Sala gremita, martedì sera, alla Cittadella vescovile di Gerace, per il debutto del Festival del Pensiero Cristallino, con la presentazione di Esisto anch’io! (Psiche), della giornalista e scrittrice Eleonora Molisani. Il senso della rassegna, che vede nella contaminazioni di linguaggi e forme d’arte un potente strumento di ricerca della propria identità, è stato illustrato da Antonella Filastro, direttrice dell’Istituto di Psicologia Umanistico Esistenziale, che con una seconda sede (dopo Roma) a Cosenza è tra le realtà aderenti alla Riviera Cristallina. L’apertura dell’evento, condotto dalla giornalista Camilla Ghedini, è stata invece affidata ai saluti istituzionali del sindaco Rudi Lizzi, cui hanno fatto seguito quelli dell’assessore competente, Marisa Larosa, di Pino Varacalli come Presidente Federsanità regionale, di Filippo Strano, direttore Riviera Cristallina. E se il focus di martedì, con il contributo di Molisani e Paolo Crimaldi (docente IPUE), è stato sul mito, quello di giovedì, alle 21, al Castello feudale di Ardore Superiore, sarà sulla migrazione e vedrà protagonista Emanuele Pettener con Floridiana (Arkadia). Il testo è una commedia sul desiderio, sull’essenza magica e ridicola della nostra esistenza, un romanzo tragicomico in cui ogni lettore (tra amori non corrisposti e desiderio di tornare alle proprie radici) può ritrovare un po’ di se stesso. Pettener è Professore Associato d’Italiano e scrittore in residenza alla Florida Atlantic University (Boca Raton, Florida). Autore di romanzi, è tradotto in varie lingue. Negli Stati Uniti è appena uscito il saggio Nel nome del padre, del figlio e dell’umorismo. I romanzi di John Fante, per Farleigh Dickinson Press ed è in uscita È sabato, mi hai lasciato e sono bellissimo per Bordighera Press. Floridiana uscirà in Spagna per Editorial Sloper nel novembre 2024. Pattener fa parte dei comitati editoriali di Bordighera Press (New York) e di Casa Lago Press (New Fairfield, Connecticut). A dialogare con l’autore, secondo il format dell’IPUE, sarà Lorenzo Tarsitani, Professore Associato di Psichiatria dell’Università La Sapienza di Roma, Responsabile dell’Unità Operativa Complessa Psichiatria Policlinico Umberto I, Roma.
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Venezia, estate del 1990. Il mare, i Mondiali, il primo anno di università per Feli, Barbara, Rodrigo e Ema. Quel periodo della vita in cui tutto sembra a portata di mano, dove sembra di avere tutte le risposte e ci si chiede come abbiano fatto tutti gli altri (quelli adulti e regolari) a non aver capito un accidente di quella cosa bella e fresca e facile che è la vita. Questo il ritratto ideale dei protagonisti di questa commedia veneziana che racconta di un anno irripetibile della loro vita, in cui la Vita, l’amore, la passione e il desiderio saranno i cardini delle svolte e giravolte che legano e ribaltano relazioni e amicizie. In una corsa che sembra inarrestabile fino alla conclusione, al colpo di scena inaspettato che sparpaglierà le carte e darà conto di tutto, come nelle storie migliori, come la vita vera spesso sa sorprendere. Una scrittura che sa intrattenere perché si diverte lei per prima a fare il suo lavoro. Un autore con una voce fresca, che sa riproporre ai giorni nostri un genere che due secoli fa avremmo potuto vedere in scena a teatro. Un sogno di una notte di mezza estate dove l’elemento soprannaturale sono quelle notti magiche che ricordiamo con nostalgia, quando tutto sembrava più semplice e instradato verso un futuro luminoso e il superpotere delle possibilità e del coraggio della giovinezza, che tutto può e tutto pretende, nell’innocente inconsapevolezza che non ci sia, alla fine, un prezzo per ogni cosa.
Stefano
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Sanremo. La stagione primaverile dei Martedì Letterari si conclude con un appuntamento dedicato alla letteratura americana in Italia. Domani 13 giugno alle 17 nel teatro dell’Opera Il professor Emanuele Pettener, docente di letteratura italiana alla Florida Atlantic University (Boca Raton, Florida), componente della giuria del Premio Semeria si soffermerà su Bordighera Press; sulla la letteratura italoamericana e sul suo romanzo “Floridiana”. Iniziando dal primo romanzo italoamericano (“Lorenzo and Oonolaska”, 1835) racconterà della vibrante scrittura d’immigrazione fra 1800 e 1900, per poi soffermarsi sui nomi piu’ interessanti, dal poeta Joseph Tusiani a Pietro Di Donato, passando per John Fante ed Helen Barolini, concludendo con le popolarissime Lisa Scottoline e Adriana Trigiani. Interverranno da remoto Anthony Tamburri, Fred Gardaphe e Paolo Giordano (nato a Bordighera), tutti e tre gli editori di Bordighera Press. Dialogano con l’autore lo scrittore Marino Magliani e Marzia Taruffi. “Floridiana” di Emanuele Pettener, pubblicato da Arkadia nella collana “Senza Rotta”, curata da Marino Magliani, Luigi Preziosi, Paolo Ciampi. è una commedia sul desiderio, sull’essenza magica e ridicola della nostra esistenza. Il libro Boca Raton, Florida, marzo 2016. In una lucente mattina tropicale Thomas, dentista in pensione, lascia la moglie ApriI. Ne è innamorato appassionatamente, ma avverte con amarezza che il suo sentimento non è corrisposto. Rifugiatosi in un motel, ci racconta la storia della sua vita, trascorsa in perpetua ed elettrica tensione fra due passioni: l’amore intenso per la famiglia e quello altrettanto feroce – e continuamente frustrato – per la scrittura. Convinto che la moglie lo tradisca con il suo vecchio rivale Juan, ex compagno di studi in un corso di Creative Writing e ora ginecologo di Aprii, Tom si unisce a tre amici e a un gruppo di ragazzi americani per una vacanza-studio a Venezia. Qui, in compagnia di una giovane argentina, stregato dalla sensualità della città e della sua nuova amica, esplora sensazioni mai provate e vive inattese avventure, fino al risolversi del mistero del tradimento di ApriI. Emanuele Pettener è nato a Mestre. Insegna Lingua e Letteratura italiana ed è “writer in residence” alla Florida Atlantic University (Boca Raton, Florida) dove nel 2004 ha conseguito un Ph.D in Comparative Studies. Ha scritto articoli e racconti apparsi su riviste statunitensi e italiane. Ha scritto i romanzi “Mi hai lasciato e sono bellissimo” (Corbo, 2009); “Proust per bagnanti” (Meligrano, 2013); “Arancio” (Meligrano, 2014). Ha pubblicato il saggio “Nel nome del padre del figlio e dell’umorismo. I romanzi di John Fante” (Cesati, 2000). In inglese ha pubblicato la raccolta di racconti brevi, tradotti da Thomas de Angelis, “A season in Florida” (Bordighera Press, 2014). Ha curato il cinquantesimo numero della rivista “Nuova Prosa” (2009). La stagione estiva dei Martedì Letterari riprenderà il 30 giugno con una serie di incontri serali.
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Giovedì 15 giugno alle ore 16 nel giardino del Museo Bicknell di Bordighera si terrà l’interessante incontro dedicato all’attività della casa editrice americana Bordighera Press che porta il nome di Bordighera nel mondo della cultura atlantica. Dialogheranno il professor Emanuele Pettener della Florida Atlantic University (Boca Raton, Florida) e membro del comitato scientifico della Bordighera Press, e il rinomato scrittore Marino Magliani, già candidato al Premio Strega 2022. Introduce i lavori la storica del territorio Gisella Merello, presidente della giuria di assegnazione del “Parmurelu d’Oru”.
La casa editrice Bordighera Press, fondata da Anthony J. Tamburri, Fred Gardaphe, e Paolo Giordano, già Parmurelu d’Oro nel 2012, ha sede a Manhattan, New York. Attraverso le sue quattro collane e due riviste propone letteratura (narrativa, saggistica, poesia) italoamericana e italiana in traduzione, fornendo quindi un preziosissimo contributo culturale alla diffusione di opere altrimenti trascurate negli Stati Uniti; fra gli autori italiani tradotti, citiamo Antonio Gramsci, Franca Rame, Dacia Maraini, Giuseppe Bonaviri, Marino Magliani, Alain Elkann. Il nome della casa editrice viene dal paese natio di Paolo Giordano. Ha al suo attivo anche un premio di poesie sempre intitolato alla Città delle Palme, il Bordighera Poetry Prizes.
Emanuele Pettener è professore associato e “Writer in Residence” a Florida Atlantic University (Boca Raton, Florida) dove ha conseguito, nel 2004, un Ph. D in Studi Comparati, con una dissertazione sull’umorismo nei romanzi di John Fante, divenuto libro nel 2010, recentemente ripubblicato in nuova edizione da Oligo Editore, e di prossima pubblicazione in versione inglese per Farleigh Dickinson Press (New York) con il titolo: When We Were Bandini. Humor and Satire in John Fante’s Novels. È autore di 5 romanzi in Italia, i più recenti Floridiana (2021) e Giovani ci siamo amati senza saperlo (2022), entrambi per Arkadia Editore, e negli Stati Uniti della raccolta di racconti A Season in Florida (Bordighera Press, transl. Thomas De Angelis, 2014).
Marino Magliani è nato in una valle imperiese e ha trascorso gran parte della vita fuori dall’Italia. Oggi vive tra la sua Liguria e la costa olandese, dove scrive e traduce. È autore di numerosi libri, tra cui ricordiamo: Quella notte a Dolcedo (Longanesi 2008), L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (Exòrma 2017) e Prima che te lo dicano altri (Chiarelettere 2018), Il cannocchiale del tenente Dumont (L’orma, 2021) è stato candidato al premio Strega.
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Emanuele Pettener è professore di Lingua e Letteratura Italiana alla Florida Atlantic University e vive negli Stati Uniti dal 2000. Nonostante faccia parte dei tanti intellettuali che hanno lasciato il Belpaese in cerca di opportunità migliori e giusti riconoscimenti non ottenuti in patria, Pettener non smette di rivolgere uno sguardo sempre affettuoso e nostalgico all’Italia. In qualche occasione ha confessato di sentirsi italiano in America e americano in Italia. Giovani ci siamo amati senza saperlo è il suo quinto romanzo, un elogio sensoriale alle passioni giovanili nella Venezia degli anni ‘90.
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Giovani ci siamo amati senza saperlo, Emanuele Pettener
(Arkadia 2022, p. 118, circa 14€)
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Venezia
Venezia. Qualcuno ebbe a scrivere: non sai mai se sia una città o un sogno. Per capire meglio questa sensazione devi aver passeggiato per le calli più ascose, sostato su una panchina solitaria in un campiello non battuto dai forestieri, devi esserti affacciato sui canali a respirare l’odore notturno della laguna dopo aver attraversato ponti da cartolina nella sera umida, quando a volte all’improvviso una nebbia finissima cala inseguendo un tramonto di fuoco e le poche creature autentiche, rimaste in giro dopo la dipartita dell’ultima orda giornaliera di turisti, si trasformano in ombre eteree e sommesse che incrociano a stento il tuo cammino. Anzi, a volte spariscono anche quelle, e allora Venezia diventa una fuga assoluta dal tempo e si trasforma in un deserto di “pura bellezza senza la parvenza di un umano, di un piccione, di uno squittio. Sembra sia sorto in quel momento per te, magicamente, e magicamente sparirà una volta che l’avrai attraversato, con i suoi archi di pietra bianca, con le sue imposte verde bottiglia.”
Questa è la preziosa atmosfera che si respira nell’ultimo romanzo di Emanuele Pettener, Giovani ci siamo amati senza saperlo (Arkadia, 2022), nel quale non c’è posto per una Venezia decadente, morta e spacciata, come la dipingono Thomas Mann o Charles Aznavour, ma una Venezia avvolta da una più frizzante malinconia autunnale, bella e misteriosa, sacrale e poetica, come quella cantata da D’Annunzio ne Il fuoco. Non importa che il capolavoro dannunziano sia stato dato alle stampe allo scoccare del 1900 mentre la storia di Pettener si svolge novant’anni dopo: la passione che infiamma i protagonisti arde con lo stesso vigore; la magnificenza di Venezia è immutata, come incastonata tra i granuli di un pezzo di giada che dà il colore ai suoi canali.
Il tempo
“Settembre era il vero inizio, altro che quel poveraccio di gennaio, ai propositi di gennaio non ci credeva nessuno, era a settembre che iniziava la stagione, il nuovo anno, quello che lanciava garanzie di successi e promesse di trionfi”. La storia ha dunque inizio con le prime folate di vento che annunciano l’autunno. Non potrebbe essere altrimenti: non solo abbiamo ricordato che la bellezza di Venezia è più struggente e invincibile in questa stagione, ma, trattandosi di una storia che ha per protagonisti alcuni studenti universitari, settembre è soprattutto il mese del preludio alle lezioni e all’inaugurazione del nuovo anno accademico. Il calendario che si resetta dopo la lunga pausa estiva è quello che portano nel cuore tutti gli studenti di questo mondo (almeno nel nostro emisfero boreale), che li fa palpitare al pensiero di nuovi incontri serbati dal destino insieme al pensiero di vecchie e nuove aspettative, che spesso si rivelano troppo complicate quando si tenta di mettere d’accordo gli obiettivi personali e quelli della famiglia. Ma il nuovo anno accademico è anche nel cuore, se non addirittura nell’organismo e fino all’ultima fibra, di ogni docente universitario, proprio come l’autore Emanuele Pettener, che insegna in un college americano e che deve conoscere bene quella tensione euforica che emana da tanti giovani assembrati tra i banchi della platea: bastano i loro vent’anni per elettrizzare l’aula che condividono di giorno e gli appartamenti e i locali che frequentano dopo le lezioni. Questa magica ciclicità si innesta con prepotenza nel racconto di Pettener, come un “temporale [che] s’avventa furioso sulla città, sulle crepe d’agosto, lavando via polvere e vecchi desideri” per fare spazio a un nuovo anno, a desideri novelli.
I desideri
Già, i desideri. Ma quali desideri? Di certo quelli plastici, malleabili e irruenti che muovono i tre giovanissimi adulti protagonisti di questo romanzo, ragazzi spesso un tantino impacciati a causa dell’inesperienza ma bramosi di sperimentare fino a bruciarsi, fino a spingersi a un passo oltre la misura del sostenibile. I tre ragazzi si chiamano Ema, Rodrigo e Feli. I primi due sono due coinquilini appena conosciutisi: Ema è il fortunato proprietario di un appartamento ereditato dalla nonna, il padrone di casa che svolge la funzione di narratore autodiegetico, e Rodrigo il suo coinquilino di adonia bellezza. Quest’ultimo si lega a una ragazza il cui fascino è obnubilato da una patina di tristezza, ma quando l’esuberante Ema, che ne diventa inevitabilmente amico, riesce a squarciare la coltre che avvolge Feli e posa finalmente lo sguardo sulla genuina bellezza dell’animo di lei, ecco che l’equilibrio fra i tre sodali ne risulta alterato. Ema infatti sente l’amicizia con Rodrigo, mentre nutre verso Feli un’attrazione peculiare non solo fisica ma anche immateriale, o “rapita fuor de’ sensi”, per dirla con D’Annunzio.
Il turbine dei sentimenti che avvolge il terzetto si trasforma presto in un vortice emozionale di non facile interpretazione, in dionisismo separato dalla corporeità, in goffo tentativo di coniugare l’eccitazione per l’ignoto con il timore per la sperimentazione. Sui piatti della bilancia ci sono, da un lato, l’amicizia che non si vuole incrinare e, dall’altro, il desiderio al quale ci si oppone a fatica. Regna così la confusione dolce dell’inesperienza giovanile unita alla sua leggerissima inconsapevolezza, ingredienti che non a caso ritroviamo nello stesso titolo del romanzo, tratto da un verso di William Butler Yeats: young / We loved each other and were ignorant (letteralmente: “giovani ci amammo reciprocamente ed eravamo ignoranti”). Nella traduzione di Montale, certamente più raffinata, l’ignoranza è resa proprio come mancanza di consapevolezza: giovani / ci siamo amati senza saperne nulla. Questa è invero la chiave del romanzo di Pettener, che elargisce al lettore ampie pennellate di slanci, impeti e frenesie ancora scontornate nella loro ingenuità.
All’affiatato trio si aggiunge per qualche frangente Barbara, ragazza di giunonica avvenenza, dai conflitti interiori molto ordinari e dalle aspirazioni un po’ dozzinali. La sua presenza è necessaria per ricordarci che la natura della relazione che lega Ema, Feli e Rodrigo appartiene a un altro ordine esistenziale, quasi metafisico, che malvolentieri riesce a mescolarsi con le lagne di una mediocre quotidianità.
I nomi
La sorte di ciascun protagonista è segnata dal proprio nome. Barbara, come ci rivela il narratore ispirandosi apertamente al vezzo dannunziano di affibbiare nomignoli alle amanti, è “interessante” in quanto foriero di calde, superbe e selvagge passioni che, però, non sembrano oltrepassare l’ambito della fisicità. Poi c’è Rodrigo, il quale in un paio di occasioni non sa dissimulare una competitività troppo accesa e la voglia di prevaricare sugli altri: fin troppo facile, qui, il richiamo al don Rodrigo di manzoniana memoria, privo di scrupoli e capace di mettersi di mezzo tra due amanti – se non per puro capriccio, almeno per frustrazione – ma ancora più calzante il riferimento al gentiluomo veneziano Roderigo, partorito dalla penna di Shakespeare. Roderigo ama Desdemona ma è deluso perché Desdemona è innamorata di Otello. Il rimando alla celeberrima tragedia shakespeariana, caratterizzata da gelosie e amanti che si rincorrono, ha certamente una relazione con il romanzo di Pettener.
Poi ancora c’è Ema, ovvio diminutivo di Emanuele, narratore che gioca a confondersi con l’autore empirico del romanzo, con il quale dunque condivide il nome di battesimo ma anche altre caratteristiche demografiche, tra cui la città di provenienza (Mestre) e la passione per lingue straniere e letteratura. Ema non è solo un tentativo di indurre il lettore ad accarezzare l’idea che possa trattarsi di autofiction, ma soprattutto il manifesto di un destino di Passione: αἷμα in greco vuol dire “sangue”.
E infine incontriamo Feli – al contrario di Ema, più soprannome che diminutivo. Feli sta per Felicita, ribattezzata tale da un amico appassionato di poesia (l’allusione a Gozzano è adamantina). La sua felicità dura fino al diciannovesimo anno, poi qualcosa si rompe. La vita va in frantumi, specie per gli affanni che riguardano la sfera familiare, e questo è qualcosa che accomuna Feli a Rodrigo. Il romanzo sembra suggerire che il compimento dei vent’anni segna uno spartiacque nella vita di una persona, si abbandona la spensieratezza e la serenità, si annuvola l’orizzonte. La citazione di un celebre incipit di Paul Nizan non lascia spazio alla brutalità di certe conclusioni: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. A questa età, infatti, si fa esperienza di separazioni e dolori. Feli diventa l’ossimoro della sua stessa condizione, l’infelice Feli, felice nel nome ma ferita nell’animo, e ancor più ferita per il dolore dei propri cari: “gli occhi le si riempirono di lacrime. Sopportare il proprio dolore era un conto, ma sopportare il dolore delle persone che più amava? Sul primo poteva avere qualche controllo, ma sul secondo si sentiva totalmente impotente”.
Feli si trasforma dunque in in-Feli-ce. È una metamorfosi che però la rende attraente, irresistibile, fuggevole, ed è così che il lettore la incontra nelle prime pagine, alla sua entrata in scena nel romanzo – già bella e trasformata. Ema, che oltre ad essere un ragazzo dal temperamento sanguigno possiede anche un fervido umorismo, durante una conversazione si prodiga in un buffo gioco di associazioni bislacche tra nomi propri e le presunte tendenze caratteriali. Poi, dopo una lunga disamina (comica) di Roberti omosessuali, Pietri testardi, Paoli dal naso grosso, Caterine stitiche, Laure bionde e Lise gattemorte, arriva il turno di Feli. Stanno fumando una sigaretta, un po’ appartati, una delle prime volte in cui si trovano da soli, ed Ema prova a sollevarla dalla cronica malinconia con le sue battute da spaccone, mormorando mezze verità tra le righe, parole fuggevoli che, se còlte, rivelano un incipiente amore mascherato tra tante allusioni salaci.
«Oh, le Feli – le Feli indossano calzettoni fucsia, purtroppo, ma ti fanno impazzire, sono miracoli di malizia e oscenità, d’altro canto Feli a cosa può condurre? Feli, Feli, oh Feli – fellatio.» E le guardai la bocca, spudoratamente.
«Sei un porco», sussurrò da quelle labbra, muovendole
appena, procurandomi una scossa al basso ventre.
«Certo.»
Le maschere
L’umorismo di Ema è uno stratagemma per affrontare le difficoltà, per reagire al dolore, anche al dolore altrui di cui è testimone; il motto di spirito è un modo per sdrammatizzare quel dolore, attenuandolo, mascherandolo, proprio come le facce di cartapesta carnascialesche che schermano le vite grame e grigiastre di coloro i quali prendono parte ai festeggiamenti e fingono di divertirsi.
La bravura dell’autore consiste proprio nell’alternare momenti di alto lirismo a battute sferzanti. Essere privi di umorismo è quasi una colpa; avere la battuta pronta, un pregio. Rodrigo, per esempio, è privo di umorismo e probabilmente è questa mancanza a fargli imboccare un vicolo cieco dal quale drammaticamente non potrà più tornare indietro: l’assenza di umorismo, ovvero l’incapacità di reagire con ironia alle inevitabili aggressioni della vita, gli farà perdere quel tocco di umanità che separa il dramma dalla risata, la farsa dalla tragedia, la ragionevolezza dall’irrazionalità.
L’umorismo si presenta dunque come antidoto per non lasciarsi sopraffare dal dolore o per affrontare ciò che è spiacevole tenendo vivo il barlume di un (a volte ingiustificato) ottimismo. La risata è essa stessa una maschera, un abbozzo di pianto trattenuto; pur tuttavia è innegabile la presenza di note positive disseminate nel testo. Abbiamo già detto dell’amore per Venezia che trasuda da ogni descrizione, come quando si accenna alla “luna […] che si bagna[…] nei canali […] intessendoli di trame d’argento”. Persino quando si parla di cattivi odori, Pettener usa termini più aulici come “afrore”, che fa pensare a un vino acerbo di Dioniso e suona bello come il nome di Afrodite, la “dea nuda e capricciosa” che si bagna nei canali, e i canali emanano odore di cetriolo e pesce arrosto piuttosto che fetore di alghe in putrefazione.
Lo stesso atteggiamento benigno si estende, infine, a un altro ambito dell’universo narrativo contenuto nel romanzo e tocca l’essenza della famiglia o, più precisamente, la preoccupazione nei riguardi dei familiari. C’è in questo affanno una componente tipica della gioventù (a conferma del titolo) che, non ancora slegata dai lacci della figliolanza, idealizza la genitorialità e ripone in essa ogni sforzo per comporre la minima incrinatura che intacca gli affetti familiari: Barbara è ben lieta dei legami tra i suoi e i consuoceri più che del legame che lei stessa trascina da tempo col proprio fidanzato storico; Feli è affranta dall’allontanamento del padre, ma principalmente dal dolore che la separazione ha causato alla madre e al fratellino; Rodrigo, senza padre, è alle prese con una madre gravemente ammalata; Ema è affranto per la brusca recisione che lo ha inaspettatamente e irreversibilmente allontanato dai suoi cari e condannato in eterno a un utopico quanto “lacerante […] desiderio di accudirli, accarezzarli, stringerli”.
E così, sotto un cielo cangiante, che nella stagione narrata sovrasta Venezia di bianco, grigio, nero, blu, blu di Persia e cobalto, si celebra il dramma dell’Eterna Giovinezza, la quale appare dorata solo a chi la osserva dall’esterno con un occhio nostalgico, mentre essa invece brucia, e a volte consuma tragicamente chi la vive dentro con una tale profondità al punto da lasciarsi avviluppare dalle sue vorticose fiamme.
Giuseppe Raudino
Il link alla recensione su Altritaliani: https://bit.ly/3TPOeZJ
Una vicenda d’amore permeata di sconvolgimenti e di nostalgia, che si sdipana tra le calli di Venezia nei primi anni Novanta del secolo scorso: è il demone narrativo del nuovo romanzo di
Emanuele Pettener, Giovani ci siamo amati senza saperlo (Arkadia, pagine 120, euro 14). Il titolo prende l’abbrivo da una poesia di W.B. Yeats, Dopo un lungo silenzio, dove il vate irlandese
cantava nel distico conclusivo (qui tradotto da Eugenio Montale): «La decrepitudine del corpo è saggia: giovani / ci siamo amati senza saperne nulla». Pettener, veneziano che insegna lingua e letteratura italiana alla Florida Atlantic University di Boca Raton, crea quattro protagonisti che vivono una dirompente e tragica passione amorosa nella Venezia deromanticizzata di trent’anni fa,
ancora sanguinante dello scempio urbano seguito all’invasione per il concerto dei Pink Floyd, e costantemente ferita dall’eccesso di turisti senza volto e dall’ombra lunga delle raffinerie di Marghera. Emanuele (Ema nel romanzo) è una matricola universitaria, che cerca un altro studente per condividere l’appartamento: troverà Rodrigo, uno svizzero educato ed erudito, che dietro l’atteggiamento imbranato e quasi caricaturale nasconde un incendio interiore pronto a detonare. Qui si inserisce l’incontro con il femminino: Barbara dapprima, poi Sabrina (detta Feli), due ragazze molto diverse tra loro ma ognuna con un misterioso gioco di seduzione da offrire. La vicenda d’amore magnetizza l’energia dell’io narrante e con essa la suspense: affondi e fughe, timidezze ed imprevisti, eros e rimorsi svaniscono e si ricompongono. Come già nel suo precedente romanzo, Floridiana, anch’esso pubblicato da Arkadia, Pettener descrive con un impetuoso afflato, lirico e psicologico a un tempo, il tormento amoroso e la conseguente gelosia, che di dimenano tra la difficile speranza e la pulsione vitale: «Cercavo di cancellare ogni tentazione di guardarla negli occhi, farle un nuovo complimento, cedere a quel mostro potente e magnifico che sentivo ruggire… ma quando i nostri sguardi s’incontravano, non potendo più farne a meno, ecco di nuovo e ogni volta inevitabilmente, quella danza sensualissima, elettrica, gravida di desiderio». Nel romanzo, l’autore inserisce molteplici elementi colti: dalla commedia in commedia
(«sapevamo che nel copione c’era»), a numerose citazioni; dallo humour, che sempre permea le venature del racconto – anche nell’inquietante finale – alle acute riflessioni di tema psicologico, con
cui a vent’anni Ema cerca di fissare alcuni punti fermi della vita («Il dolore è sempre egoista. E il dolore è sempre distratto»; «il desiderio è un ottimista inguaribile»). Fino alle pennellate che, in più punti, schiudono l’imperitura dolcezza screziata della città: «Filtrata dall’aura luminescente di fanali e lampioni, come ritagliata in un’ambra gialla immersa nel buio notturno, Venezia sembrava fatta d’argento e di cristallo».
Enrico Grandesso
Il link alla recensione su Avvenire: https://bit.ly/3JjDOhE
Giunto al suo secondo romanzo edito da Arkadia – ma non il secondo in assoluto –, lo scrittore veneziano (anzi, per la precisione di Mestre) Emanuele Pettener, docente di Lingua e Letteratura Italiana alla Florida Atlantic University, con Giovani ci siamo amati senza saperlo ci offre uno splendido affresco di un luogo e di un’epoca della storia e della vita. Parliamo di Venezia nei primi anni ’90 del secolo scorso, ma anche e soprattutto della gioventù del protagonista, Ema, diminutivo dietro il quale è lecito immaginare una trasposizione letteraria dello stesso autore, e di altri tre ragazzi in età di studi universitari, Sabrina, Rodrigo (uno svizzero italiano) e Barbara, le cui vite s’intrecciano sullo sfondo della laguna e della sua quotidianità. Il tono autoironico e scanzonato che caratterizza l’approccio alla vita dell’io narrante, capace di reagire alle varie situazioni senza farsi sopraffare da dispiaceri e delusioni, è il filo conduttore di quella che potremmo definire un’“educazione sentimentale”, purché facciamo rientrare nell’aggettivo non solo l’amore, ma anche l’amicizia e più in generale la passione. Il legame che si crea fra tre di questi giovani protagonisti, ovvero Ema, Feli (il diminutivo con cui Sabrina viene normalmente chiamata) e Rodrigo è infatti una sintesi pregnante di quel complesso coacervo di stati d’animo che solitamente accompagna le emozioni di quella fresca stagione della vita. Una sfaccettata sommatoria di affetto, lealtà, attrazione (tra Ema e Feli, ma anche tra Rodrigo e la stessa), desiderio di fisicità contrastato da dubbi e riluttanze (nel caso della storia che nasce tra Ema e la giornalista alle prime armi Barbara) e, in assoluto, anelito di fusione totale con le esperienze, di adesione piena al tessuto palpitante della vita. Questo slancio forma un tutt’uno non solo con le situazioni, vivide e credibilissime, in cui i ragazzi si vengono a trovare, ma con la città-scenario, colta sia nel momento storico della giovinezza dei protagonisti, quegli anni ’90 che tanto sembravano promettere ma che relativamente poco, in proporzione alle attese, hanno lasciato, sia nella sua natura perenne di capolavoro artistico fuori dal tempo. La sensazione di essere lì, segno inconfondibile del realismo narrativo ben riuscito, si unisce in queste pagine alla capacità di evocare la prossimità a un sogno perfetto di bellezza e vitalità che sembra amalgamare in sé, quasi impastati in una malta fluida, l’ideale estetico della Serenissima con quello di eros e pathos delle giovani vite che vi si dibattono in cerca di amore e di senso. In definitiva, Giovani ci siamo amati senza saperlo, come il titolo stesso pare suggerire, è un romanzo sull’inconsapevolezza di quegli anni, e non perché Rodrigo ed Ema non sappiano di amare Feli, o lei stessa non si accorga dei loro sentimenti, ma perché non si rendono conto di non stare realmente cogliendo quella grande opportunità, per dare ascolto ai pur comprensibili scrupoli legati all’amicizia, e poi a un richiamo erotico che rischia di asfaltare tutto, radendo al suolo il potenziale di realizzazione che sarebbe potuto fiorire se solo si fossero parlati con franchezza. In questo senso, siamo davanti a un romanzo del silenzio, o meglio dell’ineffabilità e fuggevolezza delle emozioni più intense. Tanta è la forza con cui ci travolgono, che si corre il rischio di temerne la luce, per cui le si sminuisce per non farsene “annientare”. Ma così si perde la più grande occasione. Comunque non c’è traccia di nostalgia o di rammarico nello stile di Pettener, sempre ricco di ironia e di leggerezza, che tuttavia non significa superficialità. Anzi, a mio avviso è un modo per dire che non ha senso rimpiangere, ma solo ricordare il bello che c’è stato e farne tesoro per andare avanti da qui in poi.
Giovanni Agnoloni
Il link alla recensione su Lankenauta: https://bit.ly/3W76Jsb
È il 1990, i mondiali di calcio tengono banco sulle pagine dei giornali di un’Italia ebbra di speranze. In una Venezia sensuale, quinta perfetta e imprescindibile di questo romanzo, i ventenni Sabrina, (“Feli”), Barbara, Rodrigo ed Ema incrociano le loro esistenze tra calli e mansarde in affitto per studenti, abbandonandosi alla gioia di amori e scoperte, felicità assolute all’apparenza eterne, in un gioco come passo obbligato di formazione alla vita vera. Tra studio e corteggiamento, passa per i ragazzi un intero anno accademico: le loro scelte esistenziali sembrano delinearsi con chiarezza e tutto del loro futuro pare deciso. Ma un giro di vento finale, spiazzante e inatteso, ribalta il quotidiano e sovverte ineludibilmente i destini di ognuno di loro. Emanuele Pettener – nato a Mestre, insegnante di lingua e letteratura italiana all’università della Florida di Boca Raton, già autore di saggi, ora alla quinta opera di narrativa – esce nuovamente con Arkadia Editore (Collana Senza rotta) con un romanzo breve straordinariamente avvincente, Giovani ci siamo amati senza saperlo, scegliendo per titolo un significativo verso di William Butler Yeats che anticipa i temi dominanti del libro: pienezza, luminosità e incoscienza dell’amore giovane. Il personaggio principale, Ema, come l’autore viene da Mestre: non esattamente la più bella città del mondo, perenne ancella della Serenissima da cui la separa solo una striscia d’acqua. È nella seconda che Ema vuole vivere appieno la sua giovinezza: iscritto a Lettere Moderne, potrebbe fare il pendolare come tutti gli studenti mestrini, ci sono in fondo così pochi chilometri da percorrere in treno, ma Venezia lo attira potente perché bellissima, sporca e cattiva. Femmina felina quanto i felini che la percorrono, città di gatti e gatte, come loro pigra e incurante e sensuale. Ci si perde nei suoi riflessi bizantini, nei suoi occhi truccati di verde e malva, maliziosi, nelle sue rive bagnate. Stabilito in un appartamento, con la leggerezza dei vent’anni si lascia scivolare tra le calli e campi, rapito da ogni dettaglio, pronto ad aprirsi a tutto ciò che la vita pare schiudergli. Lasciandosi portare dal flusso delle cose, incontra quello che diventerà il suo coinquilino: Rodrigo, di madre svizzera, uno studente che è il suo opposto. Rigido, spesso avvolto in un mantello dalla foggia fuori tempo, rassicurante, innocuo, è per Ema e la sua esuberanza un controcanto perfetto. Ma l’elvetico, come verrà citato più volte, si rivelerà più intraprendente del previsto, soprattutto con le ragazze, la metà del mondo che interessa Ema fino ad ossessionarlo, e avrà più successo di lui proprio con l’ambita Feli. All’inizio poco male, perché comunque Ema si lega presto a tale Barbara, studentessa pendolare, con cui instaura un rapporto di rara noia, tra sesso non entusiasmante e uscite in una Venezia gelida e scontrosa per accompagnarla all’ultimo autobus della giornata. Dopo un appuntamento in una paninoteca di singolare mestizia con gli amici di Barbara – rigorosamente tutti in coppia, moderati, vecchi dentro – che lo sottopongono a uno scrutinio severissimo da cui esce perdente, Ema decide che quella pagina è da chiudere. Anche perché nel frattempo, potente, gli si è fatta chiara una cosa: che è di Feli che è innamorato, della sua bellezza interiore ma anche delle sue forme, dei capelli leggeri color del miele e dal profumo di pesca, i piedini che muove sensuale, in un ripetuto incrociarsi di gambe tra l’intenzionalmente malizioso e una noncuranza naïve. Sta senza dubbio in buona parte qui la forza di questo romanzo, nell’acutezza delle descrizioni, in cui Emanuele Pettener eccelle: lo sguardo del suo Ema supera il limite dell’attrazione ormonale – congruamente comunque sempre presente, una tensione in cui l’autore scava e di cui rende ogni pulsione e sfumatura erotica – e va a cogliere la profondità e tutta la poesia nella beatitudine della visione di Feli. Quello stesso sguardo penetrante, innamorato Pettener lo riserva per Venezia: la omaggia donando intere pagine sul suo fulgore, la bellezza di smarrirvisi nelle calli, di imbattersi in scorci inattesi fuori dai frusti percorsi turistici, a coglierne il lato severo dei freddi inverni e le sue alterigia e magnificenza di dea nuda e capricciosa. Lo stile di Pettener è accorto, vivace, rende intatta la freschezza di un’Italia passata da poco, più spensierata, schivando felicemente il rischio di cadere in una facile nostalgia, con la leggerezza di un’ironia che può essere sferzante ma si ferma invece al punto giusto, misurata al millimetro. Giovani ci siamo amati senza saperlo è lettura avvincente e scorrevole, fino al finale, disorientante, che sorprende spostando l’incasellamento della tipologia di romanzo: non più un’opera di formazione, quella a cui siamo di fronte, ma altro, ben altro. Un altro che qui è giusto non anticipare.
Anna Vallerugo
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