Franz Krauspenhaar


Il genere FK. In dialogo con Franz Krauspenhaar

D: Il titolo del tuo romanzo La presenza e l’assenza edito da Arkadia nella collana Sidekar, è un abbinamento dicotomico interessante. Presenza e assenza sono istanze interdipendenti che si rincorrono, si completano si compendiano. Entrambe hanno a che fare col desiderio: l’assenza è sempre legata all’eros, e non è un caso che il tuo romanzo parta da un indizio di tradimento e da una donna che scompare nel nulla, come presenza che si fa assenza. Lo stesso protagonista, l’investigatore Cravat lotta (al contrario – ma simmetricamente) con una assenza che si fa presenza nei ricordi, nei pentimenti, nella nostalgia di una storia sentimentale che è interrotta: Francesca, poi sostituita da Carla. Mi pare che questa presenza/assenza- tra eros e fantasmi- generi un ritmo che fa muovere le pagine della tua scrittura, un battere e levare che dà vita a situazioni, sentimenti, caratteri. Me ne vuoi parlare meglio?

 R: Direi che hai colpito nel segno. Il romanzo è proprio una specie di lungo giro di giostra tra la presenza e l’assenza, tra la vita e la morte. Dietro le avventure di Cravat c’è anche la metafora di una condizione umana fissa e angosciante. In fondo siamo tutti condannati all’assenza. Ma nel libro, ci tengo a dirlo, non c’è alcuna dichiarazione di ateismo. Anzi, nel finale appare, se così si può dire, una “presenza” che potrebbe anche essere qualcosa di soprannaturale.

 D: Credo che una delle caratteristiche del tuo stile sia quello di giocare con i generi e costruire dei romanzi che ibridano le caratteristiche standard per creare qualcosa di originale che sfugge alle etichette; come hai fatto per Brasilia, scrivendo un romanzo distopico che è poi una riflessione sul futuro e sul tema dell’immortalità – che mi ha ricordato molto L’isola come possibilità di Houellebecq – anche questo ultimo romanzo contiene un mix di elementi che sono tipici dell’hard boiled, noir o neo-noir, ma si apre anche a forme monologiche quasi teatrali, in cui i grumi psicologici dell’investigatore Cravat sembrano dominare la scena, dettare le regole. Cosa è allora la detection per te e quale tipo di umanità svela in questo romanzo?

 R: È un noir che si può leggere a strati, chiaramente. Come hai detto tu io lavoro sui generi per farli sparire. Molto immodestamente, cerco il mio genere, il genere FK. Ho scritto romanzi sull’Italia degli ultimi 70 anni, un romanzo epistolare ambientato in Germania ecc. Mi mimetizzo dentro me stesso. Purtroppo non avere un solo registro ti rende meno identificabile per lettori e critici. La forma monologica è una mia forma tipica. Scrivo quasi sempre in prima persona, in maniera diciamo così confessionale. Qui uso anche la seconda e la terza però, ma in maniera funzionale. Tutto deve essere funzionale per me, senno’ non funziona, non “gira”. La detection non è propriamente una mia vera passione. La passione, una delle passioni, è il noir, soprattutto cinematografico e francese. Nell’altro noir uscito 15 anni fa, Cattivo sangue, il protagonista è un killer con l’alibi dell’export manager. L’umanità che si svela è quasi tutta marcia, disperata, corrotta. Mi pare di raccontare cose piuttosto realistiche, seppure a modo mio.

 D: Guido Cravat è un investigatore con una personalità incredibilmente sfaccettata: a tratti è cinico, sordido, sentimentale, sarcastico. Ha una grande umanità, si percepisce, nonostante la vita lo abbia indurito e reso impermeabile alle concessioni metafisiche. La ricerca della verità non ha nulla di filosofico in lui, è un uomo di carne e sangue, un “improvvisatore mascherato da duro”, come si autodefinisce e la sua è una scommessa con l’esistenza e con quelle maledette 24 ore che compongono la giornata, finirle con dignità, cercando un senso al dolore che gli pesa dentro. Un dolore d’esistenza, puro che non si placa e che si ripresenta in queste fitte di ricordi del passato. Ti sei ispirato a qualche figura del giallo o del noir oppure Cravat è un personaggio che attinge dalla vita, da una tua visione personale?

 R: Mi sono ispirato a Jim Thompson e ad altri mille scrittori e registi. Per il cinema, Jean Pierre Melville, un vero genio del genere, morto nel 73. Cravat mi assomiglia, non lo nascondo, sono uno che ha sofferto e che soffre, anche di depressione. Non me ne frega niente del giudizio degli altri, se questi altri sono degli imbecilli o persone che disprezzo. Sto ad ascoltare solo chi stimo, che non necessariamente è un mio “fan”. Sono un solitario, proprio come Cravat. Certo, la pistola l’ho usata solo al servizio militare, mille anni fa. Diversamente, sono anche un animale estremamente sociale, quando la compagnia mi aggrada.

D: In questo romanzo ciascuno s’ abbevera alla fonte del male: chi più chi meno si è macchiato di una qualche forma di infamia, nessuno escluso. Non c’è un personaggio positivo in senso stretto, un deuteragonista che fa da alter ego e che conduce verso la luce. La gamma delle perversioni si allarga fino a comprendere il sadico che arriva a uccidere freddamente un uomo pur di estorcergli delle informazioni. Mi sembra che questo scardini la consueta gerarchia del noir o comunque del poliziesco in generale: l’assassino o presunto tale sembra essere una chimera e il vero sadico è uno dei tanti che si avvicendano nella trama: è anche un romanzo delle ossessioni e delle perversioni che albergano negli uomini di potere e negli ambienti del malaffare e dell’alta imprenditoria. Quale è lo sfondo etico (se ce n’è uno) e quale possibilità di redenzione (se ce n’è una)?

 R: Vedi, volevo semplicemente essere estremo. Le vie di mezzo, i conti preventivi, non mi interessano. La vita a mio avviso è un’esperienza estrema, nel bene e nel male. Lo sfondo etico è quello che ci propone l’informazione a tutte le ore. Un pantano. Credo di essere un moralista, ma non faccio sermoni. Ma non posso raccontare certi ambienti senza un po’ di coraggio. Altrimenti farei come molti miei colleghi politicamente corretti. Io sono scorretto, ma nel senso che cerco, invano naturalmente, la mia verità. È una questione di carattere e, appunto, di etica. La redenzione c’è già, è dentro Guido Cravat, che non rinuncia ad essere umano, anche ad amare, seppure con poca fortuna.

 D: Karacauer dice che “la legalità contrappone i principi della due parti della società così la polizia ad essa inerente può penetrare nel territorio dell’illegalità solo in qualità di istituzione legale, potendo agire esclusivamente sul terreno legale mentre il detective può procedere indifferentemente sia contro la legalità che contro l’illegalità”. Queste due posizioni vengono incarnate dai due detective del romanzo, Cravat e il suo discepolo Saluzzi, ex poliziotti entrambi ma con peculiarità molto diverse. Mi sembra tuttavia che il cinismo di Cravat non sia amorale e patologico come quello di Saluzzi un detective decisamente inquietante e senza scrupoli. Tuttavia, Cravat ha un atteggiamento paternalista nei suoi confronti. Quanto è illegale il maestro e quanto il discepolo? Saluzzi è un Cravat degenerato? Sono in fondo due parti di uno stesso personaggio?

 R: No, no, sono due personaggi ben diversi. Sul paternalismo si, c’è, ma il nucleo di questo paternalismo è un grumo molto duro di sarcasmo e di odio feroce. Rappresentano proprio due individui ben distinti. Cravat è già abbastanza pieno di contraddizioni, e Saluzzi è praticamente un serial killer. Lui è quello veramente illegale. Vive con la mamma, suona la tromba, e per vivere fa il detective dove può sfogare la sua vera passione: l’omicidio, la tortura, l’orrore.

 D: Questa domanda in un certo senso si lega a quella precedente. Cito Sciascia questa volta e precisamente quando dice: “I fatti non sono contraddittori, un fatto rimane tale, sulle intenzioni si può speculare.” Quello di Cravat non mi pare un caso di coscienza, sa essere amorale ma ha una sua etica interiore del tutto avulsa dal contesto sociale e professionale. Insomma il tuo detective è deontologicamente non catalogabile- É una scheggia che vaga, lo muovono l’assenza e il vuoto che cerca di colmare con una qualche azione riparatrice. Cerca quella donna, non sua, solo perché sta sublimando la sua assenza, che tuttavia lo tortura. Stando ai fatti, cosa fa Cravat per ottenere quella felicità che sembra un diritto? La scena finale è l’abbraccio a quella presenza tanto agognata o è l’ennesima fregatura della vita? Cosa dicono le intenzioni e i fatti?

 R: Sciascia era forse il più grande scrittore italiano di quella parte del nostro Novecento. Ma anche europeo. Dici bene, Cravat è una scheggia, ma come la maggior parte di noi, solo che in lui la velocità della scheggia è decuplicata. Ma non è affatto impazzita. Dalla presenza, di cui non sappiamo nulla, potrebbe essere un’allucinazione o addirittura un alieno, lui proprio alla fine fugge. Ma perché? Non posso dire altro, amo il mistero più di ogni altra cosa, illibro, come lo fu per Brasilia, rappresenta la vita, che si chiude e spedisce i personaggi dove “vuole”.E’ l’antigiallo per eccellenza. Non che non ami i gialli di qualità, ma da ragazzo fui folgorato da Dürenmatt: dal suo “requiem per un romanzo giallo”, La promessa, un romanzo colossale. E’ un giallo che si conclude con un’ossessione, non si chiude, in pratica. Vedi, non amo i generi. Voglio dire, molti libri di genere li ho amati e ammirati coi loro autori, ma per quanto mi riguarda, e il mio curriculum mi è testimone, io amo variare e contaminare. Lo trovo anche onesto. Certo, senza falsa modestia credo che meriterei molta più attenzione, sono parecchio sottovalutato. Si vive in un sistema drogato di quella pesante, ma insomma… ci siamo capiti. Io vado avanti, la peggior cosa per una persona che ha del talento è sprecarlo. Cravat in amore è una frana, o forse semplicemente si innamora delle donne sbagliate per lui. È un uomo molto serio, non va con le prostitute a pagamento e non, sa aspettare, ma la sua solitudine è una pozza di dolore. Potrebbe avere altre donne, ma lui vuole amare. Come hai detto bene, è un personaggio sfaccettato, capace di passare dall’odio, alla truffa, alla ricerca di un vero sentimento. La vita è una cosa complessa, e l’uomo, in fondo, è la vita che si muove.

 D:Il giallo senza soluzione, o antigiallo, come dici tu è probabilmente la formula più interessante di questo genere. Sciascia in Appunti sul giallo fa risalire a Gadda l’nvenzione del giallo aperto e il Contesto è un romanzo senza soluzione, aperto a molteplici interpretazioni, Il protagonista della promessa di Dürrenmatt da te citato dice che con la “logica ci si accosta solo parzialmente alla verità”. Mi sembra che i migliori risultati letterari optino per questa strada, quella del sottosuolo, della logica applicata alla dannazione, una formula impossibile ma che tutti gli investigatori più riusciti hanno sposato. Diventare in qualche modo vittima, carnefice e spogliarsi delle carte, degli appunti. Un viaggio dentro gli abissi della psiche di chi gravita attorno al delitto. Mi sembra anche che non ti piacciano le soluzioni facili e le logiche deduttive in generale come scrittore e in questo ultimo scritto ne ha dato ulteriore prova. Mi piacerebbe una tua ultima riflessione in merito.

R: Sono perfettamente d’accordo con quanto tu dici. È come in certo senso andare oltre lo spettacolo. Si, ci siamo più o meno divertiti; ora, nonostante i morti necessari alla narrazione, le paure, anche il terrore, il fantasma della morte che di continuo fa la sua prima e ultima apparizione, perché la morte è come l’attrice di un solo episodio, ecco intervenire qualcosa di imprevisto: la vita. È un po’ come nel vecchio film di Buñuel, Estasi di un delitto, nel quale il protagonista, causa un trauma infantile, è sempre sul punto di uccidere, e poi qualcosa, che forse non fa parte del mondo dei sensi, lo fa fallire, fino a un lieto fine assolutamente inaspettato. Qui non ci sono lieti fini, la morte è sempre sulla corda più grave di un violino che suona un pezzo mortifero, anche se ci sono delle battute di umorismo magari nero, ma alla fine il finale lo piazzo nella mia testa e soprattutto in quella del lettore. Cravat fugge, erra, forse dalla vita stessa, forse dal terrore di una vita extraterrestre, o dalla paura delle sue reazioni, e non ne sappiamo più niente. Tutto è andato a rotoli, cioè dove era per me giusto che andasse. Un lettore mi ha parlato di “senso di incompletezza”. Lo posso capire. Ma cosa è la vita se non una commedia che si interrompe nei momenti spesso più impensati? È il finale dei finali, quello. Io trovo senza falsa modestia questo mio un grande finale, che apre infinite possibilità, che crea interrogativi di una certa sostanza. Forse sarebbe stato più semplice chiudere in una maniera più tradizionale, ma la tradizione secondo me va pugnalata, a volte, perché non ci fa fare un passo in avanti, ed è quello che il lettore smaliziato in fondo desidera, andare oltre.

 

Il link all’intervista su Bibliovorax: https://bit.ly/3hKZhzu

 



Hard Boiled La via introspettiva di Franz Krauspenhaar per un genere americano

L’investigatore indaga e trova i suoi incubi

Franz Krauspenhaar, scrittore, poeta e musicista, torna in libreria con un romanzo, La presenza e l’assenza (Arkadia), che ruota intorno alla scrittura di genere, l’hard boiled americano, con alcune interessanti variazioni. Nel romanzo quindi troviamo ispettori privati, inquieti e insoddisfatti, informatori doppiogiochisti, ricchi uomini d’affari senza scrupoli, donne fatali e con loro l’intero armamentario di quel preciso campo letterario.

Il racconto prende le mosse dalla presunta sparizione di una donna, la giovane moglie di un ricco industriale. Quest’ultimo, invece di rivolgersi alla polizia, incarica Guido Cravat, ex poliziotto cinquantenne, che possiede tutte le stimmate del personaggio hard boiled (sensibilità, misantropia, inquietudine, solitudine, e una cocciuta ostinazione a fallire), di cercare la ragazza.  Con il passare dei giorni Guido si rende conto che il lavoro commissionato riguarda qualcosa di più grande e di più complesso, frutto di reticenze, di potere, di soldi e ricatti; così cercherà di scoprire la verità, rimanendo «puro» in un mondo di disonesti.

Ne La presenza e l’assenza è interessante il lavoro introspettivo sui personaggi, tutti dotati di una sorta di opacità: costantemente mentono gli uni agli altri, ingannando il lettore stesso, tanto che potremmo parlare di narratore inaffidabile per definire il punto di vista di Krauspenhaar. Proprio la struttura narrativa è il punto di forza del testo; se da un lato il protagonista è raccontato tramite una terza persona, non onnisciente, utile a far percepire la differenza dei piani del racconto. Questa scelta, lungi dall’essere applicata meccanicamente, dà il giusto movimento all’intreccio così che la componente gnomica del racconto, che certe volte si attarda con una certa sentenziosità aforistica, viene bilanciata dalla trama del giallo vero e proprio. Caratteristica principale dei personaggi è l’ambiguità, voluta e ricercata dal suo autore, anche nella lingua che nei momenti migliori alterna una certa tensione lirica, un lirismo costruito con una lingua volutamente bassa, che pesca dal quotidiano, alla crudezza dell’immagine disgustosa e disturbante; proprio quest’alternanza fa in modo che il romanzo esuli da rischiosi cliché dell’hard boiled, acquisendo uno statuto più interessante. Ne è indice il capitolo conclusivo, volutamente aperto, del romanzo, nel quale si comprende come la ricerca di Guido Cravat non abbia nulla di “reale”, bensì sia la scusa per un’indagine interiore, un viaggio alla scoperta dei propri fantasmi.

La presenza e l’assenza è quindi, pur con alcune incertezze, un romanzo riuscito e ci conferma la capacità di Krauspenhaar di indagare l’animo umano nelle sue bassezze e di restituircene la bellezza.

Demetrio Paolin



Recensione: “La presenza e l’assenza”, un noir meneghino dalla forte introspezione psicologica

 

Non ci sono peccati privati.

Sono tutti pubblici, tutti condividiamo

quelli degli altri e tutti gli altri

condividono i nostri.

JIM THOMPSON

 

Questo è “LA PRESENZA E L’ASSENZA” di Franz Krauspenhaar (ARKADIA Editore), milanese, scrittore, poeta e musicista, nonché redattore di vari blog e riviste letterarie. Tutto il romanzo ruota attorno all’improvvisa scomparsa di Daniela, giovane e bella moglie dell’industriale milanese Tommei. Questi decide di non contattare la polizia ma di rivolgersi ad un investigatore privato, Guido Cravat, un investigatore di fresca nomina. Aveva cominciato da meno di un mese, dunque aveva bisogno di ingranare, dunque sarebbe stato abbastanza malleabile e avrebbe fatto poche domande. Sbagliando decisamente nel suo giudizio su Cravat, Tommei decide di estrometterlo quasi subito dall’indagine sostituendolo con Saluzzi, un tipo senza scrupoli. Di questo l’avvocato Gemmò era più che certo. Aveva fatto le sue sporche indagini con le sporche persone giuste. E aveva consegnato a Tommei lo sporco numero di telefono dello sporco individuo. Cravat, sentendo fin da subito odore di marcio in tutta la vicenda, decide di continuare da solo le ricerche e questo lo porterà ad incontrarsi/scontrarsi con colui che lo ha sostituito andando a scoprire torbide verità (La verità non sembra mai vera. GEORGES SIMENON). La narrazione si svolge attraverso i pensieri e le azioni di tre uomini diversi: l’industriale Tommei che vuole a tutti i costi ritrovare sua moglie, ne sentiva oramai la mancanza in maniera insopportabile, con una fitta al cuore che minacciava di paralizzarlo per il resto dei suoi giorni, ma dando ai due investigatori presso che nessuna informazione; l’investigatore Saluzzi, sadico e senza scrupoli che per il denaro era capace di uccidere due volte; Cravat, il nostro protagonista, ex poliziotto che ha deciso di lasciare l’ambiente corrotto della polizia per l’onestà e che vive una continua guerra interiore con se stesso, con il vizio del fumo, con la presenza. Il tutto è ambientato in una Milano tanto amata quanto odiata per cui se mettessimo a paragone una foto di allora con una di oggi, entrambe scattate nello stesso punto, proveremmo una voraginosa fitta di rimpianto e di sconcerto e addirittura, in alcuni casi, di orrore. Il traffico s’era sconvolto a rotta di collo e le auto erano diventate tutte diverse, e la gente ora si vestiva, si truccava e si pettinava in modo diverso. Attraverso Tommei, Saluzzi e soprattutto il racconto che Cravat gli fa in prima persona (o forse si sta inconsapevolmente rivolgendo a quella presenza che ogni tanto gli sembra di percepire?), il lettore viene catapultato in una voragine di delitti, debolezze umane, psicopatie, da cui non si evince un lieto fine. Il romanzo è di facile lettura, scorrevole, ricco di descrizioni fin troppo dettagliate, perfetto per un pubblico amante non solo del noir ma anche delle forti introspezioni psicologiche.

Marina Sembiante



“LA VITA CI FA TROVARE IL NOSTRO POSTO IN PIEDI, SCOMODO PER TUTTI”. IL ROMANZO NERO DI FRANZ KRAUSPENHAAR, IN UNA MILANO LIVIDA E OSCURA, CHE PARE ESTRATTA DA “BLADE RUNNER”

Il ricco industriale Rossano Tommei si sveglia, entra in bagno e al posto della saponetta trova il cellulare della moglie Daniela. È già lì, nella prima scena, in quell’oggetto al posto sbagliato, quel senso di straniamento che accompagna dall’inizio alla fine La presenza e l’assenza di Franz Krauspenhaar, edito da Arkadia, collana Sidekar. Un romanzo incalzante, disperato, malinconico, a tratti grottesco, che prende spunto dal genere noir per raccontare il genere umano. È evidente che Daniela si era chiusa in bagno per parlare di nascosto con qualcuno, ma con chi? Tommei cerca l’ultima chiamata e si annota il numero. Un amante? Ma a quel numero non risponde nessuno. Poco dopo, la più feroce delle assenze: Daniela scompare nel nulla.

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Tommei a quel punto assumerà un investigatore privato, Guido Cravat, trovato per caso sulle pagine gialle elettroniche. Un moderno Philip Marlowe, uno che ha lasciato la polizia perché, una buona volta, vuole fare i soldi onestamente, e che si autodefinisce imprenditore della propria rovina. Un uomo sempre fuori posto, proprio come quel cellulare sul portasapone, che dopo un amore finito male e una lunga serie di situazioni sbagliate ha una tale fiducia nel prossimo da considerare gli assegni tutti a vuoto per principio. Eppure, lo scopriremo nel corso della narrazione, conserva ancora slanci di sentimento e momenti di profonda umanità.

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Cravat è io narrante, si alterna alla terza persona del narratore e spesso trasforma l’“io” in “tu”, rivolgendosi a un misterioso interlocutore, forse un fratello o un amico perduto, o semplicemente un’altra parte di sé. Di presenze-assenze, Cravat se ne porta dentro tante. Prima di tutto Francesca, la donna che amava e che ha sposato un altro – un altro poliziotto, per ulteriore beffa –  e poi quel senso perduto di giustizia che l’aveva portato, tanti anni prima, a entrare in polizia per raddrizzare i torti, pulire la spazzatura, governare l’ingovernabile. In più lo accompagna un’entità non meglio definita, che chiama proprio “la presenza”: una specie di fantasma che lo visita di tanto in tanto, specie mentre è in macchina, e lo fa sentire tassista di un’anima in pena.

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Molti elementi ci fanno quindi presagire che non ci troviamo in un poliziesco deduttivo, e nessuno Sherlock Holmes rimetterà insieme tutti i pezzi del puzzle con la sola logica, salvando i buoni e assicurando i cattivi alla giustizia. Anche perché buoni e cattivi, in questa storia, sono davvero difficili da distinguere. Il requiem per il romanzo giallo positivista è già stato cantato da tempo e ora predominano il caso e il caos, negli accadimenti come nelle azioni dei personaggi, spesso irrazionali e istintive, come sono di frequente i comportamenti umani.

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Tipicamente impulsiva, ma destinata a innescare una notevole catena di eventi, è ad esempio la decisione di Rossano Tommei di togliere quasi subito il caso a Cravat e affidarlo a un altro investigatore, Dino Saluzzi, un figlio unico di madre vedova mai davvero cresciuto, incline alla violenza, privo di affetti. Uno che per il denaro era capace di uccidere due volte. Cravat però, per cui il denaro è importante ma non è tutto, continuerà a indagare ugualmente, anche gratis. Per noia, per ripicca, per voglia di avventura, persino, a un certo punto, per inseguire la speranza di un nuovo amore.

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La sfida tra Cravat e Saluzzi non è solo tra due metodi investigativi, ma tra due concezioni dell’etica. Mentre Cravat, pur compiendo azioni moralmente discutibili o addirittura illecite, ha ancora un’etica personale, una dimensione umana, Saluzzi si mostra completamente amorale e privo di ogni empatia. Di fianco a loro si muovono gli altri personaggi, lo sfuggente e grigio Tommei, la sua bella e devota segretaria Carla, capelli fulvi e occhi da leopardo, l’informatore detto “la grande scrofa”, parrucca rosso fuoco e centocinquanta chili di omosessualità dichiarata, l’ambiguo Gemmò, avvocato di grido con la faccia da urlo di Munch, e tutti insieme, ognuno con i propri peccati e le proprie nevrosi – tra cui particolarmente rilevante e ricorrente il complesso edipico – tingono il noir di altri colori, raccontano tutte le declinazioni dell’animo umano e dei suoi abissi.

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Lo stile è il più grande punto di forza, scorrevole sì, ma non come un lungo fiume tranquillo, più come un torrente ricco di cascate e mulinelli, a tratti un fiume in piena, un treno in corsa che sbatte sui binari e non deraglia, ricco di metafore, giochi di parole inconsueti e guizzi d’ironia. Uno degli esempi più riusciti di quell’uso funambolico della lingua che i lettori di Krauspenhaar già conoscono bene. Lo sfondo è una Milano decadente, non più da bere, forse nemmeno da fumare – e infatti Cravat ha smesso – ma potrebbe essere qualsiasi odierna metropoli. Bagnata da una pioggia battente, che di continuo la lava e di nuovo la sporca, ricorda a tratti la Los Angeles distopica di Blade Runner, e anche Cravat a suo modo è un cacciatore di replicanti, tutti ignari di quanto avranno ancora da vivere.

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Ma il vero filo conduttore non è fatto di pioggia, quanto di fumo. La nostalgia di Cravat per la nicotina accompagna la storia e si fonde con tutti gli altri suoi più nobili rimpianti: l’onestà, la giovinezza, l’amore. E lo sa fin dall’inizio, Cravat, che finirà per cedere, che prima o poi smetterà di smettere. Resisterà per centoventisei pagine, poi deciderà che si vive e si muore una volta sola e sprofonderà di nuovo nel suo vizio preferito. Proprio in quel momento il mistero sembrerà dipanarsi, per riavvolgersi poco dopo in una più fitta coltre di fumo.

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È qui che più che mai il romanzo da noir si fa esistenziale, tanto da riportare alla memoria l’archetipo di tutti gli antieroi, Zeno Cosini. Ma se per il protagonista del romanzo di Svevo l’Ultima Sigaretta ha un gusto più intenso proprio perché è l’ultima, e l’intento sempre tradito ne aumenta il piacere, Cravat trova in quella nuova prima sigaretta, fumata in completo abbandono, senza promesse né alti propositi, una consapevole sconfitta ma anche un nuovo slancio vitale. Oltre tutte le disillusioni, vuole ancora vivere.

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Di seguito un estratto.

Esiste un mestiere che non sia duro? Un mestiere molle? O perlomeno croccante? No che non esiste. La vita ci fa trovare il nostro posto in piedi, scomodo per tutti. Coloro i quali hanno il privilegio di trovare i rari posti a sedere devono poi vedersela con le responsabilità. La comodità costa. La tribuna centrale costa. La prima fila costa. […] Così questo Rossano Tommei – ho fatto subito le mie ricerche – è un cosiddetto uomo di successo. Chi è un uomo di successo? Un uomo che s’illude di vivere una vita diversa. Diversa dalla maggioranza. Una vita alta. Seduta comodamente ma alta. Anzi eretta. Una vita in erezione. Il cazzo duro perenne della vita. Il priapismo dell’uomo di successo. L’uomo di successo è un illuso, perché il successo non esiste. Non è mai successo. Il successo è l’estrema illusione prima dell’estrema unzione. Il membro rimane eretto, ma è solo rigor mortis.

Viviana Viviani



La presenza e l’assenza – Franz Krauspenhaar

Guido Cravat è un personaggio davvero  insolito. Un investigatore privato baciato dalla sfiga, un ex poliziotto con profonde turbe esistenziali.
È lui il personaggio principale de La presenza e l’assenza, il noir firmato da Franz Krauspenhaar.
Quando ho iniziato a leggerlo mi sono sentito subito in un romanzo duro di Georges Simenon.
Il noir coinvolgente di Franz è un autentico romanzo duro stile Simenon, ambientato nella sua odiata e amata Milano.
In ogni pagina c’è sempre il bisogno dell’autore di raccontare la sua città e attraverso questa narrazione trovare gli elementi, come faceva il grande Georges, per scavare e indagare nella complessità dell’animo umano.
Guido che si perde in un labirinto esistenziale sempre sospeso tra presenza e assenza si trova al centro di un intrigo misterioso: la sparizione della moglie di un ricco industriale.
Viene assunto  e subito licenziato dal marito. Ma lui non ci sta. Subito si accorge che c’è puzza di marcio. Prende il suo posto Saluti, un sadico detective che lui conosce molto bene.
Ma il mistero si fa più fitto e Guido decide di condurre le indagini per conto proprio.
Cosa si nasconde dietro la scomparsa della donna?
Franz Krauspenhaar è davvero abile nel costruire un intreccio avvincente con una scrittura tagliente che dà vita a uno straordinario personaggio disincantato che ha una grande qualità: un umorismo irriverente che conquista subito il lettore.
Non mancano i colpi di scena ma soprattutto il libro si fa leggere fino alla fine perché il suo autore è davvero geniale nel combinare la trama con la caratterizzazione dei personaggi.
Guido dà il peggio di sé in un monologo esistenziale in cui dialoga con i propri demoni, affronta i suoi fantasmi, si lascia coinvolgere nel mistero della scomparsa della donna, vive sulla sua pelle il disagio di disadattato perché il vero noir è la sua stessa esistenza.
«L’ ideale sarebbe non pensare più, non sentirsi più d’impaccio nel mondo tra un amore impossibile e una presenza assenza che mi fa sentire nel buio totale che mi fa sentire il suo alieno dolore. Forse certi ingranaggi della mia storia mi rendono impunito, come in fondo, sono sempre stato».
La presenza e l’assenza è un romanzo duro che contempla tutte le sfumature del nero.
Uno di quei libri che continuano a turbarci anche dopo averli chiusi per sempre.

Nicola Vacca



Franz Krauspenhaar – La presenza e l’assenza

Un po’ Nick Balane e un po’ Philip Marlowe. Questo l’identikit di Guido Cravat, l’investigatore privato creato da Krauspenhaar e protagonista di questo noir esistenzialista, in cui non mancano quei passaggi ironici che rendono più digeribile la cruda realtà.
E ci vuole un po’ di sano humor, soprattutto in un genere che rischia di ripetersi. È importante far vedere quanto possa essere inconcludente la logica investigativa. Siamo stufi dei soliti poliziotti o dei meravigliosi eroi dall’intelligenza superiore o che vengono sempre aiutati dal destino. Abbiamo bisogno di investigatori privati che non ne azzeccano una, che seguono la logica dei propri tormenti, che sono disillusi. Non a caso, ho iniziato questa recensione tirando in ballo Balane, protagonista dell’insuperabile Pulp di Charles Bukowski, e Marlowe, l’indimenticabile “sfigato” generato dalla penna di Raymond Chandler.
Cravat custodisce in sé molte caratteristiche di questi personaggi e ciò aiuterà anche il lettore a badare di più al “tema” del romanzo che non alla “trama”. In poche parole, sarà come leggere un Dürrenmatt in chiave moderna in cui la tipica struttura del giallo-poliziesco, con tutte le sue perfette concatenazioni, va a farsi benedire (La Promessa ha fatto scuola).
La presenza e l’assenza è ambientato nella “gioiosa” Milano. La moglie di un ricco industriale scompare nel nulla, ma l’uomo non vuole che le forze dell’ordine indaghino sul caso. Di qui, la decisione di ingaggiare due investigatori privati, il tormentato e un po’ sfigato Cravat e il sadico Saluzzi. Il resto lo lasciamo scoprire ai lettori. Ma, come detto, non ci troviamo di fronte al solito noir-poliziesco, questo è un romanzo che necessita di una lettura approfondita. Nonostante sia scorrevole, ogni pagina incuriosisce perché gioca tra “detto-non detto-intuibile”, e bisognerà arrivare alla fine per trovare tutte le risposte, anche se, in alcuni punti non basterà una sola lettura.
Per quanto ironico e sfortunato, Cravat è un borderline che non nasconde la sua difficoltà ad adattarsi alla realtà e alle sue regole. Ma in tutto questo, con poche parole, con pochissimi “giri di giostra”, si arriva alla conclusione che “assenza” e “presenza” sono facce della stessa medaglia.
Infatti, tutto potrebbe essere solo un’invenzione.

Martino Ciano



La Milano nera di Franz Krauspenhaar

L’assenza: quella della consorte di un ricco industriale, sparita nel nulla di punto in bianco. La presenza: quella enigmatica, inquietante, che aleggia attorno al protagonista del libro, il malmostoso detective (ed ex poliziotto) Guido Cravat, il tutto sullo sfondo di una Milano non più da bere, semmai costellata di «minigonne nere di pelle delle prostitute albanesi e dei travestiti sudamericani».
Così potrebbe esplicitarsi il titolo dell’ultima fatica letteraria (“La presenza e l’assenza”, Arkadia, 160 pagine, € 15) del milanese Franz Krauspenhaar, classe 1960, prolifico autore di romanzi e raccolte di poesie e racconti.
Nel romanzo – un noir ricco di suspense e colpi di scena -, Cravat si troverà a duellare ferocemente col tremendo Saluzzi, investigatore assunto al suo posto, senza preavviso, dall’industriale lombardo intenzionato a riportare a casa la moglie.
Perennemente ingrugnito, afflitto dai fantasmi del passato ma nel contempo dotato di una salda presenza di spirito, Guido Cravat non mollerà la presa, finendo avviluppato in un pericoloso groviglio di false piste, loschi figuri e peccati non confessati.
Il volume ha parecchi pregi: la sapiente caratterizzazione delle figure centrali e di contorno, il tratto vivace e musicale, il senso di mistero che aleggia tra le pagine invogliando a divorarle.
Protagonista essa stessa del romanzo, la Milano di Krauspenhaar ha quasi perso la memoria dei fasti degli anni Ottanta, e funge da acquario grigio e decadente in cui fluttuano ombre minate nell’intimo da dubbi e sogni senza ali.

Fabio Marcello



“LA PRESENZA E L’ASSENZA”. INTERVISTA A FRANZ KRAUSPENHAAR

 

“Non ci sono peccati privati. Sono tutti pubblici, tutti condividiamo quelli degli altri e tutti gli altri condividono i nostri”.

La scelta di citare Jim Thompson in esergo al libro l’ho trovata ben calibrata, considerato che sono proprio i peccati non confessati a tracciare il filo conduttore de La presenza e l’assenza (Arkadia Editore), ultima brillante fatica di Franz Krauspenhaar: un noir disperato, a tratti sardonico, graffiante, dalle pieghe malinconiche. Il protagonista è Guido Cravat, un investigatore ingaggiato da un industriale milanese per indagare sulla sparizione di sua moglie. Allontanato inaspettatamente dall’incarico, impegnato in uno scontro all’ultimo sangue con il nuovo detective dell’industriale, lo spietato Saluzzi, Cravat decide di far emergere la verità, provando a sbrogliare un intrico che si rivelerà sempre più sviante, minaccioso e ai limiti dell’inverosimile.

“Vago nel vago. Nella vaghezza, nella stranezza, nell’incertezza. Mi riprendono una voglia terribile di fumare e un senso profondo di frustrazione che mi sospinge verso un’amarezza grigia”.

Doninelli sostiene che il carattere di una città è la somma del modo in cui ciascuno dei suoi abitanti la pensa e la percepisce. In questo romanzo, il tema della metropoli ricopre un ruolo centrale; attraverso gli andirivieni frenetici dei personaggi, il lettore viene trascinato da una parte all’altra della realtà urbana che ne accoglie le vicende: “Città, tu porti le minigonne nere di pelle delle prostitute albanesi e dei travestiti sudamericani. Tu non sei più la città che incontravo e amavo vent’anni fa: tu, città, corpo di città. Città di Milano, io ti ho amato. Ma quest’amore è perduto.” E se nello sport la partecipazione a una gara da parte di un atleta è detta presenza e il computo delle presenze è fondamentale ai fini della designazione del capitano, il conflitto tra i due investigatori hard-boiled del romanzo sembrerebbe appunto simboleggiare un match senza esclusione di colpi, combattuto tra due capitani noncuranti delle regole e delle squadre disposte in campo, delineando il perno principale dell’azione – attorno al quale orbitano le vicissitudini di altri personaggi non meno interessanti – e lasciando letteralmente il segno con i ritagli più feroci, tramite i quali Krauspenhaar dimostra di saper indugiare con notevole sagacia sull’aspetto concorrenziale relazionato alla natura dell’uomo. Il detective Cravat è un individuo dotato di una forte presenza di spirito, benché consumi le giornate tormentandosi, rievocando il proprio passato con un’inquietudine straziante. Tuttavia, con il suo approccio sornione alla vita, saprà donare una sana nota di stravaganza – non di rado quasi fumettistica – all’intreccio della narrazione, riuscendo senza eccezione a stuzzicarci, invogliandoci a seguirlo col fiato in gola nei baratri più lugubri dell’esistenza umana.

 

Di seguito l’intervista a Franz Krauspenhaar

Mi è parso di capire che non fosse tua intenzione limitarti alla descrizione fisica della città, bensì che tu abbia aspirato a produrre, tramite un processo combinatorio con chi legge, una presa di ascolto sugli aspetti d’insieme di Milano. Quanto riesce a influenzare il tuo scrivere, la città dove sei nato e in cui vivi?

Beh, considerando che la maggior parte dei miei romanzi sono ambientati qui, direi che l’influenza è molto forte. In me c’è il bisogno di raccontare una città che conosco bene attraverso le vite dei suoi personaggi, ma anche di trovare un luogo in parte misterioso e anche simbolico, una specie di contenitore emozionale, nel quale mettere e studiare l’animo umano in condizioni di relativo benessere. La metropoli, l’unica in Italia, ti dà la possibilità di raccontare l’infinitesimo dentro un calderone molto urbanizzato ed enorme, così come facevano per esempio i grandi scrittori francesi dell’Ottocento, come Zola, o gli americani come Henry Miller e Dos Passos, grandi raccontatori di città metropolitane. Ecco, Milano è il punto del mondo datomi dal destino di esserci nato e cresciuto per farne un laboratorio aperto e chiuso, un mondo che è nel mondo ma che, attraverso la fantasia e le digressioni, diventa anche altro, forse una possibilità, o un’occasione mancata, o uno studio sul passato della città, su ciò che ci ha lasciato e su ciò di cui abbiamo ancora nostalgia.

Il senso di nostalgia per il tempo andato è partecipe come un sottofondo pressoché “sonoro” al romanzo. Cosa ti manca degli anni passati e per quale causa – sempre se credi che ve ne sia una meritevole – vale la pena combattere al giorno d’oggi?

Mi manca una cerca freschezza, una certa leggerezza tipica degli anni Ottanta, quando ancora la speranza del dopoguerra, nonostante la grave crisi politica degli anni Settanta, non si era sopita. C’era un esserci in un secolo tutto sommato ancora lontano dallo sparire, c’era una vita presente ancora più presente di prima, se vuoi incistata nell’illusione, ma comunque viva, pulsante. Ricordo bene quegli anni, erano anche malinconici, perché la giovinezza è anche malinconia, è prima consapevolezza di quel che non può durare, e allora anche nell’ebbrezza di un momento ci può stare l’avvisaglia di un futuro tutto da immaginare che chissà cosa ci porterà, certamente cose diverse. Oggi secondo me vale la pena combattere per una vera legalità, per ridare dignità piena alle persone in difficoltà, e siamo davanti a un compito difficilissimo, perché tutto sembra ruotare attorno a situazioni di totalitarismo soffice ma pressante, alle distopie immaginate dal genio di Orwell, per esempio. Il cittadino dovrebbe imparare a ribellarsi, soprattutto in Italia, ma siamo ormai confinati negli sfogatoi dei social network, nei quali quasi sempre possiamo protestare, tanto le nostre urla del silenzio arriveranno a poche persone contingentate, mai alla vera opinione pubblica.

Qual è il significato del titolo La presenza e l’assenza?

È la storia prima di tutto di un’assenza, quella della moglie dell’industriale che di punto in bianco sparisce si può dire nel nulla, e poi, come vedremo verso la fine della storia, di una presenza non ben identificata che fa visite inquietanti al protagonista Guido Cravat, il detective ex poliziotto, una presenza avvolta nel mistero che forse ha a che fare con l’assenza della donna, ma non è detto. Come in tutti i miei libri, lascio un margine di ragionamento al lettore, amo il mistero più di ogni altra cosa, e preferisco costruire robusti interrogativi, proprio perché nella vita i punti di domanda superano di gran lunga i punti esclamativi, sono mille volte più stimolanti e arricchiscono non solo la storia ma anche la fruizione che ne ha il singolo lettore, che desidero tenere imbrigliato in una ragnatela fino in fondo.

Quanto hai lavorato allo sviluppo della storia e alla caratterizzazione dei personaggi?

Relativamente poco, sono partito dall’industriale, dalla sparizione e dal detective e poi tutto è sgorgato piuttosto naturalmente, personaggi di contorno compresi, come se avessi avuto la storia già scritta dentro di me da tempo e avessi  aperto  una specie di cassetto o di tubatura per farne uscire il contenuto. Sono contento di questo noir, che è il secondo che pubblico dopo il primo, Cattivo sangue, del 2005, e come allora c’è spesso una voce che racconta e non solo, pensa, divaga, si arrabbia, dà corpo alle sue inquietudini come nei romanzi di una volta, con una certa precisione ma cercando anche di trasferire al lettore non solo i fatti ma anche l’intimità, le ossessioni, i dolori del personaggio.

 Progetti futuri in ambito sia letterario che musicale?

In ambito letterario sto scrivendo un romanzo dal titolo provvisorio L’uomo dissolto, una storia sull’identità, spalmata su vari territori che non sono l’Italia, un po’ come feci col mio penultimo romanzo, Brasilia, quasi interamente ambientato nella capitale brasiliana. Dal punto di vista musicale il 29 di questo mese esce in tutti i siti di vendita digitale, nonché su Spotify e YouTube, il mio quinto disco, col mio nome di battaglia Nerolux, dal titolo “Electrosymphonies Vol.1”, prodotto da Symposion Records con distribuzione Believe. Si tratta di sinfoniette esclusivamente elettroniche composte e suonate totalmente da me con un occhio puntato alla tradizione del krautrock, dunque pensando ai Kraftwerk, ai Neu, ai Tangerine Dream ecc. Un disco, a differenza di altri miei, totalmente strumentale, un viaggio particolare nelle mie origini tedesche. Seguirà un Vol.2 a settembre per un totale di due ore di musica.

“E me ne vado da solo, in questo sole nero, che non dà scampo. E adesso ti saluto, e nemmeno mi volto. Non dire niente, ti prego. La presenza? Ѐ da un po’ che non mi fa visita. Per fortuna, ho sempre più paura. Così sto in guardia”.

Roberto Addeo



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