara che cerca di scuoterlo pur di avere delle risposte vere ad alcuni interrogativi che hanno sempre caratterizzato la sua esistenza, oppure il buon Enrico Parodi anche lui attore e vero amico di Alfredo che sfrutta il sarcasmo per nascondere il baratro della solitudine in cui è irrimediabilmente caduto a causa di un segreto inconfessabile. Cerca anche lui di risvegliare la coscienza di Alfredo se mai ne abbia avuta una. Il palcoscenico di Paola Musa è strutturale e metaforico, il lettore – spettatore squarcia l’animo del protagonista costringendolo a indossare il vestito della sua vera pelle che lui stesso aveva rinnegato cullandosi sul potere illusorio della dimenticanza. Il titolo come tutta l’opera ha un significato ambivalente. Alfredo crede di essere il paladino di Shakespeare ed ecco spiegato il significato letterale. Ė Clara quindi la vera protagonista del romanzo che attraverso la ricostruzione del suo passato costringe il padre ad affrontare i suoi fantasmi? Oppure il passato di Alfredo Destrè nasconde altri segreti? Il significato figurato ci fa giungere alla conclusione che la vera protagonista figlia un pò di tutti noi perché presente nell’ animo umano è la superbia. Tra segreti, riflessioni e caducità del vultus, la scrittrice ci regala una storia amara, vera ma non priva di magia che bisogna cogliere prima che il sipario del destino si chiuda per sempre e l’ultima lacrima del rimpianto righi il nostro volto.

 

Il link alla recensione su La Casa delle Storie: https://bit.ly/3lLTvQG

 



Lunga è la notte

Marinette Pendola

La pastina. La pastina sparpagliata sul pavimento. Per qualche tempo ci fu solo quello. Poi, come uno spesso strato di cenere, un grigiore uniforme coprì ogni cosa. Per anni, per una vita intera. Fino a oggi. E ora, mentre infilo la chiave nella toppa e sto per aprire la porta di casa, appare un’immagine all’improvviso. Mi abbaglia quasi. Mi fa tentennare mentre varco la soglia e mi avvio verso la camera. Ora ricordo. Ricordo perfettamente quello che avvenne quella sera.

Pubblicato da Arkadia Editore, 2020

Catturata dalla storia e dalla piacevolissima scrittura dell’autrice fin dalle prime righe, ho letto questo romanzo tutto d’un fiato. Il romanzo, ispirato ad una vicenda reale che ebbe luogo in un piccolo paese della Tunisia nella seconda metà degli anni ’30, da un lato ha il sapore di un noir, dall’altro esplora i misteri e le sfaccettature della memoria umana. Il protagonista, ormai anziano, indaga sul proprio passato, sul misterioso omicidio della madre avvenuto in Tunisia quando era piccolo, sforzandosi di recuperare ricordi in parte forse volutamente rimossi, immagini remote e sfuocate dell’infanzia. Le sue riflessioni in prima persona, un misto di commozione e ironia, si alternano alle pagine che raccontano la cronaca dei fatti avvenuti settant’anni prima e che ci restituiscono pienamente l’ambiente, l’atmosfera e le consuetudini della comunità siciliana che abitava quei luoghi. Pagine popolate da personaggi ben caratterizzati come zia Tanina, la vicina di casa ’Nzula, il brigadiere Latrousse e altre figure. Un romanzo emozionante in cui Marinette Pendola, con la sua grande capacità narrativa, ci consegna ancora una viva testimonianza di una comunità, del suo sradicamento e della sua memoria. Marinette Pendola è nata a Tunisi da genitori di origine siciliana. Ha insegnato Lingua e Letteratura francese nelle scuole superiori, vive a Bologna e fa parte del gruppo di lavoro “Progetto della memoria” istituito dall’ambasciata italiana a Tunisi negli anni Novanta, cui sono legate numerose pubblicazioni, tra cui L’alimentazione degli italiani di Tunisia (Finzi, 2005), Gli italiani di Tunisia. Storia di una comunità (XIX-XX secolo) (Editoriale Umbra, 2007). È autrice dei romanzi autobiografici La riva lontana (Sellerio, 2000), che ripercorre un’infanzia tunisina nel periodo coloniale e La traversata del deserto (Arkadia Editore, 2014), che rievoca il ritorno degli emigrati dalla Tunisia all’Italia. Per Arkadia Editore ha pubblicato anche L’erba di vento (2016), storia potente di una donna che non si sottomette alle convenzioni del suo tempo (vedi recensione alla sezione Libri del presente sito). Marinette Pendola è inoltre vicedirettore di Jourdelò, rivista storico-culturale di 8cento APS, per la quale ha scritto numerosi articoli.

Daniela Bottoni

 

Il link alla recensione su Jourdeló: https://bit.ly/2GnUbvh



L’erba di vento

Poi, prendo la coffa con le provviste e mangiamo pane e olive nere seduti fuori vicino alla porta. Davanti a noi, la montagna di Zaguano in lontananza chiude l’orizzonte. Da qui appare come un vecchio allungato sulla schiena, un vecchio tutto azzurro, con una pancia a punta slanciata verso il cielo. Un vecchio saggio che attraversa l’eternità nella quiete del cielo turchino. Mi piace. In questo posto sarò serena, ecco quello che penso. Mi basterà guardare questa montagna e qualsiasi dolore mi abbandonerà.

Pubblicato da Arkadia Editore, 2016

Il romanzo, scritto in prima persona, dà voce ad Angela, una ragazza di paese che vive insieme alla madre ai margini di un borgo siciliano non lontano da Partinico. Nonostante l’intelligenza è costretta a subire scelte non sue: non vuole sposarsi e si ritrova moglie di mastro Filippo, un guaritore di campagna. Non vuole essere toccata e subisce i rapporti coniugali. Non vuole emigrare e affronta il mare da clandestina verso la Tunisia. Non vuole nessuno in casa e si trova a dover ospitare Rosalia con il marito, la ragazza che al paese la scherniva. Ma Angela è come la parietaria, in siciliano “erba di vento”, una pianta molto tenace che riesce a sopravvivere in luoghi impossibili. Ella si adatta e subisce situazioni difficili, ma con grande dignità e forza lotta sempre per ritagliarsi e coltivare uno spazio solo suo, dove godere del silenzio e della solitudine che tanto ama e preservare la propria libertà interiore.

Daniela Bottoni



Etnabook 2020: svelati i nomi dei semifinalisti del premio “Cultura sotto il vulcano” e i finalisti del concorso “BookTrailer”

 

Meno di un mese al via del Festival del Libro e della Cultura di Catania. Tanti eventi e premiazioni letterarie in programma. La tematica di quest’anno che ruoterà attorno all’edizione del Festival saràLe metamorfosi – Evoluzione e Rivoluzione, fasi ultime di una metamorfosi individuale e collettiva che darà voce a autori, librai, lettori e artisti i quali racconteranno il mutamento presente nelle proprie storie. Quasi una profezia in tempi di Covid, dato che il tema fu annunciato lo scorso dicembre.

 

Etnabook 2020

 

Svelati i nomi dei semifinalisti della quattro sezioni del Premio Letterario “Cultura sotto il Vulcano” e i nomi dei finalisti del Concorso BookTrailer

 

 

Le news

 

Manca ormai poco alla seconda edizione del Festival internazionale del Libro e della Cultura di Catania che si svolgerà dal 25 al 27 settembre presso il Palazzo della Cultura. E mentre sono in corso i preparativi per la tre giorni ricca di incontri, presentazioni, mostre, proiezioni e anteprime, sono diversi gli eventi collaterali denominati “Aspettado Etnabook 2020” che si snoderanno all’interno della città di Catania e dell’hinterland e porteranno tante anticipazioni in vista della grande ondata di cultura del Festival cui il direttore (in foto) è il dott. Cirino CristaldiSi è iniziato il 28 agosto con la presentazione di La mala eredità (Armando Curcio Editore) di Maribella Piana presso Attimi Lounge Bar di Sant’Agata Li Battiati, con la moderazione di Giovanna GaggegiIl 4 e 11 settembre verrà presentata la Raccolta Antologica (Algra Editore) a cura di Mascalucia DOC, rispettivamente presso la Biblioteca comunale di Mascalucia e Attimi Lounge Bar a Sant’Agata Li BattiatiIl 18 settembre, invece, in Piazza della Libertà del comune di Gravina di Catania Totò Cuffaro (in foro) presenterà il suo libro La figlia delle monache – Rosa Gemma (Spazio Cultura Edizioni) con moderazione di Marco Benanti e intervento di Marco Pitrella.

 

Ecco i semifinalisti della quattro sezioni e i finalisti del concorso Booktrailer presieduto da Debora Scalzo

Mancano ancora i nomi del “Premio della Critica”, del “Premio inedito”, “Del Premio Opera prima”, del “Premio Sicilia” e del “Premio Presidente della Giuria”.

 

SEMIFINALISTI SEZIONE A – POESIA (in ordine alfabetico):

Lucia Compagnino con A pelo d’acqua, Francesco Cusa con L’isolamento; La morte; Notturni, Bartolomeo Errera con Se le nuvole non avessero il cielo, Grazia Dottore con Luce soffusa della sera, Samuele Fazio con Paura; Zero, Gabriella Grasso con Il mio paesaggio cambia; Ti aspetto qui, Elisabetta Liberatore con La famiglia e il melograno; Sarà la pioggia, Ti racconto un giorno d’estate, Valeria Mazzeo con Il barcone di Caronte, Giuseppe Melardi con Nuvola, Giuseppe Schembari con A conti fatti; Scivolo in un nonsense; Un male che assale, Gianmarco Sirna con Vizio del consenso, Giuseppe Venticinque con L’altro me stesso.

 

SEMIFINALISTI SEZIONE B – NARRATIVA/SAGGIO intitolato alla memoria di Enrico Morello (in foto mentre riceve il premio il 19 settembre 2019) – vincitore della sezione della prima edizione, scomparso prematuramente a Gennaio scorso (in ordine alfabetico):

Marta Aiello, Stranieri a casa loro (Robin Edizioni),

Paolo Anile, Eden. Un’altra storia (Algra Editore),

Dejanira Bada, Storia di un uomo vescica (Villaggio Maori Edizioni),

Maria Giovanna Bucolo, Confini instabili (Prova d’autore),

Giampaolo Cassitta, Domani è un altro giorno (Arkadia Editore),

Danilo Mauro Castiglione, Considerazioni (Algra),

Luciano Varnadi Ceriello con Il segreto di Marlene (Armando Curcio Editore),

Claudio Colombrita, Nostro amico Gesù (inedito),

Massimo Cracco, Senza (Autori Riuniti),

Valentina Conti, Tu, promettilo al vento (Carthago),

Maurizio Mattiuzza, La malaluna (Solferino),

Giuseppina Mellace, I dimenticati di Mussolini (Newton Compton Editori),

Federico Muzzu, Invece che uno (Arkadia Editore),

Slavka Nanova, Il diario di una leonessa (CTL Ed.)

Marco Pappalardo, Diaro [quasi segreto] di un prof. (Edizioni San Paolo),

Marinette Pendola, Lunga è la notte (Arkadia Editore),

Sara Maria Serafini, Quando una donna (Morellini),

Gianfranco Sorge, Perturbanti Congiungimenti (goWARE),

Gianni Verdoliva, Ritorno a villa blu (Robin Edizioni),

Ettore Zanca, Santa Muerte (Ianieri Edizioni).

 

SEMIFINALISTI SEZIONE C – UN LIBRO IN UNA PAGINA (in ordine alfabetico):

Paola Sabrina Baia (Buttafuoco), Morgana Chittari (Cinquecento), Lucia Compagnino (La stretta), Danilo De Luca (A proposito del prof. Baldini), Camillo Lanzafame (Hitchcock), Carla Mannino (La diversità è fuori, non è dentro), Marco Pappalardo (Boati d’altri tempi), Anna Pasquini (Corsa ad ostacoli), Massimo Rapisarda (Non c’è verso), Gianfranco Sorge (Codice blu). I finalisti delle sezioni sopra riportate verranno annunciati al pubblico il 14 settembre 2020. A completare il quadro sarà anche il concorso dedicato ai booktrailer, una sezione interamente consacrata alla trasposizione cinematografica di opere letterarie organizzata in collaborazione con l’Associazione Dirty Dozen. La giuria tecnica della sezione booktrailer, presieduta da Debora Scalzo, autrice e produttrice, è composta da Carlotta Bonadonna (giornalista), Riccardo Camilli (regista), Roberto Carrubba (attore) e Max Nardari (regista).

 

Per questa categoria già annunciati i finalisti:

Giordano Bruno – Scintille d’infinito (Di Renzo Editore) di Guido Del Giudice e regia di Giuseppe Barbato;

Il Gatto Geremia (Algra Editore) di Alessio Grillo;

Il segreto di Don Ciccio (Bonfirraro Editore) di Angela Sorace, Videoproduzioni The CreKer;

Ritmo binario – Il cratere Dostoevskij (Lekton Edizioni) di Raffaele Montesano, regia di Giovanni Botticella e Raffaele Montesano;

Tutto in un giorno (Carthago Edizioni) di Annarita Schiavone e regia di Salvatore Bonaffini;

Un viaggio chiamato psicoterapia (CTL Editore) di Alessandra Parentela e Michela Longo, regia Fiorella Di Mauro.

 

CONCORSO BOOKTRAILER

A completare il quadro sarà anche il concorso dedicato ai booktrailer, una sezione interamente consacrata alla trasposizione cinematografica di opere letterarie organizzata in collaborazione con l’Associazione Dirty Dozen. La giuria tecnica della sezione booktrailer, presieduta da Debora Scalzo (in foto), autrice e produttrice, è composta da Carlotta Bonadonna (giornalista), Riccardo Camilli (regista), Roberto Carrubba (attore) e Max Nardari (regista).

 

Per questa categoria già annunciati i finalisti:

Giordano Bruno –Scintille d’infinito (Di Renzo Editore) di Guido Del Giudice e regia diGiuseppe Barbato;

Il Gatto Geremia (Algra Editore) di Alessio Grillo; Il segreto di Don Ciccio (Bonfirraro Editore) di Angela Sorace, Videoproduzioni The CreKer;

Ritmo binario – Il cratere Dostoevskij (Lekton Edizioni) di Raffaele Montesano, regia di Giovanni Botticella e Raffaele Montesano;

Tutto in un giorno (Carthago Edizioni) di Annarita Schiavone e regia di Salvatore Bonaffini;

Un viaggio chiamato psicoterapia (CTL Editore) di Alessandra Parentela e Michela Longo, regia Fiorella Di Mauro

 



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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