La lingua della terra


Riva Ligure: Giacomo Revelli ultimo ospite di “Sale in Zucca”

Sarà lo scrittore ligure Giacomo Revelli a chiudere la rassegna letteraria promossa dall’Amministrazione comunale di Riva Ligure. Appuntamento giovedì 27 agosto alle 21.15 in piazza Ughetto. Si avvia alla conclusione la sesta edizione della rassegna Sale in Zucca un appuntamento fisso del calendario estivo del comune di Riva Ligure e che rappresenta per turisti e residenti un interessante momento di divertimento e di incontro con autori nazionali e locali. La manifestazione è promossa dall’Amministrazione comunale di Riva Ligure in collaborazione con la casa editrice Zem, con una formula di successo, che prevede conversazioni con gli autori condotte dal giornalista Claudio Porchia e con la possibilità per il pubblico di intervenire ponendo domande agli ospiti.

L’amore per la natura, il confronto con l’altro e il valore delle tradizioni sono i temi del nuovo romanzo, “La lingua della terra” di Giacomo Revelli, che sarà presentato giovedì 27 agosto con inizio alle 21.15 in piazza Ughetto, ingresso libero fino ad esaurimento dei posti. Per partecipare agli incontri anche se non è obbligatoria è consigliabile la prenotazione scrivendo una mail a sem.rivaligure@gmail.com oppure direttamente presso il SEM Spazio Espositivo Multimediale di via Nino Bixio 15 a Riva Ligure. La prenotazione garantisce il posto in piazza ed evita gli assembramenti all’ingresso.

“La Lingua della terra”

Bedè ha sempre amato i suoi campi, il suo orto con le olive, i terrazzamenti che coltiva in quell’angolo di Liguria che gli uomini e Dio sembrano aver abbandonato. Ogni mattina si alza presto e si inventa mille scuse per portarsi dietro i figli e cercare di contagiare loro il rispetto per la natura e per il lavoro degli avi. Ma i suoi figli, come tutti i giovani, sembrano pensare ad altro, a studiare, a crearsi un futuro altrove. Un giorno Bedè scopre che nei suoi terreni si nasconde un giovane straniero. E lentamente, senza neppure capirsi, cominciano a lavorare assieme. Potano, innaffiano, diserbano, rifanno i muretti, concimano. Usano tra loro lingue diverse, lontanissime, ma riescono a capirsi ugualmente, perché entrambi parlano la lingua della terra. E tutto sembra filare liscio, finché qualcuno non si accorge della presenza del giovane. La famiglia, i vicini, le autorità, tutti cominceranno a interrogarsi sulla vicenda, e Bedè sarà a costretto a prendere una scelta molto difficile.



Migranti e contadini una lingua comune

Tra un contadino taggiasco e un migrante quale può essere il dialogo? In fondo, lo stesso che può esserci tra un lupo e un uomo di città: perché se si lasciano indietro le consuetudini, la paura di ciò che non si conosce, il timore di avanzare in territori sconosciuti – concretamente o psicologicamente – allora ogni confine, ogni frontiera si può superare, semplicemente cancellandolo. La scelta narrativa di Giacomo Revelli, sanremese di nascita e genovese di vita e lavoro, è affrontare proprio il tema della frontiera: il suo ultimo romanzo, La lingua della terra (Arkadia editrice, 200 pagine, 14 euro) sotto molti aspetti evoca un suo lavoro precedente, Nel tempo dei lupi. Una storia di confine (recentemente riedito da L’Amico ritrovato). Ci sononei due libri Le terre di ponente (Taggia e Realdo), c’è il fascino della natura, con le contraddizioni di bene e di male, che bisogna saper accettare; e c’è la necessità di accettare il confronto, sulla base di quanto insegnano le tradizioni: perché è dall’incontro senza pregiudizi che nasce la comprensione, quando non l’amicizia. E magari per intendersi serve “la lingua della terra”, la stessa in Liguria e in Africa, come capita a Bedé, il contadino innamorato  dei suoi olivi e delle sue abitudini, che sta bene solo in campagna, quando nel casone degli attrezzi trova un giovane straniero addormentato. Di quell’incontro parla distrattamente a casa, la sera, con i figli con non capiscono la sua passione per la terra, schivano il dovere di aiutarlo quando lui li sollecita ad accompagnarlo in campagna: pensano agli studi, ad andare lontano. Tra Bedé e lo straniero, invece, nasce un dialogo in cui il vocabolario comune è quello agricolo, il potare, concimare, ricostruire muretti. Ognuno parla la sua , di lingua, ma è l’idioma comune della terra che permette loro di comprendersi. E insieme, quando qualcuno  si accorge della presenza dello straniero, prendono una decisione che toccherà profondamente ke vie di entrambi. D’altronde, sono altrettanto opposti i protagonisti umani di “Nel tempo dei lupi”, Guido il tecnico di telefonia  torinese spedito a montare un’antenna tra Liguria e Francia, e il vecchio Giosué detto Burasca, che vive da eremita in un luogo dove non solo non prendono i telefoni, ma non si avventurano neanche i residenti della zona; comprese le ragione del vecchio, non senza fatica, a Guido e alle sue abitudini cittadine, a partire dall’essere sempre connesso, si oppone allora il lupo, nemico del sentire comune, ma che diventa il simbolo di un altro modo di essere sé stessi: libero e senza controlli.

Revelli nelle ore d’ufficio scrive contenuti per siti web, ma quando si dedica alla letteratura, usa una lingua ricca e mossa, dove l’italiano si incrocia con le parole del territorio narrato: un difficilissimo brigasco (confrontato con i pochi che ancora lo parlano, confessa l’autore) e poi il dialetto taggiasco, più svelto e familiare. ne scaturisce una lettura bella e veloce, seguendo i protagonisti lungo le strade, i boschi, i campi in cui si muovono. Dove non importa che lingua parli – fosse anche l’ululato del lupo – ma che uso ne sai fare, di queste parole. E non a caso domani, sabato 20 luglio dalle 18 in poi, Revelli presenterà La lingua della terra a Triora, nell’ambito della manifestazione Racconti migranti. Storie di uomini tra immagini, libri e parole, mentre il 2 agosto, a Chuisa Pesio, nel parco del Margueris, saranno protagonisti entrambi i romanzi nel corso dell’incontro Storia di confine.

Donatella Alfonso



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