“La lingua della terra” su la Repubblica

Migranti e contadini una lingua comune

Tra un contadino taggiasco e un migrante quale può essere il dialogo? In fondo, lo stesso che può esserci tra un lupo e un uomo di città: perché se si lasciano indietro le consuetudini, la paura di ciò che non si conosce, il timore di avanzare in territori sconosciuti – concretamente o psicologicamente – allora ogni confine, ogni frontiera si può superare, semplicemente cancellandolo. La scelta narrativa di Giacomo Revelli, sanremese di nascita e genovese di vita e lavoro, è affrontare proprio il tema della frontiera: il suo ultimo romanzo, La lingua della terra (Arkadia editrice, 200 pagine, 14 euro) sotto molti aspetti evoca un suo lavoro precedente, Nel tempo dei lupi. Una storia di confine (recentemente riedito da L’Amico ritrovato). Ci sononei due libri Le terre di ponente (Taggia e Realdo), c’è il fascino della natura, con le contraddizioni di bene e di male, che bisogna saper accettare; e c’è la necessità di accettare il confronto, sulla base di quanto insegnano le tradizioni: perché è dall’incontro senza pregiudizi che nasce la comprensione, quando non l’amicizia. E magari per intendersi serve “la lingua della terra”, la stessa in Liguria e in Africa, come capita a Bedé, il contadino innamorato  dei suoi olivi e delle sue abitudini, che sta bene solo in campagna, quando nel casone degli attrezzi trova un giovane straniero addormentato. Di quell’incontro parla distrattamente a casa, la sera, con i figli con non capiscono la sua passione per la terra, schivano il dovere di aiutarlo quando lui li sollecita ad accompagnarlo in campagna: pensano agli studi, ad andare lontano. Tra Bedé e lo straniero, invece, nasce un dialogo in cui il vocabolario comune è quello agricolo, il potare, concimare, ricostruire muretti. Ognuno parla la sua , di lingua, ma è l’idioma comune della terra che permette loro di comprendersi. E insieme, quando qualcuno  si accorge della presenza dello straniero, prendono una decisione che toccherà profondamente ke vie di entrambi. D’altronde, sono altrettanto opposti i protagonisti umani di “Nel tempo dei lupi”, Guido il tecnico di telefonia  torinese spedito a montare un’antenna tra Liguria e Francia, e il vecchio Giosué detto Burasca, che vive da eremita in un luogo dove non solo non prendono i telefoni, ma non si avventurano neanche i residenti della zona; comprese le ragione del vecchio, non senza fatica, a Guido e alle sue abitudini cittadine, a partire dall’essere sempre connesso, si oppone allora il lupo, nemico del sentire comune, ma che diventa il simbolo di un altro modo di essere sé stessi: libero e senza controlli.

Revelli nelle ore d’ufficio scrive contenuti per siti web, ma quando si dedica alla letteratura, usa una lingua ricca e mossa, dove l’italiano si incrocia con le parole del territorio narrato: un difficilissimo brigasco (confrontato con i pochi che ancora lo parlano, confessa l’autore) e poi il dialetto taggiasco, più svelto e familiare. ne scaturisce una lettura bella e veloce, seguendo i protagonisti lungo le strade, i boschi, i campi in cui si muovono. Dove non importa che lingua parli – fosse anche l’ululato del lupo – ma che uso ne sai fare, di queste parole. E non a caso domani, sabato 20 luglio dalle 18 in poi, Revelli presenterà La lingua della terra a Triora, nell’ambito della manifestazione Racconti migranti. Storie di uomini tra immagini, libri e parole, mentre il 2 agosto, a Chuisa Pesio, nel parco del Margueris, saranno protagonisti entrambi i romanzi nel corso dell’incontro Storia di confine.

Donatella Alfonso


Arkadia Editore

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